Mantra

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I miei mantra, in vigore dal primo gennaio di quest’anno:

1. Senza pietà alcuna.
2. Il mondo deve sapere.
3. «Non c’è spazio per le teste di cazzo» (cit. Caterina Coppola).

Da associare, variamente, al più diatopicamente connotato «Sucati ‘n prunu!» (ibidem).
E buona continuazione a tutti e a tutte.

Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

Le cose da rimettere in ordine

È solo una questione di ordine. E di tempo. Rimettere le cose a posto e trovare il tempo per farlo. Non sprecarne più di tanto. Perché non è infinito, quello che ci è concesso. Perché non abbiamo il contachilometri, non c’è la spia della benzina che ci avverte quando sta per finire. Succede e basta. Puoi averne una sensazione, un preavviso repentino. Ma quando accade, ti accorgi che tutto si risolve in un niente. E allora è meglio non essere colti impreparati e lasciare le cose in ordine, per quanto assurdo è questo stesso concetto in un universo dominato dall’entropia.

E allora ecco il mio caos da rimettere a posto.

Troppe nuvole in cielo, che raffreddano i colori delle mie orchidee e i palpiti all’unisono col respiro.
Il rumore della lavatrice che gira su se stessa, come a volte la storia di tutti i giorni.
Un messaggio che non arriva.
Lenzuola rosse e piumone verde, una camera da letto esposta a sud est e l’idea di fare un po’ più di selezione all’ingresso.
La musica che rimbalza dentro e non risparmia niente, neppure un globulo rosso.
Il profumo dei biscotti che le persone a cui vuoi bene hanno mangiato senza riguardo nemmeno per le briciole.
Tutto l’amore che c’è, che si agita dentro come una pantera affamata di vita.
Il pensiero dei bimbi che cantano, in un teatro di fine anno. Il calore di una lacrima furtiva che nessuno ha visto. Forse.
La paura di aver sbagliato ogni cosa. E quella della solitudine.
Il fantasma del Natale ipotetico.
Tutte le parole che avrei voluto dire. In più occasioni, a più persone.
Tutte le parole e le cose che mi sono ritrovato, qui da qualche parte, per te. A dispetto dell’oscuro signore bianco, delle distanze di sicurezza, fossero grandi quanto un oceano intero.
Tutta la vita che rimane, da risistemare nei cassetti, da toglierle la polvere negli angoli nascosti e i grumi delle azioni sprecate.

Tutto questo, come se ci fosse tutta la vita davanti. E non sapere da quale punto cominciare.

Quel cassetto in mezzo al cuore

chiave-dei-ricordiEra il tempo in cui il sole tramontava nella sala da pranzo, sui tulipani che amavo comprare di tanto in tanto, nei pomeriggi di fine autunno. Quando la luce si faceva più obliqua, per lasciare posto alla stagione del sonno e del crepuscolo. Quando non ci si curava del freddo e l’aria era arancione. Quando si rideva per il sapore della cannella e quando si stava comunque insieme, a contendersi l’unica poltrona disponibile per parlare di ogni cosa. La televisione accesa, la musica su MTV, anche se per qualcuno potrebbe essere poco poetico. E gli amori tutti sbagliati, di tutti e tutte noi. L’avvicendarsi delle persone, che pure rimanevano sempre, come la scia del profumo di quando ci si preparava per uscire la sera. Era il tempo in cui il venerdì sera era il tuo sabato del villaggio, quando si varcava la soglia di quel locale ed ogni cosa sussurrava che chi avresti baciato doveva pur rimanere per sempre, prima o poi. Perché dovevi crederci, perché era quello il sogno segreto del tuo cassetto custodito da qualche parte dentro il cuore.

