Siamo sicuri di meritarci Mario Mieli?

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Mario Mieli

Nell’anniversario della morte di Mario Mieli, Gaypost.it – la nuova avventura in cui ci siamo imbarcati io e un gruppetto di coraggioseh, sì con la h finale, persone che han voglia di fare buona informazione Lgbt – ha pubblicato un video, con una sua testimonianza.

Vi lascio all’articolo, per sapere chi era il padre del movimento Lgbt italiano ai suoi tempi e cosa rappresenta ancora oggi, per tutti e tutte noi. Anche a livello mondiale.

Una cosa, però, ve la dico: se oggi egli fosse in vita o se ci fosse un giovane Mieli, avrebbe come nemico giurato quella parte della comunità Lgbt italiana troppo impegnata a rendersi accettabile agli occhi di chi la disprezza.
Quella comunità che dice “meglio poco e tardi che tutto e subito”.
Quella che dice “i pride sono una carnevalata” (ancora adesso, nel 2016).
Quella che “tu in piazza con la foglia di fico non puoi andarci perché non sta bene”.

Mieli ci insegna la libertà, l’essere noi stessi/e e a testa alta. Questa la sua eredità. A noi, il compito di esserne degni. E per esserne degni, dovremmo meritarcela, prima di ogni altra cosa, la libertà. E non sono sicuro che molti riuscirebbero a sostenere il peso di tale impresa.

Tra pride normali, diversi e divertiti

normalitàDopo secoli di azioni di vario tipo – manifestazioni, marce, convegni, flash mob, fiaccolate, ecc –, qualcuno in data 13 giugno 2015 ore 11:59, mi ha scritto in privato le magiche parole “pride normale”. Ancora. Ora, tralasciando il fatto che in momenti come questo spero che certa gente rinasca figlio di Adinolfi, vorrei porre la questione su un piano più squisitamente linguistico.

Normale deriva da norma, ovvero da una regola imposta. Un bel giorno qualcuno si sveglia e dice cosa è giusto e cosa no. Il concetto di norma, tuttavia, è vario e molteplice: si struttura su questioni “naturali”, “numeriche”, “consuetudinarie”, ecc. Ovvero: se una cosa esiste in natura è normale, se in tanti la seguono è normale, se esiste da sempre è normale.

Tutto semplice, quindi? Basta l’evidenza? No. Si incappa, infatti, in storture di sistema. E cioè:

1. In certe specie naturali è normale che l’atto sessuale sia di tipo stuprativo. Per non parlare dell’incesto. Vogliamo allora dire che violentare qualcuno/a o sposarsi i propri genitori rientri nella normalità delle cose?
2. Per secoli neri e donne hanno vissuto in regime di subalternità rispetto al maschio bianco. Secondo il concetto di “consuetudine”, Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero una perversione rispetto alla regola standard.
3. E ancora, sempre seguendo questa falsariga: i cinesi sarebbero i più normali tra gli esseri umani. Seguirebbero i musulmani. E la vedrei molto male, invece, per gli abitanti di micro-stati come il Principato di Monaco e la Città del Vaticano.

La definizione di norma – e la classificazione di ciò che è normale – sfugge quindi all’aggancio col dato reale (e all’evidenza delle cose) e la realtà si qualifica, conseguentemente, come insieme di varianti. Ovvero, come mix di diversità le quali dovrebbero, a rigor di logica, avere tutte lo stesso status.

Diverso, a ben vedere, si configura come l’esatto contrario di normale. Ciò che non segue il “verso giusto” (la norma) lo “di-verte”, cioè lo fa deragliare. E dovrebbe essere chiaro che l’ordine precostituito se è “naturale” e si basa su usi e costumi millenari, accetta anche tutta la violenza implicita nella natura e nelle consuetudini umane. Conseguentemente se possiamo scindere tra ciò che ci piace e ciò che non riusciamo ad accettare da ciò che è “normale”, allora la costruzione della norma è un processo culturale e quindi “artificiale”.

Tutto questo per dirvi, cari fautori e care fautrici di ciò che è normale e ciò che non lo è, che siete vittime non solo della vostra ignoranza, ma anche figli di un sistema che vi fa fare ragionamenti del cazzo.

