La Slovacchia dice no alle leggi antigay

Poi ti svegli e trovi notizie che ti regalano un sorriso. Come quella del referendum slovacco, quello che voleva essere in chiave antigay. Voleva, appunto. Organizzato dalla chiesa locale, avallato da Bergoglio in persona – quello del «chi sono io per giudicare» i froci pervertiti, e voi ancora ad applaudirlo (bravissimi eh!) – era composto da tre quesiti che volevano limitare i diritti delle persone LGBT e definire la famiglia solo come unione di uomo e donna.

Ebbene, otto slovacchi/e su dieci hanno disertato le urne. Il quorum non è stato raggiunto e i sentinelloidi locali sono rimasti a bocca asciutta.

Se volessimo cavalcare gli usi linguistici dei nostri Adinolfi e delle nostre Miriano, dovremmo dire che papa Francesco è una schiappa. Ma non siamo come solo e perciò non lo faremo. Certo, l’idea che qualche sposa sottomessa e qualche pokerista incallito stiano rosicando, non fa che rendere migliore questa giornata. Ah, a questo proposito: fuori c’è il sole. E buona “santa” domenica a tutti e tutte voi!

Convegno di Milano: il video dell’intolleranza omofoba

Ma Sentinelle in piedi, Manif pour tous, Mario Adinolfi, la sposa (mai del tutto) sottomessa Costanza Miriano, non erano per la libera espressione e libertà di opinione di tutti e contro ogni forma di omofobia?

lo studente viene preso per un braccio

lo studente viene preso per un braccio

Perché a guardare un video pubblicato nel sito di Repubblica sul convegno omofobo organizzato a Milano con il patrocinio della Regione Lombardia – e abusivamente associato al logo dell’Expo 2015 col placet di Maroni – in cui un ragazzo chiede coraggiosamente alla platea se sanno qual è il reale orientamento sessuale dei figli dei/delle partecipanti, io sento solo parolacce contro di lui, fischi e tanta violenza verbale.

Da notare la “serenità” degli astanti, a cominciare dal “moderatore” del convegno che lo apostrofa pesantemente, con frasi «sei venuto a rompere le balle» e «ma va a cagare!».

lo studente viene allontanato dal microfono

lo studente viene trascinato via dalla sicurezza

Mi chiedo e vi chiedo, cari amici e care amiche eterosessuali: vi sentite al sicuro sapendo che è questa gente che vuole difendere le vostre famiglie? Cosa accadrebbe se costoro, arrivati al potere, pensassero che le vostre decisioni non sono affini alle loro idee (ad esempio in materia di interruzione di gravidanza, divorzio, fine vita, educazione della prole, ecc)? Perché di fronte a tutto questo, mi viene in mente una parola e una soltanto: fascismo.

Siamo sicuri che questa gente voglia davvero tutelare le vostre famiglie o forse, visti i toni e le reazioni rispetto a una semplice domanda, sono loro la minaccia da cui occorre difendersi?

E in tutto questo, ricordiamolo: la Lega Nord, il partito di Matteo Salvini, sta dalla parte di queste belle persone. Lo chiedo per l’ennesima volta: tutto questo vi fa davvero sentire al sicuro?

Expo 2015 e froci del terzo millennio

polemicaHo espresso pubblicamente il mio sdegno, su Twitter, per la questione Expo – e il relativo patrocinio a un convegno omofobo, come denunciato da Gay.it – e mi sono sentito dire, nel giro di pochi minuti, che faccio “tipica polemica a senso unico di chi vede solo cospirazioni contro gli omosessuali”, che chi vuol andare a un convegno “pro famiglia” ha tutto il diritto di farlo (in nome della libertà d’espressione) e che “con voi attivisti gay è un’impresa parlare”.

L’oggetto del contendere è nato da un mio tweet: «a quanto pare l’ sponsorizza convegni omofobi. Pensavo di farci un salto, mi sa che cambio idea».

Quindi, ricapitolando: i soliti movimenti antigay hanno tutto il diritto, secondo certe persone, di poter diffondere il loro odio omofobico, in nome della libertà d’espressione. Se io dico, a titolo personale, che finché ci saranno certi patrocini – consapevoli o meno, poco mi importa – diserterò l’evento, sono un estremista, un individuo che vede cospirazioni ovunque, uno a cui piace far polemica, ecc.

