Il “nuovo” Ulivo, la solita idiozia

Se si potesse tornare alla terminologia degli anni 90, quando i partiti avevano nomi di fiore o di slogan calcistici, il partito democratico potrebbe essere ribattezzato con una sola parola: il neurone.

L’idea l’ho mutuata dall’amico Hismael Dos, il quale qualche anno fa, riferendosi alla stanza di importante luminare della facoltà di Lettere, etichettò così l’intero entourage della persona in questione in ragione delle geniali idee che venivano partorite in quell’ambiente.

Mutatis mutandis, la geniale idea questa volta è venuta all’immancabile, per niente ottima ma sicuramente immensa (e non alludo al peso) Rosy Bindi. La quale, dall’alto delle sue competenze da stratega elettorale, apre niente di meno che a Gianfranco Fini e al suo gruppo. E si badi, non per un’alleanza parlamentare, che sarebbe legittima, per progetti di breve periodo – come ad esempio la legge elettorale – bensì per quello che si profila come nuovo Ulivo.

Questa prova di acume d’ingegno fa il paio con le aperture di Massimo D’Alema a Casini: baffino, infatti, sembra non riuscire a fare a meno dell’alleanza con le fronde più becere del cattolicesimo parlamentare. Le stesse, per intenderci, che reputano legittimo che i gay vengano picchiati senza nessuna legge che faccia da deterrente – ma d’altronde D’Alema è omofobo – e che permettono che persone della caratura morale di Cuffaro siedano al Senato della Repubblica.

Questi geni delle alleanze parlamentari non si rendono conto che il nuovo Ulivo – che andrebbe ribattezzato con l’epiteto di “nuovamente Ulivo” – non può o non dovrebbe basarsi sull’ormai logora ricetta dell’ammucchiata elettorale. Il “nuovo” non è la riproposizione di vecchi schemi già sconfitti dalla storia degli ultimi quattordici anni. Per vincere Berlusconi ci vuole semplicemente un progetto, non un’accozzaglia di nomi. D’Alema e la Bindi, evidentemente, incapaci di aver creato l’alternativa, si aggrappano all’unica cosa che conoscono bene per andare avanti: il loro pressapochismo, nella speranza che l’elettorato del pd si faccia piacere anche quest’ennesima brodaglia neocentrista, paramafiosa e cattomofoba.

L’aspetto più deprimente, per altro, sta proprio nel fatto che D’Alema rivendichi con un certo orgoglio, tipico di ogni gradasso che non riesce a vedere la propria ridicolaggine, l’esperimento piemontese: UDC e piddì, dice l’eterno sconfitto, hanno già fatto un’alleanza. Già. Peccato che quell’alleanza ha portato alla sconfitta.

Dovrebbero poi spiegarci le due menti eccelse cosa dovrebbe indurre un ex missino, forse convertitosi a un certo repubblicanesimo all’italiana, a votare a una coalizione abitata da ex-dc ed ex-comunisti. O perché un elettore di Vendola dovrebbe farsi piacere le richieste dei ciellini. O ancora, perché un elettore gay vicino a SEL o a Di Pietro dovrebbe sentirsi a suo agio in una coalizione con la Binetti.

Per altro, se tutto questo dovesse portare dei frutti, finirebbe come nel 1996 e nel 2006: una maggioranza litigiosa, destrutturata, priva di un programma comune, disomogenea e in balia dei vari personalismi.

Il partito democratico in realtà teme le elezioni e non potendo rappresentare un’alternativa – lacerato com’è al suo interno tra veltroniani e dalemiani, tra laici e cattolici, tra persone che credono nei diritti civili e chi invece obbedisce agli ordini del Vaticano – si inventa l’unica via d’uscita che è in grado di produrre forse per tara genetica: la grande ammucchiata. E non è detto però che questa volta funzioni, come è accaduto in passato.

D’Alema e la Bindi, in buona sostanza, stanno preparando il terreno per l’ennesima vittoria elettorale di Berlusconi. Con buona pace di chi, forse perché in buona fede, forse perché per spirito di parte, elogia la geniale idea partorita da menti tutt’altro che geniali.

In tutto questo tripudio del niente aromatizzato con l’antico sapore dello stantìo emerge una solida unica certezza: a parlare di elezioni e di alleanze non è il segretario del pd. Bersani viene dietro le due eminenze grigie di un partito che, per giustificarsi agli occhi dell’elettorato, ha bisogno di prestanome e maggioranze fittizie. Quando basterebbe molto di meno per essere concorrenziali. A partire da un paio di idee buone e persone più motivate a portarle avanti.

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