Un 25 aprile con i colori dell’arcobaleno

Il fascismo è stato una pagina odiosa e dolorosa del nostro passato. Inutile girarci attorno. E si rassegnino quanti cercano di venire a patti con una storia che è ciò che è stata: miseria, sopraffazione, violenza, terrore e morte. Quando si sentono certi commenti di politici, anche di sinistra, nel loro goffo sforzo di cancellare la differenza tra democrazia e ciò che è il suo esatto contrario – si pensi al tentativo di accomunare repubblichini e partigiani – è evidente l’inadeguatezza di una classe politica ancora troppo confusa su questo argomento.

Il 25 aprile è tutto questo: la festa della democrazia. Il suo compleanno. Un regalo che le forze democratiche di sinistra (socialisti e comunisti) e di centro-destra di allora (si pensi ai cattolici e ai liberali) hanno dato al nostro paese perché fosse più libero, più giusto. Perché l’Italia divenisse il paese descritto nell’articolo 3 della nostra Costituzione, figlia di quel processo di Liberazione che è l’essenza stessa del nostro essere, qui e ora.

Quell’articolo, tuttavia, pagina nobile della nostra Carta fondamentale, non è del tutto rispettato, a cominciare da quella classe politica della quale si è fatto riferimento. Per tale ragione a Catania, la mia prima città di adozione, la comunità GLBT, rappresentata dal comitato provinciale di Arcigay, ha ritenuto opportuno partecipare alla commemorazione della festa della Liberazione.

Perché, come si sulla nota della stessa Arcigay Catania, «la comunità omosessuale ha dato alla resistenza il suo notevole contributo di passione, idee, e valori di libertà. Migliaia sono state, infatti, le vittime, donne e uomini, sterminate per il loro orientamento sessuale, e altre migliaia quelle che hanno subito l’allontanamento dalle loro famiglie e affetti, confinate dal regime fascista, per le medesime odiose ragioni».

Alla luce di quest’evidenza, il nostro paese, per essere davvero al pari con il concetto di eguaglianza, deve affrontare il passaggio da uno stato di privilegio della maggioranza (bianca, cattolica ed eterosessuale) a una società davvero plurale, dove tutte le diversità, anche quella GLBT, abbiano pieno diritto di cittadinanza.

Arcigay Catania, con i suoi volontari e le sue volontarie, era lì per questa ragione: per ricordare le origini della nostra storia e per gettare un ponte sul futuro. Perché alla liberazione dalla tirannide si accompagni la liberazione dal pregiudizio, dall’esclusione dai diritti, dalla divisione tra cittadini normati e persone impreviste. Proprio per tali ragioni «nel suo discorso il presidente ha evidenziato l’esigenza di continuare a resistere contro il fascisimo dei mercati finanziari, della discriminazione di razza e genere, della omofobia».

E sempre durante la manifestazione, il cavallo alato ha consegnato due targhe: una all’ANPI Catania, per la gratitudine ai/lle compagni/e combattenti, per averci liberato dalla dittatura fascista; e un’altra a Santina Sconza, presidente dell’Anpi Catania per la sua sensibilità verso i temi della lotta all’omofobia.

È ipotizzabile – e auspicabile – credere che proprio da ieri, sotto il vulcano, la lotta per la piena parità ha un alleato in più: una cittadinanza più grande, civile, che riconosce, tra i valori del 25 aprile, anche quello della piena eguaglianza tra tutti i cittadini e le cittadine della nostra Repubblica, nata dall’antifascismo e proiettata verso l’Europa dei diritti.

Catania in questo si manifesta, ancora una volta, avanguardia d’Italia. Al popolo etneo va il mio più sentito ringraziamento, per questo abbraccio di civiltà e di democrazia.

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Apartheid cattolico

‎«No, il matrimonio non è legato alla sessualità, il matrimonio si basa sul consenso, cioè sulla volontà». Sono le parole di Pietro Lombardo, canonista medievale. Ho trovato, per caso, questa dichiarazione sul profilo Facebook di Yuri Guaiana, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano e militante dei Radicali Italiani.

Il matrimonio come atto di volontà è una conquista moderna. Prima erano molto di moda, a ben pensarci, i matrimoni di interesse o quelli combinati. Il più delle volte, queste unioni erano benedette dalla chiesa cattolica. La stessa che oggi pretende che lo Stato laico faccia discriminazioni tra i suoi cittadini, in virtù di credenze faziose e obsolete che gli stessi appartenenti al cristianesimo non seguono nella loro prassi quotidiana.

Secondo tale organizzazione, i gay non possono accedere al matrimonio civile. Perché così sarebbe scritto sulla Costituzione.

Ricordo a questa gente che l’articolo 2 della nostra Costituzione recita che lo Stato riconosce le formazioni sociali dove si svolge la personalità dell’individuo.

L’eguaglianza formale dei cittadini e delle cittadine d’Italia è, per altro, garantita dall’articolo 3 del medesimo testo, che prevede che siamo tutti uguali a prescindere da differenze legate a condizioni personali.

E ancora: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

I gay e le lesbiche hanno, quindi, diritto di sposarsi. Andare contro questa evidenza significa limitare la libertà dell’individuo, in pieno conflitto col dettato costituzionale.

È tutto scritto nella fonte del nostro diritto, la stessa fonte che assicura libertà di credo religioso a quei cattolici che pretendono che la legge non sia uguale per tutti e che ci siano privilegiati e discriminati.

Una situazione del genere si è avuta, a ben vedere, nell’Africa e nell’America dell’apartheid.

I seguaci di Ratzinger dovrebbero, di conseguenza, scegliere da che parte stare, tra tirannide (e quindi crimine) e diritto.