Cori da stadio

Ci pensavo oggi. Sulle ragioni per cui ho sofferto. Per V, per il belga e per qualcun altro.
A volte, le storie si vivono come un miracolo. Come una cosa unica e irripetibile e questo perché, tutte quelle volte, ci consideriamo intrinsecamente inadeguati d’amore. Perché qualcuno, magari, ci ha suggerito che non ne eravamo degni. E noi siamo stati sufficientemente stupidi da credergli…

E allora, quando capitava, mi sembrava di essere stato “salvato” da qualcun altro che smentiva quanto ero, in realtà, per il resto del mondo.

Poi un bel giorno ho capito che nessuno ti salva, se non te stesso. E la salvezza arriva solo se ci credi. Sembra un cane che si morde la coda. E invece, è solo magia. Quella di cui siamo capaci. Se ci crediamo, appunto.

Poi, siccome in questi giorni il destino si diverte molto con me, sono finito, per un purissimo caso, nella scuola in cui ho insegnato l’anno scorso. Sono entrato a sorpresa in mensa e gli studenti mi hanno accolto coi cori da stadio. Sono diventato rosso, ho balbettato qualcosa e sono uscito per non farmi vedere, per poi tornare dopo un po’.

Parlando con una collega, abbiamo capito che con quei ragazzi è nato un legame fortissimo perché abbiamo imparato, vicendevolmente, a fidarci e ad abbassare la guardia. E con i ragazzi di periferia è così: o bianco o nero. Non c’è spazio per le complesse architetture della mente, le sue ipocrisie, le incertezze. O ti amano, o ti odiano, senza mediazione alcuna.

Credo che anche in quelle grida ci fosse un’attestazione d’amore. E mi hanno preso per quello che sono – perché loro avevano saputo di me e ne erano rimasti sconvolti – perché io, a mia volta, ero stato altrettanto categorico. Sono questo. Prendere o lasciare, senza cedimenti, senza dubbi che logorino il tempo che ci è dato vivere.

Credo che in tutte le forme d’amore e d’amicizia valga questa regola. Si accetta l’altro o lo si rifiuta. Non c’è spazio per le mille sfumature di qual si voglia colore. Chi ci ama davvero, ci assomiglia in fondo. E chi non ci vede è cieco. Il resto è un esercizio di stile. Va bene per i versi dei poeti. La vita è più crudele, purtroppo. Ma questo non vuol dire che siamo noi a doverci mettere sempre in discussione, a finire nel tritacarne, a sperare che qualcuno ci dica che non siamo poi così sbagliati. Perché non lo siamo mai. Al massimo facciamo cazzate, ma per quello c’è rimedio. Chi ci ama davvero, ci accoglie nella sua vita con i cori da curva sud. Anche se a volte non li sentiamo, perché l’anima sa essere silenziosa e vive dentro la nostra pelle… un po’ come i battiti del cuore, insomma. Ma sa andare oltre.

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Le cose che rendono bella la vita

Il suono dei violini.
Tutte le volte che Maria sale sul mio letto, per farmi le fusa.
I gatti, a prescindere.
Quella volta, quando lui mi ha detto sì.
Il colore dei campi d’estate e il suono delle cicale.
Il mare, la sera.
Le nuvole, quando odorano d’acqua.
La pioggia in estate.
Le feste a sorpresa.
Un(‘)amico/a che risponde al telefono, quando ne hai bisogno.
Cantare in macchina.
E viaggiare.
Il profumo delle fresie.
La bellezza delle rovine.
Le strade di Roma.
E i colori della Sicilia.
Cucinare per gli altri.
Il suo respiro di quel giorno, sul molo, a Trieste, al tramonto. Anche adesso.

E tutte il resto che adesso non ricordo, ma che sta lì, nel forziere delle cose preziose.

Lettera a Imma Battaglia sui diritti, le aperture e le feritoie

Gentile Imma Battaglia vorrei farle notare come espressioni del tipo «stabilire garanzie giuridiche per una coppia di conviventi anche dello stesso sesso è un fatto di civiltà ma i matrimoni tra gay sono una idea profondamente incivile, una violenza della natura e sulla natura» non rientrano propriamente nel concetto di rispetto. Basta che lei sostituisca la parola “gay” a “nero”, “ebreo”, “donna”, ecc, e ne avrà la riprova.

