Il M5S e quelli della V maiuscola

Vi racconto una storia. Una storia ormai molto vecchia. Tempo fa militavo in un’associazione. Era un’associazione antagonista, di quelle “dure & pure”. Funzionava così: si era in assemblea permanente. Non c’era un leader. Le decisioni venivano prese in gruppo. Una testa, un voto. Ed erano scelte giuste, perché in quelle quattro mura dove ci riunivamo per decidere i destini del mondo, a guidarci c’era la Verità.

Vi spiego il concetto di Verità – guarda caso anche questa con la V maiuscola, come certi moVimenti – che si respirava lì dentro. Noi eravamo i/le custodi del bene assoluto. Eravamo più avanti di ogni altra rivelazione. Eravamo le sentinelle del pacifismo, dell’antifascismo, dell’ambientalismo, dell’antimafia, del femminismo, dell’antisessismo. Eravamo “ismisti” e anche un po’ estremisti. Eravamo la Rivoluzione. Quella che sarebbe arrivata a cancellare tutto il male del mondo.

Questa Rivoluzione, ispirata dalla Verità, ci poneva di volta in volta di fronte a dubbi laceranti: come quando fummo costretti a confrontarci con l’esistenza dell’AIDS. La Verità, sempre quella con la V maiuscola, ci suggerì che era una bugia cattolica, borghese, capitalista e made in USA per non far scopare i froci. E chi credeva che fosse una malattia, venne chiamato a giudizio, al cospetto di tutti e tutte. La Verità e la Rivoluzione avrebbero dato la giusta ispirazione per far tornare chi cadeva in torto sui passi della ragione. Quando questo non accadeva, chi era in torto poteva liberamente andar via. Perché noi eravamo liberi. Liberi di credere alla Verità e di lottare per la Rivoluzione. E se il dubbio veniva suggerito dalla realtà e se la realtà non coincideva con la Verità, tanto peggio per la realtà stessa. In quei casi però partivano gli insulti, le maldicenze, i sospetti, i veleni. E la persona, dopo tutto questo, era libera di scegliere il bene o di allontanarsi, sempre secondo i suoi desideri.

Poi venne il tempo in cui altre realtà, simili alla nostra ma meno “Vere”, decisero di voler dialogare con noi. Qualcuno di noi disse che forse era il caso di stare a sentire cosa avevano da dire anche gli altri. Ma quel qualcuno venne accusato di esser passato dalla parte della menzogna: venne prima condannato, poi processato e poi lasciato libero di andarsene. Con epiteti quali “borghese” che nella bocca di chi li pronunciava avevano un unico accento: quello del disprezzo.

Vennero i tempi dei PaCS e dei DiCo. Io realizzai che in un momento in cui il mondo cambiava così velocemente sul versante dei diritti, di fronte a quell’epoca storica uguale ad altre così importanti come la questione femminile o la liberazione dei neri, era un suicidio politico disinteressarsi alla cosa. Dissi come la pensavo: noi, che avevamo la Verità, dovevamo utilizzarla per rendere migliore la vita di tutti e di tutte. Fui processato, come altri e altre, e mi fu detto che volevo ricondurre la Verità e la Rivoluzione al servizio del concetto borghese di matrimonio e di famiglia. Che noi volevamo distruggere. L’aveva suggerito la grande presenza della V maiuscola…

Sono passati molti anni, dal giorno del mio processo. E altri ne arrivarono.Venni a sapere, qualche tempo dopo aver deposto la mia armatura dell’esercito della Rivoluzione, che fu detto di me: «è vero che ci ha abbandonato! Ma adesso possiamo dire di essere veramente coerenti col concetto di antifascismo e di lotta alla mafia!». Doveva averlo suggerito qualche voce interiore…

Col passare del tempo – a furia di imporre la Verità – quella realtà così gloriosa ha fatto fuori, nel giro di pochi anni, coloro che non si piegavano ad essa in nome della ragione. Adesso quella realtà non esiste più, al di là delle sue rovine.

Vi racconto questa storia perché leggendo degli ultimi deliri del MoVimento 5 Stelle, vedo le stesse dinamiche. Un primus inter pares che in nome di un non meglio identificato bene superiore veste i panni di voce interiore e decide che tutti/e sono uguali, fino a quando non sopravviene la ragione a scontrarsi col loro destino. Gambaro oggi, qualcun altro ieri… pian piano il partito personale di Grillo e Casaleggio, dove chiunque ha l’illusione di contare davvero qualcosa per il semplice fatto di cliccare su un mouse decisioni già prese dall’alto, si svuoterà per amputazione. Anzi, per qualcosa che con essa fa rima.

