Per Padoan con 80 euro ci paghi il mutuo

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il ministro Padoan

Post estemporaneo, guardando Ballarò.

Il ministro Padoan ha detto che con gli 80 euro elargiti dal governo Renzi i cittadini possono pagarci il mutuo. Qualcuno ricordi a questo gentile e distinto signore che non siamo tutti e tutte in rapporti di amicizia con questo o quel politico, ergo non riusciamo a comprare case – magari al centro storico di Roma – per pochi spiccioli. Svariate decine di milioni di abitanti (circa sei) di questo paese vive in un’altra situazione economica. Così, per esser chiari fino in fondo.

Sempre guardando lo stesso programma, mi sono ritrovato a dar ragione a D’Alema: prima potevamo votare per le province e per il Senato, adesso con la riforma costituzionale del governo si registra una preoccupante limitazione della democrazia nel nostro paese. Io che do ragione a Baffetto. Per merito di Renzi. Capite perché lo odio?

Taccio invece sul ministro Martina, che ha redarguito un interlocutore intimandogli «lei non si può permettere di dire che…» o sarei costretto ad affermare che quel grigio figuro assomiglia all’idea che ho di un fascista in giacca e cravatta. Per fortuna l’interlocutore in questione, che poi è Mauro Corona, gli ha ricordato che lui si permette eccome! Ah, questo vizio che si ha per la democrazia, così sconosciuto dentro il Partito democratico…

Ad ogni modo, questa è la situazione. Siamo in mano a questa gente. Che culo, converrete.

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Del “servire” e altri mali contemporanei

renzismo: svolta buona o asservimento?

Non riesco a non pensare quanto questo capitalismo sia profondamente sbagliato. Non crea felicità, se non per pochi. E la massa degli/lle uguali è costretta a lavorare per mantenere se stessa in una sorta di asservimento al sistema, appena ammantata dall’illusione di essere liberi di scegliere per se stessi. Quando poi basta leggere un contratto di lavoro di un operaio metalmeccanico per capire che – se per mantenere il tuo posto in fabbrica sei costretto a turni alienanti e non hai nemmeno la possibilità di mangiare un panino e di andare in bagno – tutto questo è l’esatto opposto del concetto di felicità.

Credo, altresì, che una società che non fa nulla per eliminare le cause che rendono l’individuo afflitto e succube, meriti il sistema di sfruttamento che la conduce alla sudditanza (economica, culturale). Per tale ragione, aderire entusiasticamente alle scelte di questo o quel governo – traducendo: essere consustanziali al renzismo oggi, così come si era berlusconiani ieri – mi sembra la forma peggiore di “collaborazionismo” che un essere umano possa fare contro se stesso.

Il renzismo, erede edulcorato – e quindi ben peggiore – della menzogna politica del Cavaliere, ci obbliga ad accettare condizioni umilianti. Per capire cosa intendo, è illuminante ritornare sul lapsus che ieri, a Ballarò, il ministro Poletti ha proferito di fronte a milioni di elettori ed elettrici: parlando del jobs act lo ha definito con la perifrasi “contratti di tre anni a tempo indeterminato”. E certi errori dell’inconscio, si sa, nascondono le verità più recondite: in altre parole, si può essere precari per sempre. Ti assumono, ma con la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. E il gioco riparte sempre uguale. Ciò ci rende ricattabili. Il ricatto. Questa è la felicità imposta dal sindaco di Firenze: un posto di lavoro a condizioni ai limiti della dignità umana, pochi spiccioli di stipendio e, come se non bastasse, l’obbligo di esser grati per tutto questo. Pena l’accostamento con qualche rapace notturno.

La sintesi mirabile di questa sudditanza culturale sta nella frase: «ringrazia che hai un lavoro». Il lavoro è un diritto, lo dice la nostra Costituzione. Un diritto a cui si accede in condizioni particolari, è ovvio: non posso fare il medico o l’avvocato se non ho le competenze. E in quanto diritto, si porta con sé doveri specifici, legati appunto al dovere di svolgerlo. È come se ogni volta che andassimo a votare, il presidente del seggio pretendesse riconoscenza per il nostro diritto alla democrazia. Giusto per capire l’imbecillità dell’enunciato. Su tale idiozia si basa l’intera narrazione renziana.

In tal senso, vedere orde di ventenni e di trentenni che fanno spallucce di fronte allo status quo che si sta profilando, mi indigna profondamente. Nessuno dovrebbe ringraziare chicchessia in nome della propria dignità. La dignità è un qualcosa che si deve pretendere, che gli altri hanno il dovere di rispettare a priori. Anni di battaglie, anche in quanto attivista LGBT, me lo hanno insegnato. Prestare il fianco a dichiarazioni quali «eh, ma c’è la crisi, cosa si può fare di più di quello che stanno facendo» e empietà similari, significa essere al servizio di una causa che arricchirà sempre i soliti (ig)noti al prezzo della nostra vita e del nostro lavoro. È il peggiore benaltrismo: quello che va contro i nostri sogni e il nostro futuro.

