Nassirya come Salò

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Molto velocemente: premesso che la storia di commemorare anche l’attentatore di Nassirya mi pare l’ennesima cazzata a cinque stelle, vi faccio notare che la boutade della deputata grillina Emanuela Corda segue la stessa filosofia di Pd e PdL nell’equiparare Resistenza e fascisti.

Così, per dire.

La memoria degli eroi. Con particolare riferimento a Giovanni Falcone

Fabrizio Quattrocchi venne ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi, le cosiddette “Brigate Verdi”, un gruppo armato vicino al regime, nell’ormai lontano 2004. Prima di essere giustiziato disse, togliendosi il cappuccio: «adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Per questa frase venne considerato un eroe. In Iraq svolgeva mansione di security. Per tale ragione la magistratura indagò per accertare l’eventualità di arruolamento mercenario presso uno stato estero, accusa che poi decadde.

La parola “eroe” si è scomodata, ancora, per tutte quelle vittime, sempre in Iraq come in Afghanistan, per i soldati uccisi dagli attacchi dei ribelli. A cominciare da quello di Nassiriya.

I ragazzi e gli uomini morti in medio-oriente sono sicuramente delle vittime, soprattutto di una guerra portata avanti per interessi internazionali, tra cui anche quelli italiani. Non credo, dunque, che si possa parlare di eroi, almeno nel senso classico del termine.

E attenzione: dico questo perché considerare tutti questi morti per quello che sono stati, persone sicuramente degnissime, a cui va concesso il rispetto più assoluto, mandate al fronte per ragioni varie e per interessi specifici – sulla legittimità di questi si può concordare o meno, naturalmente – significa rendere giusta memoria alle loro vite, senza invischiarle nella retorica di guerra, sempre odiosa, che sublima un destino ingrato confondendolo con i più alti valori.

Fossi io uno di loro, in altre parole, non gradirei che si usasse il mio cadavere per giustificare, da parte dei politici, una ragion di stato di cui non essere poi così orgogliosi.

Ho fatto questa lunga premessa perché oggi ricorre il ventennale della morte, nell’attentato di Capaci, del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, costituita da Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Queste persone hanno sacrificato le loro vite, senza un tornaconto personale, per il bene collettivo: rendere il paese più libero, più giusto, e per non farlo cadere in mano alle forze del male.

Quest’ultima definizione coincide maggiormente con il significato di eroe. E dovremmo ricordarlo più spesso. Noi siamo un popolo che si entusiasma, invece, per entrare in un sistema valoriale, per la morte di soldati mandati a morire a pagamento. Quando i valori non c’entrano, dietro il pallone di un calciatore miliardario o all’ombra del bikini di una velina.

E una nazione che ha punti di riferimento così disomogenei, mi chiedo, sta andando nella direzione del proprio futuro?

Bombe alla scuola di Brindisi: solo rabbia e dolore

«A quanto pare gli ordigni – sarebbero tre – sono stati collocati su un muretto vicino a una scuola. I ragazzi sarebbero rimasti feriti mentre passavano di lì e stavano entrando per le lezioni.»

«Secondo la Protezione civile una studentessa è morta e altri sette ragazzi sono rimasti feriti – un altro sarebbe in pericolo di vita…»

«Centinaia di studenti sono ammassati dietro alle transenne e altri sono andati in ospedale. La notizia della morte della ragazza è stata confermata anche dal pronto soccorso, dove gli studenti sono scoppiati in lacrime. Tanti anche i genitori che sono arrivati sul posto e cercano i figli.»

«IL NOME DELLA VITTIMA È MELISSA BASSI, 16 ANNI.»

«Stavo aprendo la finestra e la deflagrazione mi è’ arrivata addosso. Ho visto i ragazzi a terra, tutti neri, i libri erano in fiamme. Una scena terrificante. Sono ragazzini, chi è che ha potuto fare una cosa simile?»

«Quello che si vede fuori dall’istituto è impressionante – prosegue il preside – ci sono quaderni zuppi di sangue, brandelli di oggetti. L’esplosione l’hanno sentita in tutta Brindisi, non era certo una azione dimostrativa.»

«È stato fatto per uccidere…»

«La scuola Morvillo Falcone aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità»

«La studentessa, gravemente ferita, Veronica Capodieci, è ancora nella sala operatoria del quinto piano dell’ospedale brindisino. Le sue condizioni sono disperate.»

Fonte: Repubblica

(non riesco a trovare parole. Le cose accadute sono più forti, purtroppo, di ogni cosa che potrebbe essere aggiunta)

Identikit dell’attentatore di Oslo. Praticamente un leghista

Da Repubblica on line:

“Single, cristiano, conservatore e anti-islamico” è questo il profilo che tracciava di se stesso Anders Behring Breivik, il 32enne arrestato dalla polizia norvegese e sospettato del doppio attacco che ieri, sull’isola di Utoya e a Oslo, ha causato 91 morti.

La visione di una società chiusa in se stessa, che vede il nemico nello straniero, di “razza” e religione diversa.
Il riconoscere nell’islam il nemico specifico.
Considerare la rovina per il paese (o una parte di esso) chi auspica e opera politiche di integrazione.

Dettami che richiamano il programma politico della Lega Nord in Italia, a ben vedere.

Ovviamente non voglio affermare (né lo penso) che il militante leghista medio sia capace di stragi simili. La differenza tra Anders Behring Breivik e un “padano” qualsiasi sta esattamente in ciò che distingue la tragedia dalla farsa. Ma a ben vedere, quando entrambe si fanno politica – nella versione dell’estremismo e dell’integralismo, di matrice eversiva o di governo – a farne le spese sono le vite degli altri. In un modo o nell’altro.

I recenti fatti di Oslo, in buona sostanza, dimostrano che una visione di società di uguali basata sul mito della “razza” e della “religio” è un modello già bocciato dalla storia. Il perpetuarsi di tali ideali porta agli eccessi che ci fanno (o dovrebbero farci) inorridire, si chiamino essi attentati o respingimenti.

L’idea di una società basata su valori squisitamente cristiani e di specificità etnica – il modello di partiti quali anche l’UdC, in una certa misura, oltre che la Lega, in Italia – se portata alle estreme conseguenze porta al disastro.

Questa storia ci insegna che l’estremismo, di matrice etnico e/o religiosa, non conduce alla felicità e al rispetto della vita umana, alla sua autodeterminazione, alla sua realizzazione. Ancora una volta la cultura di morte che certo integralismo addita alle società laiche – come quella norvegese – va ascritta, invece, a una visione confessionale della società.

Sulla sua pagina Twitter, lo scorso 17 luglio, Breivik ha postato una citazione del filosofo inglese, John Stuart Mill: “Una persona con un credo ha altrettanta forza di 100.000 persone che non hanno interessi”. Se i sospetti della polizia verranno confermati, il “credo” di Breivik ha lasciato dietro di sè, per ora, 91 corpi senza vita.

Non ho altro da aggiungere.