Quel bene superiore oggi come ieri, mutatis mutandis, ha come iniziale una consonante scritta bene in maiuscolo. Forse per nascondere tutta la sua pochezza e la sua miseria intellettuale. E anche una certa tendenza a seguire un leader che non si è mai nemmeno proclamato tale.

E se è vero che la storia si ripete, il sacro fuoco che brucia nel tempio non impiegherà molto tempo a trasformarlo in un cumulo di macerie fumanti. È un film già visto, in più di un’occasione.

Matrimonio gay e Stato di diritto: lettera aperta ai movimenti radicali antagonisti

Ragazzi e ragazze, non ci siamo. Siamo in Italia – membro dell’Unione Europea – nel 2012 e molti/e di voi vivono come se fossimo nella società di inizio ’900, ancora a dividere il mondo in padroni e proletari. In bianchi e neri. In buoni e cattivi. Proprio non ci siamo.

Faccio parte della gay community da quattordici anni. Ho attraversato una maturazione da un pensiero più radicale a uno più pragmatico. Che non vuol dire aver rinunciato a certe idee, bensì significa cercare di capire come metterle in pratica in quell’Italia di questo presente.

Quando vi sento parlare di matrimonio e di Stato di diritto – soprattutto da parte dei soggetti che si definiscono antagonisti, di sinistra radicale e da parte di alcune compagne (vetero)femministe – mi vengono i capelli bianchi e visto che alla mia età non ne ho ancora, capirete quanto possa essere fastidioso tutto ciò. Sento dire troppo spesso che non bisogna rivendicare i diritti, perché provengono da una struttura patriarcale e noi rifiutiamo tutto di quella cultura. Vedo con quanta superficialità viene bocciata l’idea di accedere al matrimonio perché modello che ripropone la divisione dei ruoli e dei sessi. E lo ribadisco: superficialità.

E, se posso permettermi, metteteci pure una certa povertà di allargamento del vostro orizzonte politico. E non solo: aggiungeteci, anche se non vi piacerà, anche una buona dose di ipocrisia, a volte non so quanto inconsapevole. E vi spiego perché.

In primis: il nostro sistema di produzione è orripilante, non serve una raffinata analisi – magari marxista – per rendercene conto. Dovremmo semmai capire che ridurre tutto a un rapporto di produzione è disumanizzante come quel sistema che dite di voler combattere. Io preferirei parlare di sistema di rapporti sociali di cui l’economia è un aspetto, non è né il motore unico né il forgiatore supremo.

Non è vero, per altro, che di questo sistema rigettate ogni cosa: i diritti acquisiti, maturati dentro tale meccanismo perverso, piacciono a chiunque. E ci piacciono talmente tanto che facciamo di tutto per difenderli, dall’articolo 18 all’interruzione di gravidanza. Mi pare, in altre parole, che si sia disposti a mettere in dubbio solo i diritti che gay, lesbiche, bisex e trans avanzano per trovare un loro posto in questa società. A queste rivendicazioni rispondete con: «la società fa schifo per cui non c’è bisogno di lottare per entrarci». Ma detto da chi ci sta dentro, magari pure a pieno titolo, ecco, questo vi rende ben poco credibili.

Secondo poi: la struttura del matrimonio, così come è, è sicuramente maschilista. Accedervi da parte di coppie di soli uomini e di sole donne, tuttavia, scardina il cuore di quella struttura. Tant’è che la chiesa cattolica ne ha il terrore. Se dovessi usare il vostro metro di valutazione – e ovviamente sto usando una provocazione – dovrei dire che state dalla stessa parte dell’istituzione più maschilista del mondo.

State per altro regalando il significato della parola “famiglia” a coloro che dite di voler combattere. La famiglia è un concetto che cambia nel tempo e nello spazio. Per voi è un’entità immutabile, generata dal capitale. La famiglia dovrebbe essere il luogo dove gli affetti si verificano. E si sta lottando, udite udite, per fare in modo che diverse specificità vengano riconosciute dentro quel “luogo” – attraverso le unioni civili, il matrimonio esteso, i diversi vincoli affettivi – che deve essere prima di ogni altra cosa giuridico. Altrimenti non vale.