Le dico, secondo quello che è il mio parere, che Casini quelle parole – che lei ha sposato, pur riconoscendone il tono poco rispettoso – le dice non perché si è convertito, seppur a fasi alterne, alle migliori correnti di pensiero europeo e mondiale sulla sfera dei diritti, ma che afferma quel che afferma per trovare un’intesa elettorale con Bersani, il cui partito ha promesso «un presidio giuridico» sulle coppie di fatto, che prevedono una soluzione «nei dintorni della legislazione tedesca» e che questo, in parole più povere, andrà tradotto, molto probabilmente, con l’ennesima leggina insulsa sul modello dei DiCo del 2007.

In merito a tutto questo, vorrei spiegarle – casa Imma, a cui ricordo il merito di aver organizzato la grandiosa manifestazione del World Pride del 2000 – che lei ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, assieme al diritto di pensare che le sue relazioni affettive, se portate al piano della piena eguaglianza giuridica, possano essere considerate (da lei o dai politici che supporta) in qualità di barbarie.

Ecco, Battaglia, lei ha tutto il diritto di sentirsi una persona di serie C2. Ma, per favore, quando fa certe affermazioni, vista la sua visibilità pubblica, per favore ripeto, parli a titolo strettamente personale.

Infine, le suggerisco di tenere bene a mente la differenza tra un’apertura e una feritoia. Da quest’ultima, di solito, si lanciano frecce ai nemici. E non è colpendo con i dardi infetti dell’omofobia i nostri diritti che si entra in modo dignitoso, cioè a pieno titolo, nel castello dell’uguaglianza di fronte alla legge.

Cordialmente,

Dario Accolla

La regola del cappello

La regola del ca(p)pello: vieni con un copricapo estroso, oppure una parrucca baraccona. Altrimenti mangi solo l’insalata. E a un barbecue, a inizio primavera e col solletico della salsedine, capirete che… Quindi, paglietta grigia, un foulard di seta cinese a “quattlo eulo” e un fermaglio di piume nere.

E poi.

Le parole scorrono come il vino, accanto agli amici che dormono sull’erba, alle ragazze che si baciano dietro l’angolo, oltre il cospetto gentile dei fiori di albicocca.

Le emozioni fanno pace con tutto il resto. E nemmeno il vento dà poi così fastidio. Rimane, forse, ancora un po’ di timidezza. Quel po’ di troppo. Per uno sguardo, un’intenzione. Per un chissà.

Canti “tanti auguri a te” a squarciagola – anche se prima te ne vergognavi un po’ – perché oggi è così che deve andare. A squarciagola. E pure le canzoni di Madonna e quelle dei cartoni di quando eri bambino.

E quindi ti ci trovi a giocare come un bambino, e con un bambino. A fare “Harry Potter”, gli insegni pure come si lancia un patronus, a mantenere la postura (la schiena piegata leggermente in avanti, per sferrare un attacco) a ridere sotto il cielo, ridere di fronte agli altri. E ti rendi conto che questa, a modo suo, è una vittoria. Piccola, certo. Ma enorme.

E alla sera, verso casa. A occhi chiusi. E pensi.

A volte ho la sensazione che le persone si adottino un po’ a caso, un po’ a vicenda. E te ne accorgi quando riscaldi le mani del ritorno, a destra del tramonto sul mare, ancora acerbo, un po’ lontano, ma non importa.

Perché la gente si scova, si cerca, si abbraccia per completarsi, per quando era di vetro ed è stata rotta in pezzetti che, però, hanno tagliato solo noi stessi e noi stesse. Per le nostre infanzie violate. O per le risposte che non arrivano ancora, nonostante la prematura irriverenza di ogni capello bianco.

Questo ritrovarsi, penso, è il risarcimento della vita per tutte le volte in cui ci siamo sentiti in frantumi.

E alla fine, proprio perché siamo pezzi di vetro, disegniamo, tutti e tutte, lo stesso mosaico, ognuno con un suo colore, luminoso o scuro o rosso, sangue. Ma non importa. Ognuno ha il suo scopo, nell’armonia del risultato finale.

