Daniza e la goccia che fa traboccare il vaso

orsa-Danzia-uccisa

l’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Cerchiamo di capirci, almeno su un paio di concetti fondamentali.
Il primo: non è solo la storia di un orso, anzi, di un’orsa.
Il secondo: non è un capriccio da animalista o da ambientalista, non è una questione di moda, di puntiglio. Non è per rompervi le palle, in buona sostanza.
Infine: non è che avere a cuore la sorte di un animale e dei suoi piccoli renda meno sensibili verso altre questioni, sicuramente più urgenti e fondamentali per le sorti ultime dell’umanità.

Sì, perché è vero che la questione dell’orsa Daniza ha scatenato lo sdegno di migliaia di persone – diciamo pure: dell’opinione pubblica – e ha lasciato sostanzialmente indifferente l’altra parte. È successo mille altre volte con fatti più o meno contemporanei, dall’ebola all’omicidio di turno, dai marò all’immissione in ruolo dei precari. C’è chi è più sensibile e chi se ne frega. Per cui, il fatto che qualcuno si interessi dell’uccisione di un plantigrado rientra nelle umane cose.

Come dite? L’Isis, la questione ucraina, la strage dei cristiani? E chi ha mai detto che non sono importanti? Solo che, a differenza di Daniza, a occuparsi di queste cose ci sono l’ONU, la NATO, gli USA, l’UE. A occuparsi dei destini di un animale pare esserci solo lo sdegno popolare.

E ancora, diciamocelo davvero, l’assurdità di questa vicenda sta in tutta la sua evoluzione: abbiamo un signore che, contrariamente a quanto scritto e raccomandato da chiunque frequenti i boschi, ha visto i cuccioli di un orso è ha fatto la boiata di avvicinarsi troppo. Quando bastava scappare a gambe levate il prima possibile. Quindi, se poi arriva mamma orsa e fa quello per cui è programmata, non è che poi possiamo lamentarci. Si chiama legge della natura. E non vale o non dovrebbe valere solo per negare i figli ai gay (è una provocazione, sia ben chiaro, visto che sono per tutte le forme di omogenitorialità).

Poi abbiamo un’amministrazione che si mostra, a detta degli esperti, incapace di gestire una situazione simile. Perché ok, l’orsa ha aggredito una persona forse un po’ troppo superficiale e se ne è andata in giro a mangiare pecore. Catturandola cosa speravano di fare? Rieducarla al rispetto delle regole del mondo civile? Un animale selvatico è, per definizione, da selva. Deve vivere nei boschi, in altre parole. A meno che non si abbia la pretesa di insegnargli le buone maniere attraverso l’uso di un buon manuale. E capisco che il nord è pieno di leghisti, ma a tutto c’è un limite.

Infine c’è l’incapacità di chi, per addormentarla, l’ha ammazzata. Con buona pace dei cuccioli che molto probabilmente moriranno. E pazienza se il sentimento di qualcuno – che prima ancora che ecologista, animalista o “animalaro”, come ho letto nei social e in qualche sito un po’ troppo permissivo (strano, eh?) con la vivisezione, è di umana pietà – se ne risente. Ci sono cose più importanti che però, chissà perché, vengono sempre frapposte di fronte a questioni come questa, per poi ritornare nel dimenticatoio.

A me dell’orsa Daniza dispiace un botto, penso si sia capito. E questo non significa che me ne frego di quello che succede in Iraq o in Siria. E se provo umana pietà e decido di palesarlo, è un mio diritto esprimere questo sentimento. E se a qualcuno sembra eccessivo, se si rompe le palle, se sbuffa di fronte a tutto questo, forse dovrebbe considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che lo stronzo è lui. Non venir toccati di fronte all’ennesimo abuso del genere umano rispetto una natura e un pianeta che stiamo distruggendo, forse il problema reale sta tutto qui.

Poi vorrei vedere dove sono queste persone, tutte annoiate dal lamento degli “ambientalisti” – ed io non lo sono, per intenderci ma non considero l’ambientalismo una parolaccia, semmai un valore – quando si tratta di risolvere problemi di ben più grave portata. E non perché io lo pretenda, ma lo dite voi che c’è roba più urgente a cui prestar attenzione. Ebbene, mi chiedo e vi chiedo, dove siete stati voi fino a questo momento di fronte ai mille sfaceli ben più importanti della vita di un’orsa? No, perché non so se ve ne siete accorti, ma il mondo continua a essere una merda nonostante il vostro benaltrismo.