Potete dire che questo mondo così com’è fa schifo e che rifiutate tutto di esso, ok. Allora rinunciate al diritto allo studio, alle rivendicazioni sindacali, all’interruzione di gravidanza, al divorzio, alle pensioni di reversibilità, ecc. Tutte queste tutele nascono proprio dal sistema che dite di odiare. E, a ben vedere, a odiare queste conquiste ci stanno persone del rango di Ratzinger, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Binetti e via discorrendo. Da quale parte volete stare?

Anche a me le cose, come stanno, non piacciono poi così tanto. Ma il senso della politica dovrebbe essere quello di rendere il mondo un posto più bello e vivibile, non ragionare per contrapposizioni, cercare lotta e conflitto anche quando si sceglie la bustina dello zucchero per il caffè al bar – tanto arricchireste sempre un detentore di capitale, ci avete mai pensato? – e dire a chi no ha diritti di non avanzarli nemmeno. Mentre magari, voi, quei diritti, li avete già.

Perché questo forse vi metterà in pace con le vostre coscienze. Ma di certo vi rende invisi e invise a milioni di persone che vorrebbero poter vivere la loro vita nella pienezza delle loro scelte. E voi, di fatto, col vostro integralismo politico state impedendo tutto questo.

Loro non ci saranno

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Allora vediamo se ho capito bene. Il Mario Mieli, Facciamo Breccia e una galassia di piccole e grandi realtà antagoniste e di sinistra poiché «sono accadute cose talmente sconcertanti e rilevanti in merito al Pride della Capitale del 2010», si sono ritirate sull’Aventino e hanno stilato un documento politico in cui spiegano le ragioni del loro niet al pride organizzato da Arcigay Roma e da Imma Battaglia.

Adesso – premesso che penso di poter parlare a nome di moltissima gente quando dico che le cose sconcertanti le vediamo da anni, e non solo in merito al Pride della capitale – a me pare che il documento in questione sia un inno alle imbecillità di tutto il movimento GLBT, dalla Battaglia a Facciamo Breccia, passando per il Mieli e Gaylib.

Perché se fai un papello di oltre due pagine in formato A4, firmato da ben ventidue tra associazioni e realtà GLBT, per dimostrare che il pride che doveva essere di tutti alla fine è gestito da quattro gatti – il numero non è casuale – logica vuole che poi qualcuno potrà chiederti: e vi svegliate solo ora? Dov’eravate, così forti, determinati e numerosi, quando si trattava di difendere la manifestazione?

Ancora: mi va bene una critica contro chi vorrebbe, presumibilmente, inciuciare con Alemanno, ma nel contro-documento in questione si attaccano i gay di destra che per carità, non stanno simpatici nemmeno a me, ma democrazia vorrebbe che anche loro possano manifestare liberamente il loro pensiero. Soprattutto quando costruisci un documento che critica il team della Battaglia & Co per scarsa democrazia interna.

E non per fare lo stronzo, anche se so che mi riesce benissimo, ma all’estero – cioè in quei posti dove hanno diritti, matrimonio e adozione e tutte quelle cose che noi “normali” sogniamo (e che Facciamo Breccia schifa) – il pride non è di sinistra. È della cittadinanza tutta. E ve lo dice uno che non ha mai votato più a destra dell’ormai defunto PDS.

Poi io posso pure ben capire che l’antifascismo è un valore inviolabile, ma i paladini dell’antagonismo attaccano il riferimento all’antitotalitarismo, vedendolo come fumo negli occhi. Perché è chiaro che certi compagni e certe conventicole mal sopportano, legittimamente, le sprangate dei vari fan club di Benito e Adolf, ma poi, stranamente, sono pronti a chiudere un occhio sulle fucilate di Che Guevara e la prigione di Fidel Castro ai danni dei froci di Cuba. Capisco pure che certe identità politiche si sfaldano se non c’è l’ombra sicura di un simbolo a tutelarle, falce&martello inclusa, ma questo modo di (non) affrontare il problema non rende certi individui migliori di chi poi condanniamo quando ci ritroviamo a dover denunciare l’ennesima aggressione contro amici, compagni e altri “froci” come noi.

In questa parabola a precipizio, ancora, non poteva mancare un forte elemento di dissociazione psichica quando leggo che quelle forze andranno, gloriosamente altere, altre e, ovviamente, incazzate, al Pride di Napoli. Fingendo di non ricordare come si è giunti a quell’accordo, e fingendo di ignorare che la regia di quel pride è gestita da Arcigay, la stessa associazione che loro accusano, a Roma, di connivenza con il regime fascista imposto da Alemanno alla città. La stessa associazione che, correggetemi se sbaglio, non ha sconfessato l’operato della sede romana.

