Daniza e la goccia che fa traboccare il vaso

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l’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Cerchiamo di capirci, almeno su un paio di concetti fondamentali.
Il primo: non è solo la storia di un orso, anzi, di un’orsa.
Il secondo: non è un capriccio da animalista o da ambientalista, non è una questione di moda, di puntiglio. Non è per rompervi le palle, in buona sostanza.
Infine: non è che avere a cuore la sorte di un animale e dei suoi piccoli renda meno sensibili verso altre questioni, sicuramente più urgenti e fondamentali per le sorti ultime dell’umanità.

Sì, perché è vero che la questione dell’orsa Daniza ha scatenato lo sdegno di migliaia di persone – diciamo pure: dell’opinione pubblica – e ha lasciato sostanzialmente indifferente l’altra parte. È successo mille altre volte con fatti più o meno contemporanei, dall’ebola all’omicidio di turno, dai marò all’immissione in ruolo dei precari. C’è chi è più sensibile e chi se ne frega. Per cui, il fatto che qualcuno si interessi dell’uccisione di un plantigrado rientra nelle umane cose.

Come dite? L’Isis, la questione ucraina, la strage dei cristiani? E chi ha mai detto che non sono importanti? Solo che, a differenza di Daniza, a occuparsi di queste cose ci sono l’ONU, la NATO, gli USA, l’UE. A occuparsi dei destini di un animale pare esserci solo lo sdegno popolare.

E ancora, diciamocelo davvero, l’assurdità di questa vicenda sta in tutta la sua evoluzione: abbiamo un signore che, contrariamente a quanto scritto e raccomandato da chiunque frequenti i boschi, ha visto i cuccioli di un orso è ha fatto la boiata di avvicinarsi troppo. Quando bastava scappare a gambe levate il prima possibile. Quindi, se poi arriva mamma orsa e fa quello per cui è programmata, non è che poi possiamo lamentarci. Si chiama legge della natura. E non vale o non dovrebbe valere solo per negare i figli ai gay (è una provocazione, sia ben chiaro, visto che sono per tutte le forme di omogenitorialità).

Poi abbiamo un’amministrazione che si mostra, a detta degli esperti, incapace di gestire una situazione simile. Perché ok, l’orsa ha aggredito una persona forse un po’ troppo superficiale e se ne è andata in giro a mangiare pecore. Catturandola cosa speravano di fare? Rieducarla al rispetto delle regole del mondo civile? Un animale selvatico è, per definizione, da selva. Deve vivere nei boschi, in altre parole. A meno che non si abbia la pretesa di insegnargli le buone maniere attraverso l’uso di un buon manuale. E capisco che il nord è pieno di leghisti, ma a tutto c’è un limite.

Infine c’è l’incapacità di chi, per addormentarla, l’ha ammazzata. Con buona pace dei cuccioli che molto probabilmente moriranno. E pazienza se il sentimento di qualcuno – che prima ancora che ecologista, animalista o “animalaro”, come ho letto nei social e in qualche sito un po’ troppo permissivo (strano, eh?) con la vivisezione, è di umana pietà – se ne risente. Ci sono cose più importanti che però, chissà perché, vengono sempre frapposte di fronte a questioni come questa, per poi ritornare nel dimenticatoio.

A me dell’orsa Daniza dispiace un botto, penso si sia capito. E questo non significa che me ne frego di quello che succede in Iraq o in Siria. E se provo umana pietà e decido di palesarlo, è un mio diritto esprimere questo sentimento. E se a qualcuno sembra eccessivo, se si rompe le palle, se sbuffa di fronte a tutto questo, forse dovrebbe considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che lo stronzo è lui. Non venir toccati di fronte all’ennesimo abuso del genere umano rispetto una natura e un pianeta che stiamo distruggendo, forse il problema reale sta tutto qui.

Poi vorrei vedere dove sono queste persone, tutte annoiate dal lamento degli “ambientalisti” – ed io non lo sono, per intenderci ma non considero l’ambientalismo una parolaccia, semmai un valore – quando si tratta di risolvere problemi di ben più grave portata. E non perché io lo pretenda, ma lo dite voi che c’è roba più urgente a cui prestar attenzione. Ebbene, mi chiedo e vi chiedo, dove siete stati voi fino a questo momento di fronte ai mille sfaceli ben più importanti della vita di un’orsa? No, perché non so se ve ne siete accorti, ma il mondo continua a essere una merda nonostante il vostro benaltrismo.

