In balìa dell’attesa

12032869_10153067593900703_5632808481654807890_oOgni tanto mi succede di perdermi. Tra i vicoli, i pensieri e i ricordi. Diventano un tutt’uno. Una curva spazio-temporale tra ciò che è stato e quello che ancora cerchi di provare ad essere. E guardi gli studenti, che hanno caliato la scuola. Da noi si dice così, caliare. La calia. Le sementi che compri alle feste del paese, i ceci tostati, insieme ai semi di zucca. Piccoli, bianchi e polverosi. In passato, quando i miei genitori erano ragazzi e forse pure prima, si “marinava” la scuola per andare a comprar la calia ed è rimasto così nell’uso di oggi. E li guardi, dicevo, e pensi a quel tempo, quando eri tu al loro posto, lo vedi dietro gli angoli di pietra al centro della città, sotto un sole che ha spodestato ogni inverno. E cambi i tuoi pensieri, sai che quello verrà all’improvviso a reclamare il suo regno, e infurierà le onde, renderà livido il cielo e violente le nuvole. Sarà tutto grigio e bellissimo. Sai che ti innamorerai ancora di quel freddo pungente e marino, e di nuovo riemergono i ricordi di allora, quando con Angela andavi al mare, nelle stesse spiagge popolate in estate e poi vuote, con la malinconia della vita che passa a farti compagnia. E poi di nuovo c’è il sole di adesso, i turisti tedeschi, le occupazioni del giorno, le strade quasi vuote, la calma di ottobre. Pensi a quanto è lontana Roma, da tutto questo. Pensi a quanto sia cambiata la città. Bianca – il panificio del centro che faceva le pizze alte due centimetri, sudate d’olio, con la pasta dolce e il formaggio sopra che a vederlo sembrava neve di latte – non c’è più. Hanno aperto una tabaccheria. O forse quel posto dove ora vendono i ghiaccioli, fuori stagione (anche se qui è sempre tempo, in verità). Non ricordo nemmeno più dove stava. La memoria si sbriciola sotto i colpi dell’oblio, come il sole consuma i palazzi e polverizza gli gnomi scolpiti agli angoli delle strade, per proteggerle dagli spiriti maligni, mi spiegarono un tempo.

E passeggio ancora, tra gli zampilli su Artemide (la chiamano Diana, ma qui è sempre stata Artemide, ai tempi che furono) il cielo turchese, il caldo al quale ti stai disabituando perché a ben pensarci, l’autunno in Sicilia è una primavera distratta e un po’ malinconica. E i volti che riaffiorano, per strada e tra i ricordi. E poi il ponte, pochi metri su un braccio di mare che separano Ortigia, “lo scoglio”, il centro storico per capirsi, dal resto dell’isola. Una barca dondola sull’acqua verde, abbandonata da un pescatore che chissà dov’è, se è vivo, se l’ha messa lì per far da cornice, insieme alle altre, e creare l’ennesima illusione per turisti. Chissà. In balìa dell’attesa, del cielo che si travestirà di tempesta, delle cose che morranno di fronte ai nostri occhi e lasceranno al tempo il tempo di continuare come è sempre stato. Fino quando verrà il nostro turno. Perché è così e non può essere altrimenti.

E così torno a casa, è ora di pranzo. So già che mangerò cose buone.

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In sospeso

Le attese. Non mi sono mai piaciute. Perché io non sono bravo ad aspettare ed è solo un retaggio adolescenziale. Ho atteso troppo nella mia vita e adesso, nonostante tutto il credito che posso dare alla ragione, non sono più disposto ad aspettare. Non a prezzo della sospensione.

Rimanere in sospeso significa non vivere. Significa rimanere fermi in un punto solo, mentre la vita scorre ai lati. E mi sembra di perderla: in tre parole, di non essere.

E poi c’è anche la questione linguistica. Perché in spagnolo, ad esempio, aspettare si dice esperar. E la speranza, a ben vedere, è una forma di attesa. O viceversa. E vivere sperando, appunto, non è vivere. È scrutare la propria esperienza nel mondo, in funzione di qualcosa che potrebbe anche non accadere.

E questo, appunto, mi logora. Solo una cosa, adesso, ammetto che possa passare nel fluire di questi secondi inverosimili. L’effetto di una birra, a stomaco vuoto, che fa divenire i pensieri più veloci delle mie dita sui tasti.

Chi vuol esser lieto…

Non si tratta di attesa.

Quello che mi attraversa in questi giorni d’estate non è la speranza di qualcosa di nuovo. Non sento l’esigenza di qualcosa che mi stupisca. Va bene tutto così com’è. E non perché così com’è va poi così bene. Ma ho soltanto deciso di non aspettare. Basta sprecare energie. Basta restare in sospeso, confidando in una risposta, in uno sguardo.

A volte succede che, in una scala di priorità, decidi di tenerti accanto te stesso. Nel nuovo equilibrio che nasce ti fai bastare l’orizzonte del mare, in lontananza, il cantare giusto quelle canzoni e la danza delle tende con la stessa complicità di un vento che ti culla nell’amaca in balcone. E la sufficienza di tutto questo non è un esercizio di volontà, un adagiarsi sulla mediocrità dovuta all’impotenza. È, più semplicemente, uno stato dell’anima che arriva, addirittura, a renderti felice.

Scegliere se stessi, accogliere chi ha qualcosa da raccontarti per poi sapere ascoltare, confrontare opinioni nella scoperta del sapore nascosto della curcuma, ripensando con gratitudine a qualche sguardo fuggevole, acerbo, che ti accarezza con benevolenza.

Per adesso si va avanti così. Di doman, si sa, non c’è certezza. E sti cazzi.