Gay in TV: suore e soubrette all’arrembaggio

Ho visto la puntata speciale del programma di Lucia Annunziata, riguardo al tema dell’omofobia. Per chi non lo avesse visto, può andare sul link del podcast. La parte riguardante i gay comincia dal minuto 31.

Al di là di questi dettagli tecnici, dico subito che il programma mi ha lasciato abbastanza indifferente. Le cose dette dai rappresentanti delle associazioni erano abbastanza condivisibili. La conduttrice si è attenuta a una scaletta politicamente corretta, non arretrando dalle sue posizioni – con diversi ammiccamenti alla sua stessa infelicissima battuta, a Dalla e alla sua omosessualità mai pubblicamente dichiarata – senza mai entrare davvero nel cuore del problema ovvero la mancanza di diritti a parità di doveri, affrontata, ma di fretta, da Paola Concia e gli altri ospiti.

Mentre questo avveniva, ai funerali di Dalla, Marco Alemanno dava il suo tributo all’amico, artista e maestro manifestando un dolore tale che in molti hanno pensato a un sentimento più forte dell’amicizia sostenuta e “benedetta” niente di meno che da Pierferdinando Casini (ma di questo parlerò domani su Gay’s Anatomy).

A Così è la vita, invece, si interveniva sempre sulla tematica gay chiamando quelli che in RAI pensano essere gli esperti del settore: esponenti della chiesa. Una suora, interpellata da Lorella Cuccarini, ha chiosato:

Non è un fatto naturale; è una scelta che può essere indotta da attegiamenti della famiglia; è una trasgressione assoluta.

E siccome le disgrazie non arrivano mai da sole, la conduttrice, già non nuova a squallide posizioni in merito, ha difeso il “diritto” della suora di offendere milioni di persone LGBT.

Chiederei alla religiosa cosa ne sa lei di trasgressioni declinate nel loro valore più estremo: sarebbe interessante avere una posizione da parte di chi vive la propria esperienza terrena lontana dal mondo dei fatti reali, a cominciare dall’esercizio della sessualità.

Ma non è nemmeno quest’ennesimo scempio alla conoscenza che mi fa specie. Viviamo in Italia, un paese che, contrariamente a quanto detto dai rappresentanti delle associazioni LGBT, è omofobo. Esattamente come l’America degli anni cinquanta era razzista e come la Germania degli anni trenta era antisemita.

Suore e soubrette che sproloquiano di ciò che non sanno è il segno forse tragicomico dell’assurdità del presente.

La cosa che mi fa riflettere è che si è riprodotto in uno studio televisivo ciò che Annunziata ipotizzava a Servizio Pubblico. Una persona ha riproposto un luogo comune, offensivo, su una minoranza. La conduttrice di Così è la vita ha messo in pratica quanto asserito dalla sua collega di In 1/2 h: ha difeso, cioè, il diritto di dire scempiaggini, alimentando ignoranza e pregiudizio.

Ne consegue che chi non si è indignato per le parole della ex presidente della RAI da Santoro adesso dovrebbe difendere, a spada tratta, il diritto della suora di dire che siamo sostanzialmente maiali.

È la libertà di pensiero e di parola. Ci piaccia o no.

Concludo questo post riportando un tweet di Daniele Nardini che sintetizza bene la giornata televisiva di ieri:

Cuccarini su trasgressione, Casini su Dalla, Annunziata che non si scusa. Un week end così non lo ricordavo dai tempi del governo Santanché.

Concorderete sull’efficacia della sintesi.

Pensieri sparsi sulla bocciatura della legge antiomofobia

La bocciatura della legge sull’omofobia e sulla transfobia non deve sorprendere nessuno. Questo parlamento è composto, dobbiamo ricordarlo, da una banda di nominati che hanno a cuore due questioni: il mantenimento dei privilegi di specifici attori sociali (da parte di UdC e Lega, in particolare) e la tutela a spada tratta delle sorti giudiziarie del premier (la ragion d’essere del PdL).

In tale contesto tutto italiano – per di più aggravato dalla tara della natura politica del governo in carica e di buona parte delle opposizioni – devono stupire, semmai, provvedimenti presi a beneficio della collettività al di là di ideologie settarie.

Ciò che è successo ai danni della comunità GLBT è oggettivamente grave. Questo parlamento non è in grado di elaborare neppure una legge per lo più simbolica, o per malafede dei nostri parlamentari, o per manifesta omofobia, o per inadeguatezza politica degli stessi nei confronti dei tempi moderni.