Detto questo e ritornando al discorso di cui sopra: non è solo una storia andata male, una cosa su cui far spallucce. È il risultato dell’arroganza della specie dominante. La stessa che inquina i fiumi, contamina la terra, distrugge le foreste e scioglie le calotte polari. Per questo, di fronte a tutto questo sfacelo – forse altrettanto importante della guerra in medio oriente, soprattutto per i destini ultimi dell’umanità – anche la più piccola goccia fa traboccare il vaso e genera sdegno.

A Caterina e agli animalisti dico: io sto col dubbio

sperimentazione animale

Chi mi conosce bene, ma bene bene, sa che sono contrario all’aborto. Che non vuol dire che sono contro la legge 194. Significa, più semplicemente (e per assurdo) che se fossi una donna non credo che riuscirei ad interrompere una gravidanza indesiderata. Ciò non mi porta a giudicare negativamente chi decide di fare altrimenti, perché la libertà sulle questioni inerenti al proprio corpo è un bene “assoluto” (e si notino le virgolette).

Faccio questa premessa per spiegare meglio cosa penso su ciò che è successo con la studentessa di veterinaria, Caterina, insultata in modo disumano – e per questo ha la mia solidarietà personale – per il suo sostegno alla campagna a favore della sperimentazione animale. E per spiegare le ragioni della mia contrarietà ai test su topi, scimmie e criceti.

Parto da una premessa fondamentale: sono contrario ad essi, ma questo non significa che se fossi ministro della Sanità li abolirei.

E ne aggiungo un’altra: non sono un esperto del settore, per cui le mie obiezioni non sono di tipo scientifico, ma di tipo etico.

Detto questo, cercherò di spiegare le mie ragioni e di porre alcune domande.

In primis, essere contrari per quel che mi riguarda significa disattendere una sorta di “monoteismo farmaceutico” per cui non è ipotizzabile nemmeno pensare che si possa arrivare, un giorno, alla fine di questi esperimenti. Se da una parte c’è chi, come me, si auspica la fine della sofferenza degli animali in laboratorio, dall’altra c’è chi sostiene in modo militante la sua inevitabilità.
La domanda è: siamo proprio sicuri che, a lungo andare, questo tipo di pratiche non possano divenire, appunto, evitabili?

Secondo poi, il mito dell’inevitabilità della sperimentazione animale passa attraverso l’idea che per guarire certe malattie certe pratiche sono un male necessario. Adesso io credo che molta gente abbia tratto indiscutibili benefici dalla scienza medica così com’è, ma qui non si mette in dubbio il progresso e il beneficio, ma il modo con cui ci si è arrivati fino ad adesso. In un documentario sul canale storico della RAI – e mi spiace di non ricordare il titolo dello stesso – si diceva che non ci fossero stati gli esperimenti nei lager nazisti, non sapremmo molte cose riguardo all’anestesia. Ovviamente l’autore non riabilitava lo sterminio, cercava di far capire come da una follia collettiva si era cercato di trarre un beneficio comune, a posteriori. Insomma, di mali necessari la storia ne è piena… ma non sarebbe ora di ripensare a questa stessa filosofia? E questa è la mia seconda domanda.

Ancora: molto spesso si bollano in toto le proteste degli animalisti come una forma di estremismo politico. Vero è che fanno più danni coloro che, ad esempio, liberano animali infetti dalle gabbie per rilasciarli nell’ambiente circostante, provocando problemi maggiori di quelli che si vorrebbero risolvere, ma non si può bollare l’animalismo nella sua interezza come una forma di fondamentalismo senza ragioni e avulso dall’elaborazione di un pensiero filosofico. In questo atteggiamento c’è una profonda arroganza della specie dominante (l’essere umano) su soggetti a diritti minori (gli animali). E vorrei ricordare che viviamo in un contesto in cui la specie dominante ha prodotto fin troppi danni all’ambiente circostante.
Domanda: non sarebbe arrivato il momento di porci una serie di questioni morali anche in merito a questo aspetto?

