Gli omofobi hanno Povia, i premi nobel tifano gay

Costanza Miriano

Cerchiamo di tracciare il punto del dibattito pubblico italiano e mondiale sulla questione dei diritti delle persone LGBT.

Sabato scorso a Roma c’è stato il raduno delle associazioni omofobiche riunite nella sigla Manif pour tous. Poche centinaia di attivisti e qualche curioso a piazza del SS. Apostoli, a dire il vero… Alla manifestazione hanno aderito personalità del calibro politico di Carlo Giovanardi, Giorgia Meloni e Eugenia Roccella. Animatrice della kermesse, la giornalista Costanza Miriano, nota alle cronache per i suoi libri dai titoli rassicuranti, Sposati e sii sottomessa, per essere a favore delle leggi omofobiche in Russia e per aver recentemente proferito frasi del tipo: «Una donna incinta deve essere costretta a partorire». Tanto per avere la dimensione della pacatezza di chi appoggia certe iniziative.

Nel frattempo, in evidente crisi di notorietà – che i piccioni siano volati via e i bambini abbiano smesso di stupirsi di fronte alla banalità dei suoi testi? – sulla sua pagina Facebook, Povia tuona contro le adozioni da parte delle coppie omosessuali.

Angelino Alfano, intanto – quello che per intenderci ha votato provvedimenti che vogliono Ruby Rubacuori nipote di Mubarak e che ha fatto estradare la moglie di un dissidente politico kazako – minaccia di far cadere il governo, ribadendo la sua contrarietà ai “matrimoni gay”. Come se la cosa fosse in agenda…

Ian McKellen

Tuttavia, siccome viviamo anche in un mondo che sa essere bello e buono, vi faccio notare quanto segue.

Fiorella Mannoia, in aperta polemica con l’autore di Luca era gay, gli ricorda che i gay non esistono. Esistono gli esseri umani. E se c’è amore, c’è sempre dignità, legittimità e, in una parola soltanto, famiglia.

Nel Regno Unito, sir Ian McKellen – per chi non lo conoscesse, è l’attore che ha interpretato il ruolo di Gandalf ne Il signore degli anelli – ha avviato una petizione contro la legge antigay di Vladimir Putin. A questo appello hanno aderito ben ventisette (27) premi nobel, nel campo della scienza e delle arti.

Cos’altro dire? Il fronte dei diritti umani ha dalla sua parte persone, prima ancora che personaggi, che hanno dedicato (e dedicano) la loro vita all’arte e alla ricerca. Dall’altra parte, l’omofobia ha come sponsor quattro sgallettati, un cantante che, quando gli va bene, si vede solo a Sanremo e un residuato del berlusconismo.

Direi che la pratica è chiusa.

Affidamento ai gay: Giovanardi ignora la Costituzione

Carlo Giovanardi, contrario all’affidamento a una coppia gay

Scrive l’immancabile Giovanardi:

«Il Garante per l’infanzia non può permettersi di affermare falsamente che la legge italiana sull’affido permette l’affidamento di bambini alle coppie omosessuali. Infatti nell’incredibile decisione del tribunale dei minorenni di Bologna, i giudici si sono dovuti inventare che la bimba di tre anni è stata data in affido a due single, a prescindere dal loro rapporto di coppia. Quanto poi al suggerimento del Garante sulla necessità di aprire un dibattito per permettere alle coppie gay di adottare bambini, lasci operare il Parlamento e si limiti a rispettare, come è suo dovere, i principi della nostra costituzione e delle nostre leggi a tutela dell’infanzia.»

Giusto per essere chiari fino in fondo:

1. i giudici non possono riconoscere lo status di “coppia” alla famiglia di omosessuali che ha ottenuto l’affido in quanto la normativa vigente non ha ancora legiferato in materia. Per cui non si sono inventati niente, hanno semplicemente preso atto dello status quo e hanno operato di conseguenza;

2. è facoltà del Garante dell’Infanzia, in quanto cittadino italiano, di poter esprimere un parere su cosa il Parlamento dovrebbe fare, coerentemente con quanto già dichiarato in passato dall’Europa circa i diritti delle famiglie di gay e di lesbiche, ovvero che lo Stato italiano deve provvedere, e alla svelta, per tutelare queste realizzazioni familiari. Principio ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2010.