Il documento, invece, tace su tutta una serie di elementi quali gelosie vecchie e nuove, dissapori non recenti, antipatie storiche e pregiudizi a livello personale che si trascinano da tempo e che si ammantano di un’aura politica per non volerli chiamare per quello che sono: liti tra portinaie.

E la vera tragedia di quest’ennesimo capitolo del nulla è che il movimento GLBT, invece di trovare soluzioni condivise e una rilettura della società nella sua complessità – esercizio forse troppo difficile per chi conosce solo due colori: il rosso e il nero – si impelaga nell’ennesima lite che non interesserà nessuno, se non chi la monta ad arte per avere, possibilmente, il suo siparietto di rancore dove potersi esibire egregiamente. Contenti loro…

In buona sostanza tutta questa telenovela del RomaPride 2010, delle associazioni che non aderiscono, dei documenti e dei contro-documenti, mi rende sempre più convinto che una buona fetta di persone, dentro tutte le associazioni romane, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dedicarsi ad attività più amene, dal giardinaggio al decoupage, e di lasciare la politica a chi ha veramente a cuore i problemi della gente.

Roma Pride VS Mario Mieli: aspettiamoci altri trent’anni di niente

La politica dovrebbe essere, se non ho capito male, l’arte di risolvere i problemi concreti delle persone. Adesso tale arte può essere ammantata dall’ideologia, che è lo strumento per rendere la politica più bella, oltre che per cambiare il presente. L’ideologia è perciò un mezzo e non un fine.

Faccio questa premessa perché ieri sono stato alla riunione indetta dal Circolo Mario Mieli per parlare della “deriva” del pride romano, che secondo molti osservatori esterni sta seguendo un percorso di destra per compiacere la giunta Alemanno al potere a Roma.

Mi chiamo fuori dalle valutazioni di cosa è il pride organizzato da Imma Battaglia e Arcigay Roma. Credo che le cose si valutino alla fine, al loro compimento. Semmai potrei dire la mia sul processo che ha messo in piedi questo pride, ma non ho partecipato ai lavori preparatori, per cui le mie sarebbero solo sensazioni e credo che non interessino nessuno.

Mi limiterò a dire, su questa questione, che non nutro fiducia politica verso gli attori sopra citati per cui rimango guardingo.

Al Mieli però sono stato. E la sensazione che ne ho avuto è stata quella di una colossale perdita di tempo.

Innanzi tutto mi è sembrato fascista l’atteggiamento di chi, al cospetto di Guido Allegrezza, rappresentante del comitato Roma Pride 2010, ha contestato la sua presenza lì dentro. Nemmeno io ero felicissimo di vedere i rappresentanti di Facciamo Breccia, realtà da cui tutto mi divide, ma non mi sognerei mai di mettere in discussione la sua presenza da un consesso democratico, ammesso poi che di democrazia si tratti.

In secondo luogo, non mi pare di aver assistito ad analisi politiche di grande rilievo, se non in pochi casi. C’è chi ha ipotizzato che dietro il Roma Pride del 2010 ci siano interessi personali, chi ha messo in luce, giustamente, come l’Aventino del Mieli abbia di fatto lasciato il campo alle forze che adesso si vorrebbero contestare (per cui intervenire adesso laddove prima si è fatto dietrofront appare, quanto meno, tardivo).

In mezzo a contenuti stantii, sentiti mille volte, di fronte anche a una lettera di Porpora Marcasciano che stimo personalmente e che reputo una ricchezza sotto più profili ma che mi ha lasciato perplesso su alcuni punti – non credo infatti che parte del movimento voglia mettere fuori dai giochi la sua parte antagonista, semmai è vero che certe realtà hanno mostrato più di una volta poco interesse verso certe istanze collettive – non ho potuto non notare, con un certo disgusto, come Facciamo Breccia non sia riuscita a non sminuire il ruolo di We have a dream, ritenendo tale realtà incapace di “fare rivoluzione” – mentre tutti vediamo quali pregevoli risultati siano stati ottenuti da parte della società tutta per merito della signora Biagini & Co. – per non parlare poi di “giovani” attivisti che la pensano come un iscritto del PCI degli anni ’50, per cui la questione GLBT ha una propria nobiltà e dignità d’essere solo se all’interno di diritti di più ampia portata che siano rassicuranti sotto il profilo del rispetto dell’ortodossia marxista.

Taccio sul ritrovare lo spirito di Stonewall, visto che dubito fortemente che dietro quello spirito vi fosse una connotazione politica così definita in senso antagonista per quello che è adesso l’antagonismo.

