La regola del cappello

La regola del ca(p)pello: vieni con un copricapo estroso, oppure una parrucca baraccona. Altrimenti mangi solo l’insalata. E a un barbecue, a inizio primavera e col solletico della salsedine, capirete che… Quindi, paglietta grigia, un foulard di seta cinese a “quattlo eulo” e un fermaglio di piume nere.

E poi.

Le parole scorrono come il vino, accanto agli amici che dormono sull’erba, alle ragazze che si baciano dietro l’angolo, oltre il cospetto gentile dei fiori di albicocca.

Le emozioni fanno pace con tutto il resto. E nemmeno il vento dà poi così fastidio. Rimane, forse, ancora un po’ di timidezza. Quel po’ di troppo. Per uno sguardo, un’intenzione. Per un chissà.

Canti “tanti auguri a te” a squarciagola – anche se prima te ne vergognavi un po’ – perché oggi è così che deve andare. A squarciagola. E pure le canzoni di Madonna e quelle dei cartoni di quando eri bambino.

E quindi ti ci trovi a giocare come un bambino, e con un bambino. A fare “Harry Potter”, gli insegni pure come si lancia un patronus, a mantenere la postura (la schiena piegata leggermente in avanti, per sferrare un attacco) a ridere sotto il cielo, ridere di fronte agli altri. E ti rendi conto che questa, a modo suo, è una vittoria. Piccola, certo. Ma enorme.

E alla sera, verso casa. A occhi chiusi. E pensi.

A volte ho la sensazione che le persone si adottino un po’ a caso, un po’ a vicenda. E te ne accorgi quando riscaldi le mani del ritorno, a destra del tramonto sul mare, ancora acerbo, un po’ lontano, ma non importa.

Perché la gente si scova, si cerca, si abbraccia per completarsi, per quando era di vetro ed è stata rotta in pezzetti che, però, hanno tagliato solo noi stessi e noi stesse. Per le nostre infanzie violate. O per le risposte che non arrivano ancora, nonostante la prematura irriverenza di ogni capello bianco.

Questo ritrovarsi, penso, è il risarcimento della vita per tutte le volte in cui ci siamo sentiti in frantumi.

E alla fine, proprio perché siamo pezzi di vetro, disegniamo, tutti e tutte, lo stesso mosaico, ognuno con un suo colore, luminoso o scuro o rosso, sangue. Ma non importa. Ognuno ha il suo scopo, nell’armonia del risultato finale.