Il primo tiro

o-130916A volte mi chiedo qual è l’esatto momento in cui capisci che la tua anima si sta perdendo.

Per sempre.

E sempre in quell’istante, se farai in tempo ad evitare di cadere nel baratro. In quel precipizio interiore.

È forse questo il sapore dell’infelicità?
Lo stesso, se ci fai caso, del primo tiro di ogni sigaretta.

Tutto quello che avrei voluto scrivere

4118881317_9197736992Purtroppo sono fatto così, avrei voluto scrivere, fatto un po’ male. Di quelli che si feriscono facilmente o che si lasciano ferire con altrettanta leggerezza.
E avrei voluto scrivere anche che basta poco, uno sguardo rivolto altrove, un’attenzione che cala all’improvviso, parole che promettevano qualcosa e che si sono trasformate nel loro esatto opposto.
Avrei detto anche dei miei mattini senza una direzione, di quelle volte che guardo fuori dalla finestra, della mia malinconia all’unisono col grigiore delle nuvole grondanti di pioggia e di pensieri oscuri.
E di qualche abbraccio che manca all’ultimo minuto, di quei baci che prima promessi e poi finiti col finire delle musiche dell’alba e nell’incedere notturno delle onde, in riva alla scogliera dell’estate delle mie infanzie, tutte violate e popolate da orchi malvagi.
Tutto questo avrei voluto scrivere, perché quando hai l’anima malandata succede spesso di sentirsi un po’ spezzati ed è difficile mettere cerotti quando le ferite sono invisibili.

E quindi tutte queste parole, belle e poetiche, avrei scritto in omaggio al tempio del mio dolore. Solo che mi sarei anche rotto il cazzo di tutto questo spleen. E quindi non lo dirò. Impiegando il tempo in qualcosa di più costruttivo.

Sulla cura di sé

Un giorno, mentre attraversava un fiume, la dea Cura venne incuriosità dall’argilla e cominciò a modellarla, creando una sagoma umana. Quindi chiamò Giove, a cui la dea chiese di donare lo spirito vitale. Giove ne fu ben lieto e vi infuse la vita.

La dea Cura, quindi, chiese al padre degli dèi di poter dare il proprio nome a quella creatura, ma Giove pretese lui stesso di poter avanzare quel privilegio, poiché era stato lui ad aver concesso il dono dell’anima. Ne nacque una diatriba a cui si aggiunse, in un secondo momento, la Terra: «sono stata io che ho fornito il materiale per la sua creazione, il nome da dare alla creatura deve essere il mio!».

Per risolvere la contesa le tre divinità si rivolsero a Saturno, il dio del tempo, che dopo aver sentito le ragioni dei contendenti, così si espresse: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito vitale dopo la morte della creatura ne avrai l’anima. E tu, Terra, che hai fornito l’argilla, dopo la sua morte ne avrai il corpo. Tu Cura, che lo plasmasti, te ne occuperai per tutta la durata della sua vita. E riguardo al nome, lo chiamerete uomo, perché è stato fatto con l’humus.»

Ed è per questo che la cura di noi stessi/e deve essere un dovere, nei confronti di anima e corpo: perché senza di essa non potrebbe esserci nulla di ciò che noi chiamiamo vita.

(Questo mito, che non conoscevo, mi è stato raccontato ieri dal mio terapeuta durante la nostra seduta. Credo sia molto bello e credo che tutti/e dovremmo conoscerlo).

Cori da stadio

Ci pensavo oggi. Sulle ragioni per cui ho sofferto. Per V, per il belga e per qualcun altro.
A volte, le storie si vivono come un miracolo. Come una cosa unica e irripetibile e questo perché, tutte quelle volte, ci consideriamo intrinsecamente inadeguati d’amore. Perché qualcuno, magari, ci ha suggerito che non ne eravamo degni. E noi siamo stati sufficientemente stupidi da credergli…

E allora, quando capitava, mi sembrava di essere stato “salvato” da qualcun altro che smentiva quanto ero, in realtà, per il resto del mondo.

Poi un bel giorno ho capito che nessuno ti salva, se non te stesso. E la salvezza arriva solo se ci credi. Sembra un cane che si morde la coda. E invece, è solo magia. Quella di cui siamo capaci. Se ci crediamo, appunto.

Poi, siccome in questi giorni il destino si diverte molto con me, sono finito, per un purissimo caso, nella scuola in cui ho insegnato l’anno scorso. Sono entrato a sorpresa in mensa e gli studenti mi hanno accolto coi cori da stadio. Sono diventato rosso, ho balbettato qualcosa e sono uscito per non farmi vedere, per poi tornare dopo un po’.