Non è vero, poi, che l’animalismo non abbia portato benefici a livello collettivo. La vivisezione (intesa come forma di crudeltà) è ufficialmente illegale. A livello comunitario non si possono usare animali per la cosmesi. La sperimentazione stessa va fatta nell’interesse del soggetto utilizzato: vanno usati gli anestetici per le pratiche dolorose, ad esempio. Ma ciò dimostra, e c’è poco da dire su questo, che troppo spesso la medicina è anche stata crudele per mancanza di sensibilità animalista. E mi domando: se non hai pietà per forme di vita “minori”, come puoi rispettare la complessità dell’uomo nella sua interezza?

L’inevitabilità delle sperimentazioni animali potrebbe essere superata, a mio modo di vedere, anche attraverso pratiche sanitarie di prevenzione. Sensibilizzare su un certo tipo di alimentazione, di abitudini quotidiane (alcol, fumo, sessualità), di impatto sociale. L’uomo crea, in buona sostanza, le condizioni del suo malessere. Eppure pare che l’unica soluzione sia quella di uccidere topi per migliorare le condizioni di vita della specie umana. Mi chiedo e vi chiedo: ma siamo proprio sicuri che sia così?

Infine – ma il discorso è infinitamente più complesso e non si esaurisce qui – c’è il dato economico. Sperimentare sugli animali costa meno (così mi è stato detto da “esperti del settore”, in discussioni private) rispetto alla sperimentazione alternativa. Ciò diventa, a mio modo di vedere, una scusa per non trovare strade alternative. Il problema diventa quindi politico. E siccome sappiamo tutti quanto umanitarie possono essere certe politiche industriali delle case farmaceutiche mi chiedo se il problema non sia anche legato al business. Con conseguenze anche sul piano etico proprio nell’interesse del paziente.

Per certi “monoteisti del farmaco”, per cui non avrai altro dio al di fuori del Moment in caso del mal di testa, poco importa se lieve, questa domande non devono nemmeno esser poste. E se le poni, vengono fuori con questioni sostanzialmente cretine, del tipo: ma tu la carne la mangi, ma quanti insetti schiacci col parabrezza dell’auto e amenità similari. Ti si accusa di “estremismo”, in buona sintesi, ma adducendo argomentazioni estreme.

Di fronte al dubbio, solo certezze (da una parte e dall’altra). Tipico delle religioni. E delle guerre che si portano dietro. Io resto con le mie domande. Ma mi pare di capire che il fan club di chi vuole gli esperimenti sugli animali sa essere dogmatico quanto certi animalisti fanatici. Ahinoi.

***

P.S.: per farsi un’idea, consiglio i seguenti articoli

a favore: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/27/vivisezione-o-sperimentazione-animale-andiamo-con-ordine/825617/

contro: http://qn.quotidiano.net/lifestyle/2013/12/28/1002556-animali-ricercatrice-malata.shtml

posizione intermedia: http://www.scienzainrete.it/files/gli_animalisti_tra_ragioni_ed_estremismi.pdf

(io mi colloco su posizioni simili a quest’ultima).

Alluvioni e nubifragi? Un problema di “sinistra”

A Genova è piovuto talmente tanto che in poche ore si sono riversate quantità di piogge che, normalmente, cadrebbero in quattro mesi.

Vogliamo riflettere un po’ su questi fatti?

Prima aspetto: tra i morti ci sono ancora immigrati. E non è un caso: gli stranieri affittano più facilmente seminterrati, perché più economici. Anche nel recente nubifragio di Roma una delle vittime è stato un immigrato. La questione, perciò, che è prima di tutto ambientale, avrebbe dei risvolti sociali legati alla povertà e agli stili di vita. E questo sarebbe un campo d’azione della politica.

Seconda aspetto: il mutamento climatico e la tropicalizzazione del clima è il frutto delle emissioni di gas nel pianeta aggravato dalle deforestazioni. Il cielo si ribella ma a terra l’uomo è così stupido da aggravare la situazione con l’abusivismo edilizio: si costruisce laddove non si dovrebbe, magari vicino al corso di un fiume o sotto una collina pronta a franare. Lo dicono anche gli esperti.

Le soluzioni, a quanto pare, toccano temi specifici di un’area politica e una soltanto: il rispetto dell’uomo, a prescindere dalle sue origini e la sua etnia, il rispetto dell’ambiente, la lotta all’abusivismo, la creazione di una coscienza sociale e ambientale insieme, il livellamento delle differenze legate al reddito, il diritto a una dimora adeguata.