L’ansia omofobica di Giovanardi – già DC, già UdC, già PdL, già Nuovo Centro-Destra – gli fa perdere il senno, evidentemente, e gli fa dimenticare che siamo in un paese democratico dove il diritto di parola e di pensiero è un caposaldo dei principi della libertà di uno stato democratico.

In tal senso, è evocativo il fatto che nella nota ufficiale dell’esponente cattolico la parola “costituzione” è scritta in minuscolo.

Gay, unioni civili e neri sui bus

Arrivata, finalmente, la proposta di legge del Pd sulle unioni civili. Un provvedimento che dal partito è già stato salutato ed esaltato come un enorme progresso in materia. E in effetti molte delle proposte contenute nel documento di presentazione rientrerebbero – apparentemente – nel concetto di uguaglianza, perché ricalcano la dicitura “come per il matrimonio”.

Tuttavia tale uguaglianza è più apparente che reale, per almeno tre ordini di ragioni. Vediamo quali.

1. Innanzi tutto per il nome. Se creiamo due istituti giuridici che hanno gli “stessi” diritti del matrimonio – tranne alcuni, poi, a ben vedere – ma si chiamano in modo diverso perché per i gay non sarà possibile considerarsi “sposati”, ma al massimo “uniti civilmente”, generiamo – a livello simbolico e collettivo – una prima grandissima disuguaglianza. E in quella crepa possono crescere ancora i semi dell’omofobia. Una questione culturale non di poco conto, a ben vedere. Ma il Pd non ha ancora sviluppato gli strumenti adeguati per farsi sfiorare da questa preoccupazione.

2. In tema di adozioni, queste risultano riservate alle coppie eterosessuali. Senza una ragione evidente se sempre nella stessa legge si prevede che il/la partner possa adottare la prole biologica del/la compagno/a ma non altra precedentemente adottata. Questa distinzione è e rimane, al momento, tanto oscura quanto discriminatoria. E nutre il pregiudizio sulle capacità educative delle persone LGBT.

3. La pensione di reversibilità, infine. Riporto testualmente:

a tutela della finanza pubblica e per prevenire facili elusioni, andrà prevista una durata minima della unione (matrimonio, unione omosessuale), e in assenza di figli minori, quale condizione per l’accesso alla pensione di reversibilità.

la stessa frase è offensiva. Si dà per scontato che la natura delle unioni tra gay o tra lesbiche sia facile terreno di coltura per elusione fiscale. E si suggerisce, implicitamente, che dietro le unioni tra persone dello stesso sesso vi sia un connaturato pericolo per le finanze statali e quindi per la società tutta.

La misura poi è discriminatoria. Lo Stato non dovrebbe indagare sui reali motivi che portano le persone a sposarsi o a vivere insieme. Lo Stato non disciplina l’amore, ma i diritti legati alla convivenza. E non mi risulta che alle coppie eterosessuali si richieda altrettanto.

Emerge, in sintesi, ancora una volta quell’arroganza da parte del gruppo maggioritario di pretendere dalle minoranze una moralità superiore rispetto a quella che la maggioranza stessa non è in grado di garantire.

Certo, non sono i DiCo di bindiana memoria – e non che ci volesse tanto a essere migliori rispetto a un provvedimento che sanciva per legge le discriminazioni – ed è già partita in rete la tiritera del “sempre meglio di niente”, magari proprio dai gay di partito o da quei militanti eterosessuali che godono già di tutti i diritti di cittadinanza. Ho anche letto, da qualche parte, frasi del tipo “voi gay non meritate nulla!”, proprio perché magari osiamo chiedere la piena parità e non la pallida imitazione di un matrimonio.

A tutte queste persone chiedo: se avessero dato ai neri la possibilità di prendere gli stessi mezzi dei bianchi, ma di sedersi in fondo e di poter utilizzare solo una parte dei sedili disponibili, magari dovendo prima dimostrare di essere sufficientemente puliti per potervici sedere, noi come chiameremmo tutto questo? Uguaglianza o razzismo? Adesso sostituite “neri”, “autobus” e “sedili” con “gay”, “unioni civili” e “diritti” e poi fatemi sapere che ne pensate.

Tabacci, giù le mani dai nostri figli

Bruno Tabacci, leader dell’ennesimo partito centrista dello 0,0%, torna sul dibattito dei diritti civili, del matrimonio e delle adozioni con l’unico argomento di cui sono capaci i cattolici di fronte alla complessità umana: il no.