Mi fa specie che il ragazzo in questione, che è gay, dia stessa cittadinanza sia agli incontri in cui si dice che l’omosessualità è una malattia da curare sia all’associazionismo LGBT, sempre in nome del cosiddetto libero pensiero. Come se la lotta per i diritti (anche suoi) e le solite fandonie e gli insulti contro la stessa vita delle persone LGBT fossero la stessa identica cosa.

Taccio sul fatto che si qualifichino certe iniziative come incontri “a sostegno della famiglia”, come se il termine fosse appannaggio di una parte e di una soltanto (quella vicina a personaggi come Adinolfi, Miriano, alla rivista Tempi, per intenderci).

Insomma, giovani froci del terzo millennio, ditemelo subito se è a questa umanità che sto sacrificando – dopo aver impegnato i miei venti e trent’anni – l’età matura della mia esistenza. Perché io a fare il gay da vetrina, tutto week end a Berlino e serate fighe nei locali di grido, non ci metto manco un minuto. Poi però quando tra qualche tempo verranno a sprangarvi perché vi tenete mano nella mano, come fate oggi (forse grazie a chi a venti e trent’anni si costruiva un’opinione critica sulle cose) non venite a piangere. Perché ve la sarete meritata tutta la merda che oggi difendete a spada tratta in nome di un pensiero che volete libero e che sta lavorando alacremente per relegarvi al rango di “invertiti”, in un momento storico in cui dovreste ambire ad essere società civile al cento per cento e a volere il massimo della dignità possibile, come minimo sindacale della vostra umanità. Sempre che la meritiate ancora, va da sé. Ma forse questo, appunto, non deve essere affar mio. Non più.

 

Avere figli gay? Per il simpatico Bergoglio è una sfortuna

Bergoglio, papa di Roma

Ho sempre pensato che Bergoglio fosse un grande bluff, un’operazione di cosmesi rispetto alla consueta omofobia d’oltre Tevere. Il suo “chi sono io per giudicare” circa i gay (lesbiche e trans non erano ancora pervenute alla sua santa attenzione) era corredato da una chiosa: è già scritto tutto nel catechismo. È nel catechismo c’è scritto che essere gay è peccato mortale. Mi arrabbiai moltissimo con chi salutò con favore questo ribadire una condizione di minorità delle persone LGBT.

Adesso il nostro, anzi, il vostro simpatico pontefice torna alla carica con la sua solita omofobia travestita da buoni propositi. La notizia la riporta il Quotidiano.net, il cui titolo è già evocativo: «Papa. “Sì ai divorziati come padrini e aiuto a chi ha figli gay”», come se fosse un handicap o una disgrazia. Adesso questa è una semplificazione del titolista, ma se andiamo a scavare nel testo e riprendiamo le dirette parole del pontefice, non andiamo molto lontano da questa impostazione:

nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po’ inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali…

Si notino almeno tre aspetti:

1. si ribadisce il no all’allargamento della sfera dei diritti. Nessuno ha parlato di matrimonio. Si mantiene la prospettiva del permanere di una discriminazione

2. la situazione di eccezionalità dell’avere un gay o una lesbica in famiglia. Bergoglio non dice – e non può dirlo, per evidenti limiti culturali di tipo omofobico, caratteristici della fede di cui è capo indiscusso – che avere prole LGBT può essere una cosa come un’altra, per quanto minoritaria (un po’ come avere figli mancini o bimbe coi capelli rossi, per capirci fino in fondo), ma lo pone sotto l’ottica dello scarto rispetto alla norma. Il richiamo al confessionale, inoltre, lo ammanta di quell’aura di peccato che tanta fortuna ha nei soliti ambienti cattolici

3. avere un/a figlia omosessuale rientra nell’ottica di uno svantaggio, per cui la famiglia “colpita” da questa situazione “un po’ inedita” ha bisogno d’aiuto.

Insomma, per Bergoglio avere figli omosessuali (le lesbiche ancora non sono pervenute, le trans meno che mai) è e rimane una sfortuna. L’unica cosa che non ha detto è che bisognerebbe intervenire sugli attori principali di diffusione di omofobia e odio sociale contro le persone LGBT: partiti cattolici, omelie nelle chiese, gruppuscoli antigay nelle piazze… tutti soggetti che operano per rendere un inferno la vita della gay community in Italia. Chissà perché contro queste persone sua simpatia, pardon, sua santità non dice niente.