Per Buttiglione, Lussana, Pecorella e i rispettivi partiti di riferimento – in realtà motori e produttori di omofobia e transfobia e relative discriminazioni – a parole grave è ogni aggressione ai danni di un gay. Nei fatti nulla si fa per mandare segnali concreti al paese. E i simboli, a volte, servono anche a questo.

Eppure, anche in questa orribile vicenda, ci sono alcuni aspetti positivi che non possono essere taciuti.

In primo luogo: la discussione sulla legge ha permesso alla questione omosessuale di essere ancora presente sui giornali, nonostante la catastrofe dei DiCo che sembrava aver cancellato l’argomento dalle agende politiche dei partiti e dalle prime pagine dei giornali. Onore all’onorevole Concia per aver determinato l’attenzione sull’argomento.

In secundis: i partiti, che oggi si dicono sconcertati e sconvolti dal voto della maggioranza e dell’UdC, dovranno dimostrare coi fatti la loro apertura verso la questione omosessuale. Questa critica va rivolta, in particolar modo, al partito democratico per le ragioni che tutti sappiamo.

Ancora: si apre la questione delle alleanze. Il voto di ieri ha permesso alle sinistre, interne ed esterne ai vari partiti presenti in parlamento, di chiedere la testa di Casini e dei suoi scagnozzi. Un partito di sinistra, moderno, europeo e riformista, non può allearsi con estremisti cattolici, integralisti e palesemente omofobi. Ne vale, come dice giustamente Marino, non solo la credibilità sul piano della politica contingente ma anche su quello dell’idea di società.

Infine: quest’ennesima sconfitta dimostra che la politica delle mediazioni al ribasso è assolutamente fallimentare. Dai PaCS si è passati ai DiCo e poi al nulla. Dal reato di omofobia si è passati alle attenuanti generiche e, di nuovo, al nulla. La comunità GLBT, interna ed esterna ai partiti, deve lavorare per richiedere, in modo unitario e inequivocabile, il massimo su ogni questione. Chiedere 100 per ottenere almeno 50. È sempre qualcosa in più dello zero attuale.

A tutto questo si aggiungano due critiche.

La prima, per di più feroce, va rivolta alle associazioni di settore. Ieri, di fronte a Montecitorio, poche decine di manifestanti. Un provvedimento così importante, su cui si lavora ormai da diversi anni, avrebbe dovuto riempire la piazza. Occorreva preparazione, dedizione, spirito di sacrificio. Per il momento, non mi pare si sia andati oltre a generiche minacce di outing peraltro ancora inapplicate. La politica GLBT rifletta, e seriamente, sulla propria inconsistenza.

La seconda, amara, alla componente eterosessuale della popolazione, dei movimenti, dei partiti, della cosiddetta società civile. Tolti pochi casi, si ha l’impressione che anche da quelle file ci sia una solidarietà più sbandierata, tramite comodi comunicati, che dimostrata. Salvo poi accorgersi, possibilmente davanti una telecamera, che i gay esistono quando vengono accoltellati.

Si è capaci di fare manifestazioni interassociative per i precari, le donne offese dal premier, i diritti dei lavoratori. A queste manifestazioni il mondo gay partecipa. Sempre. Sarebbe bello che venisse restituito il favore. Fosse non altro per dare prova che si è davvero diversi da chi è culturalmente più vicino a Svastichella che a Obama.

Contro natura

Prove di dialogo tra Bersani e Vendola. Il leader carismatico della sinistra progressista e il segretario del partito democratico avrebbero stipulato un patto per «l’avvio di un cantiere per individuare la proposta alternativa alla destra e di cambiamento che il centrosinistra può offrire al Paese». Il che è un bene, perché può portare quel partito ad avere una maggiore identità di sinistra.

Tuttavia, nell’articolo dell’Unità in cui si parla di questo accordo, si ipotizza l’estensione dell’alleanza all’UdC. E qui la buona notizia, l’asse tra Bersani e Vendola, si trasforma in un incubo: il ritorno nel centro-sinistra, oggi più che mai col trattino, di persone come la Binetti e Buttiglione.

Va da sé che, come cittadino gay, non mi sento tutelato. Anzi, posso dire tranquillamente di sentirmi minacciato da questo scenario. Provvedimenti importanti come la tutela e il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, l’equiparazione tra queste e quelle sposate, la legge contro l’omo-transfobia, la tutela della laicità delle istituzioni sarebbero messe in grave pericolo dalla presenza dell’UdC in un futuro governo di centro-sinistra.