Secondo le agenzie, riportate da Libero, il “leader” centrista avrebbe sentenziato:

Il matrimonio è quello fissato dalla Carta Costituzionale e comunque, soprattutto, non si toccano i bambini. Un conto è che si discuta del figlio naturale di un membro di una coppia gay: in questo caso non c’è dubbio che possa essere dato in affido. Sto parlando dell’adozione di bambini che vengono da altre realtà, da altre comunità o da altre condizioni.

Proviamo a tradurre: un conto è che chi ha già la disgrazia di nascere e/o crescere in una famiglia di pervertiti ci rimanga, un altro discorso va fatto per chi può essere salvato da questa tragedia.

Adesso Tabacci smentisce, sostiene di non aver mai detto “giù le mani dai bambini”, ma sta di fatto che il contenuto delle sue parole è e rimane quello: i gay e le lesbiche non possono crescere (e adottare) i figli (degli altri). Per il compagno del genitore biologico prevede, al massimo, un affido.

Io credo, invece, che veicolare questo tipo di messaggi sia una violenza indicibile verso quei centomila bambini italiani che sono figli di un genitore omosessuale. Tabacci sta lasciando intendere a queste persone che i loro papà o le loro mamme sono dei poco di buono. Forse l’ex senatore dell’UdC, poi ApI, adesso Centro Democratico sarebbe più credibile se rivolgesse, questa volta a chiare lettere, la stessa identica frase a quella chiesa cattolica che è stata e che è il suo attuale sponsor politico. Per le ragioni che conosciamo tutti, purtroppo…

Fino a quel momento, Tabacci tenga lontano le sue mani, attraverso i suoi discorsi omofobi, dai nostri figli. Lo impongono il senso del rispetto, l’umanità e una coscienza che altre culture definirebbero come “cristiana”.

Ma è così terribile essere gay?

In una recente dichiarazione Gabriele Albertini, candidato montiano alla regione Lombardia, sottolineava il pericolo da parte di un infante di crescere gay in una coppia di persone dello stesso sesso. Per l’ex sindaco di Milano, e temo che non sia l’unico a pensarlo, crescere tra due omosessuali espone a quello che si profila come vero e proprio pericolo di “contagio”.

Non voglio ricordare l’assurdità di tale timore. E non solo perché non basta l’esposizione a un modello per riprodurlo in modo sterile e acritico. Al momento, la quasi totalità delle persone LGBT sono nate e cresciute in contesti assolutamente eterosessuali per cui l’automatismo di Albertini andrebbe bollato come mera idiozia dettata dall’ignoranza in materia.

Ma, appunto, non è questo che voglio mettere in evidenza. Il fatto stesso di smentire quell’impostazione, e se lo si fa è per amor di precisione, alimenta il circuito dei pensieri omofobi. Dietro quel modo di pensare si nasconde l’idea che nascere o crescere come gay sia, di per sé, una sciagura.

Ma cosa diremmo di fronte a questa frase, così rimodulata: «crescere tra due ebrei espone al rischio che il bambino venga su ebreo»? Verremmo tacciati di antisemitismo. E a ragione, perché crescere come ebrei – e più in generale dentro qual si voglia minoranza – non dovrebbe essere considerato un abominio, a meno di non appartenere a qualche associazione in cui vanno di croci uncinate e fasci littori.

Va dunque rigettata l’intera impostazione del pensiero – per così dire – di cui sopra. Crescere in mezzo a due gay rende a sua volta omosessuali? E allora? Dov’è la tragedia? Questa è la vera unica obiezione che andrebbe opposta di fronte a simili argomentazioni. Con una premessa di base: vedervi una tragedia significherebbe essere persone poco per bene. Qualcuno lo dica ad Albertini.

Il Roma Pride torna a casa

Premessa necessaria: quanto scritto in questo post è frutto di considerazioni personali. Ho visto, nel corso di questi due anni e mezzo di permanenza qui a Roma, una serie di cose che mi hanno portato a pensare e a dire quanto leggerete. Le realtà citate sono, ovviamente, libere di lasciare i commenti che ritengono più opportuni nello spazio apposito. In questo spazio, d’altronde, vige la piena libertà di parola.

Andiamo per ordine, quindi.

Uno: sono state avviate diverse riunioni tra le realtà GLBT, nelle settimane precedenti, per capire se quest’anno era possibile creare un coordinamento unitario, nato dall’unione delle associazioni romane, per il pride di quest’anno.