Concludo con un’altra evidenza, rigorosamente semantica. Norma ci porta al termine normalità, e abbiamo visto il delirio che si nasconde dietro questo termine. Il “non normale” è il diverso e da questo termine ne nasce un altro: “divertimento”. Per questo, tornando al discorso di partenza, ai pride ci si diverte. Per questo amiamo le baracconate, le carnevalate, i culi e le tette. Perché siamo liberi e libere. Perché al concetto di reputazione – ovvero, le etichette degli altri – abbiamo sostituito quello di autodeterminazione. Alla norma calata dall’alto (e dall’altro), la nostra facoltà di dire sì o no. Perché possiamo decidere quando è il momento di sculettare e quando è il caso di esser più seri. Voi potete dire lo stesso?

Per cui, e vi lascio con questa riflessione, quando fate certi discorsi già obsoleti ai tempi di Odoacre, pensate di essere liberi, emancipati, portatori di qualsiasi tipo di avanguardia, o state solo recitando pappagallescamente un codice di “norme” che nulla hanno da spartire con la complessità del reale?

Detto questo, vi auguro un buon week end. Io mi preparo per andare al Roma Pride.

Ballo di Natale (una fiaba gender)

C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino a cui piaceva fare un sacco di cose e che quando non riusciva a farle si metteva a piangere. «Smettila di frignare, lo fanno solo le femminucce!» gli dicevano i grandi. E lui allora cominciò a vergognarsi del proprio dolore, che era quello di un bambino, per cui piccolo e inconsistente agli occhi di un adulto. Eppure, nella sua essenza, aveva la stessa pesantezza della delusione più grande, lo stesso spessore del vuoto e riusciva ad essere gelido come le lacrime abbandonate nella pioggia.

Tra le cose che piacevano a quel bimbo, c’erano i giochi. Di tutti i tipi, dai soldatini e la pista con la macchine, alla casa di Barbie, dal piccolo chimico al dolce forno, dalle costruzioni ai trucchi della sorella. Eppure non riusciva a capire. Se costruiva la torre di un castello era addirittura bravo, ma se trasformava una bambola in una principessa, gli occhi dei grandi fino a un momento prima così orgogliosi si vestivano di imbarazzo e di vergogna.

E poi c’erano le storie che gli piaceva inventare: e quando le raccontava, soprattutto agli altri bambini e alle altre bambine, gli alberi dei giardini pubblici diventavano torri di guardia, i viali coi ciottoli erano sentieri di guerra contro le città dei malvagi, i rami spezzati divenivano spade e bacchette magiche, le ragazze potevano essere anche loro guerrieri con armature scintillanti e i maschi potevano avere gli stessi poteri delle fate. Ma quando i grandi si accorgevano di tutto questo, facevano la magia opposta e allora gli alberi tornavano ad essere vuoti palazzi di legno, i sentieri tristi e abbandonati e i maschi dovevano fare i maschi e le femmine avevano lo stesso identico destino. E la vergogna osservava ogni cosa dall’alto, sul suo cavallo di scheletro, senza falce in mano ma con quello sguardo che si voltava sempre dall’altra parte, al cospetto di ogni perché possibile.

E così il bambino divenne uomo, e crebbe al pensiero che nei castelli le dame potevano solo rimanere in una torre ad aspettare un destino che qualcuno aveva già deciso per loro, che i draghi non possono essere alleati, men che mai di donne armate di lame e sorrisi – da agitare, sia chiaro, sempre solo contro le ombre, ma questo chi lo avrebbe mai detto al mondo degli adulti? – e che ai maschi non piace ballare. Sul suo mondo fatto di folletti e di creature meravigliose scese la notte, accompagnata dall’inverno, e su tutto cadde un lungo inverno che congelò gli abitanti trasformandoli in ricordi di ghiaccio. Ogni tanto ci ripensava, infatti, ma quei pensieri lo scuotevano con un brivido e allora decise che era meglio non tornarvi con la mente e si rifugiò nella realtà di tutti i giorni. Certo, un po’ più comoda, per quanto noiosa. Eppure lo aiutava ad andare avanti, sebbene, tra una sigaretta e l’altra, c’era sempre quel battito del suo cuore che saltava a vuoto, a un certo punto della notte.