Detto questo e ritornando al discorso di cui sopra: non è solo una storia andata male, una cosa su cui far spallucce. È il risultato dell’arroganza della specie dominante. La stessa che inquina i fiumi, contamina la terra, distrugge le foreste e scioglie le calotte polari. Per questo, di fronte a tutto questo sfacelo – forse altrettanto importante della guerra in medio oriente, soprattutto per i destini ultimi dell’umanità – anche la più piccola goccia fa traboccare il vaso e genera sdegno.

Ma l’animalismo è sentimento di pietà

vivisezione

Il mio articolo di ieri sulla mia contrarietà di tipo etico alla cosiddetta “sperimentazione animale” – articolo in cui ho ribadito che esser contrari non deve indurre nessuno a sabotare laboratori, insultare persone malate e auspicare la fine della ricerca – ha prodotto le solite reazioni all’italiana, in cui non è possibile esprimere un parere senza produrre il solito tifo da stadio (e relativi fenomeni da curva).

negazionismoIl senso del mio articolo di ieri è molto semplice e lo ribadisco: siamo una specie arrogante, che pensa di possedere il pianeta quando invece dovrebbe convivere in armonia con esso. Proprio per queste ragioni il sentimento di pietà verso le specie di cui ci nutriamo, che schiavizziamo e che utilizziamo in esperimenti in cui si arreca loro sofferenza e morte (piaccia o no, topi, gatti e scimmie vengono sottoposti a torture, né più né meno), il sentimento di pietà dicevo dovrebbe essere comune a tutta l’umanità. Fosse non altro per recuperare quel senso di empatia con una natura a cui apparteniamo.

Per molti sostenitori degli esperimenti sugli animali questo stesso senso di pietà è considerato inaccettabile. Mi è stato chiesto – e te pareva – nell’ordine:
1. se mangio carne (ma non mi pare di essermi scagliato contro il consumo di cibi animali)
2. se sono a favore delle derattizzazioni (e non mi sono mai espresso contro le pratiche igieniche)
3. di smettere di usare medicinali (quindi, per coerenza, chi è a favore della sperimentazione donerà i suoi animali domestici ai laboratori di vivisezione?).

Mi si è portato come fonte inoppugnabile della necessità della sperimentazione su topi, gatti e scimmie pagine di tortureWikipedia (nota fonte scientifica) e richiami a fantomatici siti e pagine Facebook gestiti da utenti rigorosamente anonimi, che si scagliano contro i correttivi alle direttive sulla salvaguardia degli animali usati nella ricerca. Uno di questi siti fa disinformazione sull’uso dell’anestesia sulle cavie. Un’altro era addirittura contrario alla chiusura di Green Hills, il canile-lager chiuso l’anno scorso dalla magistratura, non certo dalla LAV, per le condizioni di maltrattamento dei beagle.

Tutti questi siti sono concordi:

  • nel catalogare chi sostiene i diritti degli animali come “nazimalisti” o “animalari”, etichettandoli indistintamente come “terroristi”. Comprese associazioni come Legambiente, la LAV, l’Ente per la difesa del Cane, ecc.
  • nel nascondere l’identità dei loro gestori, salvo poi pubblicare foto di persone reali esponendole al rischio che vogliono risparmiare per se stessi (e poi magari pretendono “coerenza” da altri)
  • nel condannare (giustamente, ribadisco) gli insulti contro chi sostiene la sperimentazione animale, per poi ammettere nelle proprie pagine la stessa tipologia di linguaggio contro gli animalisti.

anestesiaRibadisco qui la mia contrarietà a pratiche che portano alla sofferenza degli animali. Mi rendo conto, tuttavia, che la sperimentazione non si può abolire in un giorno, che le soluzioni repentine sono peggiori del male che intendono guarire. Per queste ragioni, come già detto, se fossi ministro della Sanità non sospenderei le sperimentazioni. Auspico tuttavia un superamento delle stesse e un vigile controllo delle norme che portino al massimo benessere degli animali destinati a sofferenze e morte. Perché è di questo che si tratta.

Per queste creature nutro rispetto e pietà. Non intendo rinunciare a questo sentimento. Per i detrattori, per i fanatici dal bisturi facile, per gli antianimalisti, per chi sostiene l’assoluta sacrificabilità animale, il mio sentimento è qualcosa che non merita alcun rispetto.

Segno evidente che il fanatismo, animalista e antianimalista, ha due facce nella stessa unica moneta.

A Caterina e agli animalisti dico: io sto col dubbio

sperimentazione animale

Chi mi conosce bene, ma bene bene, sa che sono contrario all’aborto. Che non vuol dire che sono contro la legge 194. Significa, più semplicemente (e per assurdo) che se fossi una donna non credo che riuscirei ad interrompere una gravidanza indesiderata. Ciò non mi porta a giudicare negativamente chi decide di fare altrimenti, perché la libertà sulle questioni inerenti al proprio corpo è un bene “assoluto” (e si notino le virgolette).