Le associazioni GLBT dovrebbero far fronte comune e far passare il seguente messaggio, ai vendoliani e ai piddini: se volete il nostro voto o obbligate l’UDC ad aprire su temi specifici o rinunciate, in alternativa, all’alleanza con Casini.

Se poi pd e SEL dovessero rinunciare al voto di milioni di persone GLBT e dovessero, di conseguenza, perdere le elezioni per assicurarsi la vicinanza degli integralisti cattolici – la cui base andrà comunque a votare il PdL – si assumeranno tutta la responsabilità dei loro atti scellerati.

Sarebbe ora certi leader di partito che lo capissero sin d’ora.

Roma Pride 2010: perché io andrei

Non andrò al Pride di Roma, quest’anno, solo perché non sarò fisicamente in città. Fossi rimasto nella capitale, invece, sarei andato per una serie di ragioni. E credo che tali ragioni dovrebbero essere le stesse di chi dice di avere a cuore la questione GLBT.

Innanzi tutto perché occorre dare un segnale politico al comitato Roma Pride. Nella querelle che vede due fazioni contrapposte, quelli che organizzano e quelli che non andranno, mi sento ideologicamente più vicino a chi nutre perplessità rispetto ala gestione del pride. Tuttavia, come ho già scritto in precedenza, la scelta aventiniana del Mieli e dell’ala antagonista, è semplicemente sterile.

Dichiarare che non si va non è un atto politico, ma semplicemente identitario che con la questione dei diritti e della dignità del popolo rainbow non ha niente a che vedere. Adesso, è legittimo che non ci si senta rappresentati da Marrazzo e dalla Battaglia ma proprio per questo occorreva stilare un documento critico di partecipazione. Occorreva andare per dire che il comitato ha organizzato sì l’evento, ma che l’evento non è di proprietà di Arcigay Roma o del DGP. È di chi vi partecipa. E se io partecipo – con una piattaforma politica di spessore che parla di dignità, di laicità, di liberazione – aggiungo, con la mia presenza, un valore a una manifestazione presentata in modo annacquato: basta vedere lo slogan e il video di presentazione che svilisce il senso del pride in questione.

In altre parole: portare un valore che altrimenti non ci sarà. Perché non c’è. La partecipazione fa la differenza. La partecipazione sotto un’insegna di associazioni e realtà che fanno la differenza – politica prima di ogni altra cosa – avrebbe avuto un valore ancora maggiore. Il pride, d’altronde, non è la celebrazione delle differenze?

Ancora, occorreva andare per dare segnale di unità alla cittadinanza. Sabato a Roma ci sarà un corteo che vedrà il movimento GLBT ancora più diviso e fragile e questo avrà una ricaduta negativa per tutte e tutti. Un corteo più partecipato, anche se diviso tra schieramenti legati a documenti politici diversi, avrebbe dato un altro segnale: forse non si è d’accordo su come gestire una manifestazione, ma il bene ultimo è più importante della guerra fra fazioni. Ammesso che il bene ultimo sia davvero la cosa più importante. Anche più importante dell’identità, molto spesso ridotta solo a mero logo.

Dulcis in fundo: il rischio di una sconfitta totale è dietro l’angolo. Se sabato le cose andranno bene, sarà il successo di una parte, agli occhi dei media e del mondo politico. Se le cose andranno male, invece, sarà il segno evidente della debolezza del mondo GLBT nel suo insieme. Nel primo caso, la frattura dentro il movimento sarà ancora più insanabile perché i “vincitori” di una gara di cui si faceva volentieri a meno avranno un peso contrattuale che faranno valere in un futuro tavolo di trattative. Nel secondo, a essere sconfitta sarà la comunità, rea e responsabile di non avere interlocutori politici adeguati nei confronti della società civile e della politica di palazzo.

Le conseguenze sul piano pratico sono tanto facilmente prevedibili quanto pesanti.

I partiti ci vedranno come le grandi potenze europee vedevano gli staterelli italiani da medio evo in poi: piccoli, troppi, troppo litigiosi e, dunque, facilmente attaccabili. In virtù di quale forza potremo chiedere una legge contro l’omofobia o addirittura diritti per le coppie di fatto, per tacere del matrimonio, se non siamo una forza?

