Valentine’s day

20130214-170229.jpgRegola di base: il rapporto tra il tempo in cui tu pensi a lui e viceversa dovrebbe essere compreso tra 0,8 e 1,3. Altrimenti non c’è futuro.

Poi. La paura. La speranza. E poi, ad un tratto, la gioia. O almeno dicono che funzioni così…

Sintonizzare i pensieri sulla stessa frequenza. Con poche interferenze, fino ad arrivare a un suono pulito. Alla limpidezza delle intenzioni.

Scoprire che il sapore del suo bacio era come lo avevi immaginato. O rimanerne sorpresi, piacevolmente.

Un giorno (ri)scriverò la mia matematica dei sentimenti. E le grammatiche dell’amore. Per il momento mi limito ad alzarmi dal letto, guardarmi attorno e indagare qualche sguardo occasionale.

Senza grosse pretese, per altro.

Sposi gay a Sanremo. Molto bene, con un ma…

Avrei voluto parlare di Stefano e Federico, i due ragazzi che andranno a sposarsi a New York il 14 febbraio e il cui video sulla loro storia sta spopolando nel web, proprio per il 14 febbraio, in occasione del loro matrimonio (e lo farò comunque). Ma sono andati a Sanremo e la cosa è storica quasi quanto le dimissioni di un papa. Per cui vale la pena spenderci due pensieri a caldo.

Il primo, buono: si parla, finalmente, di matrimonio. Non di generiche unioni alla tedesca. Non dei balbettamenti di Bersani e della bava alla bocca di Rosy Bindi, tra una bugia e l’altra, da perfetta cattolica, sulla Costituzione. No. Loro vogliono sposarsi, non basta la convivenza (quella esiste di per sé). È l’adesione a un simbolo che li scaglia, così e semplicemente, nell’universo dei “normali”. Con buona pace di Ratzinger che, forse, poteva aspettare qualche giorno in più per dar fiato alle trombe, ormai prive di ghost writer almeno fino a metà marzo, dei Giovanardi e dei Casini di turno.

Il secondo, un po’ meno: il video originale conteneva un paio di riferimenti al sesso. E attenzione, non al sesso consumato in fretta, agito, vissuto da subito. Bensì si alludeva al sentimento dell’attesa, al momento in cui l’amore si sarebbe realizzato anche nella sua dimensione fisica, nella fusione dei corpi, nel linguaggio della passione. Niente di pornografico. Semmai il suo esatto opposto. Ma l’Ariston ha preferito tagliare questa dimensione, tutta squisitamente umana. E ancora, nessun bacio è stato permesso e men che mai si è concessa loro un’ultima parola, non scritta su un cartello, ma detta a voce. Una realizzazione vocale di due esistenze che invece, per paradosso in un festival di canzoni, sono state raccontate nel silenzio.

Per farla breve: quella di stasera è una vittoria, ma è una vittoria all’italiana. È un po’, a ben vedere, nel segno di quella concezione, tutta piddina o se vogliamo “cattocomunista”, sui diritti civili: ok, ne parliamo, ma un passo alla volta, senza concedere troppo, non coprendo tutti gli spazi delle possibilità. Secondo una logica per cui noi chiediamo di sposarci, ma nel programma c’è scritto unioni civili.

Poi va da sé, la cosa in sé è un bene. E il pubblico ha applaudito. Ma la piena democrazia, in casi come questo, è un’altra cosa e fa rima con piena uguaglianza. Lasciatemelo dire.