Poco convincente, per quel che mi riguarda, anche la Praitano, presidente del Mieli, che non vede il fallimento di trent’anni di politica associazionistica GLBT e che ha proposto la redazione di un documento in cui palesare una presa di distanza politica dalle ragioni che hanno portato la nascita del Roma Pride 2010.

Per come la vedo io – quindi, in modo del tutto soggettivo – si sta consumando la solita guerra tra Mieli da una parte e Arcigay-DGP dall’altra. La vera novità sta nel fatto che il Mieli stavolta non sarà dietro lo striscione di apertura del corteo. Per il resto mi pare che le dinamiche di sempre siano sempre lì e che si consumino nell’indifferenza totale di centinaia di migliaia di cittadini – omo ed eterosessuali – che scambiano la questione omo-transessuale per il corteo di chi si mette le tette al vento. Prospettiva un po’ degradante, a ben vedere.

Preoccupante invece realizzare come il “nuovo” sappia di già visto e come il “diverso” – metonimia per diversità di vedute, anche criticabili e criticate – venga visto come naturalmente nemico. Se questi sono i nostri eroi, temo che ci aspettano altri trent’anni di niente in materia di diritti e di progressi sotto il profilo giuridico e materiale.

Complesso warholiano

Continua la mia ascesa sociale: da compagno a fascio-mafioso. Da fascio-mafioso a vile traditore e merce di scambio… Elaborate e pacatissime elucubrazioni mentali di certe anime di certo antagonismo lesbo-rifondarolo. Se Freud avesse conosciuto Andy Warhol forse avrebbe parlato di “complesso del quarto d’ora”.

Essere di sinistra in modo intelligente

Il vecchio anno si è concluso con una vicenda che, a quanto pare, la stampa locale siciliana ha reputato indegna di interesse: il licenziamento, da parte dei più alti rappresentanti istituzionali della Facoltà di Lettere di Catania, di ben diciotto collaboratori mai regolarizzati tra addetti alla sicurezza, bidelli e personale amministrativo e bibliotecario.

I motivi di tale scelta, che dimezza di fatto l’organico non docente della Facoltà, stanno nei famigerati tagli del ministro Gelmini. Le polemiche, va da sé, sono roventi. Licenziare tutta questa gente, al di là delle drammatiche conseguenze sul piano umanitario, significa rallentare la vita universitaria, peggiorare la fruizione dei servizi e incidere negativamente sulla qualità della vita della facoltà stessa. Da quello che si legge in una nota su Facebook, inoltre, parrebbe che i dirigenti abbiano deciso di tagliare sul personale ma non abbiano toccato voci di spesa quali l’auto blu in dotazione al preside, per fare un solo esempio.

Una brutta storia, per dirla con altre parole, che vede da una parte quelli che vengono definiti “i baroni”, che non risentiranno dei tagli, almeno sul piano economico, dall’altra i licenziati e da un’altra ancora le associazioni studentesche e le varie sigle politiche che in queste ore stanno organizzando una manifestazione per il 4 gennaio, a mezzogiorno, in piazza dell’Università.

Per quel che mi riguarda, faccio solo due piccole constatazioni.

La prima: sarebbe interessante sapere o scoprire le intenzioni di voto dei diciotto licenziati. Viste le cifre bulgare che il PDL prende a Catania, credo sia una curiosità più che lecita. Se sindacati, partiti di un certo tipo (non pare che il pd si straccerà le vesti per queste persone) e organizzazioni varie si vogliono spendere per una giusta causa, capire chi stanno difendendo e fare, anche pubblicamente, una riflessione politica su eventuali scelte elettorali dei loro “assistiti” sarebbe un ottimo spunto per incidere su qualche coscienza. Forse.

La seconda: mi fa un po’ sorridere la presa di posizione anche a favore del personale della sicurezza. Ovviamente non ho nulla contro queste persone e credo fermamente che anche il loro diritto al lavoro debba essere salvaguardato. Tuttavia non può non farmi sorridere il fatto che coloro che oggi difendono anche la security sono, politicamente parlando, gli stessi che fino a qualche anno fa gridarono alla militarizzazione dell’ateneo per la presenza dei vigilantes.

Se dovessi ragionare come una certa filosofia politica impone ai suoi fautori, dovrei dedurre che certe frange “contriste” si sono convertite alla presenza del manganello per i corridoi della facoltà (uso termini che vennero utilizzati quando a Lettere ci si dotò della vigilanza). Ma poiché non ragiono in quel modo – perché essere di sinistra, a mio giudizio, non significa aderire dogmaticamente a sempiterni e immutabili umori “duri&puri” ma valutare la legittimità dell’agire politico (esercizio faticoso, lo so) dentro un panorama culturale di riferimento – ovviamente non lo farò.