Buon 2012!!! (e fanculo i Maya)

Abbracci
i libri in metro
il mio angolo di cielo, dalla mia finestra
i gatti
tutti i tramonti
la pasta fatta da Vale
la torta di mamma
i miei anelli di acciaio
le birre artigianali
le chattate notturne con Milla
tutta la saga di Harry Potter
i fiori e le fragole in terrazza
la pizza di Mustafà
il Pino solitario
i “porca troia!”
la Maria
i profumi che sanno d’acqua piovana.

Il tuo nome è mai più
i maschi che non baciano
i lavoretti estivi
le dipendenze emotive
le scuole medie
l’Atac
gli spacciatori, sotto casa
le dita puntate contro (da chi, poi…)
e-mail notturne in cui lui ti dice che ti ama ancora (questa poi!)
chi ti dice che ti ama, subito (seeeeee!)
il mio senso di inadeguatezza
lo spread
le profumiere.

Friends
Barbarella, mia moglie
Milla e Giadina
Sapiens e il rum&coca. Rum scuro, va da sé…
Nano Mondano
le girls (ovvero, Satana e lo Gnomo Maledetto)
Ric e Koi (a Ricca’, è la cosa migliore di te!)
Andrea & Andrea (tra arrosticini e biondume)
Franco
Fili e Phoosky
SuperVale
Pato, anche se
la Splendida Wonder, seppur a distanza
Rita ed Emma
Fabio e Gian, anche in tv
Lorenza, fino all’ultimo sushi

e poi, quelli di sempre (soprattutto i catanesi)…

Luoghi (e locali)
il Pigneto
il Circolo degli Artisti
Erice
piazza Vittorio (all’Europride)
quel ramo del lago di Como
quella spiaggia sul Tirreno, con Barbara e Simone
Barcellona
Necci
Pisa
il 4:20
la terrazza di Barbarella.

Libri (in ordine sparso)
Il divoratore, di Lorenza Ghinelli
Tutta colpa di Miguel Bosè, di Sciltian Gastaldi
Verrai a trovarmi d’inverno, di Cristiana Alicata
Laico alfabeto in salsa gay piccante, di Franco Buffoni
Zamel, di Franco Buffoni
Accabadora, di Michela Murgia
Buoni genitori, di Chiara Lalli
La creazione della cultura eterosessuale, di George-Louis Tin
Le nebbie di Avalon (ancora in lettura)

…e altri, meno importanti. Qualcuno addirittura schifoso.

Colonna sonora
Vivo sospesa, di Nathalie
Battiato, sempre e tutto
Lady Gaga, ma solo le tre canzoni che ha cantato a Circo Massimo (e non ricordo manco quali)
Carmen Consoli, A finestra e poi ad libitum
This must be the place (nella versione del film)
Cristina D’Avena, Kiss me Licia ma per caso
Adele, soprattutto Let fire to the rain
La descrizione di un attimo
, anche se è vecchia (ma non sono io che mi spedisco mail notturne che non volevo nemmeno ricevere, ecco!).

La cosa più bella che mi è stata detta
Ti voglio bene… (e da più di una persona).

Buoni propositi (anche se non si fa)
dimagrire
piscina
terapia
inglese
scrivere, scrivere, scrivere
trovare un equilibrio
e pure un senso
un viaggio, magari lontano
e trombare, naturalmente.

E detto questo, come sempre,
con tutto il cuore (e un po’ d’amore)…

…e fanculo i Maya!