Fino all’ultima goccia di sangue

Chissà se tornerà il tempo dei sogni, quelli simili all’alba, che secondo il mito sono destinati a realizzarsi.
Il tempo in cui le storie che vivi e l’uomo che ami ti assomigliano per intero. Fino all’ultima goccia di sangue.
Chissà se nella mia vita sarò mai come la Principessa della Luna.
«Prima lavoravo per la moda.»
Mi ha detto, mentre giocava con la sua buccia d’arancia, figlia illegittima del cocktail, a giacere al suo cospetto di ghiaccio e opinioni.
«Ho beccato il telefono di Mick Jagger… una volta gli ho mandato un messaggio di auguri, a Natale, per gioco. Mi ha risposto. Ogni tanto ci sentiamo.»
A volte mi chiedo se la mia vita assomiglierà a un mattino islandese e alle onde dell’oceano, in un’isola africana.
Alla musica regalatami da uno sconosciuto, in quel mattino di aprile.
Chissà se essa ha raggiunto il suo punto più alto, nel sole di questa giornata. Chiamata vita, per convenzione.
O chissà, appunto, se tornerà il tempo dei sogni all’alba.
«E capisci perché mi incazzo? Mick Jagger mi scrive e quell’altro si fa desiderare per un appuntamento…»
Il solito uomo sbagliato, nel cuore giusto.

Volevo dirglielo, alla Principessa della Luna. La legge dei tempi moderni, quella per cui se ti piace lui scappa, è solo il suono una canzone modesta. Ma non avevo le parole, in quel momento. Magari un giorno glielo dirò. Quando troverò i sogni e le parole. A me uguali. Fino all’ultima goccia di sangue.

Riassumendo… (e buon 2013!)

Solo cose belle

Trovare l’email con su scritto “pubblicheremo il suo saggio”
Le scene a L’attimo fuggente, in classe, perché hanno scoperto che sei gay
Mary e le avventure di Torre Angela
Quelli del “tempo prolungato”
Quei giorni a Roma, con Erika e Himelda
Gay’s Anatomy
La neve a Roma
Le lacrime della terapia, che lavano via tutto il dolore che c’è
La mia prima intervista in radio e il concerto di Guazzone, dal vivo
La colazione all’inglese, con “Nani nel mondo”
Il gruppo di Londra
Il koala
Quel giorno al luna park
Le sere d’estate, al Pigneto
La caipiroska al kiwi (menzione speciale al team di via Macerata per avermi iniziato al culto)
La dedizione della splendida Wonder
Il mio psicoterapeuta (che è di un fico che ciao)
Le sere a Caracalla, con Simo e Mike
In prima serata, su Rainews
Volare in mongolfiera
Perdere dodici chili e capire che puoi fare tutto nella vita
Cambiar casa
Giada, Anna Nim e Frenky
(…e anche Barbara, ma questo ormai è chiaro)
Piacere, ancora
I biscotti allo zenzero
Le presentazioni del libro… (con menzione d’onore a Bilo, Igor e i bolognesi, Tiziana & Stonewall, Arcigay Catania, i triestini tutti, gli amici del Mieli, di SEL e del Pd)
Le parole di Franco e Lorenza
Il Filosofo, e le sue perle notturne
Gli amici e le amiche di sempre. Sempre!
La Maria, e tutto il miciume che c’è.

Luoghi

I canali di Treviso, il ponte di Bassano e il centro di Padova
Londra, anche con la pioggia
Il molo di Trieste e il castello di Miramare
Bologna, a giugno e a novembre
La spiaggia del Tellaro e le canne trascinate dal mare
Istanbul, tutta
I camini della Cappadocia
La casa di Giulietta
Tutte le città dove ho presentato il libro.

Cestinare

Le pubblicazioni on demand
I ritorni del passato
Le amicizie che van fuori di testa
L’orzaiolo a ferragosto
I massaggiatori turchi
L’omofobia
Rosy Bindi (appunto) e pure Elsa Fornero
Il lavoro alle scuole medie (lo dico ogni anno, ma stavolta lascio sul serio)
Il segno del leone (con le doverose eccezioni)
Il concorso a scuola (e infatti non l’ho fatto)
La dipartita dei grandi e la permanenza dei mediocri

Letture

M. Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon
L. Ghinelli, La colpa
F. Buffoni, Noi e loro
B. Mazzara, Stereotipi e pregiudizi
W. Szymborska, Vista con granello di sabbia
C. M. Martini, I. Marino, Credere e conoscere
I. Allende, La casa degli spiriti
F. Buffoni, Il servo di Byron
T. Capote, Foglie d’erba
P. Pedote, Storia dell’omofobia