Concludo, infine, ricordando a tutte e a tutti che lo stesso giorno, a Roma, due ragazzi, Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi, cominceranno lo sciopero della fame per vedere riconosciuto il proprio diritto al matrimonio. Per quel che mi riguarda, penso di essere dapprima a piazza Università e in serata a un’iniziativa che si farà, sempre a Catania, a favore della coppia gay. E, contrariamente al comportamento di certi “duri&puri” nei confronti dei diritti civili, sarò in piazza senza pretendere che i diciotto da salvare siano a favore del matrimonio gay. D’altronde, essere di sinistra, almeno in modo intelligente, non è proprio da tutti. Purtroppo, aggiungo.

Lettera di fine anno alle associazioni GLBT italiane (e non solo)

Scrivo questo post in seguito alla lettera aperta che l’attuale e dimissionario presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso, ha pubblicato on line sulle pagine di Gay News 24. Credo che le sue parole siano un buon punto di partenza per una riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti e tutte coloro che si sentono parte di un movimento, fermo restando, e lo dico sin d’ora, che in Italia un movimento lo si deve ri-creare, possibilmente ex novo e, soprattutto, dargli una direzione che sia molto diversa dall’andare, come si è fatto fino ad ora, in ordine sparso.

I punti su cui mi soffermerò, con intento non polemico ma sicuramente senza risparmiare critiche a nessuno, sono quelli dell’unità, dell’egemonia e della rappresentatività.

La prima domanda da porsi è: di quale unità stiamo parlando? Il cosiddetto movimento GLBT italiano, che giustamente Ivan Scalfarotto definisce come il più derelitto d’Europa (basti vedere i risultati ottenuti in trentacinque anni), è sostanzialmente spaccato in tre tronconi: Arcigay e associazioni “istituzionali” da una parte, le realtà antagoniste dall’altra e, ancora, una selva di piccole realtà locali. Sia ben chiaro: sono dell’idea che tutte queste realtà debbano esistere per esprimere la propria specificità. Ma ritorniamo alla domanda di partenza. Cosa intendiamo per unità? Ritrovarsi a un tavolo a discutere come fare un corteo di rilevanza nazionale o locale? Far emergere in quello stesso tavolo tutte le nostre differenze, tutte aprioristiche a ben guardare, fino ad arrivare anche al più o meno reciproco disprezzo? Guardardi con diffidenza, perché arroccati in ideologie alle quali per nulla al mondo si vuole rinunciare, per poi apparire a turno sul palco di questo o quel Pride?

Per me l’unità è la convergenza di forze, anche diverse tra loro, attorno a un progetto. Possibilmente senza voglia di primeggiare e senza progetti fagocitatori di questa realtà su quella. Un primo passo per creare movimento sarebbe, forse, quello di definire il progetto sul quale lavorare. Dopo di che, chiarirsi sul metodo. E, possibilmente, rispettarlo fino alla fine. In Sicilia, le Associazioni siciliane unite contro l’omofobia ci sono riuscite, bene o male. Esportare questo modello anche fuori, forse, sarebbe un importante passo avanti.

Seconda domanda: non sarebbe necessaria una (auto)critica su quel processo orgoglioso di egemonia che, purtroppo, in molti casi ha sconfinato nel colonialismo associativo? Non metto in discussione il fatto che Arcigay sia una grande realtà nazionale. Magari mi farebbe piacere, da utente del suo circuito commerciale, avere una tessera che sia solo ricreativa e che non venisse conteggiata come prova di adesione a un progetto politico che non mi appartiene. Quando nell’aprile di quest’anno a Catania ci si riuniva per stabilire le forme del pride siciliano, qualche associato fece notare a me e ad Alessandro Motta (l’altro coordinatore del Codipec Pegaso) che Arcigay in Sicilia conta settemila tessere, mentre noi rappresentavamo solo noi stessu. Al momento della divisione del lavoro da fare, tuttavia, questo venne suddiviso per cranio e non in proporzione alle tessere portate in dote. Affermazioni come queste le reputo dannose alla costruzione del dialogo. Le prove muscolari producono, a mio giudizio, solo muraglie contrapposte. Quando parlo di colonialismo, alludo a questo.