Faccio questa premessa per spiegare meglio cosa penso su ciò che è successo con la studentessa di veterinaria, Caterina, insultata in modo disumano – e per questo ha la mia solidarietà personale – per il suo sostegno alla campagna a favore della sperimentazione animale. E per spiegare le ragioni della mia contrarietà ai test su topi, scimmie e criceti.

Parto da una premessa fondamentale: sono contrario ad essi, ma questo non significa che se fossi ministro della Sanità li abolirei.

E ne aggiungo un’altra: non sono un esperto del settore, per cui le mie obiezioni non sono di tipo scientifico, ma di tipo etico.

Detto questo, cercherò di spiegare le mie ragioni e di porre alcune domande.

In primis, essere contrari per quel che mi riguarda significa disattendere una sorta di “monoteismo farmaceutico” per cui non è ipotizzabile nemmeno pensare che si possa arrivare, un giorno, alla fine di questi esperimenti. Se da una parte c’è chi, come me, si auspica la fine della sofferenza degli animali in laboratorio, dall’altra c’è chi sostiene in modo militante la sua inevitabilità.
La domanda è: siamo proprio sicuri che, a lungo andare, questo tipo di pratiche non possano divenire, appunto, evitabili?

Secondo poi, il mito dell’inevitabilità della sperimentazione animale passa attraverso l’idea che per guarire certe malattie certe pratiche sono un male necessario. Adesso io credo che molta gente abbia tratto indiscutibili benefici dalla scienza medica così com’è, ma qui non si mette in dubbio il progresso e il beneficio, ma il modo con cui ci si è arrivati fino ad adesso. In un documentario sul canale storico della RAI – e mi spiace di non ricordare il titolo dello stesso – si diceva che non ci fossero stati gli esperimenti nei lager nazisti, non sapremmo molte cose riguardo all’anestesia. Ovviamente l’autore non riabilitava lo sterminio, cercava di far capire come da una follia collettiva si era cercato di trarre un beneficio comune, a posteriori. Insomma, di mali necessari la storia ne è piena… ma non sarebbe ora di ripensare a questa stessa filosofia? E questa è la mia seconda domanda.

Ancora: molto spesso si bollano in toto le proteste degli animalisti come una forma di estremismo politico. Vero è che fanno più danni coloro che, ad esempio, liberano animali infetti dalle gabbie per rilasciarli nell’ambiente circostante, provocando problemi maggiori di quelli che si vorrebbero risolvere, ma non si può bollare l’animalismo nella sua interezza come una forma di fondamentalismo senza ragioni e avulso dall’elaborazione di un pensiero filosofico. In questo atteggiamento c’è una profonda arroganza della specie dominante (l’essere umano) su soggetti a diritti minori (gli animali). E vorrei ricordare che viviamo in un contesto in cui la specie dominante ha prodotto fin troppi danni all’ambiente circostante.
Domanda: non sarebbe arrivato il momento di porci una serie di questioni morali anche in merito a questo aspetto?

Non è vero, poi, che l’animalismo non abbia portato benefici a livello collettivo. La vivisezione (intesa come forma di crudeltà) è ufficialmente illegale. A livello comunitario non si possono usare animali per la cosmesi. La sperimentazione stessa va fatta nell’interesse del soggetto utilizzato: vanno usati gli anestetici per le pratiche dolorose, ad esempio. Ma ciò dimostra, e c’è poco da dire su questo, che troppo spesso la medicina è anche stata crudele per mancanza di sensibilità animalista. E mi domando: se non hai pietà per forme di vita “minori”, come puoi rispettare la complessità dell’uomo nella sua interezza?

L’inevitabilità delle sperimentazioni animali potrebbe essere superata, a mio modo di vedere, anche attraverso pratiche sanitarie di prevenzione. Sensibilizzare su un certo tipo di alimentazione, di abitudini quotidiane (alcol, fumo, sessualità), di impatto sociale. L’uomo crea, in buona sostanza, le condizioni del suo malessere. Eppure pare che l’unica soluzione sia quella di uccidere topi per migliorare le condizioni di vita della specie umana. Mi chiedo e vi chiedo: ma siamo proprio sicuri che sia così?

