Quanto je rode ai catto-omofobi se parli di donne…

Il mio articolo sull’otto marzo, pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano, ha fatto svalvolare i troll catto-omofobi. Bene così. È divertente insultarli. Fosse non altro perché è sufficiente anche solo coniugare bene i verbi.

Uno di loro mi chiede cosa c’entri la “festa della donna” con le tematiche LGBT. La festa della donna, nulla – gli ho risposto. La Giornata internazionale della Donna vi rientra nella misura in cui le lotte comuni tra rivendicazioni femminili e LGBT sono omogenee, in relazione alla demolizione del potere patriarcale che, guarda caso, è misogino e omofobico. Parole al vento, lo so. Ma uno ce prova.

Per il resto, riporto un’allegra carrellata di luoghi comuni e di livore.

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Giusto per allietare anche la vostra giornata.

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L’otto marzo e il cognome dei maschi

A volte mi dicono che sono maschilista. Non sempre, ma alcune volte, pare, lo sono. E sicuramente sarà vero, e non certo per mia volontà. Viviamo in una società che usa il cognome dei maschi così com’è; quello delle donne, al contrario, è sempre accompagnato dall’articolo. Tanto per dirne una.

È “normale” che certi retaggi emergano, come automatismi, ma dovrebbe non esserlo.

Da un po’ di tempo ho cominciato a praticare proprio su queste pagine quell’uniformità linguistica dei cognomi che stenta a decollare altrove. Non sentirete più, per intenderci, parlare della Fornero, della Bindi o della Marcegaglia, bensì di Fornero, Bindi, Marcegaglia. E così via.

All’inizio è un po’ strano, perché l’abitudine della lingua stona un po’ con la pratica egualitaria, ma dopo ci si abitua.

In classe, ma questo lo faccio già da diversi anni, utilizzo sempre la doppia forma del maschile e del femminile: «sono presenti cinque allievi/e…», «gli studenti e le studentesse presenti…» e così via.

Evito di imprecare – in macchina, per esempio – utilizzando i classicissimi “puttana” e “bastardo”. In entrambi i casi a farci una figura non proprio buona è sempre la donna. Perché – e chiedo scusa per l’affermazione sessuofoba – o si concede a tutti, come nel primo caso, oppure fa figli senza sapere chi è il padre, nel secondo. E ad ogni modo l’uso di “stronzo/a” ha effetti egualmente catartici.

E faccio tutto questo non perché sono più bravo rispetto ad altri (e ad altre), ma perché credo che il cambiamento avviene sempre a livello verbale, prima di ogni altra cosa. Diciamo le cose che pensiamo. Ma se ci fermiamo a riflettere, su quello che dobbiamo dire, e se apriamo all’universo femminile, al rispetto e alla giusta ricollocazione della sua presenza, forse si possono abbattere non poche barriere.

Per cui mi perdonerete se ogni tanto dimenticherò di essere non dico politically correct, che fa tanto riserva indiana, ma politicamente adeguato. Non si sarà fatto apposta, per l’appunto.

Per il resto, come sempre in questo giorno, un augurio importante e bello a tutte le nostre madri, le nostre sorelle, le nostre amiche, le nostre colleghe, le nostre vicine di casa, le nostre compagne di viaggio, le nostre mogli, fidanzate e amanti, le nostre figlie, le nostre sconosciute dietro il bancone del mercato o all’ufficio postale e tutte le donne che esistono, che sono state e che verranno.

E, anche, auguri a quel lato femminile che sta dentro tutti noi.

Perché si celebra, ma non si festeggia, l’8 marzo

Era l’8 marzo 1908 e alla Cotton le donne si erano unite per una rivendicazione sindacale. Sapete, i diritti, quelle prerogative che devono valere per tutti? Forse oggi la sovraesposizione alla televisione ha assopito questa consapevolezza, ma per i diritti si lotta, si combatte, perché la giustizia, la libertà e la democrazia sono difficili, ma non provarci significa rassegnarsi a essere servi.

Mr. Johnson, il proprietario dell’azienda, chiuse a chiave all’interno della fabbrica le lavoratrici. La leggenda vuole che si svilupperà un rogo in cui le 129 lavoratrivi moriranno arse vive.

In realtà la tragedia si compirà qualche anno dopo, alla Triangle Shirtwaist, dove le operaie venivano sfruttate e chiuse a chiave in fabbrica per paura che facessero troppe pause. Allo scoppio di un incendio, i due proprietari della Triangle, Max Blanck e Isaac Harris, scapparono, lasciando morire le lavoratrici e i lavoratori dell’edificio.

Rosa Luxemburg, in memoria di questi avvenimenti, propose che l’8 marzo divenisse la Giornata Internazionale della Donna.

Da tutto questo deduciamo che:

1. Mr. Johnson, Max Blanck e Isaac Harris erano dei poveri stronzi;

2. andare a festeggiare, in barba a ogni consapevolezza e nell’attesa dell’ora d’aria gentilmente concessa dai loro mariti-fidanzati, è semplicemente un insulto alla storia di un dolore, a sé stesse, al concetto di dignità;

3. essere donne è un concetto di sinistra. A destra, semmai, si è considerate incubatrici semoventi, quando va bene. Quando va male, diventi ministro di questo governo.

A imperitura memoria.