Parlando con una collega, abbiamo capito che con quei ragazzi è nato un legame fortissimo perché abbiamo imparato, vicendevolmente, a fidarci e ad abbassare la guardia. E con i ragazzi di periferia è così: o bianco o nero. Non c’è spazio per le complesse architetture della mente, le sue ipocrisie, le incertezze. O ti amano, o ti odiano, senza mediazione alcuna.

Credo che anche in quelle grida ci fosse un’attestazione d’amore. E mi hanno preso per quello che sono – perché loro avevano saputo di me e ne erano rimasti sconvolti – perché io, a mia volta, ero stato altrettanto categorico. Sono questo. Prendere o lasciare, senza cedimenti, senza dubbi che logorino il tempo che ci è dato vivere.

Credo che in tutte le forme d’amore e d’amicizia valga questa regola. Si accetta l’altro o lo si rifiuta. Non c’è spazio per le mille sfumature di qual si voglia colore. Chi ci ama davvero, ci assomiglia in fondo. E chi non ci vede è cieco. Il resto è un esercizio di stile. Va bene per i versi dei poeti. La vita è più crudele, purtroppo. Ma questo non vuol dire che siamo noi a doverci mettere sempre in discussione, a finire nel tritacarne, a sperare che qualcuno ci dica che non siamo poi così sbagliati. Perché non lo siamo mai. Al massimo facciamo cazzate, ma per quello c’è rimedio. Chi ci ama davvero, ci accoglie nella sua vita con i cori da curva sud. Anche se a volte non li sentiamo, perché l’anima sa essere silenziosa e vive dentro la nostra pelle… un po’ come i battiti del cuore, insomma. Ma sa andare oltre.

In due

Nel silenzio della lampada e la sua luce diagonale.
Sul letto, sulle coperte bianche, sul pavimento da pulire.
Sui pensieri rosso sangue.

Scoprire che la tua anima è spaccata in due.
In due.
Yin e yang, alfa e omega, cielo e inferno.
Due parti che si contengono tutto il resto di te.
Ciò che ne rimane.
Un pezzo che, in concreto, non esiste. E vuole tutto il resto.
Il corpo, i sogni, le stesse parole, ultimamente solo scritte, in esilio.

E perciò, dentro e fuori, il silenzio.

In terrazza sopravvivono le fragole

Succede come  in una saga di magia, quando ci lasciano per sempre. Spezzano la nostra anima in due, e poi ancora, e così via. E appare l’oscuro signore, a frapporsi tra noi e ciò che desideriamo. Tra come dovrebbe essere e ciò che siamo davvero.

È facile dire che occorre cercare i nostri oggetti maledetti e distruggerli uno per uno.
Fin troppo elementare comprendere che distrutti quelli, basterà sferrare l’attacco finale, perché il nostro aguzzino diventi una nuvola di cenere.

Eppure basta guardare un po’ meglio per vedere oltre il cappuccio della tunica e trovarvi il nostro volto. Questo ci paralizza. Non è difficile impugnare un artiglio di basilisco. È la battaglia ad essere spaventosa. E a volte basta solo questo ad annientarci sul serio. Stiamo parlando di magia oscura, d’altronde…

Quindi ti svegli. Tuttavia. E il cielo è allegro, ed è strano ma poi pensi: non è lui a seguire il tuo umore, sei tu ad esser figlio e fratello delle nuvole.

Ritorni alla notte passata, alle risate amiche, agli abbracci, ai “che vuoi che sia”. Ritrovare alleati. La certezza di una casa, o più d’una. E imparare dal buio: per nasconderti quando sei ferito o più fragile, non certo a temerlo.

E guardare, ancora, fuori, sopra i tetti arancioni, mentre in terrazza, nei vasi di primavera, sopravvivono le fragole. E la tua coinquilina, superVale, ti dice che è arrivato il tempo di cambiare arredamento alla stanza.

I segnali, a vederli, ci sono tutti. Gli oggetti maligni mi spaventeranno ancora, ma ho stretto un patto indissolubile con le stelle e ogni sorriso.

Il signore oscuro non abbia nulla da temere: soltanto al mio abbraccio, ultimo e tenero, sparirà per sempre. Dentro me, al sicuro, nella sua casa dei rimpianti interrotti, delle cose rinfacciate che non fanno più male.