Gli 11 settembre

11 settembre 2001, attentato terroristico alle due torri di New York da parte di Al Qaeda, 3000 morti. Seguiranno due guerre, in Afghanistan e in Iraq, con la scusa di esportare la democrazia.

11 settembre 1973, colpo di stato in Cile, attuato da Augusto Pinochet – con l’aiuto della CIA – contro Salvador Allende, presidente democraticamente eletto. 3000 morti, 30 mila persone torturate, 17 anni di dittatura.

Ricordiamole tutte, queste date. E non certo per stilare una classifica di buoni e cattivi, ma, semplicemente, per capire fin dove può spingersi la follia dell’uomo.

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La memoria degli eroi. Con particolare riferimento a Giovanni Falcone

Fabrizio Quattrocchi venne ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi, le cosiddette “Brigate Verdi”, un gruppo armato vicino al regime, nell’ormai lontano 2004. Prima di essere giustiziato disse, togliendosi il cappuccio: «adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Per questa frase venne considerato un eroe. In Iraq svolgeva mansione di security. Per tale ragione la magistratura indagò per accertare l’eventualità di arruolamento mercenario presso uno stato estero, accusa che poi decadde.

La parola “eroe” si è scomodata, ancora, per tutte quelle vittime, sempre in Iraq come in Afghanistan, per i soldati uccisi dagli attacchi dei ribelli. A cominciare da quello di Nassiriya.

I ragazzi e gli uomini morti in medio-oriente sono sicuramente delle vittime, soprattutto di una guerra portata avanti per interessi internazionali, tra cui anche quelli italiani. Non credo, dunque, che si possa parlare di eroi, almeno nel senso classico del termine.

E attenzione: dico questo perché considerare tutti questi morti per quello che sono stati, persone sicuramente degnissime, a cui va concesso il rispetto più assoluto, mandate al fronte per ragioni varie e per interessi specifici – sulla legittimità di questi si può concordare o meno, naturalmente – significa rendere giusta memoria alle loro vite, senza invischiarle nella retorica di guerra, sempre odiosa, che sublima un destino ingrato confondendolo con i più alti valori.

Fossi io uno di loro, in altre parole, non gradirei che si usasse il mio cadavere per giustificare, da parte dei politici, una ragion di stato di cui non essere poi così orgogliosi.

Ho fatto questa lunga premessa perché oggi ricorre il ventennale della morte, nell’attentato di Capaci, del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, costituita da Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Queste persone hanno sacrificato le loro vite, senza un tornaconto personale, per il bene collettivo: rendere il paese più libero, più giusto, e per non farlo cadere in mano alle forze del male.

Quest’ultima definizione coincide maggiormente con il significato di eroe. E dovremmo ricordarlo più spesso. Noi siamo un popolo che si entusiasma, invece, per entrare in un sistema valoriale, per la morte di soldati mandati a morire a pagamento. Quando i valori non c’entrano, dietro il pallone di un calciatore miliardario o all’ombra del bikini di una velina.

E una nazione che ha punti di riferimento così disomogenei, mi chiedo, sta andando nella direzione del proprio futuro?

La calda estate dell’omofobia: ci si mette pure Repubblica!

Il titolo è chiaro: gay, solo e ha tradito l’America. Perché nella società d’oggi la solitudine una colpa e l’omosessualità, ça va sans dire, pure. Con l’aggravante, però, di essere anche un peccato che porta al male, alla rovina, alla tragedia finale.

L’articolo odierno di Federico Rampini su Repubblica on line segue grosso modo questa falsariga. Si parla di Bradley Manning, il soldato americano che ha violato gli archivi del Pentagono pubblicando su WikiLeaks dossier segretissimi che grande scalpore hanno fatto in tutto il mondo non solo per la notizia in sé, ma per la stessa conduzione della guerra in Afghanistan made in USA.

Adesso è venuto fuori che Manning è gay. E Rampini ci fa sapere che questa sua condizione lo ha condannato alla solitudine, relegato alla marginalità sentimentale – l’unico amore della sua vita sarebbe una drag queen – e condotto, inevitabilmente, al crimine.

Forse un’informazione più corretta, anche intellettualmente parlando, avrebbe evitato certe semplificazioni e certe imprecisioni che solo un ignorante o un deputato dell’UDC avrebbe potuto concepire.

Perché non è la condizione di esser gay che relega automaticamente alla solitudine: è l’omofobia che isola le persone, in nome di una normalità che deve ancora essere dimostrata, e a volte le picchia e le uccide pure. Questo forse doveva essere messo maggiormente in evidenza.