Un giorno andò al lavoro, era diventato un maestro perché gli piaceva insegnare ai più piccoli e alle più piccole la grammatica delle cose, il significato nascosto delle verità sui libri. Era un po’ come tornare bambino di nuovo, giocare con le immagini e le parole. E la sua classe con lui si divertiva, ma poteva farlo solo fino a un certo punto. Appena si andava oltre, lui si irrigidiva, perché a scuola non ci si comporta così. Era questo che dovevano imparare, durante le sue ore. Si sorride e si scherza, ma fino a un certo punto.

Una sera, però, mentre tornava a casa e mentre una voce interiore lo solleticava con gli spifferi dei ricordi, un uomo gli si pose di fronte, impedendogli di passare oltre. All’inizio ne fu intimorito, per altro non riusciva a fissarne i contorni del volto, c’era qualcosa che gli sfuggiva mentre cercava di guardarlo e di capire chi fosse. Ma se lui faceva un passo a destra, quell’altro gli ostruiva il passo. Se andava a sinistra, l’altro lo seguiva, come se fosse a uno specchio. Si voltò indietro, non voleva avere guai con quel barbone. Ma se lo ritrovò di fronte.
«Chi sei, cosa vuole da me?»
«Sono la persona che avresti potuto essere», rispose quello con una voce che era identica alla sua.
«Ma non diciamo sciocchezze! Adesso si sposti e mi faccia passare!»
Ma per quanto si sforzasse di andare oltre, di fuggire e di ritornare a casa, se lo ritrovava davanti. Come se fosse in uno specchio, appunto. Stanco di fuggire, e credendo di essere pazzo, si appoggiò ad un lampione mentre il cielo si era fatto dello stesso colore del marmo e tutto fu freddissimo. Una parte di sé credette che forse era arrivata la sua fine…
«No, non sei morto» gli disse l’altro «il fatto stesso che i tuoi ricordi ti diano i brividi, ti fa capire che sei vivo. Hai mai sentito di un morto che sente freddo?»
L’uomo pensò che quel discorso aveva senso e decise di ascoltare le parole dello sconosciuto.
«Voglio solo raccontarti una storia…» disse quello e si misero insieme, in quell’angolo, a conversare. E fu così che lo sconosciuto gli raccontò tutta la sua vita, di come era bello vivere in un mondo dove non c’erano costrizioni, ma assunzioni di responsabilità. Dove le bambine potevano giocare a calcio, se lo volevano. Dove chiunque poteva fare i dolci. Dove il mondo delle fate era comunque un mondo sempre reale, se lo si portava nel cuore. Tutto questo gli raccontò quello sconosciuto e il pensiero che fosse un “grande” a dirglielo gli diede coraggio. Pian piano ascoltò un po’ di più se stesso, il suono della sua stessa voce, e comprese il significato del balzo che faceva il suo battito, certe volte di notte. Poi si voltò verso di lui, per osservarlo ancora. E fu solo allora che ebbe un sussulto e si svegliò di botto. Era stato solo un sogno. Eppure era così reale… Decise di farsi un bagno caldo e si diresse al lavoro, come tutti i giorni.

A scuola alcuni bambini gli chiesero di poter avere altri cinque minuti di pausa. Lui in un altro momento avrebbe detto di no, perché i premi sono cose che vanno conquistate, però ripensò alla notte passata e decise di dire semplicemente di sì. La parola che, troppo spesso, aveva desiderato sentire pronunciata, di fronte ai suoi giochi, dal mondo degli adulti. Un bimbo, felice per quella ricompensa, esplose in una risata e cominciò ad andare per tutta l’aula come se fosse una ballerina, facendo un vistosa piroetta. Qualcosa dentro di lui lo infastidì, al momento. Ma la sua stessa voce, uguale a quella dell’uomo del suo sogno, lo trattenne come una mano invisibile avrebbe potuto fermare uno degli eroi dei miti dell’antica Grecia, che avevano letto in classe tutti e tutte insieme, qualche settimana prima.