Tutti cavalli di battaglia che l’attuale sinistra dovrebbe far propri, in modo serio, al cospetto di ciò che ha prodotto in questi anni il berlusconismo: il disprezzo per lo straniero visto come criminale, il diritto di cittadinanza per evasori e abusivisti di ogni sorta, l’intensificazione delle disparità sociali, il più completo disinteresse per la creazione di una cultura del e per l’ambiente.

Adesso va da sé che non è colpa di Berlusconi se piove e le piogge sono così violente. Il “piove, governo ladro!” non è una risposta all’analisi critica di certi fenomeni. Ma è certo che la cultura politica che il berlusconismo e i suoi uomini rappresentano non è buona, tra le altre cose, a risolvere nemmeno questo tipo di problemi che, invece, rischiano di aggravarsi. Questo è pacifico.

Ed è per questo che abbiamo bisogno di una sinistra che sia degna di questo nome e una destra, quella attuale, ricacciata nell’opposizione per almeno un quindicennio. Ne va della nostra sicurezza, della nostra vita e del futuro di noi tutti.

La coscienza degli animali

Pubblicità progresso:

Il rispetto per la Vita è una delle grandi conquiste dell’uomo, è un segno di civiltà.
E la Vita non è solo la “nostra” Vita, ma anche quella di tutto ciò che ci circonda.
Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma.
Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani.
Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti.

Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita.
Infliggere loro sofferenze per crudeltà, o peggio per divertimento, è un atto di violenza e un segno di arretratezza morale che non fa parte del mondo civile.

Per questo è necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia. Non è degno di un Paese civile uccidere per sport, spesso con metodi crudeli, esseri viventi ignari e indifesi.
Per questo va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.
Per questo va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.
Per questo va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.
Per questo deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.
Per questo va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.
Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.

Gli animali nascono uguali davanti alla Vita e per questo hanno il diritto di essere rispettati.
Rispettando gli animali, rispettiamo noi stessi, la natura di cui facciamo parte e, soprattutto, rispettiamo il valore della Vita.

Per aderire, clicca qui.
Diffondete. E firmate, firmate, firmate.

L’UE ha così deciso: vivisezione libera per cani e gatti

Il mahatma Gandhi, che tutti amiamo fosse non altro perché non amarlo non ci renderebbe abbastanza chic – a cominciare da certi fautori del pensiero di destra – sosteneva che il grado di civiltà di un popolo è ravvisabile dal trattamento che questi riserva per i suoi animali.

Parafrasando: se al paese tuo è considerato normale prendere a calci un gatto solo perché è un gatto, vivi in un paese di merda.

Controparafrasando: in Canada, se ammazzi per il gusto di farlo uno scoiattolo, finisci in prigione. Non è un caso, d’altronde, che in Canada si abbiano i diritti civili, ci sia un diffuso cosmopolitismo basato sul dialogo delle diversità etniche e, va da sé, nessun partito lontanamente vicino, anche solo a livello concettuale, alla Lega Nord.

Dico tutto questo perché qualche giorno fa il parlamento europeo ha votato una risoluzione che permette di acciuffare cani e gatti dalla strada e vivisezionarli. Lo stesso trattamento è riservato agli scimpanzé.

Adesso, in Italia è vietato fare esperimenti su cani e gatti. Questa legge, quindi, non dovrebbe essere applicata. Non si capisce, tuttavia, come mai la stragrande maggioranza dei nostri eurodeputati ha votato a favore. E non parlo solo di persone riciclate dal palinsesto Mediaset, la cui scarsa cultura in fatto di diritto è quasi un prerequisito per essere eletti nel PdL, ma anche personaggi di più ampio spessore politico, come Cofferati.

A loro dico: complimenti per le vostre prossime vite. Se nasceste vermi da infilzare in un amo non mi stupirei più di tanto.

Secondo poi: ma chi è che definisce randagio un gatto? Molte colonie feline, ad esempio, sono adottate da interi condomini o da singole persone. Avete presente le gattare? Sapete quanto pericolosa possa essere una gattara inferocita? Io ne ho una in casa. Se volete, ve la mando.

