Le cose da rimettere in ordine

È solo una questione di ordine. E di tempo. Rimettere le cose a posto e trovare il tempo per farlo. Non sprecarne più di tanto. Perché non è infinito, quello che ci è concesso. Perché non abbiamo il contachilometri, non c’è la spia della benzina che ci avverte quando sta per finire. Succede e basta. Puoi averne una sensazione, un preavviso repentino. Ma quando accade, ti accorgi che tutto si risolve in un niente. E allora è meglio non essere colti impreparati e lasciare le cose in ordine, per quanto assurdo è questo stesso concetto in un universo dominato dall’entropia.

E allora ecco il mio caos da rimettere a posto.

Troppe nuvole in cielo, che raffreddano i colori delle mie orchidee e i palpiti all’unisono col respiro.
Il rumore della lavatrice che gira su se stessa, come a volte la storia di tutti i giorni.
Un messaggio che non arriva.
Lenzuola rosse e piumone verde, una camera da letto esposta a sud est e l’idea di fare un po’ più di selezione all’ingresso.
La musica che rimbalza dentro e non risparmia niente, neppure un globulo rosso.
Il profumo dei biscotti che le persone a cui vuoi bene hanno mangiato senza riguardo nemmeno per le briciole.
Tutto l’amore che c’è, che si agita dentro come una pantera affamata di vita.
Il pensiero dei bimbi che cantano, in un teatro di fine anno. Il calore di una lacrima furtiva che nessuno ha visto. Forse.
La paura di aver sbagliato ogni cosa. E quella della solitudine.
Il fantasma del Natale ipotetico.
Tutte le parole che avrei voluto dire. In più occasioni, a più persone.
Tutte le parole e le cose che mi sono ritrovato, qui da qualche parte, per te. A dispetto dell’oscuro signore bianco, delle distanze di sicurezza, fossero grandi quanto un oceano intero.
Tutta la vita che rimane, da risistemare nei cassetti, da toglierle la polvere negli angoli nascosti e i grumi delle azioni sprecate.

Tutto questo, come se ci fosse tutta la vita davanti. E non sapere da quale punto cominciare.

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Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

Attorno a me

Mi chiedo se un giorno la mia vita assomiglierà mai a qualcuno dei miei sogni.

Come quella casa col terrazzo, sul viale alberato.
Come le storie che stanno tutte dentro la mia pelle e che un giorno scriverò.
Le risate dei miei amici e delle mie amiche, in una domenica qualsiasi.
E l’ultimo abbraccio alla mia gatta, prima che sia troppo tardi.
O baciarti, tutte le volte con la paura che tutto possa finire, perché succede sempre così. Per poi svegliarmi e trovarti dall’altro lato del mio letto, mentre dormi, inconsapevole e con un braccio attorno a me. Per non lasciarmi andare via.

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Sogni nel cassetto

Una casa, la mia, non troppo piccola, non troppo grande. Col parquet, sul pavimento. E il camino. Fuori un giardino, per piantarci le fresie, che tanto piacevano a Bloody Nell. E una stanza in più, perché una casa vuota è una casa triste e deve esserci sempre posto per qualcuno/a che vuol venire a trovarti o a trovare rifugio da te.

La mia gatta, anche se è vecchietta e sta in Sicilia… perché a lei piaceva dormire con me, in mezzo alle gambe e ultimamente, siccome sente la mia lontananza, e siccome i gatti si offendono se non gli stai accanto, adesso dorme vicino al telefono, ma perché sa che lì può sentire la mia voce.

Nella cucina devono esserci tanti oggetti, per cucinare per le persone a cui voglio bene e, magari, una in particolare… e poi le ceramiche, portate da lontano o comprate ai mercatini, da attaccare al muro o da usare come sottopentola.

Una stanza solitaria, dove poter scrivere i pensieri, le cose che un giorno avrò da dire, o conservare le lettere ricevute, le poesie da nascondere e le mie parole d’amore da far trovare sotto il cuscino, vicino al piatto, accanto al televisore acceso.

E ancora.