Non ringrazierò mai nessuno per il lavoro che faccio nel luogo in cui svolgo la mia professione. Per essere arrivato fin lì, ho studiato, mi sono specializzato, ho superato concorsi, esami, colloqui di lavoro. Per tutto questo posso solo prendere atto della mia professionalità. Ed è cosa ben diversa. E se qualcuno si stesse chiedendo se parlo dall’alto di qualche privilegio, ricordo che lavoro nel privato, posso essere mandato a casa in qualsiasi momento e sono un precario. Giusto per capire chi sta scrivendo queste parole.

Essere al servizio di chi ci vuole funzionali a un sistema sociale che fa vivere bene il potente e, a costi umani elevatissimi, consola il cittadino con elemosine eventuali – una per tutte: gli 80 euro – significa, appunto, servire una causa che ci rende infelici, non liberi/e. Una causa che abbassa i cittadini e le cittadine al rango di sudditi. E una persona siffatta, contenta di esser tale o non disposta a mettere in discussione lo stato delle cose, rientra nella categoria di coloro che io chiamo “servi”. Per cui, se poi vi chiamo così, non dovete arrabbiarvi. Siete voi che, non indignandovi, vi collocate automaticamente sotto tale etichetta.

Credo che un mondo migliore sia quello di una società civile – e non di un ceto di popolani – che esige il rispetto di leggi fondamentali: le stesse che ci vogliono uguali a prescindere da quello che siamo e destinati/e a un senso di dignità profonda per quello che può e deve essere il nostro ruolo dentro la collettività, lavoro incluso. Fuori da questi binari si è, appunto, indegni/e. Perché si serve una causa che non ci riguarda, ma che ci sfrutta. Questo, semplicemente, io penso. Poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Squadracce renziane

metafora del renziano medio

In merito alla lite tra Renzi e Floris (che per altro non amo particolarmente), ha detto tutto ciò che si poteva dire – a parer mio – il mio amico Andrea Contieri:

Sulla Rai abbiamo cambiato talmente tanto verso che abbiamo fatto il giro completo e siamo tornati al punto di partenza.

Floris ha semplicemente praticato quell’antica e scomparsa professione che si chiama giornalismo. Ricordate? Quella roba che presuppone che uno ti faccia una domanda e tu gli risponda almeno una volta ogni tanto senza la pretesa di vivere un continuo comizio. Ecco quella roba lì.

Si ricorda in via preventiva alle groupie del Cicciobello che se le stesse parole del tweet di Renzi sulla Rai le avesse pronunciate Berlusconi stamattina staremmo parlando già di Editto di viale Mazzini e avremmo in libreria una ventina di libri di “ggente de’ sinistra” sull’argomento.

Mi limito ad aggiungere – leggendo certi commenti sui social, in merito alla vicenda – che è incredibile come anche il/la militante medio/a del Pd si sia talmente uniformato ai canoni veteroberlusconiani – quelli dell’editto bulgaro, per intenderci – al punto da sembrare uno di quei gadget da cineseria/giapponeseria da quattro soldi, tipo quei gatti di plastica che muovono automaticamente la zampetta in avanti per scandire il tempo.

Solo che il renziano medio non conta i secondi: sembra invece programmato per aggredirti – alla stregua di un “camerata” da squadraccia telematica (poi diciamo ai grillini, eh!) – non appena critichi l’azione di un leader autoproclamatosi uomo della provvidenza popolare (senza nemmeno aver avuto un passaggio alle urne).

E a sentire il tono delle minacce di Renzi a Floris – arriverà il futuro anche alla RAI – si capisce perché.

Canone RAI? I gay devono “non pagare”

la presidente RAI, Anna Maria Tarantola

Ieri sera guardavo uno dei tanti spot della RAI, di quelli che ti invitano a pagare il canone pena la trasformazione di un familiare in una creatura mostruosa e inquietante, e ho scritto su Twitter: «la pubblicità del canone Rai è uno dei tanti buoni motivi per non pagare il canone.»

Stamane ho trovavo questo commento di risposta: «l’unico motivo è la disonestà … il resto sono panzane (detto da uno che lo paga sempre).»

Adesso lasciamo perdere che chi lo ha scritto è un renziano, e che dai renziani non accetto patenti di nessun tipo – non dopo che il loro leader ha riabilitato e dato agibilità politica a un delinquente comune – ma vi do un paio di buone ragioni per cui le persone LGBT devono non pagare il canone.