Due: parte delle associazioni – riunite nel disciolto Coordinamento Roma Pride 2010 – ha chiesto di creare un coordinamento permanente, sull’esempio di Torino. Il CCO Mario Mieli ha rigettato questa ipotesi, motivando che non si possono creare tali percorsi dal nulla, ma possono nascere solo dopo un lavoro comune e attualmente assente sulla piazza romana.

Tre: la sensazione generale è che le associazioni romane sono molto divise tra loro e che prevale una certa reciproca sfiducia da parte di un blocco (attorno all’ex Coordinamento) verso il Mieli e realtà a esso vicine.

Quattro: le riunioni sono state molto concitate, con episodi di minacce verbali e aggressioni fisiche ai danni di singoli militanti, come è accaduto a danno di Giuseppe Pecce, maestro del Roma Rainbow Choir, da parte di un membro del Comitato che gli ha lanciato contro una bottiglietta d’acqua.

Cinque: durante l’ultima riunione – quella del lancio delle bottigliette, per intenderci – il disciolto coordinamento si è ricomposto e con un blitz finale ha rovesciato il tavolo delle trattative secondo quanto riportato da diversi testimoni.

Personalmente penso quanto segue.

Il progetto di creare un coordinamento permanente a Roma, in queste condizioni, sembra un tentativo di creare una gabbia istituzionale che abbia l’avallo della maggiore associazione della città, il Mieli appunto, per poi metterla in minoranza.

L’ex (o redivivo) Coordinamento Roma Pride 2010 ha bisogno del Mieli per dare autorevolezza politica a un pride che, altrimenti, sarebbe una manifestazione di una parte del movimento. Piaccia o meno, a Roma il pride ha un nome specifico e quel nome è Mario Mieli. Piaccia o meno, ripeto.

Tra poco ci saranno le elezioni amministrative. Un pride “poco scomodo” per l’attuale maggioranza in Campidoglio e per quella futura, composta in primis e verosimilmente da PD e UdC, sarebbe auspicabile e le realtà del Pride romano del 2010 si sono dichiarate, in diverse occasioni, promotrici del dialogo con l’attuale giunta capitolina.

Non è un segreto, per altro, che diversi esponenti del Coordinamento Roma Pride siano interni ad alcuni specifici partiti di centro-sinistra. Adesso, vero è che a pensar male si fa peccato, ma se passasse l’idea di un pride depotenziato a livello politico – niente matrimonio, niente adozioni (come piace a GayLib), niente riconoscimento pubblico delle unioni gay e lesbiche, scarsa visibilità mediatica, percorso lontano dagli occhi della gente, ecc – la politica di palazzo avrebbe un alibi eccezionale: se anche i “nostri” gay non vogliono la piena eguaglianza giuridica, perché dovremmo concedergliela? Temo che la presenza di certi esponenti rischi di divenire un cavallo di Troia dentro il movimento, più che una ricchezza.

Non vorrei, ancora, che il prossimo pride romano fosse una vetrina politicamente appetibile per poter chiedere voti e poi disattendere, con l’avallo di chi quei voti li ha garantiti, ogni rivendicazione: matrimonio per tutti/e, unioni civili per tutte le coppie, legge contro l’omofobia e la transfobia, tutela dell’omogenitorialità.

Intanto è uscito un comunicato del Mieli, in cui si resetta quanto fatto precedentemente con l’ex coordinamento del 2010 e ci si avvia a un percorso in continuità con la storia del pride di Roma con quelle realtà che si riconoscono dentro le richieste di piena eguaglianza che contraddistinguono il movimento GLBT italiano e il comune sentire della cittadinanza realmente democratica del paese.

Tali realtà – in opposizione a ogni tentativo di istituzionalizzazione di apartheid giuridici, a cominciare dai DiCo – auspicano la laicità delle istituzioni e l’abbattimento totale delle barriere per il popolo arcobaleno nonché un progresso civico per l’Italia tutta.

Il pride di Roma, per dirlo in parole davvero semplici, torna a casa sua. Laddove è nato. Laddove è cresciuto. Ogni altra strada, per quel che mi riguarda, non porta da nessuna parte.