Le cose che amo

Mi piace la luce viola della sera, con la sua promessa molteplice di vita dei bar, di carezze domestiche, di chiacchiere davanti la televisione, di profumo di cibo fatto in casa.
Mi piace il tepore del sonno, quando ogni cosa sfuma e si fa più morbida, a cominciare dai contorni dei pensieri.
Mi piace pensare che non sempre ho ragione, soprattutto quando ne sono assolutamente certo, perché ciò mi rende umano.
Mi piace ricevere una telefonata improvvisa, un sms inaspettato, un invito per una birra sotto casa.
Le vie del centro, immerse nella stagione in cui le foglie hanno lo stesso colore dell’aurora e del vespero.
Mi piace indugiare sul pensiero di un bacio che forse non arriverà mai, o forse sì e ad ogni modo non importa il come e il quando.
Mi piace il rumore della pioggia che ha da venire, perché in esso è rinchiuso il futuro.
E il caffè delle domeniche di festa, quando sento i passi discreti di mia madre che falliscono nell’impresa di tenermi a letto, ma non in quella di riempirmi di una momentanea, riappacificante gioia.

E tutto il resto, che per ragioni di spazio…

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

And a happy new year!

E come ogni anno, sul finire…

Personaggi principali
Fabio & Gian (che se non ci fossero loro…)
Barbarella (che c’è, sempre)
Niclazza (anche se è tutta matta)
Nano Mondano (che dovete vederla, dietro il bancone)
Andrea detto Sue Ellen (che mi fa tanto ridere)
‘a Cicciona (con cui litigo ma che, poi, alla fine…)
La Vandilla Furiosa (incontenibile e cara)
Pinzi & Gugliandalf (la mia famiglia romana)
La mia splendida II B e pure il IV H, i cui miei protagonisti sono sparsi qua e là in queste parole)
In particolare: Ticchia, il Tonno, Anto, Melissa, Lucrezia, Francesco (siete delle persone bellissime)
Gianna (detta anche la Professoressa Preposizione), Monica e Giorgio
Il Belga (ne converrete)
Dani (a cui ho toccato le tette in ascensore)
Il Bilo (che mi so/upporta)
Il gruppo del Napoli Pride (che il Coluccino è sempre la mia salvezza, in un modo o nell’altro)
Lorenza (che mi ha fatto tornar voglia di scrivere)

***

Ogni certezza che c’è
Il Filosofo (e gentile signora)
Mole Framed (e le nostre andate al mare)
Antonio e Maria (e il capitolo del gatto mannaro)
Palpatine (e il lato oscuro della forza)
La ragazza Elfo (che mi guida con la sua luce)
Adry (e le nostre epifanie)
Phoosky (e il suo marxismo polemico ma chic)
La bellezza degli occhi del Puer
La splendida Wonder (e ogni altra parola è inutile)
Tere e Rocìo, e anche Ainhoa e Paula, a dispetto e a distanza di tutto il tempo possibile
Lauretta (che mi pensa sempre)

…certo ragazzi/e, che siete un botto. Per fortuna.

***

Cose buone e giuste
L’anello dei miei ragazzi
I miei ragazzi
Il Keplero (ovviamente)
Quel risveglio, a marzo, quando lui se ne stava accanto accovacciato dietro di me
Il pride di Napoli (e le canzoni che abbiamo cantato in pullman)
La gita a Londra (anche se sono finito in ospedale)
Grey’s Anatomy (tutte e sei le prime stagioni)
La Maria (e il resto delle mie micie)
I dolci di mamma, al sapore di mandorla e di quella sapienza antica
Preparare il sugo per le lasagne, per il cenone, e cantare La donna cannone con Himelda

***

Ne facciamo volentieri a meno
Il professor Millepavoni (che ovunque vai, ne trovi sempre almeno uno)
La professoressa Centovacche (chi mi conosce sa a cosa alludo)
Il troppo bello e troppo maledetto (che se devo diventare matto vado d’assenzio, almeno emerge il genio)
La sporcizia
Il (mio) disordine
La tonsillite
Berlusconi (e il suo esercito di orchi mollicci)

***

Città e luoghi
Napoli
Londra
Madrid
Pontevedra
Campo de’ Fiori
Il Draft
La cucina di Pinzi
Casa di Carmina
Il mio scoglio in mezzo al mare

***

Colonna sonora
Mika, Kick Ass
Carmen Consoli, Perturbazione atlantica
Tiziano Ferro, Alla mia età
Malika Ayane, Ricomincio da qui
Lady Gaga, Alejandro
Otto Ohm, Fumo denso
Shakira, Waka waka
Baustelle, Dark room
Maria Taylor, Song beneath the song
Sagi Rei, I’ll fly with you
Tegan and Sara, Where dose the good go
Zaz, Je veux

***


La cosa più cretina che mi è stata detta
Tu non sarai mai il leader del movimento gay italiano!

