2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

19,000 people fit into the new Barclays Center to see Jay-Z perform. This blog was viewed about 150.000 times in 2012. If it were a concert at the Barclays Center, it would take about 8 sold-out performances for that many people to see it.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Terremoto in Emilia: pride sì, pride no…

A scanso di equivoci: sono tra coloro che pensano che il corteo del pride, previsto per il 9 giugno, vada annullato. E lo penso per il bene del pride, oltre che il rispetto per la zona colpita.

Mi spiego meglio: secondo me il pride in quanto tale si concilia perfettamente alla sede bolognese, anche in occasione di eventi così nefasti. Non è la presenza di gay, lesbiche e trans, assieme a tutte le altre categorie del popolo rainbow, a offendere la memoria dei morti e la paura di chi è rimasto. Pensare questo sarebbe atto omofobo, sic et simpliciter. Infatti, e lo ripeto, andrebbe annullato il corteo, ma non l’evento nella sua globalità. Ben vengano tutti gli appuntamenti collaterali, in cui si potrebbe anche organizzare una raccolta di fondi da destinare alla ricostruzione.

Sono più critico, invece, nel senso che non credo sia politicamente proficuo per le persone LGBT, imporsi una manifestazione “più sobria”, come sento dire da più voci, alcune autorevoli, dentro il movimento.

L’aspetto critico del pride – inteso come marcia rivendicativa – sta nel linguaggio adottato: carattere specifico della nostra manifestazione è l’esplosione della gioia, della libertà, dell’abbandono delle costrizioni. In base a queste caratteristiche, dentro il corteo è possibile ascoltare musica, ballare e vedere, tra i tanti e le tante, anche persone travestite in modo eccentrico.

La domanda è: si può utilizzare il linguaggio della gioia, specifico della nostra rivendicazione, in un momento e in un luogo che ospitano quel dramma?

Sento dire: ma allora perché non aboliamo tutte le manifestazioni anche per i morti nel mondo del lavoro, per le guerre, ecc? Semplicemente perché noi non dobbiamo scontare tutti i mali del mondo, ma dovremmo aver imparato l’opportunità della presenza e di un determinato linguaggio quando le condizioni esigono altro tipo di comportamento.

Stiamo andando a fare, in altre parole, una manifestazione che dovrebbe svolgersi col linguaggio della gioia laddove adesso, e per le prossime settimane, ci sarà tutta la problematicità del dolore, della ricostruzione, della gente che farà i conti con i problemi legati al dopo-terremoto. Macerie in primis.

L’alternativa proposta, cioè fare un corteo “serio” significa ammettere che fino a oggi gli altri cortei sono stati poco seri. È davvero così? “Snaturare” il pride dal suo linguaggio non è un atto che gioca a favore di chi bolla tutta la manifestazione come carnevalata?

In altre parole: si rischia, per dare legittimità al pride, durante tale tragedia, di impoverirlo della sua carica di critica sociale – espressa anche attraverso la gioia, la nudità, un certo anticonformismo – di per essere accettabile ai più. Con l’eventualità che quelle peculiarità saranno comunque presenti e verranno date in pasto ai giornali come mancanza di rispetto.

Con una duplice conseguenza: siccome ci sono i morti, dobbiamo comportarci da “froci” normali, per essere più accettabili – e così tradiamo lo spirito proprio del pride, per cui l’accettazione e il rispetto prescindono dall’aspetto fisico e dalla pretesa sociale di certo obbligatorio perbenismo – legittimando le critiche omofobe del passato.

E siccome c’è chi se ne fregherà, come sempre avviene, e anche in questo gay ed etero sono uguali, i media ci dipingeranno come discoterari ignudi e insensibili dei fatti in corso.

Per tali ragioni, io credo sia necessario annullare del tutto la manifestazione. E si badi: la mia non è un’invettiva, ma solo un consiglio, umile per altro. Poi, gli organizzatori decideranno autonomamente e faranno ciò che è giusto – bisogna anche ricordare che stanno loro, lì, sul territorio, a tastare il polso della situazione.

Poi, ognuno deciderà autonomamente se sarà opportuna la propria presenza, anche in relazione a come la vicenda si evolverà nei prossimi giorni.