Infine – ma il discorso è infinitamente più complesso e non si esaurisce qui – c’è il dato economico. Sperimentare sugli animali costa meno (così mi è stato detto da “esperti del settore”, in discussioni private) rispetto alla sperimentazione alternativa. Ciò diventa, a mio modo di vedere, una scusa per non trovare strade alternative. Il problema diventa quindi politico. E siccome sappiamo tutti quanto umanitarie possono essere certe politiche industriali delle case farmaceutiche mi chiedo se il problema non sia anche legato al business. Con conseguenze anche sul piano etico proprio nell’interesse del paziente.

Per certi “monoteisti del farmaco”, per cui non avrai altro dio al di fuori del Moment in caso del mal di testa, poco importa se lieve, questa domande non devono nemmeno esser poste. E se le poni, vengono fuori con questioni sostanzialmente cretine, del tipo: ma tu la carne la mangi, ma quanti insetti schiacci col parabrezza dell’auto e amenità similari. Ti si accusa di “estremismo”, in buona sintesi, ma adducendo argomentazioni estreme.

Di fronte al dubbio, solo certezze (da una parte e dall’altra). Tipico delle religioni. E delle guerre che si portano dietro. Io resto con le mie domande. Ma mi pare di capire che il fan club di chi vuole gli esperimenti sugli animali sa essere dogmatico quanto certi animalisti fanatici. Ahinoi.

***

P.S.: per farsi un’idea, consiglio i seguenti articoli

a favore: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/27/vivisezione-o-sperimentazione-animale-andiamo-con-ordine/825617/

contro: http://qn.quotidiano.net/lifestyle/2013/12/28/1002556-animali-ricercatrice-malata.shtml

posizione intermedia: http://www.scienzainrete.it/files/gli_animalisti_tra_ragioni_ed_estremismi.pdf

(io mi colloco su posizioni simili a quest’ultima).

Ayatollah calcistici

I miei post sull’Ucraina, la strage dei cani e gli europei di calcio – per altro tardivi, ma mi sono documentato solo di recente – stanno scatenando vibranti proteste e polemiche sia da amici sia da sconosciuti. Tutti, però, concordano su una cosa: non è permesso protestare sul campionato europeo, a prescindere dalla ragione del dissenso. Il calcio è lì, nell’empireo delle nostre coscienze, col suo infinito amore che circonda ogni cosa. Chi nega questo è un eretico, empio bestemmiatore moderno.

La cosa non mi stupisce, nemmeno un po’. Vogliamo capire il rapporto tra italiani e calcio? Ricordiamoci chi ci ha governato per vent’anni e come ha chiamato il suo partito.

Un popolo che trova le ragioni della propria unità – la quale non ha presupposti culturali forti – solo di fronte all’effetto dei ricchi compensi di un Cassano, per altro omofobo, o di un Buffon, di cui si echeggiavano, in passato, simpatie nazifasciste, è un popolo che non può ammettere deroghe di fronte a questa nuova, vera, unica e sentitissima religione. Men che mai di fronte alla ragione, anche quando questa grida

Le strategie retoriche sono sempre le stesse: il benaltrismo – ci sono urgenze superiori a cui mettere mano prima di pensare ai diritti degli animali – o la pretesa di una moralità maggiore rispetto a chi agita la questione: «ma tu mangi carne, ma tu compri le uova, ma tu…»

A questa gente potrei dire di mangiare il pallone con cui si gioca nei campi di Kiev, giusto per far capire l’intrinseca idiozia di certe affermazioni. Fino a prova contraria l’uso della carne serve per vivere, le gesta di una nazionale qualsiasi non sono fondamentali per i fini ultimi della felicità.

Mi si dice, ancora: cosa cambia a non guardare o a boicottare gli europei? Ormai i cani sono morti… E io rispondo: cambia che se gli stadi fossero stati vuoti e l’auditel azzerato qualcuno avrebbe fatto un paio di considerazioni in merito. Ma al solito il problema è chi leva una voce critica. Secondo questa logica, poi, che cambia se continuiamo a bruciare l’Amazzonia e a inquinare col petrolio il mare? Tanto ormai il danno è fatto.

Per altro non si capisce perché noi “obiettori” calcistici non possiamo avere il diritto di protestare nei modi e nelle forme che riteniamo più consone. Al solito, l’arroganza del tifoso che non ammette, da perfetto integralista, che il dio calcio possa essere messo in discussione.

Concludo citando Gandhi: il grado di civiltà di un popolo si vede da come esso tratta gli animali. Li uccidiamo per sopravvivere ed è già troppo. Stiamo distruggendo intere specie in nome di un benessere che sta facendo collassare il pianeta. Mi chiedo: in questo delirio collettivo era proprio necessario gridare “forza Italia” sopra il sangue di quelle povere bestie? Evidentemente, per molti, sì. Per me, e scusate tanto se lo scrivo, è improponibile.