Le tende bianche e il vento irriverente.
Le risate buone, il profumo di una torta mai provata e quello del bucato steso.
Il piumone davanti alla tv, sul divano grande, con la musica accennata.
Il letto, a due piazze, dove fare l’amore.
La vasca da bagno con le zampe.
Le finestre socchiuse, per non aver paura dei temporali e ascoltare il suono della neve.
I quadri appesi alle pareti.
E i sogni nel cassetto. Come questo.

Cori da stadio

Ci pensavo oggi. Sulle ragioni per cui ho sofferto. Per V, per il belga e per qualcun altro.
A volte, le storie si vivono come un miracolo. Come una cosa unica e irripetibile e questo perché, tutte quelle volte, ci consideriamo intrinsecamente inadeguati d’amore. Perché qualcuno, magari, ci ha suggerito che non ne eravamo degni. E noi siamo stati sufficientemente stupidi da credergli…

E allora, quando capitava, mi sembrava di essere stato “salvato” da qualcun altro che smentiva quanto ero, in realtà, per il resto del mondo.

Poi un bel giorno ho capito che nessuno ti salva, se non te stesso. E la salvezza arriva solo se ci credi. Sembra un cane che si morde la coda. E invece, è solo magia. Quella di cui siamo capaci. Se ci crediamo, appunto.

Poi, siccome in questi giorni il destino si diverte molto con me, sono finito, per un purissimo caso, nella scuola in cui ho insegnato l’anno scorso. Sono entrato a sorpresa in mensa e gli studenti mi hanno accolto coi cori da stadio. Sono diventato rosso, ho balbettato qualcosa e sono uscito per non farmi vedere, per poi tornare dopo un po’.

Parlando con una collega, abbiamo capito che con quei ragazzi è nato un legame fortissimo perché abbiamo imparato, vicendevolmente, a fidarci e ad abbassare la guardia. E con i ragazzi di periferia è così: o bianco o nero. Non c’è spazio per le complesse architetture della mente, le sue ipocrisie, le incertezze. O ti amano, o ti odiano, senza mediazione alcuna.

Credo che anche in quelle grida ci fosse un’attestazione d’amore. E mi hanno preso per quello che sono – perché loro avevano saputo di me e ne erano rimasti sconvolti – perché io, a mia volta, ero stato altrettanto categorico. Sono questo. Prendere o lasciare, senza cedimenti, senza dubbi che logorino il tempo che ci è dato vivere.

Credo che in tutte le forme d’amore e d’amicizia valga questa regola. Si accetta l’altro o lo si rifiuta. Non c’è spazio per le mille sfumature di qual si voglia colore. Chi ci ama davvero, ci assomiglia in fondo. E chi non ci vede è cieco. Il resto è un esercizio di stile. Va bene per i versi dei poeti. La vita è più crudele, purtroppo. Ma questo non vuol dire che siamo noi a doverci mettere sempre in discussione, a finire nel tritacarne, a sperare che qualcuno ci dica che non siamo poi così sbagliati. Perché non lo siamo mai. Al massimo facciamo cazzate, ma per quello c’è rimedio. Chi ci ama davvero, ci accoglie nella sua vita con i cori da curva sud. Anche se a volte non li sentiamo, perché l’anima sa essere silenziosa e vive dentro la nostra pelle… un po’ come i battiti del cuore, insomma. Ma sa andare oltre.

Pride: in the name of?

Ieri non sono andato deliberatamente alla riunione di movimento per l’assegnazione del Pride nazionale, che si è tenuta a Roma alla sede del Circolo Mario Mieli, l’associazione in cui milito.

Un po’ perché avevo gli operai in casa, un po’ perché non me la sentivo di star chiuso dentro una stanza a sorbirmi, com’è successo negli anni passati, discussioni infinite di tipo conciliare su argomenti affini al sesso degli angeli. Male tutto italiano, ad essere onesti – ricordiamo le discussioni infinite dentro il centro-sinistra se usare o meno il trattino nell’omonima dicitura? Ecco… – ma che mi appassiona ben poco.

Dai commenti che ho letto su Twitter, dai messaggi pervenuti e parlando con alcune persone che lì erano andate, è emerso che si è discusso per quattro ore di seguito su “cos’è un pride” e se sia il caso di togliere alla manifestazione l’aggettivo “nazionale”.