Caro kompagno, caro camerata, la questione GLBT non è affar vostro

Continuo a leggere su alcuni profili di Facebook che la lotta per i diritti di gay, lesbiche e trans deve passare per la sinistra, perché il movimento nasce a sinistra ed è solo nel novero di una certa famiglia politica che si può e si deve continuare la battaglia per l’affermazione dei nostri diritti. Per altro, aggiungo io, non dentro tutta la sinistra, ma dentro quella il cui nome comincia per k, in cui si è sempre incazzati, anzi, inkazzati, quella che ha bisogno di ricordare ad ogni piè sospinto che qualcuno va a Casa Pound, altrimenti smette di esistere.

Poi magari si contesta a Gaylib di fare un’opera di promozione del berlusconismo e della cultura da cui proviene come fertile terreno di coltura per le nostre rivendicazioni.

Io penso che se continuiamo a fare della questione GLBT (scusatemi, ma io sono un conservatore) un terreno di scontro delle proprie ideologie di riferimento non andiamo da nessuna parte. Qui non serve stabilire quanto è buona la nostra ideologia di partenza, sia perché – e lo dico da persona di Sinistra – la sinistra è stata matrigna tanto quanto la destra in questi ultimi sessant’anni (da Pasolini in poi), sia perché in democrazia se la pratica di ricondurre una tematica dentro una lotta ideologica settaria vale per uno, poi, a livello di pratica politica, può valere per un altro.

Manco a me piace Oliari – sto usando una metonimia, sia chiaro – ma io non gli contesto il suo votare a destra, bensì il voler di fare la questione GLBT un grimaldello ideologico per dimostrare che la sua parte politica è bella e buona. Lo stesso dicasi per chi fa la stessa identica operazione a sinistra. La lotta GLBT è una lotta sovrapartitica perché qualsiasi partito andrà al potere domani dovrà capire che c’è una base larga che non sarà più disposta a tollerare discriminazioni, insulti e aggressioni per gay, lesbiche, transessuali e tutto il resto.

Io non sono gay per dimostrare che il fascismo non era poi così malvagio o perché Che Guevara sparava sì ai froci, ma in fondo era buono.

Io voglio uno stato di diritto che, in piena coerenza con la Costituzione, non mi discrimini per le mie condizioni personali (art. 3) e che mi conceda diritti e doveri per essere pienamente cittadino a partire dalla mia realizzazione affettiva, oltre che economica e sociale. (A tal proposito, certi amici di sinistra dovrebbero capire che questi ambiti di realizzazione vanno assieme e non in una scala gerarchica che è disposta a sacrificare i gay per il Capitale).

Leggo ancora che la storia del movimento è una storia di “sinistra” e mi pare in pochi comprendano che è stato proprio questo appiattimento partitico-ideologico ad averci regalato un bel nulla di fatto in termini di qualsiasi forma di tutela. E questo vale sia nel presente, sia nel passato quando avevamo una sinistra radicale al 12% dei consensi che minacciava di far cadere il governo Prodi per lavoro e Afghanistan e non ha mai fatto lo stesso per una legge sulle coppie di fatto. Possibilmente per una legge vera, non per quella schifezza dei DiCo.

Non mi si venga perciò a dire che Ferrero & co. sono nostri naturali alleati perché c’è solo da ridere. Così come rido quando un gay di destra si arrampica pure sui cocci degli specchi rotti pur di dimostrare che questa maggioranza e la storia da cui essa proviene sono gay-friendly.

In tutto questo florilegio di prese di posizione, infine, è strabiliante notare che non venga mai toccata la questione delle cose da fare sul piano concreto: si parla di federazioni tra associazioni e singoli, purché tali federazioni siano quanto di più simile a un soviet, si parla di ciò che deve esserci e di ciò che non deve entrarci. Sic et simpliciter.

Non si parla di diritti quali il matrimonio esteso, la creazione di un istituto leggero che garantisca chi non si riconosce nel matrimonio o non può accedervi (penso ai separati) per cui sarebbe auspicabile avere anche una forma di PaCs, l’adozione da parte del partner del figlio del/la compagno/a, della tutela dei diritti dell’omogenitorialità, della questione transessuale (cambio del sesso anagrafico prima dell’operazione, politiche di integrazione, campagne informative, ecc.), non si parla di campagne di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, di una legge contro l’omo-transfobia. Punti di riflessione sui quali trovare un accordo ci sono, a ben vedere. Il movimento dovrebbe occuparsi di questo, non di avere ragione sulle sue componenti interne in virtù di questo o quel simbolo di partito.

Per cui cominciamo a guardare in faccia la realtà, a farci venire in mente qualche idea e ad abbandonare le ideologie di comodo che ci danno un’identità, ma non una prospettiva.