Il Roma Pride torna a casa

Premessa necessaria: quanto scritto in questo post è frutto di considerazioni personali. Ho visto, nel corso di questi due anni e mezzo di permanenza qui a Roma, una serie di cose che mi hanno portato a pensare e a dire quanto leggerete. Le realtà citate sono, ovviamente, libere di lasciare i commenti che ritengono più opportuni nello spazio apposito. In questo spazio, d’altronde, vige la piena libertà di parola.

Andiamo per ordine, quindi.

Uno: sono state avviate diverse riunioni tra le realtà GLBT, nelle settimane precedenti, per capire se quest’anno era possibile creare un coordinamento unitario, nato dall’unione delle associazioni romane, per il pride di quest’anno.

Due: parte delle associazioni – riunite nel disciolto Coordinamento Roma Pride 2010 – ha chiesto di creare un coordinamento permanente, sull’esempio di Torino. Il CCO Mario Mieli ha rigettato questa ipotesi, motivando che non si possono creare tali percorsi dal nulla, ma possono nascere solo dopo un lavoro comune e attualmente assente sulla piazza romana.

Tre: la sensazione generale è che le associazioni romane sono molto divise tra loro e che prevale una certa reciproca sfiducia da parte di un blocco (attorno all’ex Coordinamento) verso il Mieli e realtà a esso vicine.

Quattro: le riunioni sono state molto concitate, con episodi di minacce verbali e aggressioni fisiche ai danni di singoli militanti, come è accaduto a danno di Giuseppe Pecce, maestro del Roma Rainbow Choir, da parte di un membro del Comitato che gli ha lanciato contro una bottiglietta d’acqua.

Cinque: durante l’ultima riunione – quella del lancio delle bottigliette, per intenderci – il disciolto coordinamento si è ricomposto e con un blitz finale ha rovesciato il tavolo delle trattative secondo quanto riportato da diversi testimoni.

Personalmente penso quanto segue.

Il progetto di creare un coordinamento permanente a Roma, in queste condizioni, sembra un tentativo di creare una gabbia istituzionale che abbia l’avallo della maggiore associazione della città, il Mieli appunto, per poi metterla in minoranza.

L’ex (o redivivo) Coordinamento Roma Pride 2010 ha bisogno del Mieli per dare autorevolezza politica a un pride che, altrimenti, sarebbe una manifestazione di una parte del movimento. Piaccia o meno, a Roma il pride ha un nome specifico e quel nome è Mario Mieli. Piaccia o meno, ripeto.

Tra poco ci saranno le elezioni amministrative. Un pride “poco scomodo” per l’attuale maggioranza in Campidoglio e per quella futura, composta in primis e verosimilmente da PD e UdC, sarebbe auspicabile e le realtà del Pride romano del 2010 si sono dichiarate, in diverse occasioni, promotrici del dialogo con l’attuale giunta capitolina.

Non è un segreto, per altro, che diversi esponenti del Coordinamento Roma Pride siano interni ad alcuni specifici partiti di centro-sinistra. Adesso, vero è che a pensar male si fa peccato, ma se passasse l’idea di un pride depotenziato a livello politico – niente matrimonio, niente adozioni (come piace a GayLib), niente riconoscimento pubblico delle unioni gay e lesbiche, scarsa visibilità mediatica, percorso lontano dagli occhi della gente, ecc – la politica di palazzo avrebbe un alibi eccezionale: se anche i “nostri” gay non vogliono la piena eguaglianza giuridica, perché dovremmo concedergliela? Temo che la presenza di certi esponenti rischi di divenire un cavallo di Troia dentro il movimento, più che una ricchezza.

Non vorrei, ancora, che il prossimo pride romano fosse una vetrina politicamente appetibile per poter chiedere voti e poi disattendere, con l’avallo di chi quei voti li ha garantiti, ogni rivendicazione: matrimonio per tutti/e, unioni civili per tutte le coppie, legge contro l’omofobia e la transfobia, tutela dell’omogenitorialità.

Intanto è uscito un comunicato del Mieli, in cui si resetta quanto fatto precedentemente con l’ex coordinamento del 2010 e ci si avvia a un percorso in continuità con la storia del pride di Roma con quelle realtà che si riconoscono dentro le richieste di piena eguaglianza che contraddistinguono il movimento GLBT italiano e il comune sentire della cittadinanza realmente democratica del paese.