Così come non significa nulla affermare che l’accettazione sociale è «la stessa molla che due anni fa lo spinse nelle braccia di una drag queen, una storia d’amore impossibile». La drag queen è una categoria artistica: un po’ come essere mimi, clown, ballerini e via dicendo. C’è dietro, in altre parole, la stessa coerenza logica di chi vorrebbe affermare che l’eterosessualità di Raimondo Vianello ha spinto il comico a cercare affetto da Sbirulino.

In altre parole, l’intera redazione di Repubblica dovrebbe vergognarsi per il pressapochismo di questo articolo.

La calda estate dell’omofobia è pure questo: non sapere di cosa si sta parlando, ma fare in modo che certi pregiudizi, non importa se utilizzati come muse ispiratrici o morali finali della favola di turno, restino saldamente in piedi.

E se queste sono le elaborazioni culturali dell’élite intellettuale del nostro paese, poi non dobbiamo stupirci se ieri, dopo la presa di posizione dei finiani a favore delle unioni gay è seguita la solita manfrina delle suore mannare di turno capeggiate dall’immancabile Binetti, che ai gay deve tutta la sua fortuna politica e parlamentare.

Rientra tutto, a ben vedere, in una logica ferrea. Per quanto tragica.

I nuovi eroi (Emergency, Afghanistan, soldati e mercenari)

Lascio una piccola riflessione sul caso dei tre volontari di Emergency per fortuna rilasciati e, a quanto pare, con piena “assoluzione” rispetto alle accuse mosse.

Dopo la morte di Fabrizio Quattrocchi e dei militari di Nassirya la falange guerrafondaia della nostra destra, la peggiore e la più squallida del pianeta, si riempì la bocca, fino allo spasimo, di parole forse un attimo fuori luogo come “eroe”.

Adesso, mi sono sempre chiesto se definire un mercenario eroe non sia un torto nei confronti non tanto dell’onestà intellettuale quanto sul piano di una semantica di base. Vero è pure che stiamo parlando di persone che stanno alla cultura come il ministro Gelmini sta al futuro della scuola, ma a tutto c’è un limite, anche al ridicolo.

Non so, ancora, se è il caso di paragonare i soldati di Nassirya – per cui nutro ogni umano rispetto, pur non condividendo le ragioni che li hanno portati in Iraq – a protagonisti «di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune». La profonda considerazione per il dolore dei familiari e la diversità di vedute sul tema della pace mi impone una sospensione del giudizio, sempre nel massimo rispetto di quella vicenda e del suo tragico epilogo.

Credo, tuttavia, che oggi più che mai eroico sia l’impegno di chi lascia i propri agi occidentali per operare del bene in terre dove vecchi e nuovi imperialismi mietono vittime tra i civili, a dispetto di bombe intelligenti e guerre preventive (o umanitarie).

E il fatto che i nostri governanti non sappiano distinguere tra un body-guard con licenza di uccidere e un volontario, accomunando alla prima categoria anche la figura dei nostri soldati, è il sinonimo forse più tragico della decadenza dei costumi in cui versa il nostro ormai ridicolo paese.

Io sto con Emergency!

Nella vicenda dei tre volontari di Emergency, dalla quale, attraverso la lettura degli articoli che compaiono sulle varie testate nazionali, emergerebbe l’innocenza degli arrestati – e Gino Strada ha ragione quando dice che i medici «sono stati rapiti nella peggiore tradizione terroristica dalla polizia del governo Karzai» – da questa vicenda, dicevo, emerge un aspetto a dir poco preoccupante.

Se i prigionieri fossero stati mercenari o soldati, quella pletora di capre berlusconiane, travestite da fascisti che fingono di governare l’Italia, si sarebbe sperticata in condanne contro l’ennesimo atto terroristico ai danni della “civiltà” occidentale, portatrice di bene, civiltà e progresso.

Adesso che un “occidente” solidale e solidaristico viene attaccato dal fuoco amico di Karzai, col bene placito della Nato, il nostro ministro degli esteri – quello che ha scambiato il sito del ministero per un’appendice istituzionale di Facebook, per intenderci – invece di far bene il suo lavoro, non trova di meglio che polemizzare con Gino Strada e con la sua organizzazione, accusandoli di voler fare troppa politica.

Ricordo a tutte e a tutti che Emergency nel momento in cui ha «ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso» ha fatto una scelta politica. La scelta di curare le vittime di certi governi occidentali e delle loro scelte scellerate, guerrafondaie e omicide.

Per chi volesse sostenere Emergency e i tre nostri connazionali rapiti, può firmare l’appello sul sito.