E quindi le cose andarono avanti, nelle settimane a venire, fino a quando non fu Natale. La scuola si preparava a fare una grande festa, con un concerto e una recita al teatro.
«Potremmo fare una festa, qui, prima di andare allo spettacolo», propose una bambina.
«Io porto la torta!»
«Io il latte caldo!»
Sapeva, il maestro, che non avrebbe potuto dire di no. E neanche voleva, a ben pensarci… E così organizzarono ogni cosa. Il giorno arrivò veloce e tutto era pronto. C’era il profumo dei dolci, la luce delle decorazioni colorate. La stessa bimba che aveva avuto l’idea della festa tirò fuori un cd, chiedendo di poterlo suonare. Erano canzoni carine, l’atmosfera fu subito più allegra.
«Aspettate, questa non si balla certo così…» disse a un certo punto il maestro, mentre la sua classe cercava di capire come muoversi sotto l’incedere di quelle note. E quindi si mise al centro dell’aula e cominciò a muovere le gambe dondolandole a destra e a sinistra. Poi le sue mani volarono in alto, come a disegnare una grande V. Quindi le chiuse sulla sua testa e si mise pure a cantare. Tutti e tutte, dapprima, lo guardarono con fare stupefatto. Poi si misero a ridere e infine imitarono i suoi passi. Solo alcuni giorni dopo si rese conto – quell’uomo che era un bambino felice, un tempo – di due cose.

La prima: non aveva mai creduto alle parole che i grandi gli avevano sempre detto, per fare in modo che lui si comportasse come era stato insegnato loro. Solo che aveva smesso di ricordarlo, impegnato com’era nelle occupazioni di tutti i giorni.
E la seconda: che il volto dell’uomo che aveva sognato era lo stesso di lui, quando aveva la stessa età dei bambini e delle bambine a cui insegnava la grammatica e le favole antiche.

Da quel momento, non vietò mai a nessuno di ballare durante la ricreazione o di ridere a un tono più alto rispetto a quello considerato “normale”. E pure lui, tornando a casa, ripensando alle cose che erano successe da quella notte, riuscì a tornare alla sua infanzia e ai suoi ricordi, senza sentire quei brividi che stavano solo nel volto della vergogna. Di una cosa non si accorse mai. C’era un uomo che lo guardava da lontano, mentre se ne tornava a casa fischiettando allegro. Era lo stesso uomo del suo sogno. Sorrideva bonario. Si allontanò da lui, girando l’angolo ed entrando in uno spazio dimensionale che nelle fiabe può essere lo stesso che porta a Narnia. Lo sconosciuto avrebbe raggiunto il mondo popolato dalle creature fantastiche di un tempo, dove finalmente aveva smesso di nevicare. Dove folletti e fate luminose lo attendevano per festeggiare la nuova primavera a ritmo di ballo. Portando le mani in alto, formando una grande V.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Utero in affitto, cattivi genitori e…”

il “caso Gammy” scuote l’Australia

Siamo alle solite. E il solito prete dalle colonne dell’Huffington Post mette il becco in fatti che non dovrebbero riguardarlo, quali maternità surrogata, genitorialità e autodeterminazione. Ne scrivo sul Fatto Quotidiano, rispondendo a tal Paolo Padrini:

Premesso dunque che si può essere genitori e anche parecchio delinquenti, ci sono almeno due aspetti per me inaccettabili dell’articolo di Padrini. Innanzi tutto, il suo tentativo di partire dall’enormità della mercificazione del corpo femminile (e qui siamo perfettamente d’accordo) per arrivare alla riduzione donna-madre, soprattutto quando dice: “La donna è donna, nella sua integrità, nella sua capacità potenziale di persona integrale, accogliente, sacra. […] L’utero non è uno strumento per la donna, non è un contenitore nel quale si realizzano meccanismi puramente biologici. E la donna non è una produttrice di figli, ma una madre”.

