Le cose da rimettere in ordine

È solo una questione di ordine. E di tempo. Rimettere le cose a posto e trovare il tempo per farlo. Non sprecarne più di tanto. Perché non è infinito, quello che ci è concesso. Perché non abbiamo il contachilometri, non c’è la spia della benzina che ci avverte quando sta per finire. Succede e basta. Puoi averne una sensazione, un preavviso repentino. Ma quando accade, ti accorgi che tutto si risolve in un niente. E allora è meglio non essere colti impreparati e lasciare le cose in ordine, per quanto assurdo è questo stesso concetto in un universo dominato dall’entropia.

E allora ecco il mio caos da rimettere a posto.

Troppe nuvole in cielo, che raffreddano i colori delle mie orchidee e i palpiti all’unisono col respiro.
Il rumore della lavatrice che gira su se stessa, come a volte la storia di tutti i giorni.
Un messaggio che non arriva.
Lenzuola rosse e piumone verde, una camera da letto esposta a sud est e l’idea di fare un po’ più di selezione all’ingresso.
La musica che rimbalza dentro e non risparmia niente, neppure un globulo rosso.
Il profumo dei biscotti che le persone a cui vuoi bene hanno mangiato senza riguardo nemmeno per le briciole.
Tutto l’amore che c’è, che si agita dentro come una pantera affamata di vita.
Il pensiero dei bimbi che cantano, in un teatro di fine anno. Il calore di una lacrima furtiva che nessuno ha visto. Forse.
La paura di aver sbagliato ogni cosa. E quella della solitudine.
Il fantasma del Natale ipotetico.
Tutte le parole che avrei voluto dire. In più occasioni, a più persone.
Tutte le parole e le cose che mi sono ritrovato, qui da qualche parte, per te. A dispetto dell’oscuro signore bianco, delle distanze di sicurezza, fossero grandi quanto un oceano intero.
Tutta la vita che rimane, da risistemare nei cassetti, da toglierle la polvere negli angoli nascosti e i grumi delle azioni sprecate.

Tutto questo, come se ci fosse tutta la vita davanti. E non sapere da quale punto cominciare.

Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

403883_10150417854610703_732356119_n

La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

Family Pride

Sono stati i giorni dell’Onda Pride e ho fatto come una trottola, tra Roma, Palermo e Catania.

Avevo in mente di scrivere un post sulle emozioni, il valore politico del fatto che dieci città scendano in piazza tutte insieme, ecc.

Poi ho pensato che due immagini potevano raccontare al meglio questa settimana appena trascorsa.

Questa, per cominciare:

10521986_10152108169995703_4135560487284487983_n

famiglie orgogliose…

E quest’altra:

famiglie da pride

famiglie da pride

E come ho già scritto altrove, credo che si possa commentare così: noi persone LGBT siamo per un’unica forma di amore, quello vero. Altre parole sono superflue. Così come certi silenzi.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

Attorno a me

Mi chiedo se un giorno la mia vita assomiglierà mai a qualcuno dei miei sogni.

Come quella casa col terrazzo, sul viale alberato.
Come le storie che stanno tutte dentro la mia pelle e che un giorno scriverò.
Le risate dei miei amici e delle mie amiche, in una domenica qualsiasi.
E l’ultimo abbraccio alla mia gatta, prima che sia troppo tardi.
O baciarti, tutte le volte con la paura che tutto possa finire, perché succede sempre così. Per poi svegliarmi e trovarti dall’altro lato del mio letto, mentre dormi, inconsapevole e con un braccio attorno a me. Per non lasciarmi andare via.

Come Itaca

Il corpo dovrebbe essere l’ultimo approdo. Come Itaca. Tutto il resto, dal primo sguardo al sondare le intenzioni, fino a quando cogli quella luce negli occhi pronta a trasmigrare in uno sfiorarsi gentile, tutto questo, dicevo, è il viaggio. Con le sirene dell’illusione. Con le coste dei Lestrigoni e il dubbio altrettanto vorace. Con il suo Polifemo e ogni astuzia per sconfiggerlo.

E proprio questa somiglianza col mito di Ulisse molto spesso ce lo fa apparire senza fine, né scopo o direzione.

Invece a volte è proprio il corpo il primo passo. Lo scrigno che diventa mappa del tesoro. Segui il sentiero della mia pelle, gli alberi delle mie gambe, il fiume tempestoso del desiderio liquido e bianco. Segui tutto questo, ma attorno. Oltre quel diaframma di pelle c’è il respiro. Il battito. Tutto questo lo trovi proprio in mezzo al sangue. L’involucro è meno pericoloso, più allettante. Perché se concedi ogni cosa di te, tranne l’anima, ti salvi. Per paradosso. O almeno così si crede.

E disimpari il linguaggio dei gesti e il profumo delle notti fredde, prima della primavera. Non sei nemmeno disposto ad usare due o tre semplici parole. Un . Un mi piace. Perché poi, se le cose dovessero andare come sempre vanno, ecco, poi è difficile tornare indietro e mostrare indifferenza. Col corpo è più facile: è come girarsi dall’altra parte del letto, dopo l’orgasmo, mentre arriva il sonno da condividere in due senza metterci in mezzo nient’altro. Tanto si sa, il mattino ha l’oro in bocca e meno ipocrisia.

Forse è per questo che la gentilezza disorienta. E si riesce a tradurre, a stento, la stele delle piccole cose. Perché si è persa la lingua dell’attesa, delle pause e delle cose. Tutte. Perché è come partire proprio dalla tua isola, per ricercarla altrove. Non puoi far altro che perderti. Non tornare più. Apolide, in patria d’altri. E con l’anima, ben stretta, nel forziere.