Eppure non mi sembra così difficile… in quattordici anni di militanza ho imparato che un pride è una manifestazione a cui partecipano gay, lesbiche, bisex e transessuali, insieme a una vasta compagine eterosessuale – insomma, la società tutta – in nome della visibilità e mirante a ottenere specifici riconoscimenti giuridici.

Ed è nazionale una manifestazione che raccoglie adesioni e, soprattutto, presenze da tutto il territorio. In tal senso potremmo dire che tutti i pride italiani sono, in realtà, manifestazioni di carattere per lo più regionale – e non è detto che questo sia necessariamente un male – alle quali partecipano delegazioni di più associazioni sparse sul territorio italiano (come è successo a Bologna, ultimamente, ma non solo).

Credo, a sentire chi c’è stato a quella riunione, che il problema fosse se assegnare o meno la dicitura di “pride nazionale” alla sede di Palermo, che da due anni porta avanti la manifestazione LGBT più grande e partecipata dell’isola. E nel contesto nostrano di pride itineranti, non capisco perché ciò che fino a ieri è andato bene per Torino, Genova, Bologna e Roma, adesso debba essere messo in discussione per il capoluogo siciliano. Davvero mi sfugge.

Al di là di queste facezie, faccio notare che ieri, mentre a Roma si discuteva per quattro ore sull’opportunità di togliere un aggettivo accanto al nome “pride”, in Sicilia un mio amico ha fatto coming out con la sua famiglia e, da quello che so, la cosa non è andata benissimo… non ho più notizie di questa persona – un ragazzo di grande intelligenza e di profonda umanità – dalle 16:40 di ieri.

Credo che il senso del nostro agire dovrebbe avere, come obiettivo, situazioni come quella appena descritta. risolvere il disagio, operare a livello culturale e politico, affinché non si verifichino più. E invece…

Fatti come quelli appena descritti, al cospetto di un’emergenza umanitaria purtroppo ancora invisibile (e irrisolta) ma non per questo meno reale, dentro migliaia di famiglie italiane, mi pongono di fronte all’interrogativo di quale senso abbia, arrivati a questo punto, militare dentro l’attuale movimento gay.

I’m not panda

Comunicazione di servizio per i miei amici e le mie amiche: dopo la serata di ieri ho capito che la fine della mia “singletudine” vi sta particolarmente a cuore, ma siccome credo di provvedere sufficientemente a me stesso, gradirei che si finisse di trattarmi come un panda da far accoppiare a tutti i costi. Grazie.

In caso, invece, dovesse risultare che sono inadeguato a costruire relazioni di medio o lungo periodo, l’insistenza e il pungolo continuo a farmi conoscere questo o quel possibile candidato potrebbero causare l’effetto opposto a quello prefigurato e cioè creare ansia da prestazione che si tradurrebbe in una perdita di autostima per senso indotto di inadeguatezza.

Ad ogni modo, credo che esser sufficienti a se stessi sia una conquista anche tenendo in considerazione quegli inevitabili accidenti della vita che ti portano ad essere single, per scelta o per necessità, o in coppia. E, in entrambi i casi, essere “interi” a prescindere dall’altro, presente o meno, è indice di somma virtù. Converrete.

Anche per me prima o poi arriverà qualcuno…

Ok, fermi tutti.
Passi che al compleanno del Koi arrivi la Gianfy con tanto di biondone al seguito ed esordisca con un «questo lo abbiamo portato per te».
Passi pure che Sapiens mi voglia fidanzato perché «sennò poi ci rimani sul groppone».
Apprezzo pure che mi si inviti a un matrimonio perché la futura sposa – donna bellissima e auspicabile, per altro – vuole propormi il suo amico di Milano, che viene appositamente per l’occasione.
Ma lo sconosciuto, conosciuto tre minuti prima, che con tanto di pacca sulla spalla mi consola dicendomi «coraggio, anche per te prima o poi arriverà qualcuno», ecco, questo lo trovo intollerabile.

Giusto per saperlo: ho la faccia di quello che cerca marito ad ogni costo e disperatamente?
No, perché è vero che ultimamente mi commuovo se vedo certi video, ma questo non significa niente. Insomma!