Ancora: quando si andava alla casa al mare, noi lasciavamo in libertà i nostri gatti che giravano per i dintorni. E se domani venissero questi nuovi squadroni della morte a prelevare il mio o il vostro micio che ha l’unica colpa di non avere un collarino (e i gatti lo odiano) e di gironzolare vicino casa? Dio non voglia che io becchi un individuo del genere a mettere le sue mani sui miei animaletti. Potrei decidere di diventare pericoloso.

Dulcis in fundo: ma siamo sicuri che le sperimentazioni servano davvero? E che servano a scopi scientifici? Perché io, in linea di principio, posso anche tollerare il pensiero che la vita di un animale possa essere stata utile a salvare quella di migliaia di bambini, ma parlo di scienza pregressa: ormai bisognerebbe trovare nuove cure senza andare a scomodare la libertà e la dignità di primati, cani e felini.

Se invece è solo una scusa per fare in modo che le industrie cosmetiche abbiano delle cavie a buon mercato, magari per fare la cipria per qualche signora ricca e stronza, allora no. La bellezza è prima di tutto interiore. E non c’è bellezza alcuna nel sentirsi fica da morire sulla pelle degli animali.

Processo a Nomadelfia

PREMESSA

Nomadelfia è una comunità di cristiani che hanno deciso di seguire l’insegnamento del Vangelo in modo integrale. Come si legge nel sito ufficiale e nelle pubblicazioni della stessa comunità, è una struttura sociale di tipo patriarcale che segue determinate regole quali il lavoro non retribuito, la comunità dei beni prodotti, l’obbligo scolastico fino ai diciotto anni, la facoltà di accogliere bambini in affido, purché cattolici, un certo controllo nella fruizione dei mezzi di informazione, un’economia basata sul rispetto della natura e l’obbedienza alle regole imposte all’interno della comunità.

Alcuni allievi della scuola dove lavoro sono stati mandati in gita in questa comunità per capire cosa induce un insieme di individui ad aggregarsi attorno a un progetto di vita e, subito dopo, si è sviluppato un dibattito per capire se quel modello sociale, basato sull’adesione al cattolicesimo romano e strutturato su un’economia comunitaria, è esportabile nella società attuale. Ne è nato un processo che si è concluso con una vera e propria udienza in un tribunale fittizio.

La classe in questione si è divisa in due fazioni: i favorevoli al fatto che il modello nomadelfiano venisse esportato e i contrari. Il coordinatore del progetto faceva da moderatore al dibattito tra le due fazioni. Ogni fazione aveva un testimone, uno favorevole, uno contrario, che veniva interrogato dalla parte opposta.

A dover decidere il verdetto finale una giuria. Il caso ha voluto che in quella giuria ci fossi pure io.

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PRO E CONTRO NOMADELFIA

Le due fazioni hanno così motivato le loro ragioni.

La fazione favorevole vede in Nomadelfia un modello solidaristico vincente, sia sotto il profilo dei rapporti umani, improntati sul rispetto della dignità della persona, sia sotto l’aspetto economico, caratterizzato dalla gestione razionale delle risorse. I valori positivi riscontrati sono quelli dell’accoglienza delle persone bisognose (bambini orfani e in gravi situazioni familiari, per lo più) e l’adesione al credo cattolico.

La fazione dei contrari, invece, vede nei modelli educativi imposti a Nomadelfia – basati sull’osservanza alla fede e normati sia nelle scuole sia dalla continua supervisione della comunità degli adulti – il pericolo del pensiero unico. Non si apprezza, inoltre, quella che viene definita “censura” (i programmi televisivi sono filtrati) e il modello economico viene criticato per essere utopico.

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LA GIURIA

Il collegio dei giurati di cui ho fatto parte era composto da docenti e allievi. Premetto che l’invito a partecipare al dibattito e al “processo” è stato esteso a tutti i docenti interessati, ma solo alcuni hanno dato la loro disponibilità.

Abbiamo dovuto valutare sia il gruppo classe, sia il modello sociale propostoci per decidere se applicarlo, idealmente, a questa società o meno.

Il problema, perciò, non era discutere la legittimità dell’esistenza di Nomadelfia – ogni esperienza è legittima, per altro, purché non violi la libertà dell’individuo e il suo libero arbitrio – quanto capire se la nostra società possa essere rimodellata sui canoni proposti dalla comunità nomadelfiana.