Forse occorrerebbe riconoscere il lavoro di chi nel progetto ci lavora, magari prescindendo dal numero delle tessere, a cominciare da chi quella tessera ce l’ha per andare a ballare, in sauna o in altri locali similari.

Terzo punto di questa mia lettera, altrettando aperta: la rappresentatività. Un movimento è rappresentativo quando si fa il portavoce riconosciuto di una comunità che rivede nei suoi rappresentanti degli interlocutori affidabili. Purtroppo in Italia non c’è  una comunità strutturata e i pochi che si danno, anima e corpo, all’associazionismo o alla militanza sono in guerra tra loro. Il resto del popolo GLBT ci guarda, mi ci metto anch’io dentro in quanto rappresentante di un’associazione, per quanto piccola, con sospetto nel migliore dei casi. Nel peggiore, con malcelato disprezzo. Reputo inoltre che questo dipenda dal fatto che al popolo GLBT abbiamo dato poco pane  e molto circo, senza aver creato una cultura dell’accoglienza e senza far convergere le sensibilità di tutti attorno un progetto politico di ampio respiro ideologico ma di grande portata pratica. E mi perdoni Mancuso, che forse mai leggerà queste mie parole, ma io glielo dico lo stesso, quando parla di  “pur sporadici episodi di auto organizzazione nati durante il periodo di maggior acutezza dell’attacco violento omofobo” commette sostanzialmente due gravi errori.

Il primo: gli episodi autoorganizzativi non sono sporadici per loro intima natura ma perché conseguenza di eventi mediaticamente sporadici. L’omo-transfobia esiste da sempre ma i media se ne sono accorti solo qualche mese fa. La reazione è nata perché nessuna associazione (con qualche piccola eccezione) è scesa in piazza il giorno stesso delle aggressioni, preferendo organizzare eventi altrettanto mediatici, come Uguali, risoltisi come tutti siamo d’accordo in un grande flop. A differenza delle manifestazioni spontanee che hanno tenuto banco sui giornali nazionali per oltre un mese. Non riconoscere questo, e cioè che le manifestazioni sono nate per il vuoto lasciato dalle associazioni, e definirle sporadiche quasi a sminuirne la portata culturale che hanno creato, piaccia o meno, è indice di poca affezione all’autocritica.

Secondo grave errore: quelle manifestazioni si sono coordinate attorno un nome: We have a dream. Non citare quella realtà parrebbe agli occhi dei più critici come un tentativo di damnatio memoriae che altro non fa che allontanare ancora di più le migliaia di persone che sono scese in piazza dietro la bandiera rainbow e che poi se ne sono rimaste a casa durante la manifestazione del 10 ottobre.

Concludo questa mia lettera aperta ricordando che sono sempre stato tra i primi ad essere favorevoli all’unità di movimento che però, per come concepisco io il concetto di unità in una realtà multiframmentata come quella italiana, dovrebbe essere attorno al progetto politico da portare avanti attraverso un metodo concordato in cui i “grandi” della politica GLBT italiana non guardino ai piccoli e ai singoli come forza lavoro da utilizzare a piacimento in faraoniche imprese per lo più mediatiche e non sostanziali. Il progetto politico deve partire, a mio giudizio, da un azzeramento non tanto delle identità in campo, quanto della volontà di creare nuove egemonie, siano esse il frutto di interessi particolari o di affezioni ideologiche che, in entrambi i casi, hanno prodotto sino ad oggi il nulla di cui tutti e tutte, mi pare, ci lamentiamo.

Creare un movimento più democratico che si riconosca in un solo vessillo, il rainbow, coinvolgere la comunità chiamandola a essere se stessa e ad esprimersi su chi vuole che la rappresenti, indietreggiare su interessi particolari e iper-identitarismi in nome di un progetto politico che abbia come fine, secondo il mio personale punto di vista, il recupero del deficit democratico in cui versano le persone GLBT in Italia può essere un ottimo punto di partenza. Purché si voglia arrivare, tutti/e assieme, a una meta. Potrebbe essere un importante primo buon proposito per l’anno che sta per venire.

Pensavo fossimo gay, invece siam solo capponi

Ci siamo. O ci risiamo. Domani, a Roma, nella sede della CGIL di via Buonarroti, ci sarà una riunione di coordinamento del movimento GLBT. O almeno di quella parte che ha partecipato alla manifestazione di ottobre Uguali e che si prepara a decidere il luogo in cui celebrare il pride del 2010.

Questo egregio e lieto appuntamento mi dà lo spunto di fare un paio di riflessioni sullo stato del movimento GLBT italiano.