E ancora:

quando si blandisce il criterio di selezione della prole come atto disumano, andrebbe ricordato al sacerdote che la stessa cosa avviene nei confronti dei/lle giovani persone omosessuali e transessuali, che in molti casi – poiché non previste dalla morale comune e imposta dall’alto, Vaticano in primis – vengono cacciate da casa ed esposte a tutti i rischi che una vita senza la protezione della propria famiglia può comportare.

Per il resto, potete leggere il mio articolo sul Fatto on line.

Il caso Meriam e la differenza tra omofobi e attivisti gay

caso Meriam: il problema è l’integralismo religioso

Quando Vladimir Luxuria venne arrestata a Sochi per aver espresso il suo dissenso contro le legge antigay di Vladimir Putin, la nostra diplomazia lavorò per il suo immediato rilascio, in quanto cittadina italiana. Ricordo, come se fosse ieri, le argomentazioni del solito cattolicume omofobo con esternazioni quali “i marò li lasciano marcire in India, la trans se la riportano in casa”, “i veri problemi sono altri”, “chissà se le associazioni gay farebbero lo stesso se ci fosse un cristiano al suo posto” e idiozie simili.

Riguardo al tema della “cristianofobia”, nuovo mito di frange cattoliche estremiste (le stesse che popolano le iniziative di Manif pour Tous e delle Sentinelle in piedi, per capire di cosa stiamo parlando) si è agitato – soprattutto su Twitter e sui social network in genere – una vera e propria strumentalizzazione ideologica, per opposizione. Ma andiamo per ordine.

È di queste ore la notizia che Meriam Isha Ibrahim, sudanese imprigionata e condannata a morte nel suo paese per aver cambiato religione ed essersi convertita al cristianesimo dall’islam, ha raggiunto l’Italia per intercessione del nostro governo. Una missione umanitaria che denuncia la follia dell’integralismo religioso: non si può, nel XXI secolo, rischiare la vita per questioni legate alla fede. Che questa donna sia stata salvata è indubbiamente una buona notizia.

Ritornando alla strumentalizzazione di cui sopra, i vari supporter dei club omofobi hanno sempre usato questo caso da una parte per millantare l’esistenza del fenomeno della “cristianofobia”, che non esiste, e dall’altro per porlo in opposizione all’omofobia, che per loro non esisterebbe. Attraverso la storia di Meriam, questa gente cerca di far passare un messaggio: “i veri problemi sono altri, come le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico, non le richieste assurde dei gay”. Ringraziano, nell’ordine: i musulmani, dipinti tutti come assassini, e le persone LGBT, raccontate come personaggi capricciosi che hanno scarsa aderenza con la realtà. Molto spesso, infine, questo tipo di argomentazioni è supportato dal fatto che le associazioni omosessuali fanno i pride per i loro diritti ma mai manifestano contro questo tipo di violenze (e questa è un’altra bugia).

Se vogliamo vedere le cose come stanno, andrebbe invece detto che:

1. Meriam è stata condannata a morte per apostasia, non perché convertita al cristianesimo, ma perché ha abbandonato l’islam. Se si fosse convertita al buddismo o fosse diventata testimone di Geova avrebbe subito la stessa sorte. Non è scegliere la religione di Gesù il problema, è abbandonare Allah che può essere rischioso in certi contesti

2. il cristianesimo, soprattutto nella lettura che ne fa la chiesa di Roma, per secoli ha imposto lo stesso trattamento agli apostati: in passato se si cambiava religione si moriva. Con la benedizione di questo o quel papa. Va da sé che il problema sta nell’intransigenza religiosa. Per cui, ancora una volta, è un certo modo di intendere la fede il vero problema

3. ancora oggi la chiesa di Roma scomunica chi cambia credo o chi si dichiara ateo. Adesso, se la libertà religiosa è un valore, lo dovrebbe essere per tutti e tutte, a prescindere dal credo che si sceglie di professare. Ma i nostri integralisti cattolici non sembrano scandalizzarsi rispetto alla reazione della propria chiesa rispetto alla libertà di chi decide di seguire un’altra confessione (ragazzi, non sarete un attimo ipocriti?)