“Pride” e la voglia di crederci ancora

titolo: Pride – anno: 2014 – regia: Matthew Warchus – durata: 120 minuti

L’ho scritta per il sito del Mario Mieli. E la ripubblico qui. Perché Pride va visto. E ogni altro commento è inutile. Eccezion fatta per la mia recensione, va da sé! :)

***

Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta.  Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.

Di quello che ci frega degli amici gay di Alfano

Angelino Alfano ha amici gay

Che Alfano fosse un ministro sostanzialmente incapace, oltre che dannoso, era chiaro dai tempi del caso Shalabayeva. Prendere la famiglia di un dissidente politico, in asilo nel nostro paese, e consegnarla ai servizi segreti controllati dal leader da cui è fuggita, è un atto da nobel per l’imbecillità. Per non dire peggio. Eppure questo non ha impedito a Renzi di riconfermarlo agli Interni, che non è esattamente un ministero come un altro. Affidereste la stanza dei bottoni  di chi dovrebbe evitare attentati terroristici a chi non sa distinguere tra un rifugiato e un terrorista? Renzi sì. E infatti il nostro, continua a far danni.

Nonostante la laurea in giurisprudenza, la lunga attività politica, le sentenze di diversi tribunali, un pronunciamento della Corte Costituzionale e la diffida di Rete Lenford – che forse messe insieme, queste ultime tre realtà, ne sanno (ma giusto un attimo) un po’ di più di lui – Angelino Alfano ha prima cercato di far annullare le trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero, quindi, quando l’ennesimo tribunale gli ha fatto sostanzialmente capire che la legge prevede tutt’altro, rispetto alle sue disposizioni, lui ha rilanciato.

In pratica: fai qualcosa che non devi, qualcuno ti fa notare che è una boiata e tu la rilanci uguale uguale a come non dovrebbe essere. Roba da puntata standard di Sensualità a corte. Che in un contesto repubblicano andrebbe tradotta con “inettitudine a palazzo”.

Non pago della figura pietosa, il rilancio di Alfano ai suoi atti sostanzialmente omofobi passa per il solito mantra: «ho tantissimi amici omosessuali, li frequento, ci esco a cena e non ho certo pregiudizi». Me cojoni, come direbbero ai Lincei.

Adesso, personalmente nulla mi importa di chi frequenta Alfano per le sue cene. Forse gli amici gay che si ritrova hanno grossi problemi a guardarsi allo specchio, in bagno la mattina, oppure il loro dramma è che non si sono mai posti davvero il problema di guardarsi davvero negli occhi, sempre nel momento delle abluzioni, e dirsi in solitudine e nella massima franchezza: “ma io con chi cazzo vado a cena?”. Roba loro, comunque.

Appurata questa evidenza, Alfano continui pure a frequentare finocchi con uno scarso senso dell’autostima. Ma nel mondo reale, se vai a far colazione con un ebreo o se prendi un martini con un nero e poi pensi che in fin dei conti sono inferiori e che per il loro esser tali non meritano gli stessi diritti, non ci fai proprio un figurone.

Oltre tutto, al netto di tutto questo, emerge l’unica vera ovvietà: se questi amici gay non hanno problemi ad andare a cena col ministro e viceversa, di fatto le restanti migliaia di persone LGBT che non hanno il privilegio di desinare con il leader del Nuovo Centro Destra, il diritto a sposarsi lo vogliono. Tutto il resto è il solito mettere le mani avanti per non ammettere che su certi temi si è politicamente orrendi. Né più, né meno.

E Scalfarotto rimase senza parole

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Ivan Scalfarotto

– Che altro avete chiesto all’onorevole Scalfarotto?
“Gli abbiamo chiesto perché l’Unar non acquisisce, come i suoi omologhi in tutta Europa, la giusta indipendenza, che lo smarchi dall’influenza della politica e gli permetta di fare il suo lavoro senza influenze esterne… quand’è che l’Unar avrà il mandato ufficiale ad occuparsi delle discriminazioni contro gay, lesbiche e trans.”

– Cosa vi ha risposto Scalfarotto?
“Niente.”