***

LA SENTENZA

Su alcuni valori espressi dalla comunità di Nomadelfia ci si rende conto che essi sono non solo largamente condivisibili, ma anche auspicabili.

Per quanto riguarda la gestione delle risorse, ad esempio, e una maggiore attenzione ai problemi ambientali, andrebbe esteso a larghe fasce sociali un certo tipo di rispetto e di attenzione per determinati fenomeni. Tuttavia, a ben vedere, queste prerogative non sono specifiche di Nomadelfia, in quanto le ritroviamo nei programmi politici di numerosi partiti (progressisti e verdi) esistenti in Europa e nel mondo, oltre a essere alla base dell’azione di molte realtà associative.

Per quanto riguarda l’accoglienza e la solidarietà, anche qui non si può non essere in disaccordo, ma anche qui occorre fare attenzione che il modello proposto è solo uno dei tanti, a nostro avviso rispettabili, basati sulla solidarietà tra i gruppi di minoranza (siano essi culturali, identitari, ecc). Basti pensare alle pratiche di accoglienza e di solidarietà applicate all’interno dei gruppi femministi, dei gruppi GLBT, nelle comuni, ecc.

Riguardo al rapporto con la religione, pensiamo che si faccia un errore di base a considerare certi principi come precipui del cristianesimo. La solidarietà, l’amore per l’uomo, l’attenzione dei bisogni delle fasce più povere e deboli della società sono tematiche da sempre esistite e, ovviamente, diversamente declinate a seconda del tempo e dello spazio che le ha prodotte. Dire che la pietà è un concetto cristiano è una distorsione culturale. La pietas esisteva anche prima della nascita di Cristo (per quanto presentasse un’accezione diversa da quella cristiana). E i valori di “libertà, uguaglianza e fraternità” della Rivoluzione Francese vennero prodotti proprio in contrapposizione a una chiesa che era compartecipe a un sistema di potere che affamava e rendeva diseguali uomini e donne di fronte alla legge.

Ogni cultura, inoltre, ha sviluppato il proprio concetto di dignità umana e, a sua volta, lo ha puntualmente tradito. Basti pensare alla tratta degli schiavi, benedetta proprio in nome di un cattolicesimo che oggi aspira a guidare il mondo verso un rinnovamento del diritto e della società.

L’educazione e l’ideologia proposte, inoltre, sono estremamente identitarie e annullano il valore dell’individuo. Ciò genera due rischi: quello di essere una cultura escludente verso le altre diversità e di essere limitante nell’azione di autodeterminazione di chi non si riconosce dentro determinati principi.

Riteniamo, infine, che un modello sociale laico, che accolga le istanze di miglioramento sociale, civile ed economico, è quello che permette a realtà come Nomadelfia di esistere. Dubitiamo che, al contrario, una realtà basata solo su principi identitari su base religiosa possa permettere altrettanta libertà a chi non si colloca sotto un’etichetta ideologica o religiosa che sia.

Per tutte queste ragioni, la giuria, a maggioranza, ritiene che il modello proposto da Nomadelfia non sia applicabile alla società moderna e che, in seconda istanza, non debba essere applicato per le ragioni sopra esposte.

Piovono orsi. Sulle nostre coscienze

Una piccola riflessione che ho fatto oggi, in aeroporto, leggendo un articolo sul video che vi propongo: l’uomo dovrebbe capire che in questo pianeta è ospite tanto quanto le altre creature. E che proprio in virtù della sua più sviluppata intelligenza e per mezzo delle sue enormi potenzialità, dovrebbe esserne custode e non carnefice.

Inquinamento dell’aria, scioglimento dei ghiacci, deforestazione, spopolamento dei mari… sono solo alcune delle piaghe ambientali ascrivibili all’azione umana che complicano un quadro già reso critico dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione selvagge, dal ricorso alle guerre e dalla sistematica distruzione dell’ecosistema.

Il video – realizzato da Planestupid – in questione denuncia la disumanità delle nostre scelte, per quanto inconsapevoli È brutale, scioccante, gronda di sangue. Le immagini che vedrete sono non vere, per fortuna. L’azione dell’uomo sul destino degli orsi polari e lo scioglimento dei ghiacci che ne consegue, porterà questi animali non a cadere sulle nostre città, ma a morire annegati.

Il sangue che non vediamo di creature innocenti è forse più facile da accettare?