4. sulla questione LGBT, legata al caso Meriam: nessuna associazione gay si è ribellata o ha espresso giudizi negativi sul fatto che lo stato italiano si sia interessato a questo caso. A parti invertite, invece, certe realtà integraliste fanno sentire tutto il loro disappunto, come nel caso Luxuria.

Sta qui, credo, la grande differenza tra omofobi/e e attivisti/e LGBT. I primi agitano fantasmi che non esistono e pretendono trattamenti diversi, di fronte a casi analoghi (la violazione delle libertà individuali, nella fattispecie). I secondi, invece, lottano di fronte a discriminazioni reali e, soprattutto, non si ribellano quando la giustizia segue il suo corso.

Personalmente non posso che essere contento che il caso di Meriam si sia risolto nel migliore dei modi. Anche lei, come migliaia di persone LGBT, è stata vittima di un modo sbagliato di intendere e vivere la fede. Non può che avere la solidarietà di chi opera per l’affermazione dell’autodeterminazione dell’individuo.

Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

***

1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

Paura dei sogni?

Ho scritto una lettera al ministro Profumo, lo sapete. L’ho scritta qualche giorno fa. Ed era un grido. Un grido, non certo disperato. Ma pur sempre un grido. Ho ricevuto moltissime visite, molti commenti, tante e-mail. La stragrande maggioranza delle persone è d’accordo con quello che io dico. Molti altri mi dicono che, pur essendo d’accordo, proveranno lo stesso a fare il concorso. Un paio di commenti sono stati di scherno, di rimprovero – per cui sarei un bambino capriccioso a cui hanno rotto il giocattolo –  o di disprezzo – considerandomi, addirittura, un fallito.

Ho semplicemente detto, e credo che chiunque sappia leggere possa riscontrarlo in modo sereno e limpido, che avevo un sogno e che scelte politiche scellerate lo hanno trasformato in qualcosa in cui non mi riconosco più. È forse un male denunciare questo stato di cose?

Ho anche detto che il mestiere che faccio adesso – l’insegnante alle medie – non mi assomiglia, non mi rende felice. Poi, ed è sempre scritto lì, nero su bianco, massima stima per chi fa questo lavoro, perché è difficile e duro.

Credo, ancora, di svolgere bene il mio lavoro, perché anche se non mi piace, faccio l’interesse esclusivo dei miei allievi e delle mie allieve. Le persone di cui sopra hanno invece messo in forse la mia professionalità, giustificando il mio successo didattico come mera fortuna o fortuito caso.

Eppure io ho solo detto che il punto a cui siamo arrivati non mi piace, che lo Stato – con questo concorso – sta compiendo l’ennesima ingiustizia ai danni del mondo della scuola e che, stanco di tutto ciò, proverò anche altre strade. È forse un crimine, il mio?

Mi chiedo perché la gente abbia così paura del fatto che qualcun altro possa sentirsi libero e inseguire i suoi sogni. Io rispetto sempre le aspirazioni e le ambizioni degli altri, anche quando le sento distanti anni luce dalle mie.

A quelle persone – non so se buone a criticare in modo rancoroso o forse, più semplicemente, incapaci di leggere un testo per quello che è – dedico una canzone, Your woman, il cui video è indicativo del concetto di libertà e, soprattutto, di libertà di scelta.

Amori imprevisti

Credo che l’essere gay dovrebbe averci insegnato che esistono tipi molteplici di relazioni, amori e affetti. Molti di questi fuggono alla norma e per tale ragione vengono discriminati e offesi. Perché sono amori imprevisti…

Noi non abbiamo diritto di parola sull’affettività degli altri, ma dovremmo riservare per essa, invece, un’operazione di rispetto delle scelte, nel nome del principio di autodeterminazione. Perché se noi per primi diciamo a qualcuno che il suo modo di amare è sbagliato, poi qualcun altro potrebbe dirlo a noi. E lì, come faremmo a dargli torto?

(Riflessione a margine di un discorso sulla differenza d’età – più di trent’anni – tra un noto personaggio dello spettacolo e il suo compagno).