Vi invito a leggere quest’intervista su Gay.it, per certi aspetti illuminante, a Flavio Romani sulla situazione italiana rispetto alla questione LGBT. Per chi ancora crede che questo governo sia un interlocutore affidabile. E per chi nutre fiducia in persone come Scalfarotto, che appunto a domande specifiche risponde col niente.

Dal patto di Arcore alle mozioni omofobe di Forza Italia

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Sia ben chiara una cosa, una volta per tutte, giusto per tacitare i professionisti dell'”antigufismo”: che la destra si apra alla questione LGBT è qualcosa di assolutamente auspicabile e nessuno lo mette in dubbio, o almeno credo. Per cui se Vladimir Luxuria (o chi per lei) incontra il leader di Forza Italia e ottiene un accordo politico tanto meglio, ammesso che quell’accordo vada in direzione della piena dignità della categoria sociale che si dice di voler tutelare (e dovrebbe essere il minimo sindacale).

Dovrebbe essere altrettanto evidente, tuttavia, che una cosa sono i passi e gli accordi tra partiti e un’altra gli atti mediatici. E soprattutto che questi ultimi vadano presi per quelli che sono. Ritorniamo all’incontro di Arcore: Vladimir Luxuria chi rappresenta nel caso specifico? Il movimento, la comunità, una parte politica specifica? Ha avuto, ad esempio, mandato dal Pd, che della questione dice di voler farsi carico? E dentro Forza Italia c’è stato un dibattito serio che ha portato a un sostanziale ripensamento rispetto alle precedenti posizioni omofobiche? Questi aspetti non sono capricci da militante, ma precondizioni fondamentali (interlocutori/trici che parlano di progetti politici concreti) affinché i risultati siano effettivi. Le mie perplessità nel patto della grappa al cioccolato – o chiamatelo come volete – stanno tutte qui.

Eppure pare che tali perplessità non debbano nemmeno avere cittadinanza. Di volta in volta vengono bollate come amore pregiudiziale verso il disfattismo, capriccio da attivista LGBT (a quanto pare va sempre di più in voga l’idea che essere militanti corrisponda a un insulto), o precondizione di chi non ha solidi legami con la realtà. Anche quando la realtà suggerisce tutto il contrario rispetto al delirio di massa che si sta consumando sui social e sui media, più in generale, tra cene galanti e raduni di vescovi e cardinali.

Eppure che ci debba essere un collegamento imprescindibile tra presupposti culturali nuovi, dibattito politico, accordi tra interlocutori/trici e proposta legislativa dovrebbe essere il punto di partenza verso il raggiungimento dell’obiettivo. Fosse non altro per quell’amore verso il pragmatismo di cui molti e molte riempiono la propria bocca e, soprattutto, le rispettive tastiere dei computer.

A riprova di quello che dico, segnalo tre lieti eventi, tutti e due targati centro-destra, con l’appoggio fondamentale di Forza Italia.

Il primo: in Toscana, «Il Consiglio Comunale di Livorno ha approvato nella seduta del 13 ottobre (con il solo voto contrario della consigliera di Forza Italia Elisa Amato Nicosia) il regolamento per il riconoscimento delle Unioni Civili e l’istituzione di un registro amministrativo delle Unioni Civili» e mi direte, ok, la cena tra Vladi e il Cavaliere doveva ancora esser fatta, e buona pace per le dichiarazioni di Pascale e sante unzioni conseguenti.

Il secondo: il Consiglio regionale del Veneto ha approvato «una mozione che impegna la giunta a individuare una data per “la festa della famiglia, fondata sull’unione tra uomo e donna”». E siamo al 14 ottobre 2014, il giorno dopo la cena di Arcore, esattamente.

Il terzo: l’opposizione capitolina ha presentato un «esposto al prefetto perché fermi le trascrizioni dei matrimoni egualitari», come afferma Alemanno al programma L’aria che tira, dove per altro «ha spiegato che a sostegno dell’esposto hanno firmato tutti i consiglieri dell’opposizione in Campidoglio, Forza Italia inclusa». E siamo al 15 ottobre dello stesso anno.

Situazione paradossale, soprattutto quest’ultima, in quanto proprio Vladimir Luxuria, dopo i fasti arcoriani, aveva garantito a Gay.it che il nuovo corso si sarebbe avvertito addirittura a partire dalla capitale. Che sia finito l’effetto dell’ebbrezza procurato dalla grappa?