Neppure per errore

Sveglia alle sei, perché ho l’aereo alle otto del mattino. Esatto. L’aereo. Alle otto. A Pasquetta. E siccome noi siamo uomini che non dobbiamo chiedere mai, la sera prima ce ne siamo andati pure a ballare. Quindi sveglia alle sei, con due ore di sonno alle spalle.

In aeroporto lotto ferocemente col sonno, leggo il mio libro di poesie e all’improvviso arriva lui. Si, proprio lui. Quello con cui ero uscito qualche mese fa e che, manco a dirlo, prima ha fatto il simpatico e poi se l’è tirata a morte. E voi sapete cosa succede se non mi dai una buona ragione per tenere il tuo numero di telefono entro quarantotto ore da quando hai fatto qualcosa per cui è auspicabile applicare una damnatio memoriae

Memore della fanculizzazione senza se e senza ma, mi aggrappo al mio libro di poesie, e voi non potete sapere quanto è stato vicino al concetto di “coperta di Linus”.  E lui che mi ha guardato per tutto il tempo. Certo, col suo fare distratto. Come se nulla fosse. Perché prima ti comporti da divo di Hollywood, bello e irraggiungibile, e poi magari ti stupisci e ti chiedi perché fingo di non vederti…

Arriva il mio amico Mel, prendiamo posto in aereo, mi parla di una festa religiosa e c’è pure la “madonnologa”, accanto a noi, che lo contesta, perché no, non si è mai vista se non nel paesino che dice lei la Madonna che va in giro vestita di lutto e io vorrei dirle: guarda stronza che al paese di mio padre la fanno pure per cui non ti intromettere e torna a sentire canzoncine dimmerda nel tuo finto ipod. Sfigata!

Quindi atterriamo, il treno farà tardi e scende a Ostiense… io e Mel Plummer prendiamo un caffè, per ingannar l’attesa. E poi ci dirigiamo in treno. Parliamo di varie amenità, guardo il suo bagaglio, mi giro intorno, osservo con smarrimento ed è lì che scoppia la tragedia.
«La mia valigia!»
L’ho lasciata al bar…  scendo dal vagone, un po’ come nella scena finale di The bodyguard, solo che come colonna sonore, invece di Whitney Houston, nella mia testa andava Loredana Bertè in uno dei suoi momenti light.

Recupero per magia – ma sono un elfo no? – la valigia e riesco addirittura a prendere il treno. Mel Plummer mi prende in giro.
«Bastano un paio di baffi a farti girare la testa…»
No, a me i baffi manco mi piacciono. Se vogliamo dirla tutta…

E se vogliamo dirla tutta, è che mi sono stufato di gente che mi legge qui sul blog e pensa che io sia un figo da paura, quando invece sono solo una persona normale, e allora vogliono conoscermi, mi cercano su Facebook, mi chiedono l’amicizia, mi chiedono di uscire e io mi sforzo pure di essere simpatico e gentile, solo che loro si aspettavano una specie di scrittore di grido, tipo quelli che vedi in una puntata qualsiasi di Gossip Girl o di Sex and the city e ci restano male, perché magari sognano chissà chi e invece si trovano davanti uno che al massimo lo vedi a fare il cameo in una puntata di Un medico in famiglia e allora tu magari ci vuoi credere pure che la gente è poco superficiale e che esiste dell’altro oltre l’immagine della rappresentazione del sé, ma la verità è che in un mondo fatto di pixel tutto si sbriciola in coriandoli che non esistono e l’unica cosa che è vera – perché è vera – è che io quando dico certe cose le dico sul serio, se scrivo che mi piaci è perché ci credo, perché è così, e se ci resto male e poi non ti parlo nemmeno, per favore, credimi, perché è proprio così, per cui fammi un favore, dammi retta, fanculizzati due volte e non mi cercare. Neppure per errore.

Perché io esisto e se non sono quello che hai immaginato nei tuoi gloriosi pensieri è proprio là dentro che devi trovarlo, l’errore. Non in me.

Ecco, questo succede nelle mie sinapsi devastate da due ore di sonno e un incontro che manco volevo farlo. Per questo ho la testa per aria, altro che baffi. A me non fanno nessun effetto… ma vabbè, arrivati a questo punto non fa nessuna differenza.