Il caso Tsipras e due letture illuminanti. Anche per chi vota Renzi

Tripras, il primo ministro greco

Tripras, il primo ministro greco

Leggo sui social una certa rabbia nei confronti di Tsipras, del referendum greco e della piega che la politica sta prendendo ad Atene.

Per quanto riguarda i renziani, li capisco benissimo: il primo ministro greco fa cose di sinistra, interpella il popolo per questioni di primaria importanza e ha avuto un mandato popolare, tramite elezioni democratiche. È normale che per chi è abituato a obbedire ciecamente sia fumo negli occhi.

Capisco un po’ meno coloro che hanno un contratto precario da 500 euro al mese o campano di lavoro dipendente. Non sarò io a dirvi che per il potere che tanto difendete siete niente di più che morti di fame – e invece dovrebbe prevalere un’etica in cui gli esseri umani sono individui prima di forza lavoro a beneficio d’altri – ma dovrebbe essere chiaro che tifare per l’alta finanza non vi tutelerà dal disastro quando quei poteri stessi imporranno in Italia ciò che hanno già fatto sulle sponde dell’Egeo.

Di fronte a questi atti di “greggismo” di fronte ai nuovi dogmi finanziari imposti da un’Europa che è giusto che ci sia, ma che non deve ridursi a insieme di divieti su cosa mangiare o meno a tavola e a scusa per far fare alle banche il bello e cattivo tempo a danno della democrazia, vi consiglio due letture.

La prima, di Franco Buffoni, tratta dal suo volumetto O Germania. E penso che potrete averne solo beneficio.

La seconda di Marco Travaglio, soprattutto quando dice:

ciò che più sfugge ai nostri trincia-giudizi in casa d’altri è la serietà, la dignità dei nuovi politici di Atene. Che magari sbagliano ricetta economica (ma vai a sapere qual è quella giusta: hanno fallito tutte, ma proprio tutte), però hanno il sacrosanto diritto di essere messi alla prova: perché, nel disastro greco, non hanno alcuna colpa, non avendo mai governato prima. Chi dà loro lezioni da Bruxelles o da Berlino ha colpe molto più grandi di loro, visto che l’austerità ha peggiorato la vita e l’economia della Grecia, esattamente come quella di quasi tutto il resto dell’Eurozona.

Per il resto, un po’ meno isteria politica e un po’ più di solidarietà democratica. E se si recuperasse anche un minimo di dignità, non sarebbe un male. Ecco.

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Nemmeno io avrei salutato Rosy Bindi

Ha fatto scandalo il caso Rostellato, la deputata del MoVimento 5 Stelle che ha dichiarato, sul suo profilo Facebook:

Ieri sera un gruppo di noi si stava dirigendo verso l’uscita dell’aula, ci ferma la Bindi e ci dice: “Ma presentiamoci, così cominciamo a conoscerci!!!”. Io ho tirato dritto e me ne sono andata ma ti pare che ti do la mano e ti dico pure “piacere”??? No guarda, forse non hai capito: NON È UN PIACERE!!!

Piovono critiche, la rappresentante del M5S viene messa alla gogna, tacciata di maleducazione e si scopre addirittura che non sa cos’è la Banca Centrale Europea – cosa oggettivamente grave, per chiunque, ma bisognerebbe spiegare cosa c’entra questo con la presunta ennesima “aggressione” a Rosy Bindi.

Credo che la scelta di Rostellato sia degna di rispetto, per quanto non condivisibile. Secondo me ha peccato in due cose: leggerezza e stile. In primo luogo, per l’enfasi data alla cosa, come fosse una vendetta personale e i grillini, a cominciare dal loro capo assoluto, dovrebbero capire che il senso della loro permanenza al Parlamento non è dar sfogo alla rabbia, ma costruire una società migliore.

Secondo poi: la motivazione di quella scelta dovrebbe essere innanzi tutto politica e, quindi, motivata. Perché togliere il saluto a una persona è un atto oggettivamente forte, che rischia di divenire grave. Lo hanno già fatto Massimo D’Alema, nei confronti di Giachetti, un suo compagno di partito che ha la colpa di essere renziano e, udite udite, la stessa Bindi con Paola Concia, dopo una lite per l’assemblea nazionale del Pd dell’estate scorsa in cui la presidente ha vietato che si votasse sulla questione del matrimonio egualitario. Sono, appunto, ragioni politiche, forse unite ad antipatie personali, forse legate a un sistema ideologico troppo stantìo per tollerare la presenza di un’alterità.

Però, in tal caso, le cose andrebbero dette e proprio sul piano politico, appunto. Io non avrei salutato Rosy Bindi perché con i DiCo aveva previsto un regime di apartheid per migliaia di famiglie fatte da omosessuali. Perché quei diritti erano minori e spezzati a metà. Perché quando le hanno fatto notare, in più di un’occasione, la sua inadeguatezza rispetto al progresso civile, lei ha mostrato i denti, ha insultato i figli delle coppie omogenitoriali, ha dimostrato arroganza, ha detto “o così, o fuori dall’Italia”.

In quel caso, io non avrei avuto il piacere di stringere la mano a una persona siffatta. Ma avrei dovuto spiegarglielo. Perché lo capisse e non ripetesse il suo solito gioco vittimistico.

Per cui non massacriamo la signora Rostellato per quello che ha fatto – non prima, almeno, di usare lo stesso metro con D’Alema e Bindi stessa – ma critichiamola, semmai, per come. E poi mandiamola a scuola di educazione alla cittadinanza. Cos’è la BCE si impara alle medie. In prima. Posso garantirvelo.