Viaggio nel tempo

403883_10150417854610703_732356119_nSuccede, di tanto in tanto.
Immagini rade, i tramonti all’orizzonte. Il colore dell’uva e del sangue.
Al loro cospetto, in questa giostra di memorie.
Di fronte a ciò che ero. Che avrei voluto essere.
Poeta, eroe, principe.

Adesso.

Con tutto quello che fa parte di me, sotto questa pelle. Con le mie cicatrici.
Con le parole destinate a non avere destino.
E tutto il tempo, perduto.
Che ci rende colpevoli nel tribunale dei sogni.
Perché è come il ricordo di un sapore, un movimento papillare.
La dolcezza acerba dei primi giorni in cui si scopre se stessi allo specchio.
Il colore delle mandorle verdi e dei tuoi occhi.
Ritrovarsi smarriti in viali di terra, tersa, arsa, le piante agli angoli, i glicini in fiore, i cancelli di ferro.
Percepire l’esatta consistenza dell’assenza, il suo vuoto di marmo, levigato, ineccepibile.
L’ingrediente primigenio della tua rabbia di adesso. Della tua forza senza destinatari.

Vorrei abbracciarti, per ciò che sei stato e che non sono riuscito a proteggere.
Nel perdono, nel qui ed ora.

Sissy Boy (vietato spezzare i sogni dei bambini)

Sissy Boy (la conferenza del signor S.B.)

Sissy Boy (la conferenza del signor S.B.)

Sissy Boy (La conferenza del Signor S.B.)

di Franca De Angelis
regia di Anna Cianca
con Galliano Mariani 

Teatro Lo Spazio, via Locri 42-44
Dal martedì al sabato ore 20.45 Domenica ore 17.00
Ultimo spettacolo: 9 febbraio 2014

***

Abbiamo avuto tutti/e un’infanzia e un’adolescenza. E non sempre è stata una passeggiata. Perché per molto tempo non sai chi sei e non sai cosa vuoi. E in un mondo di immagini e di identità, non importa quanto fittizie o granitiche, può essere difficile tracciare i confini del proprio sé.

Se sei gay, lesbica, trans o qualsiasi altra cosa, se rientri in una categoria “non convenzionale”, narrata il più delle volte come una non categoria, specie rara, monstrum latinamente inteso – ma come qualcosa da esporre per poi prenderne le distanze – il dolore diviene lacerazione. Una ferita tra ciò che sei e ciò che vorresti essere. Tra quello che vorresti e che ti è precluso. Il desiderio che coincide col dolore dell’essere.

Sissy Boy esplora questa dimensione della vita di moltissimi/e giovani omosessuali. La storia di Sergio, che da bimbo ama giocare con la sorella e con le sue bambole. La narrazione di un’infanzia “stuprata” dalle terapie riparative, dai nuovi santoni che tra qualche preghiera e mille violenze ridisegnano una natura ritenuta erronea, sbagliata, contro se stessa. Uccidendo le emozioni, inventando mani invisibili che attorcigliano le budella, che allontanano da ciò che si vuole, scaraventandoci verso quello che non siamo. Pervertendo il nostro essere. Rendendo doloroso ciò che è già difficile.

Un viaggio verso i sogni in frantumi, le crudeli ingiustizie della famiglia “tradizionale” pronte a declinare in tragedia, fino ad approdare a intere fette di vita non vissuta, sospesa, violata.

Una sapiente regia, quella di Anna Cianca, che distanza attore e pubblico nella narrazione della memoria, per poi annullarla nel rivivere l’esperienza della “cura” dell’omosessualità, quando il protagonista si immerge tra spettatori e spettatrici, incarnando i soprusi, facendo del suo corpo il testimone di strattoni, maltrattamenti, incomprensioni e silenzi.

Una pagina fondamentale per capire che molte persone LGBT avviate a queste terapie criminali hanno effettivamente un grosso problema: quello di un mondo adulto che non riesce a rispettare i sogni dell’infanzia e li traduce nella rinuncia al sorriso, al desiderio e alla rinascita.

Un dramma che abbraccia anche momenti gioviali e che ti fa capire la fortuna di saper dare un nome alle proprie emozioni, di riconoscere la persona che ogni mattino vediamo allo specchio. La fortuna di esserci ancora. Anche se quel processo di definizione dei nostri confini può esser stato difficile e doloroso, ma di certo non vano.

Sulla sessualità. E sull’anima

Le parole che seguiranno sono state scritte qualche anno fa. Quasi tre, per l’esattezza. E, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, le ripropongo qui, adesso. Perché qualcuno le legga, o le rilegga. Così come deve essere.

Premetto sin d’ora che non voglio convincere nessuno e non voglio tracciare modelli ottimali da contrapporre ad altri meno buoni. Voglio, invece, solo raccontare la mia esperienza di vita con lo scopo di far capire un po’ a tutti che dietro quelle che vengono definite scelte c’è invece una inevitabilità di condizioni personali e una giustezza intrinseca di situazioni di vita.