Poi, se vogliamo pure disturbare le evidenze storiche, andrebbe anche ricordato che Berlusconi è famoso per aver sempre fatto saltare mediazioni e tavoli di trattativa, dalla bicamerale in poi. E che a parità di protagonisti politici – in parlamento ci stanno ancora Gasparri e Santanché, per intenderci, e ricordiamoci che Forza Italia in questa legislatura ha già fatto saltare gli accordi sul ddl Scalfarotto – ci si sbellichi in applausi a piene mani, per quello che appare un disegno politico poco chiaro, a me pare un atto nel migliore dei casi miope.

Ricordiamoci, per altro, che l’apertura alle questioni LGBT rischia di minare il sodalizio Renzi-Alfano (in nome del quale si è già messo da parte il progetto di legge Cirinnà, da sostituire con un altro di fattura governativa), creando spazi di manovra politica dove FI potrebbe tornare protagonista. E anche questo dubbio dovrebbe solleticare le titubanze di tutti/e noi.

Poi, per carità, sempre pronto a ricredermi qualora arrivassero risultati concreti, sempre e solo nel nome della piena dignità delle persone LGBT. Ma l’elogio fine a se stesso del nuovo corso berlusconiano io lo eviterei. Fosse non altro per non avere il solito brusco risveglio.

Sinodo e gay: parole nuove, ma stesse idee

il sinodo apre davvero alle persone LGBT?

Le parole scaturite dal sinodo dei vescovi sull’accoglienza delle persone omosessuali vengono salutate da molti e molte come una novità assoluta, come un’apertura senza precedenti, come il cambio di passo del Vaticano rispetto alla questione dei diritti civili. Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, in qualità di gay credente nota parole nuove che gli riempiono il cuore di gioia. Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, scrive su Facebook «A questo punto alleiamoci direttamente col Vaticano e lasciamo perdere gli integralisti omofobi di NCD».

Ma quali sono queste parole nuove che dovrebbero colmarci di gaudio e farci giubilare come in una domenica di Pasqua?

Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. Siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare la chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di essere, accettando e valutando il loro orientamento sessuale senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.

Adesso, che tra queste parole e quelle di Ratzinger che faceva coincidere il matrimonio egualitario ai pericoli intrinsechi in una guerra ci sia un abisso è cosa più che evidente. Ma Benedetto XVI era un estremista ultraconservatore. In altri termini: ci vuole veramente poco ad essere migliori. Oltre le questioni di forma, tuttavia, bisognerebbe anche capire qual è la sostanza effettiva di certe dichiarazioni.

Quanto detto dal cardinale Peter Erdo, lascia intravedere per lo più uno “spazio di fraternità” – che non è piena inclusione, soprattutto dentro un sistema di fede che concepisce la società su struttura gerarchica – e si pone la questione se la comunità cristiana possa accogliere le persone LGBT senza rinunciare alle proprie idee su famiglia e matrimonio.

Sembra quindi che oltre Tevere si sia disponibili ad abbassare la tensione sugli attacchi contro gay e lesbiche, mantenendo inalterato il concetto di peccato – che non viene minimamente riconsiderato – e soprattutto la visione tradizionalista e conservatrice di una società che si struttura sul matrimonio di tipo religioso.

Adesso, io sono anche contento che un gay credente si possa sentire rincuorato dal fatto che la sua chiesa non lo tratterà più da “frocio”, ma solo da peccatore, ma nel mondo dei giusti il concetto di rispetto si costruisce su altri presupposti. Ma, ribadisco, questa è questione interna a chi non ha il dono di non avere una fede. E lì taccio.

Più problematico il fatto che un senatore della Repubblica cerchi l’alleanza con queste persone, ribadendo di fatto che il proprio partito è ostaggio – su questi temi come su altri, con tutta evidenza – di uno psedo partitino omofobo. Lo Giudice fa outing e dimostra, forse inconsapevolmente, l’inadeguatezza della classe dirigente di essere autonoma rispetto alle questioni dei diritti civili.

E qui il problema non è più di tipo privato, ma politico e quindi pubblico: è davvero necessario l’avallo delle istituzioni religiose per poter legiferare in materie come matrimonio egualitario, omogenitorialità, legge contro l’omofobia e trattamento di fine vita? Anche perché dalle parole che leggo, se la chiesa da una parte sta indietreggiando su generici riconoscimenti delle convivenze, dall’altra mantiene inalterate le sue posizioni su matrimonio e famiglia. Il senatore Lo Giudice quando arriverà il momento di votare sulle unioni civili, come si comporterà? Aspetterà il benestare di qualche vescovo, ne seguirà le indicazioni o propenderà per quella laicità dello Stato che dovrebbe essere recinto di garanzia per tutti e tutte, credenti inclusi/e?