Colonna sonora

Carlo, Celeste Gaia
Guasto, Marco Guazzone
Somebody that I used to know, Gotye
Distratto, Francesca Michielin
Dauðalogn, Sigur Ros
Bells, The naked and famous
Make me a picture of the sun, Carlot-ta
Born to die, Lana del Rey
Diamonds, Rihanna
Madness, Muse

Parole chiave

Biondume
Roscia
Blog
Terapia
Dieta
Autostima
Pistulata
Français
Life Coach

Buoni propositi

(ok, non si fanno, ma io molti di quelli dell’anno scorso li ho realizzati)

Cambiare lavoro
Essere (ancora) più fighi
Abbandonare lo sguardo ferito
Assomigliare all’idea che abbiamo di noi stessi
Prendere il Delf
Ancora sushi (con Lori e con Dani)
Andare in Giordania e, forse, anche alle Canarie
Tornare a Parigi, con Laura
Trombare di più
…e chissà che non ci si innamori!

…e per il resto, buon anno nuovo a tutti e a tutte!

#15factsaboutme

È un hashtag. E gira su Twitter.

Ho pensato: quali sono le quindici cose che ti descrivono?
Ho lasciato parlare l’istinto e questo è il mio elenco:

1. Sono (auto)ironico. Perché bisogna sempre ridere di se stessi e di ciò che ci circonda.
2. Scrivo: racconti, saggi, poesie, romanzi. E sul mio blog.
3. Non amo più il mio lavoro. Tutta colpa di chi ha reso la scuola un luogo per manovalanza intellettuale di terz’ordine.
4. Da bambino ero grasso. Poi tra un effetto fisarmonica e l’altro, ho perso, negli ultimi mesi, altri dodici.
5. Sono siciliano, ma vivo a Roma e ogni tanto mi vien voglia di scappare all’estero.
6. Mi piace cucinare. Per lo più per gli altri. Mi piace cucinare più il salato. Ma io, personalmente, amo i dolci.
7. Reputo l’amicizia un sentimento fondamentale. In alcuni casi, addirittura superiore all’amore. Perché non dà dipendenza.
8. Non sopporto la volgarità dei tempi moderni. Ma dico le parolacce.
9. Sono gay. E sono contento di esserlo. Essere gay mi ha salvato la vita. E non è una provocazione.
10. Aspiro al cinismo. Ma in verità sono un gran tenerone. Capite perché vado in terapia?
11. Ogni tanto sento l’esigenza di innamorarmi. Poi rinsavisco e ritorno in me.
12. Do i nomi degli esseri umani agli animali, per elevare la miserabile condizione dell’uomo.
13. Amo il crepitare del fuoco, il suono di neve e acqua dei ruscelli, l’odore della pioggia, la luce tenue delle candele.
14. Sposerò l’uomo che me lo chiederà lasciandomi piangere per il fatto di avermelo proposto senza che io ne abbia pudore.
15. Mi piace abbracciare. Se ti abbraccio, vuol dire che non ho più armi. Vuol dire che sei diventato/a il mio mondo.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

All the lights go down

All the lights go down…
All the lights go down…

«Cosa vuoi davvero?»
«Te.»
«Sai che non è possibile.»
«Allora non importa. Niente.»

(Quando cerchiamo quel pezzetto smarrito di noi dentro gli altri, lo facciamo perché siamo fragili oppure perché siamo forti e ammettiamo la nostra incompletezza?)

«Come va l’amore?»
«Unammerda…»
«Perché non c’è o perché è complicato?»
«Perché sono io, quello complicato.»

I’m not here to make you stay
I’m not here to take you away
I can’t make you disappear
I can’t take away your fear
I can’t help you understand
I will not clap my hands
But I’ll breakdown here the truth

I did not come here for you…

Sogni nel cassetto

Una casa, la mia, non troppo piccola, non troppo grande. Col parquet, sul pavimento. E il camino. Fuori un giardino, per piantarci le fresie, che tanto piacevano a Bloody Nell. E una stanza in più, perché una casa vuota è una casa triste e deve esserci sempre posto per qualcuno/a che vuol venire a trovarti o a trovare rifugio da te.