***

La cosa più bella che mi è stata detta
Se chiudo gli occhi, mentre ti bacio, come faccio a guardarti?

***

Mantra
Sopravviverò al tumulto delle tue parole… (a sud est, ai margini del buio, incede il sole)

***

Morale della favola
Non ha senso perdere tempo per inseguire chi non c’è più, chi se ne è andato e chi se ne andrà. Ma può accadere, mentre perdi il tuo tempo a inseguirlo, di incontrare nuovi alleati, nuove emozioni, di vedere il cielo da un’angolazione che altrimenti non avresti mai conosciuto. E allora, anche se non ne valeva davvero la pena, ne è valsa la pena.

***

E detto questo, buon anno nuovo a tutti/e.

Cioccolato dappertutto

Una cosa che ho scritto più di sei anni fa. E che Dani mi ha riportato alla memoria.

Personaggi principali.

Alice: amica dai capelli antistress, ha un debole per Annibal Lecter e una naturale avversione per i professori laici e giacobini.

Hooverine: occhiali rotondissimi e apparecchietto ai denti. Poi togli tutto questo e scopri un dipinto del quattrocento. Ha un rapporto poetico con la frutta e quando suona pensi subito a una pioggia delicata di chiodi.

Alienor: la ragazza manga. Praticamente l’idea trascendentale da cui si è sviluppato quello che intendiamo per universo dei cartoni animati giapponesi.

Ale Mbuto: Cristo redivivo. L’unico ragazzo che, quando bestemmia, suggerisce illuminanti esempi di (pseudo)autoironia.

Dora Markus: il suo corpo ti suggerisce che a volte preferisce il silenzio. Se ne sta rannicchiata e ascolta e quando lei incontra i miei pensieri non posso fare a meno di sorridere.

Killing Floor: privilegia il silenzio e quando proferisce parola ci illumina come un profeta che non sa di essere tale.

Sim Dawdler: si scopre la pancia e mi accorgo di amarlo ancora di più.

 



Mentre preparo la torta sacher in televisione c’è un film ambientato in Islanda. Un tipo insulso sperpera il suo assegno di disoccupazione standosene al computer e bevendo birre. Poi, un bel giorno, si scopa una tipa e scopre che è la fidanzata della madre. E io che pensavo che la mia vita fosse una merda…

Odio fare le pulizie a casa. Soprattutto se a farle sono solo io. Meg non verrà. Come previsto. Come sempre. Guardo il cellulare. Kill mi ha mandato un messaggio. È di due ore fa. Il mio telefonino, ultimamente, decide a che ora farmi recapitare sms e telefonate. Kill vuole sapere a che ora deve venire. L’appuntamento con gli altri è per le nove. Sono le otto e cinquantacinque. Se non viene mi uccido.

Alice è la prima. Lei mi ha preso il cuore e lo ha fatto senza maltrattarlo. Molto spesso, e quando lo dico lei è d’accordo con me, credo che mi piacerebbe sposarla. Mi viene quando la abbraccio. Il suo abbraccio è come le sue mani. Piccolo, deciso, inequivocabile. Mi ha raccontato la sua storia e io ne voglio fare un romanzo. Ma per il momento preferisco regalarle il bergamotto.

Alice apparecchia. Io devo sistemare la mia stanza, la mia igiene e la mia mente. È da tempo che non sto così bene. Questo è sempre molto pericoloso.

La mia tavola è bella come una ragazza vestita a festa. Alienor ha portato un sugo che si abbina al mio. Giallo e arancione. A pensarci bene si abbina anche al suo sorriso. Kill alla fine è venuto. Ad un certo punto chiedo a tutti chi sia il più bello tra lui e Sim. Tutti votano per Dawdler ma questo non è grave. Kill non è bello per quello che realmente è ma per come lo vedo io. Perché lui è diventato il mio me stesso che non sono mai stato e che avrei voluto essere. Sim Dawdler invece è un frammento. Non lo ritrovo in me, devo acquisirlo, vive al di là dell’amore. Al di là del mio modo di capire l’amore. Per questo ne ho un assoluto bisogno.