Ricordate il film Tutto su mia madre, di Almodovar? Più volte rimandata, poi programmata in prima serata, la pellicola – un capolavoro assoluto – ha subito un vero e proprio muro di fuoco,  per i temi trattati: quelli della sessualità e dell’amore tra donne e tra una donna e una trans.

Stessa sorte per I segreti di Brokeback Mountain. Il film, dopo mille polemiche, è stato sì trasmesso ma la scena del bacio tra i due cow boy è stata eliminata.

Non parliamo della miriade di programmi pomeridiani e non, nei quali la questione omosessuale viene ancora presentata come macchietta o come perversione. E i grandi talk show politici semplicemente ignorano la questione LGBT. Ballarò non ha mai trattato l’argomento, per fare un esempio.

Fa eccezione per il caso recente di Vespa, dove però è stato invitato l’immancabile Giovanardi, e la costante di questi programmi è invitare sempre un omofobo, come a voler dimostrare che i sentimenti d’odio contro le persone LGBT devono avere cittadinanza in questo paese. Ma a ben vedere, sul suo profilo Twitter il presentatore di Porta a porta pubblicizzava la cosa in termini di “guarigione”.

Dulcis in fundo, alla recente udienza con il pontefice Bergoglio, la presidente RAI Tarantola ha deliberatamente escluso tutte quelle coppie che non fossero regolarmente sposate. Conviventi e coppie gay/lesbiche sono stati trattati come parenti di cui vergognarsi.

Ergo: o ci ignorano, o ci descrivono come malati, o come mostri o come potenziali protagonisti di barzellette. Fermo restando che su di noi chiunque può dire la sua.

Voi andreste a comprare in un supermercato o in una boutique che vi tratta in questo modo?
E allora, mi spieghereste la ragione per cui un gay, una lesbica, un/a trans dovrebbe dare il proprio denaro alla RAI?

Abbiamo pochi margini di disobbedienza fiscale in questo paese. Non pagare il canone a una TV che ci tratta da reietti è un dovere morale specifico. Farlo ci renderebbe complici di una televisione che si fa promotrice di omofobia manifesta e indiretta.

P.S.: poi sarebbe buona cosa non guardare per nulla RAI e Mediaset e, come me, preferire il web e lo streaming.

Lega e destra ladrone: lady Bossi già in pensione

Ok, riordiniamo le idee.

Ieri sera, a Ballarò, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha annunciato a un’Italia sempre più attonita che la moglie di Umberto Bossi è un’insegnante in pensione. La signora Manuela Marrone ha smesso di lavorare alla veneranda età di trentanove anni, dall’inizio degli anni ’90. Da allora percepisce un assegno mensile.

La notizia per altro è stata riportata da diversi siti e parrebbe che a denunciare il fatto sia stato niente meno che Mario Giordano, ex direttore del Giornale e dunque non certo un pericoloso sovversivo bolscevico, in una sua fatica letteraria, Le sanguisughe, in cui parla proprio dei baby pensionati (per vedere il sito, clicca qui).

Arrivati a questo punto occorre fare almeno tre considerazioni.

1. La Lega è stata il partito che più di ogni altro ha avviato una politica contro i docenti del meridione, cercando di impedire gli spostamenti dei professori meridionali verso il nord. Tale partito ha per altro dipinto i docenti del sud come orde di  mangiapane a tradimento, incapaci di insegnare e di tenere il passo con i ben più “preparati” docenti padani.

2. La Lega è stata corresponsabile dei tagli alla scuola. Migliaia di insegnanti si ritrovano senza lavoro grazie alle cure di questo governo, ma la moglie di uno dei capi di questo governo se ne sta beata a prendersi la sua baby pensione. Come se non bastasse, pare che la signora Bossi abbia pure una scuola privata che riceve fondi pubblici – grazie ancora Massimo D’Alema – sottratti alla scuola pubblica. Roma ladrona, appunto…

3. Oggi in aula è scoppiata una vera e propria rissa per le esternazioni di Fini e i deputati leghisti sono venuti alle mani con quelli di FLI. Invece di affrettarsi a smentire – e non mi pare che sia accaduto – i leghisti picchiano i loro avversari politici. E questo dalle mie parti si chiama fascismo.

Mentre anche queste evidenze rendono insostenibile la permanenza di un governo ben ancorato ai propri privilegi e a quelli dei propri sodali, il nostro amato premier si è recato a Bruxelles per rassicurare l’Europa con una letterina, tipo quella di Babbo Natale, in cui si promettono l’allungamento dell’età pensionabile – e ricordiamoci della moglie di Bossi – e l’abolizione di fatto dell’articolo 18.

In parole più semplici: si lavorerà di più e ti licenzieranno meglio, mentre loro continueranno a spassarsela. Capite adesso perché la destra è merda?