Gli svastichella di turno, intanto, avranno man facile a continuare ad aggredirci. Tanto sono soli, penseranno, chi li difende? Tra di loro si scannano e lo stato, in virtù di questo, non ha interesse a tutelarli. Questo penseranno e noi diventeremo carne da macello. A dispetto delle nostre splendide identità. Sia che esse stiano a destra, a sinistra o, come temo stia accadendo, nell’abisso in cui stiamo sprofondando. Tutte e tutti, indistintamente.

Napolitano incontra le associazioni GLBT

A quanto pare anche le buone notizie non arrivano mai da sole. Dopo la messa la bando delle terapie riparative da parte degli ordini degli psicologi, leggo oggi sul profilo personale di Paola Concia che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riceverà le associazioni GLBT in occasione della Giornata Internazionale contro l’omofobia, il 17 maggio.

«È particolarmente importante che in questa fase estremamente difficile per il nostro Paese, le massime istituzioni italiane celebrino per la prima volta la Giornata Internazionale contro l’Omofobia insieme alle associazioni impegnate per la piena affermazione dei diritti civili» dichiara l’onorevole Concia e credo che si possa condividere serenamente le sue posizioni.

Ottima, per altro, l’apertura da parte di un presidente la cui azione è piuttosto controversa, tentennante e a volte anche poco coraggiosa. Penso sia comunque importante che le istituzioni si aprano al cambiamento e al miglioramento della democrazia. Nella speranza che la delegazione ricevuta dal presidente non sia composta dai soliti quattro, ma sia rappresentativa delle diverse anime del movimento, da quelle che si riconoscono in Arcigay a quelle facente parti dell’associazionismo indipendente.

Zanardi interrompa lo sciopero della fame. E le associazioni GLBT facciano qualcosa!

Oggi ho ricevuto un’email in cui mi si informava che Francesco Zanardi – che assieme al suo compagno Manuel Incorvaia ha intrapreso lo sciopero della fame per la calendarizzazione alla Camera di una legge sul matrimonio gay o sul riconoscimento delle coppie di fatto – ieri notte si è sentito molto male a causa della protesta intrapresa.

Credo sia arrivato il momento che questo atto di lotta estrema venga definitivamente interrotto. La situazione politica attuale sta reagendo con un sostanziale menefreghismo nei confronti del gesto – sicuramente coraggioso, ma estremo – di Francesco. Non abbiamo bisogno di martiri, non abbiamo bisogno di un secondo caso Ormando. Francesco ha il dovere morale, nei confronti del suo compagno, di continuare a stargli accanto in salute e, nei confronti di se stesso, di sopravvivere.

Se posso dire la mia io di fronte all’indifferenza o all’empasse della maggior parte delle associazioni da una parte e di fronte a un gesto estremo dall’altra, proporrei una via alternativa e propositiva che:

I. denunci lo stato della mancanza di qualsiasi tutela in Italia per le persone GLBT, contrariamente agli stessi principi fondamentali della Costituzione;

II. chieda ufficialmente a Francesco Zanardi di interrompere lo sciopero della fame e di spostare la protesta su un piano di azione politica non meramente dimostrativa;

III. istituisca in ogni regione d’Italia un tavolo permanente di lavoro con giuristi, rappresentanti delle associazioni, militanti e semplici cittadini/e GLBT e non, per la redazione di proposte di leggi popolari sulle coppie di fatto da presentare al parlamento e alle amministrazioni locali. La legge nazionale può avere due stesure: una che comprende la parola “matrimonio” una che non la comprende ma offre un corredo quanto più ampio di diritti analogo a quello delle coppie sposate. La legge da presentare al parlamento dovrà essere, per forza di cose, diversa da quella che deve essere proposta alle amministrazioni locali che dovrà avere come fine l’istituzione dei registri delle unioni civili;

IV. scritto il testo, tutte le associazioni – piccole e grandi, congiuntamente – dovrebbero poi cominciare a raccogliere le firme per poterlo presentare agli organi competenti. Onde evitare primadonnismi, colpi di mano e assalti alla diligenza, si dovrebbe creare un comitato d’azione con un simbolo unico (possibilmente in rainbow) e un nome condiviso in cui far confluire tutto il movimento GLBT interessato alla creazione di una legislazione per le famiglie (anche) gay e lesbiche.

Ai prossimi Pride, o all’inizio delle prossime iniziative invernali, si potrebbe arrivare con tale iniziativa da presentare alla nostra comunità anche per far capire che siamo presenti sul territorio in modo concreto e, qualora possibile, unitario. E il sacrificio di Francesco Zanardi sarebbe così il trampolino di lancio dell’unità del movimento attorno a un progetto concreto e condiviso.