Hooverine quando taglia la frutta è come se recitasse dei versi. Non credo che sappia quanto possa riempire la stanza il suo sorridere mentre parla e quando dice che le fragole sono afrodisiache e che ne vuole approfittare, visto che andrà a dormire dal suo fidanzato.

Dora ha le braccia conserte. Forse vuol custodire un segreto che credo di aver intuito. Questione di alberi. Ale Mbuto quando vede la torta ha un momento di commozione. Mi chiedo perché debba cacciarsi nei guai con le ragazze e quanto sia credibile quando dice di essere un giocatore di calcio.

Alienor mi chiede se voglio diventare suo amico. Come farò a confessarle che non riesco a dire di no alle dichiarazioni di amore? Quando fa finta di arrabbiarsi il mondo alle sue spalle scorre in verticale. Quando sorride attorno al suo viso nascono raggi di carta colorata. Quando mangia troppo cioccolato e la macedonia coi kiwi si copre di chiazze rosse, nonostante abbia rinunciato alle fragole.

Ale Mbuto può essere dipinto come la fragola non mangiata del tutto della ragazza manga? Vada per il rossore che lo avvampa (chissà come ci si sente ad emozionarsi così tanto), ma i semini li possiamo disegnare con le schegge di cuore?

Sim mangia la sacher solo se sepolta da una montagna di panna. Io mangio una striscia di torta perché ho respirato troppo cioccolato. Quando cucini succede così. Aspiri gli odori e ti sazi, senza mangiare. Forse è per questo che non mi innamoro. Assorbo tutto prima che tutto accada. Oppure emano tanto di quell’amore che gli altri sono già sazi di me. Devo smettere di cucinare. Devo smettere di sperperare il cioccolato del mio cuore, che schizza un po’ dappertutto sulle pareti dell’anima di gente distratta.

Sim vuole vedere mia sorella. Prendo un blocchetto di foto. C’è pure il Principe Pavone. Devo pulire quelle immagini da ciò che resta del cioccolato.
Come sempre, dopo il cibo e dopo l’amore, tutto ciò che resta sono solo le briciole. Nel primo caso sono anche sazio.

Trentasette

E adesso che tutto cambia, tutto appare come è sempre. Da sempre.
Adesso che dai un nome alla luce dei giorni, che non riconosci le strade che navighi quotidianamente e che un tempo ti erano amiche, ti erano amanti.
Adesso che il tempo non è indulgente, adesso è arrivato il tempo.

Di smettere di praticare il dolore, per capire che il dolore fa male.
Di smettere di credere che basta un abbraccio che arriva quando meno te lo aspetti per credere che tutto sia definitivamente cambiato.
Di smettere di credere che verrà il principe azzurro, fuxia o marrone-merda che ti salverà e ti porterà via da qui. Perché solo tu puoi salvarti, per andare in ogni altrove.
Di smettere di guardare al passato come l’unica occasione possibile. Di sentirti senza una direzione anche se la direzione, in fin dei conti, non c’è.
Di smettere di smarrire, un poco alla volta, ogni pezzetto di ciò che sei.

E poi.

Cerca di trovare quella parte di te che non ti rende ancora intero.
Di ritrovare le persone che ti hanno accompagnato, per tutto questo tempo, e che si sono un po’ disperse a guardare il vento e le foglie. Proprio come hai fatto tu.
Di capire che la vita va un po’ oltre la tua pelle, le tue dita, la tua tastiera e il tuo mondo fatto di equidistanze e di squilibri, di nascondigli e di cose che stentano a venir fuori.
Di porre fine alla tirannide delle tue manie.
Di avere più pazienza, ma di non avere paura di dire le cose come stanno.
Di osare.
Di crederci ancora, senza sperare l’inverosimile, perché il tuo cammino si è popolato di unicorni e di streghe buone, ma i miracoli non li hai mai incontrati e forse c’è una ragione.
Di volerti bene.

Per il resto buon compleanno. È questo il mio regalo.

On air: Win one for the reaper