Non è mistero per nessuno che tale movimento pare sopravvivere su una sostanziale contrapposizione di progetti politici diversi. Abbiamo almeno due correnti. La prima: quella che si richiama ad associazioni strutturate nazionalmente e la selva di piccole e grandi associazioni indipendenti che lavorano in ambito locale. Associazioni che fanno anche cose importanti e utili, io stesso faccio parte di una di queste, ma che, a mio avviso, scontano di una autoreferenzialità che ci rende non dico marginali, bensì insignificanti.

Le nostre guerre intestine non interessano a nessuno, non preoccupano il potere, lasciano indifferenti o disgustati, ma giusto per un giorno, i frequentatori di scalinate siciliane, gay street romane, saune, discoteche et similia. La guerra dei mondi delle associazioni, per altro, è un film più volte visto che potrebbe essere intitolato “La guerra degli sfigati”. I capponi manzoniani dovrebbero suggerirci a cosa assomigliamo. Se lo stato si interessa se cosche mafiose locali si fanno la guerra e non sa nemmeno che esistono lacerazioni tra Arcigay e Mieli (sto usando una sineddoche, ok?), vorrà pur dire qualcosa.

Accanto alle associazioni, abbiamo le piazze. Chi vive a Roma non può non ricordare la bellezza di quel movimento che è (stato?) We have a dream. Le fiaccolate, autoconvocate, che hanno portato in piazza migliaia di persone sono state un grande momento di partecipazione collettiva. Tuttavia quell’urgenza è finita. E finita l’urgenza le persone sono tornate a casa. Forse ritorneranno in piazza quando ci sarà il prossimo ferito. Forse. Da osservatore interno posso dire che c’è molto movimento tra gli organizzatori del popolo delle candele. Vediamo che sviluppi ci saranno, ma di fatto non si scende in piazza da diverse settimane, anche se penso sia comprensibilissimo.

Una terza corrente del movimento, che però non vuole stare dentro il movimento, è la frangia antagonista. Troppo impegnata a teorizzare al mondo come dovrebbe essere – possibilmente kontro – a dire che il matrimonio non ci piace, che bisogna fare la rivoluzione (mettici pure un bel “cioè”), che la famiglia va distrutta e che si è più felici solo se si è incazzati. Sarà…

Questo è quanto succede dentro il movimento.

Negli ultimi mesi il panorama politico, dal canto suo, non si è fermato agli accoltellamenti e alla legge Concia. Abbiamo almeno due grandi momenti di microperiodo: il No B Day e l’aggressione al premier. Tralascio il secondo. Non ho potuto fare, invece, a meno di notare che al No B Day il movimento, inteso come gruppo unito e organizzato, anche di semplici cittadini/e GLBT, non c’era. Le associazioni sono troppo impegnate a discutere su come e dove fare il pride, per i loro congressi e per le elezioni al loro interno.

Abbiamo, come cittadini/e GLBT e come movimento, sostanzialmente perso un palcoscenico fondamentale per riportare al centro del dibattito politico la lotta all’omo-transfobia e la questione dei diritti civili (anche il tribunale di Ferrara, intanto, ha detto che due gay possono sposarsi, non so se la cosa può sembrare importante a qualcuno). Il No B Day era un momento di autoconvocazione. Perché WHAD non ha partecipato? Perché non abbiamo portato una fiaccolata dentro l’onda viola? Il tema dell’omofobia e della transfobia non è forse intimamente connaturato al berlusconismo? Le associazioni che domani si incontreranno per discutere (o litigare?) su dove-come-quando fare il pride estivo – che andrebbe profondamente rivisto, ridiscusso e cambiato – perché non hanno dato aiuto economico (per chi poteva) e fattivo agli organizzatori che pure lo chiedevano?

Nel frattempo – mentre Arcigay pensa al suo congresso, il Mieli vive una normalizzazione dopo i recenti fatti che tanto ci lasciano perplessi, mentre le associazioni in buona sostanza ripiegano nella loro autoreferenzialità – abbiamo un apartheid in atto, chi vuole le leggi speciali per il diritto di scendere in piazza, un premier con la sindrome di Ottaviano Augusto e movimenti di piazza che ottengono una ribalta mondiale e a cui noi, come persone GLBT, non abbiamo dato una mano concreta e da cui non abbiamo preteso una voce sul palco.

Domanda: sono solo io che ci vedo qualcosa che non va? E ancora: domani, quando si discuterà di pride, si parlerà anche di Politica?