La mia gatta, anche se è vecchietta e sta in Sicilia… perché a lei piaceva dormire con me, in mezzo alle gambe e ultimamente, siccome sente la mia lontananza, e siccome i gatti si offendono se non gli stai accanto, adesso dorme vicino al telefono, ma perché sa che lì può sentire la mia voce.

Nella cucina devono esserci tanti oggetti, per cucinare per le persone a cui voglio bene e, magari, una in particolare… e poi le ceramiche, portate da lontano o comprate ai mercatini, da attaccare al muro o da usare come sottopentola.

Una stanza solitaria, dove poter scrivere i pensieri, le cose che un giorno avrò da dire, o conservare le lettere ricevute, le poesie da nascondere e le mie parole d’amore da far trovare sotto il cuscino, vicino al piatto, accanto al televisore acceso.

E ancora.

Le tende bianche e il vento irriverente.
Le risate buone, il profumo di una torta mai provata e quello del bucato steso.
Il piumone davanti alla tv, sul divano grande, con la musica accennata.
Il letto, a due piazze, dove fare l’amore.
La vasca da bagno con le zampe.
Le finestre socchiuse, per non aver paura dei temporali e ascoltare il suono della neve.
I quadri appesi alle pareti.
E i sogni nel cassetto. Come questo.

Cori da stadio

Ci pensavo oggi. Sulle ragioni per cui ho sofferto. Per V, per il belga e per qualcun altro.
A volte, le storie si vivono come un miracolo. Come una cosa unica e irripetibile e questo perché, tutte quelle volte, ci consideriamo intrinsecamente inadeguati d’amore. Perché qualcuno, magari, ci ha suggerito che non ne eravamo degni. E noi siamo stati sufficientemente stupidi da credergli…

E allora, quando capitava, mi sembrava di essere stato “salvato” da qualcun altro che smentiva quanto ero, in realtà, per il resto del mondo.

Poi un bel giorno ho capito che nessuno ti salva, se non te stesso. E la salvezza arriva solo se ci credi. Sembra un cane che si morde la coda. E invece, è solo magia. Quella di cui siamo capaci. Se ci crediamo, appunto.

Poi, siccome in questi giorni il destino si diverte molto con me, sono finito, per un purissimo caso, nella scuola in cui ho insegnato l’anno scorso. Sono entrato a sorpresa in mensa e gli studenti mi hanno accolto coi cori da stadio. Sono diventato rosso, ho balbettato qualcosa e sono uscito per non farmi vedere, per poi tornare dopo un po’.

Parlando con una collega, abbiamo capito che con quei ragazzi è nato un legame fortissimo perché abbiamo imparato, vicendevolmente, a fidarci e ad abbassare la guardia. E con i ragazzi di periferia è così: o bianco o nero. Non c’è spazio per le complesse architetture della mente, le sue ipocrisie, le incertezze. O ti amano, o ti odiano, senza mediazione alcuna.

Credo che anche in quelle grida ci fosse un’attestazione d’amore. E mi hanno preso per quello che sono – perché loro avevano saputo di me e ne erano rimasti sconvolti – perché io, a mia volta, ero stato altrettanto categorico. Sono questo. Prendere o lasciare, senza cedimenti, senza dubbi che logorino il tempo che ci è dato vivere.

Credo che in tutte le forme d’amore e d’amicizia valga questa regola. Si accetta l’altro o lo si rifiuta. Non c’è spazio per le mille sfumature di qual si voglia colore. Chi ci ama davvero, ci assomiglia in fondo. E chi non ci vede è cieco. Il resto è un esercizio di stile. Va bene per i versi dei poeti. La vita è più crudele, purtroppo. Ma questo non vuol dire che siamo noi a doverci mettere sempre in discussione, a finire nel tritacarne, a sperare che qualcuno ci dica che non siamo poi così sbagliati. Perché non lo siamo mai. Al massimo facciamo cazzate, ma per quello c’è rimedio. Chi ci ama davvero, ci accoglie nella sua vita con i cori da curva sud. Anche se a volte non li sentiamo, perché l’anima sa essere silenziosa e vive dentro la nostra pelle… un po’ come i battiti del cuore, insomma. Ma sa andare oltre.