Tali realtà – in opposizione a ogni tentativo di istituzionalizzazione di apartheid giuridici, a cominciare dai DiCo – auspicano la laicità delle istituzioni e l’abbattimento totale delle barriere per il popolo arcobaleno nonché un progresso civico per l’Italia tutta.

Il pride di Roma, per dirlo in parole davvero semplici, torna a casa sua. Laddove è nato. Laddove è cresciuto. Ogni altra strada, per quel che mi riguarda, non porta da nessuna parte.

Vorrei avesse vinto Carlo

 

Il festival è finito e per me dovevano vincere Arisa e Celeste Gaia.

La prima, perché la sua canzone ha raccontato le mie notti negli ultimi tre anni e mezzo.
La seconda perché è semplicemente matta, non-sense, bionda, svampita. E perché canta in modo delizioso.

A quest’ultima dico: non preoccuparti, se sei stata sbattuta fuori a primo giro è solo buon segno. Ti faccio due nomi soltanto: Vasco Rossi e Carmen Consoli. Stessa sorte. Magari lo stesso futuro?

Secondo poi: forse non lo sai ancora, ma sei entrata nel cuore di milioni di gay e lesbiche in tutta Italia. Anche quelli più improbabili, quando si incontrano mettono avanti la mano e si salutano dicendo “Carlo”.

Insomma Celeste, sei na frociara! Di fatto sei famosa. Molto più di qualsiasi bimbominkia da reality pronto a conquistare l’Ariston per poi cadere nel più cupo oblio.

Buon 2012!!! (e fanculo i Maya)

Abbracci
i libri in metro
il mio angolo di cielo, dalla mia finestra
i gatti
tutti i tramonti
la pasta fatta da Vale
la torta di mamma
i miei anelli di acciaio
le birre artigianali
le chattate notturne con Milla
tutta la saga di Harry Potter
i fiori e le fragole in terrazza
la pizza di Mustafà
il Pino solitario
i “porca troia!”
la Maria
i profumi che sanno d’acqua piovana.

Il tuo nome è mai più
i maschi che non baciano
i lavoretti estivi
le dipendenze emotive
le scuole medie
l’Atac
gli spacciatori, sotto casa
le dita puntate contro (da chi, poi…)
e-mail notturne in cui lui ti dice che ti ama ancora (questa poi!)
chi ti dice che ti ama, subito (seeeeee!)
il mio senso di inadeguatezza
lo spread
le profumiere.

Friends
Barbarella, mia moglie
Milla e Giadina
Sapiens e il rum&coca. Rum scuro, va da sé…
Nano Mondano
le girls (ovvero, Satana e lo Gnomo Maledetto)
Ric e Koi (a Ricca’, è la cosa migliore di te!)
Andrea & Andrea (tra arrosticini e biondume)
Franco
Fili e Phoosky
SuperVale
Pato, anche se
la Splendida Wonder, seppur a distanza
Rita ed Emma
Fabio e Gian, anche in tv
Lorenza, fino all’ultimo sushi

e poi, quelli di sempre (soprattutto i catanesi)…

Luoghi (e locali)
il Pigneto
il Circolo degli Artisti
Erice
piazza Vittorio (all’Europride)
quel ramo del lago di Como
quella spiaggia sul Tirreno, con Barbara e Simone
Barcellona
Necci
Pisa
il 4:20
la terrazza di Barbarella.

Libri (in ordine sparso)
Il divoratore, di Lorenza Ghinelli
Tutta colpa di Miguel Bosè, di Sciltian Gastaldi
Verrai a trovarmi d’inverno, di Cristiana Alicata
Laico alfabeto in salsa gay piccante, di Franco Buffoni
Zamel, di Franco Buffoni
Accabadora, di Michela Murgia
Buoni genitori, di Chiara Lalli
La creazione della cultura eterosessuale, di George-Louis Tin
Le nebbie di Avalon (ancora in lettura)

…e altri, meno importanti. Qualcuno addirittura schifoso.