Lo stipendio della Minetti. Non sarà un po’ troppo?

Riprendendo il discorso di Italo Bocchino a Ballarò.

La Minetti prenderà, in cinque anni, ottocentomila euro. Se quello che si dice su di lei fosse vero, ne conseguirebbe che viene pagata con i soldi di tutti – cittadini e cittadine anche precari, disoccupati, cassintegrati, ecc. – per far la procacciatrice di escort.

Mi chiedo.

Ma ottocentomila euro in cinque anni non è un po’ troppo? Se ne prendesse solo duecentomila? Sarebbero quarantamila euro l’anno che, anche a Milano, sono uno stipendio non proprio da fame.

Con i restanti seicentomila euro si potrebbero pagare insegnanti precari, persone che non hanno più il lavoro, operai in difficoltà, ricercatori…

Certo, non con il solo stipendio della Minetti. Ma se ci mettiamo parlamentari, consiglieri e amministratori locali di ogni livello e grado, ministri e sottosegretari e tutto il resto, forse la fetta di risparmio sarebbe maggiore. E i soldi da investire sui lavoratori e sulle future generazioni sarebbero molti di più.

Se poi in tutto questo i funzionari dello Stato percepissero il loro stipendio per fare il loro lavoro e non le PR di questo o quel premier, sarebbe un’ottima cosa. Per tutti/e noi, per il concetto di onestà e per la dignità nella sua accezione più elementare.

Pessimo Crozza su Vendola gay

Crozza a Ballarò. Richiama una dichiarazione di Renzi, che avrebbe detto di essere come Vendola. E il comico: «ma sua moglie è contenta?»

Non so voi, ma a me questa battuta sembra di pessimo gusto. Riconduce l’esser gay di Vendola a un’aura negativa. Passa l’aspetto derisorio, il fatto che si possa ridere di quel personaggio pubblico o ironizzare su di esso perché gay.

Per altro il paragone di Renzi era politico. Che motivo c’era di buttarla sull’allusione sessuale? Di fatto Crozza, riducendo il ruolo politico di Vendola alla sua appartenenza a una minoranza, non ha fatto una battuta su quel ruolo. Crozza ha fatto la battuta sul “frocio”. Mi chiedo se lo stesso criterio fosse stato esteso a una donna, un nero o un ebreo cosa sarebbe successo.

Per altro, non so cosa sia peggio: se Crozza, che non fa ridere, debba ripiegare su questi mezzucci da scuderia Mediaset o Floris, che si sganasciava per un intero monologo divertente come una circolare del catasto.

Comunista sarò io!

Siamo alle solite. Dal lodo Alfano in poi, anzi, dalla sua clamorosa e giusta bocciatura – i berluscones si rileggano Orwell e sugli animali più uguali degli altri – il nostro amato premier si cimenta in un profluvio di insulti e di dichiarazioni che non risparmiano nessuno, a cominciare dal popolo italiano che, anche suo malgrado, si ritrova sovraesposto a una certa logorrea imbecille. Sì, perché ciò che dice Silvio Berlusconi, il più delle volte, nella sua valutazione del reale, non ha alcuna base logica ed è confezionato ad uso e consumo di un elettorato che vota, per lo più, sulla base di umori e di sensazioni di pancia.

Tra queste gesta verbali va messa agli annali, come fulgido esempio di sproloquio fondamentalmente idiota ma ugualmente aggressivo e indegno di un rappresentante qualsiasi dello Stato, il suo ultimo intervento telefonico a Ballarò. Dove si è indicata, come vera anomalia italiana, non il caso di un presidente del consiglio plurinquisito e in palese conflitto di interessi bensì quello di una magistratura “rossa”, cioè comunista, che indaga contro il presidente del consiglio.

Adesso, quello che Berlusconi non capisce – e qui forse dovremmo cominciare a dubitare delle sue facoltà mentali perché se ci crede è grave, se finge di crederci è pure peggio – è che in un paese democratico che un giudice sia comunista è perfettamente legittimo: rientra nella libertà di pensiero, esercizio che evidentemente dentro il PdL è poco praticato.

Così come è naturale che un giudice indaghi su un personaggio, anche pubblico e anche ai massimi vertici delle istituzioni. Anzi, e si rassegni il berlusconiano medio(cre), al di là delle Alpi e in tutto il mondo civile, Berlusconi non sarebbe stato eletto nemmeno in un’assemblea di condominio.

Surreale, inoltre, che si usi la parola “comunista” come insulto svuotato di qualsiasi contenuto politico e identificato col senso di “contrario alle magagne del premier”. Una favoletta tutta itagliana, quest’ultima, a cui credono solo italiani per lo più allergici al fisco e intrisi ancora di retorica paleo-democristiana. La vera anomalia, se vogliamo dirla tutta, sta proprio qui.