Proprio dietro dove vive la felicità (o della fine e l’inizio)

3E arrivati a questo punto della storia.

Porterò con me i viali notturni di Berlino e il sole trasversale delle strade di Lisbona, in quella curva dietro una collina abitata, proprio dietro dove vive la felicità, anche se per pochi giorni, quella al sapore delle ciliegie o dei passi nudi sui pavimenti di legno.

Lascerò alle mie spalle chi ha bisogno del rancore, la morte senza una pagina bianca da lasciare a chi viene dopo, l’ingratitudine senza intelligenza (non che quella popolata dall’intelletto sia una risorsa, ma la stupidità aggiunge disvalore alla cosa), il dar se stessi e poi smarrirsi, il non riconoscersi nei propri giorni, nelle scelte che fai.

Metterò in valigia la consapevolezza che la vita è il solo modo per coprirsi di foglie (cit.) e che se lasciamo che a scegliere per noi stessi sia il mondo, in tutto o in parte, non abbiamo bisogno di altre facoltà oltre quella di imitare scimmie (semicit.) o altro animale, a scelta.

Sbaglierò sempre per conto mio.

E non mi trascinerete mai, mai, nell’infelicità che volete per me.

Non avrò paura della solitudine, dei mattini gelidi in un luogo lontano, delle parole che non si riconoscono, anche se mentre ci penso e lo scrivo, al suono invisibile della mia voce interiore, un po’ di paura a ben guardare c’è.

Prometto che cercherò di accoglierti, ammesso che esisti. Ma se non ci riesco, non farmene una colpa.

Rivedrò i palazzi medievali tra gli Appennini, le torri che pendono ai bordi del fiume e mi lascerò dondolare dai flutti indolenti.

Non cercherò di tenere accanto chi già, a modo suo, ha deciso di andarsene. Io sono qui e non mi muovo, se non per volare. Il cielo è abbastanza grande per incontrarsi ancora. E per esser chiari fino alla fine, ci sarà sempre spazio per chi mi vuole bene davvero.

Farò tesoro delle mie parole, in attesa di trasformarle in realtà. Nel frattempo, non avrò vergogna dei miei capelli arruffati, dei jeans stretti, dell’inadeguatezza dentro i discorsi lasciati a metà, del sentirsi fuori posto. Non avrò vergogna della mia commozione di fronte alla bellezza di bambini e bambine che cantano in coro, come le stelle del mattino.

Ci sarò io, insomma, in quell’angolo oltre la nebbia o nell’incedere del tempo, distratto dal vivere e dal non ricordare chi si è davvero. Sarà possibile cadere,  leccare il sangue e il suo sapore di sale e ferro. Lo so già. E servirà coraggio per tornare alla realtà delle nuvole. Perché non c’è alternativa, a questo.

(Con l’augurio che ogni fine sia solo l’inizio)

***

On air

2Maria Salvador, J-Ax feat. Il Cile (per l’indiscutibile anelito di leggerezza)
Roma-Bangkok, Baby K e Giusy Ferreri (un po’ come sopra, ma con la voglia di andarsene in giro)
Young and beautiful, Lana del Rey (che sai, lo spleen…)
Due respiri, Chiara (quando un attimo ci credi)
Senza fare sul serio, Malika Ayane (per quando hai voglia di ridurre tutto ad un giorno di sole)
Chez Keith et Anita, Carla Bruni (perché è così che penso alla mia vita, in un giorno in cui hai amici a casa)
Ottobre, Carmen Consoli (perché anch’io a un certo punto ho deciso di preferire l’inferno, fosse stato il prezzo della libertà)
Ding dong song, Gunther & The Sunshine Girls (perché è bello riderci su)
Siamo uguali, Lorenzo Fragola (sempre perché a volte hai voglia di innamorarti)
All the right moves, One Republic (perché ti ho voluto bene davvero, F., e te ne voglio ancora e lo sai)
La vita com’è, Max Gazzè (perché canta un po’ la vita che voglio).

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Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Il percorso

Oggi ho capito che la mia dimensione totalizzante, nel senso di approccio pieno a un’autodefinizione della propria identità, sta nella ricerca militante. Nel produrre cultura per cambiare questa società. Credo sia questo il mio destino. E per questo, ogni strada alternativa diventa deviante rispetto al mio io. Dovrò lavorare perché il sogno diventi la mia quotidianità.

Adesso io non so se è un destino eroico quello di chi per assomigliare all’idea che ha di se stesso, e quindi per essere autentico, deve passare attraverso il sacrificio o se tale valutazione è un retaggio di una cultura millenaria, di tipo “cristiano”, per cui ci aspetta un premio finale dopo un percorso di accidenti e di riconsiderazioni. Io propendo per l’idea che bisogna essere felici ogni adesso possibile, per quanto possibile, per vivere la propria vita dentro l’ambito della piena dignità.

Eppure, per adesso, mi conforta il fatto di avere ritrovato una direzione, qualcosa in cui credere. Anche perché ho letto da qualche parte, in un luogo tra i più improbabili, che l’essere umano è l’unica specie incapace di fare qualcosa se non ci crede davvero.

Io ho trovato una strada. E qualcosa in cui credere. Adesso devo trovare la forza e il coraggio. Ed è difficile, perché il rischio è il fallimento. Ma almeno potrò dire di non aver gettato la spugna. Almeno quello.

Cambiare direzione

Riflessioni del giorno, scaturite da chiacchiere casuali con persone che chiedevano lumi sulla mia identità.

Insegnante e docente sono sinonimi. Essere qualcosa e fare qualcosa sono due cose diverse. Io non sono un insegnante. Lo faccio.

E ho capito che non voglio più insegnare semplicemente perché io non voglio essere un modello per nessuno. Propendo, invece, per un più sano individualismo.

Pur tuttavia: fare a lungo qualcosa in cui non ti riconosci rischia, col tempo, per farti essere quella cosa lì. E questo può portare a snaturare sogni, aspirazioni, identità intere.

Ergo: devo cambiare direzione. Prima che sia troppo tardi.

Pars destruens

Buoni propositi per le prossime quarantotto ore.
Imparare a non avere più vergogna delle mie fragilità.
E a chiedere più affetto, se necessario.

Poi, ovviamente, c’è anche la pars destruens.
Lavoro, salute, amore…
Mai più scuola.
Pompe col preservativo.
Parole a un unico grado di interpretazione. Perché se dici che mi ami, vorrà dire che mi ami. Da lì in giù, insomma…

Non penso di chiedere troppo. Penso solo di chiedere tutto. A trentanove anni è un mio diritto.

E se è per questo, sono uno di quelli che delle Quattro stagioni di Vivaldi ama l’inverno. Ma poi, nella vita, là fuori, preferisce i mesi da marzo a giugno. L’estate acceca. E il gelo mi paralizza.

Perché sono bilancia, ho due piatti nell’anima, sono doppio. A volte pure spezzato, in due. Scisso. E mi ricucio, da solo. Ogni volta. Perché ho imparato che nessuno ti salva. E ti salvi, sempre e solo, da solo. Questa è la lezione assoluta, per questo ciclo di vite.

Insomma, oggi è una di quelle giornate in cui sento il bisogno di resettare tutto. Cestina, svuota e ricomincia tutto da capo. E quel che è bello, è che non c’è nemmeno un perché.