Ho scoperto di provare attrazione verso le persone del mio stesso sesso sin da piccolo, anche se all’epoca non riuscivo a dare un nome alle cose. Sapevo che il giovane e aitante autista dello scuolabus era molto più accattivante della maestra, indiscutibilmente bella, di mia sorella (la mia era anziana ed era pure suora, per cui non mi sembra lecito fare paragoni).

Va da sé che quella fascinazione acerba rimase tale e proseguii le scuole fino alle medie più o meno serenamente, ovvero fino al giorno in cui certi compagnetti di classe, già più navigati di me su certe dottrine, diedero un nome alla mia condizione. Diventai il frocio istituzionalizzato – lo ammetto, da piccolo ero una checca estrema – ma scoprii solo a posteriori cosa era successo veramente. Io non mi vedevo diverso dagli altri e non facevo nulla per distinguermi dalla massa. Erano gli altri e la massa che mi vedevano non solo “altra cosa” rispetto a loro, ma mi etichettavano come nemico naturale di non so bene quale equilibrio psico-fisico.

Cominciò la mia lenta discesa agli inferi. E i demoni peggiori, si badi, li crearono gli altri ma li piantarono ben saldamente dentro di me. Per carità, nessun piagnisteo e nessun vittimismo. Molti dei miei “carnefici” sono stati abbondantemente perdonati – da me, un non cristiano – e alcuni sono pure cari amici. Non sono solito trasferire ai figli le colpe di una cultura che ha bisogno di sangue umano – reale o metafisico – per poter prosperare.
Ma la verità è che non fui io a crearmi il mio biasimo, mi venne addossato da gente che non viveva al di qua della mia pelle.

Gli anni delle canzonature furono lunghi ma visto che di musica si trattava – di pessima qualità, sia chiaro – e visto che le parole venivano usate come armi allora decisi di reagire così: nascondermi, per quanto potevo. E poi cantare e scrivere.
Non cantavo ufficialmente – dovevo nascondermi, per l’appunto – ma imparai a memoria moltissime canzoni – queste si davvero belle – da Battisti agli U2, dai Depeche Mode a Carmen Consoli.
Per la scrittura fu più semplice, il diario deve essere intimo.

Eppure quella cura non si rivelò efficace per una sola ragione. Avevo permesso ai demoni che gli altri avevano conficcato dentro la mia anima a parlare al posto mio. Cantavo con le parole degli altri, scrivevo con le cose che gli altri pensavano di me. Non parlavo dei miei innamoramenti clandestini per quelli che erano, ma scrivevo d’amore per come avrebbe dovuto essere. Mentivo a me stesso.

Tuttavia.

Il cammino verso gli inferi portò al mio cospetto alcuni Orfei, un paio di Virgili e anche qualche Beatrice.
Imparai, pian piano, a sentirmi amato. Per quello che ero. Nonostante le mie menzogne e la mia natura conseguente e precedente.
Solo allora la discesa si snodò ad un bivio fondamentale. Il sentiero si biforcava in una discesa, dove c’era scritto “mediocrità”. E una salita ripida, e faticosa, dove c’era scritto “Vita”.

Scelsi la seconda. E tutto fu più difficile, e più bello allo stesso tempo.

Da allora ho cominciato a dare un nome alle cose e a farlo secondo le sillabe che mi suggerisce la mia anima e la mia sensibilità.
Da allora ho cominciato a studiare le parole, tutte, e a farne una professione. Da allora canto e mi piace farlo anche davanti agli altri.
Da allora sbaglio, come tutti, ma so che sono errori che derivano dal mio modo di vedere le cose e quindi dai miei occhi e non di certo dagli occhi degli altri.
Da allora mi sono innamorato e ho pure baciato in pubblico un paio di volte quella persona alla quale credevo avrei regalato molto del mio tempo come un dono speciale, vero, improntato dal rispetto della mia voglia di vivere. E se l’ho fatto non è mai stato per scandalizzare nessuno o per demolire modelli perfetti. L’ho fatto solo perché ne avevo voglia e perché volevo essere felice.

Se qualcun altro si sente offeso dal mio modo di vivere non è colpa mia, io ho solo seguito ciò che avevo e che ho dentro. Può darsi anche che sia sbagliato per qualcuno, ma non per me.

Ho deciso di vivere così – e allora si che è lecito parlare di scelte, intese come modo di vivere la propria condizione umana – per essere davvero me stesso e non farlo significherebbe pervertire quella strada certamente in salita, ma dove c’è scritto “Vita”, che continuo a seguire con fatica e a volte pure con angoscia. Ma anche con gioia e costanza e senza la rabbia che qualcuno aveva conficcato nella mia anima sotto forma di demoni e di parole cattive.

Da allora vivo e sono vagamente triste e felice allo stesso tempo.E in virtù di tutto questo, non ho la benché minima voglia di tornare indietro, di cambiare idea e di scivolare nuovamente nell’inferno che qualcun altro ha previsto per me e per gli altri. Buona vita a tutti.