Era il tempo in cui avresti inventato il tuo lessico familiare, le parole che solo tu e ciò che si agitava in quelle pareti avreste potuto cogliere in tutto il suo significato di avvenire. Anche se poi saremmo stati presi tutti e tutte e saremmo stati lanciati come coriandoli, in un carnevale senza maschere e con i nostri volti nudi ad animare la festa. Era il momento in cui avresti imparato lingue nuove e nuovi dolori, per poi rinunciare a ciò che non serve e che non ha identità, perché non può avere spessore ciò che ti lascia solo il vuoto e niente più.

Era il tempo in cui avresti capito, senza fretta alcuna ma con tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, che le persone restano anche quando vanno via per sempre. E che altre fanno finta di esserci per poi ferirti senza nessuna cura di circostanza, anche se è così che deve andare. E di tutto quel tempo sarebbe rimasto il profumo delle lenzuola stese, la bellezza delle feste in terrazza, gli abbracci di chi, che per qualche assurda e opportuna ragione, si è conficcato dentro il petto senza nemmeno ferirti. Ma se la spina la muovi, ogni tanto, fa un po’ male ed è dolce lo stesso, come sempre succede quando dialoghi con la nostalgia di ciò che è stato, che non tocchi più eppure è da qualche parte dentro di te, sempre in quel cassetto. Sempre in mezzo al cuore.

Go if you want…

Now I’m all messed up
sick inside, wondering where
where you’re leaving your makeup.
Now I’m all messed up
sick inside wondering who
whose life you’re making worthwhile…

Tegan and Sara, Now I’m all messed up

(e non so perché, ma penso a Meg e al fatto che se avessimo avuto ancora vent’anni avremmo ascoltato questa canzone in una sera d’inverno, a lacerarci l’anima e a mangiare cioccolata. Insieme. Come sempre…)

Nemmeno la grandezza degli oceani

L’amicizia è un sentimento importante, perché alla fine, nonostante ogni cosa e al di là delle rovine a cui può assomigliare la nostra vita in certi momenti, è tutto quello che ti rimane e quando te ne accorgi, ti accorgi che non è poco.

L’amicizia è un sentimento solido e fragile allo stesso tempo, come un diamante. Bello, purissimo e difficile da trovare. Per questo devi prendertene cura, perché può rompersi per sempre in un punto e uno soltanto, ma è per questo che non devi mai arrivare a quel punto.

L’amicizia è vedere che qualcosa nell’ingranaggio segna un giro a vuoto, e te ne accorgi quando le parole non raccontano perfettamente la realtà. Allora fermi tutto, apri il congegno, rimetti le cose a posto – o almeno ci provi – e aspetti che la macchina riparta. A volte è un po’ difficile, ma ne vale la pena.

L’amicizia è trovare il suo sguardo e sapere che mai ti farà del male, e commuoverti di fronte a questa evidenza.

L’amicizia è sapere che qualcuno ti aspetta oltre il mare dei tuoi giorni, in quella che era un’altra quotidianità, un’altra storia, un’altra vita. E sapere che nonostante lo spazio e il tempo, praticamente nulla è cambiato.

L’amicizia è prendersi cura di chi ne ha bisogno, perché è un po’ come quella storia della volpe da addomesticare, ma sai anche viene da sé, non riesci a spiegarlo, a un certo punto scegli una persona, la adotti, fa parte non della tua routine, ma di te. Ed ogni cosa assume il valore della conseguenza.

L’amicizia è ridere al tramonto, la follia di una notte, la bellezza di un viaggio, ritrovarsi in uno sguardo di intesa, proteggere dalle bugie e proteggere con le bugie, rincontrarsi al punto di sempre come al muretto della nostra adolescenza, lasciare andare chi vuol andarsene, sapere che nemmeno la grandezza degli oceani sarà in grado di scrivere la parola forse, ritrovarsi a giocare con la sabbia in una domenica d’estate, trovare frasi in un tovagliolo in cui è stata lasciata una poesia, contare insieme le volte che hai provato a innamorarti, unire i puntini con le stelle del cielo. E crede che tutto questo sarà per sempre, perché in un certo modo è così che accade.

Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Cartoline parigine

Perché è così che ricorderò questi giorni. Col sapore del cioccolato e dell’uvetta. La bellezza dell’amicizia, che è l’unico sentimento capace di non farmi del male. I giochi con Kadok. Le notti passate a pensare a due occhi sbagliati. I vicoli fatti di poesia. Il cielo con le nuvole dell’oceano. I demoni che ora guardo in faccia, seppur continuano a esser vigliacchi. Le mani sulle pareti muschiate. I profumi del quartiere ebraico. I giardini nascosti e i gatti tra le piante di fragole. I silenzi e la solitudine mai colpevoli. I sepolcri dimenticati di Montmartre. I gesti quotidiani che curano le ferite. Il morbido suono del pavimento di legno.

E la consapevolezza che c’è sempre qualcosa di buono, anche se da lontano i tuoni fanno troppo rumore.

Compensazioni

Il rumore della quotidianità. La pioggia. La sensazione di trovarsi al sicuro. La voce delle tue amiche, dall’altra parte della casa. La morbidezza delle coperte, mentre le accarezzi. La luce, che illumina solo una parte della stanza. Il pensiero di tua madre, il suo abbraccio lontano, le sue malinconie. Il vuoto, sparso qua e là, dal di dentro. Le confidenze di chi ti vuol bene. I progetti di quella cena, appena arriva il pacco dalla Sicilia. L’ultima pagina di quel libro, difficile e doloroso, ma che hai voluto finire fino all’ultimo. Gli occhi giganti di un cagnolino innamorato. La nobiltà dei fulmini. Il colore del cielo, nei suoi occhi. E quello della notte, nella sua anima. L’orchidea sulla mensola. Il week end con la tua amica del cuore, lo stesso scontrino, il cappuccino in quel bar di periferia. Il viola, altrove. E il bianco, a casa tua.

A volte ti piovono addosso schegge di bellezza. E un po’ bruciano, tagliuzzano, e da quel sangue capisci che sei vivo.

E per il resto…

Credo che nessuno possa essere davvero felice fino in fondo.
E che ci sono delle isole di infelicità nel nostro animo.
E questo vale anche al contrario. Cioè, non si può essere sempre infelici.
Per compensare ritrovi sempre, nel tuo vagare, oasi di gioia.

Fino all’ultima goccia di sangue

Chissà se tornerà il tempo dei sogni, quelli simili all’alba, che secondo il mito sono destinati a realizzarsi.
Il tempo in cui le storie che vivi e l’uomo che ami ti assomigliano per intero. Fino all’ultima goccia di sangue.
Chissà se nella mia vita sarò mai come la Principessa della Luna.
«Prima lavoravo per la moda.»
Mi ha detto, mentre giocava con la sua buccia d’arancia, figlia illegittima del cocktail, a giacere al suo cospetto di ghiaccio e opinioni.
«Ho beccato il telefono di Mick Jagger… una volta gli ho mandato un messaggio di auguri, a Natale, per gioco. Mi ha risposto. Ogni tanto ci sentiamo.»
A volte mi chiedo se la mia vita assomiglierà a un mattino islandese e alle onde dell’oceano, in un’isola africana.
Alla musica regalatami da uno sconosciuto, in quel mattino di aprile.
Chissà se essa ha raggiunto il suo punto più alto, nel sole di questa giornata. Chiamata vita, per convenzione.
O chissà, appunto, se tornerà il tempo dei sogni all’alba.
«E capisci perché mi incazzo? Mick Jagger mi scrive e quell’altro si fa desiderare per un appuntamento…»
Il solito uomo sbagliato, nel cuore giusto.

Volevo dirglielo, alla Principessa della Luna. La legge dei tempi moderni, quella per cui se ti piace lui scappa, è solo il suono una canzone modesta. Ma non avevo le parole, in quel momento. Magari un giorno glielo dirò. Quando troverò i sogni e le parole. A me uguali. Fino all’ultima goccia di sangue.