Colonna sonora
Vivo sospesa, di Nathalie
Battiato, sempre e tutto
Lady Gaga, ma solo le tre canzoni che ha cantato a Circo Massimo (e non ricordo manco quali)
Carmen Consoli, A finestra e poi ad libitum
This must be the place (nella versione del film)
Cristina D’Avena, Kiss me Licia ma per caso
Adele, soprattutto Let fire to the rain
La descrizione di un attimo
, anche se è vecchia (ma non sono io che mi spedisco mail notturne che non volevo nemmeno ricevere, ecco!).

La cosa più bella che mi è stata detta
Ti voglio bene… (e da più di una persona).

Buoni propositi (anche se non si fa)
dimagrire
piscina
terapia
inglese
scrivere, scrivere, scrivere
trovare un equilibrio
e pure un senso
un viaggio, magari lontano
e trombare, naturalmente.

E detto questo, come sempre,
con tutto il cuore (e un po’ d’amore)…

…e fanculo i Maya!

2012: proprio la fine del mondo

Ieri sera sono andato a vedere 2012. Confesso di averlo fatto per tre motivi fondamentali: gli effetti speciali, per il crollo della cupola di San Pietro e perché quella cupola, mi era stato detto, crolla proprio sulla testa del premier italiano. Le aspettative sono state tutte ampiamente soddisfatte. Gli effetti speciali ti tolgono il fiato e ti incollano al maxischermo per oltre due ore, di fila. Il premier potevano renderlo più somigliante, invece era solo un ometto isterico con un alto senso del dovere che mal si adatta, isteria a parte, alla realtà politica locale. Ma tant’è.

Al di là del mio sadismo, il film è interessante, fermo restando che sempre di boiata trattasi, per una serie di questioni. Vediamole.

L’immaginario catastrofista. 2012 è un polpettone americano con tutti i crismi, che richiama tutto il filone catastrofista degli ultimi cinquant’anni. Si passa dai classici Terremoto a L’inferno di Cristallo, fino a coinvolgere i più recenti e disgraziati Dante’s Peak, Deep impact, The core e tutto ciò che prevede(va) l’apocalisse a cui gli americani avrebbero trovato adeguata soluzione. Infiniti i richiami a Titanic, dove mancano Jack e Rose, ma in compenso abbiamo una simpatica coppia di vecchietti che, lungi da ogni omosessualità latente, si ritrovano uniti al momento della fine.

L’immaginario politico. Il presidente degli USA è nero. Il premier tedesco è una donna. Il capo di stato russo non parla una mazza di inglese. Tutto molto realistico, a ben vedere. L’Italia viene trattata un po’ male, ma giustamente se vogliamo. Viene dipinta come serva del potere papale fino all’ultimo e, durante un summit d’emergenza, sarà la Merkel – o presunta tale – a parlare anche a nome dell’Italia. La nostra credibilità si deve registrare anche da piccoli fatti come questo. Nell’immaginario dello spettatore di americanate similari, l’Italia non conta un cazzo. Il regista lo sa e gli serve quest’evidenza tra un inseguimento di macchine e un’eruzione devastante. Tutto come da copione, insomma.

La figura del premier italiano. Come ho già detto è un isterico. Appare due volte e l’unica volta in cui parla eccelle per arroganza. Dopo di che si fa intendere che non si metterà in salvo per essere accanto al suo popolo nel momento della fine, accanto al papa, a pregare. Quando questo viene detto, la sala di solito reagisce con fragorose risate. Berlusconiani a parte che si mettono ad applaudire. Questo dà la misura di quanto siano cretini gli elettori del PdL per due buone ragioni. La prima: quel film non rappresenta Silvio, ma l’imbecillità italiana. La seconda, qualora lo rappresentasse, Berlusconi sarebbe uno dei primi a salire sulle navi della salvezza dei potenti. Ed è proprio questo carattere del premier italiano proposto dal film che lo rende una pellicola di fantascienza.

La real-politik. I politici vengono rappresentati come laidi vermi o come eroi. Ne escono bene lo pseudo-Obama e la pseudo-Merkel. Malissimo il russo e l’italiano (chissà perché). I cinesi sono visti come i soliti stronzi fascio-comunisti. E poi c’è la figura del segretario di-non-si-è-ben-capito-cosa americano, che assomiglia a Brunetta quasi in tutto e per tutto. Tracotante come il nostro ministro della pubblica amministrazione e ugualmente amabile, ne differisce solo per l’altezza. Per il resto hanno la stessa faccia. E non solo.