Credo sia preoccupante che due ex presidenti di Arcigay vadano in brodo di giuggiole nei confronti di parole che non si discostano di molto da quello che la chiesa ha sempre detto sulle persone LGBT, indicate come fautrici di peccato, sempre da condannare, ma da comprendere e accettare in quanto esseri umani. Poi per carità, i toni sembrano più morbidi, ma le diffidenze da quella parte ci sono tutte, per il momento. Evidentemente il poter essere accettati in chiesa, in una panca a parte e magari col permesso di vedere che gli altri prendano la comunione per qualcuno è rassicurante.

In uno stato laico e pienamente democratico – in una parola soltanto, libero – una classe politica seria dovrebbe comportarsi in modo diverso, a parer mio. Innanzi tutto, non andare in brodo di giuggiole nei confronti della più piccola apertura che andrebbe valutata con ogni cautela possibile . In secondo luogo, agire nell’interesse superiore della collettività e nel rispetto delle minoranze. Piaccia o meno a sacerdoti, rabbini o imam. Da noi questo passaggio essenziale deve diventare patrimonio comune. A cominciare da chi, fino a ieri, si faceva paladino della causa LGBT e che oggi si riscopre un po’ più guelfo del dovuto.

La dignità di Matthew

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Matthew Shepard, ucciso dalla violenza omofoba

Era il 12 ottobre 1998: Matthew Shepard moriva dopo le torture inferte dai suoi aguzzini omofobi. Per capirne la violenza, vi dirò solo che venne trovato agonizzante, qualche giorno prima, legato a una staccionata. Il viso era talmente tumefatto che venne scambiato per uno spaventapasseri. Il volto era completamente ricoperto di sangue, ad eccezione del solco lasciato dalle sue lacrime.

12 ottobre 2014: entro su Facebook e vedo i soliti post omofobi. Ad essere sotto attacco è un libro che spiega, dentro gli asili nido, che esistono anche le coppie omogenitoriali: “Questi lavaggi del cervello negli asili nidi sono tollerabili? Degradano la dingità umana” scrive sul suo profilo tale Filippo Savarese, vicino a Manif pour tous, con tanto di refuso.

Chissà se il buon Filippo ritenga che massacrare di botte un ragazzo di vent’anni legato a una staccionata sia ugualmente qualcosa di degradante, per la dignità degli esseri umani. E se così fosse, ci dovrebbe spiegare come mai torturare e uccidere un ragazzo gay da una parte e spiegare a scuola, dall’altra, che si possono avere in classe compagni/e figli/e di una famiglia arcobaleno sia la stessa cosa.

Perché quel libro che suscita tanto scalpore dovrebbe servire affinché nessuno venga più sbeffeggiato, deriso, discriminato e, in ultima istanza, ucciso per la sua diversità.

cos'è la dignità umana per gli omofobi?

cos’è la dignità umana per gli omofobi?

Naturalmente, se cresci ragazzi e ragazze all’idea che ci siano persone di serie A e di serie B, magari da disprezzare o verso le quali riservare trattamenti a parte, poi è inevitabile che per qualcuno sia normale calcare la mano. Sia con un compressore ai danni di un ragazzino obeso, uno stupro a una donna, una coltellata a un “frocio”, ecc. La matrice è la stessa.

Una legge seria contro l’omofobia – non la pagliacciata che il Pd ha approvato alla Camera – servirebbe a creare un clima culturale per evitare questo tipo di brutalità. Manif pour tous, che protesta contro tutto questo, da che parte sta? Secondo me, così facendo, continuando a diffondere terrorismo psicologico contro le persone LGBT, si contribuisce a rinvigorire quelle basi culturali per nuove violenze, psichiche e fisiche. Non vorrei che un domani il figlio di Savarese, per una sciagurata ipotesi, venisse scambiato per gay e preso in giro, o picchiato, o torturato e ucciso. Chissà se questa prospettiva sarebbe ugualmente degradante, per persone come Filippo e le varie groupie omofobe.