Eterologa? Bergoglio sussurra il suo no alle famiglie gay

Bergoglio tuona contro l’eterologa

Sull’importanza della caduta del divieto alla fecondazione eterologa ho già scritto e non mi ripeterò.

Faccio notare, a commento di quanto già detto, due ulteriori aspetti.

Innanzi tutto, arriva allarmata la reazione vaticana. Bergoglio e la sua corte non si capacitano, con ogni evidenza, del fatto che l’Italia possa avere organi giuridici capaci di decidere autonomamente al di là delle ristrette – e disumane – categorie del peccato. E allora il “simpatico papa Francesco” tuona, ma sempre a modo suo, con quel fare soft e l’accento alla Diego Armando Maradona, che rassicura, ok, ma fa passare aberrazioni come queste: «Ferma opposizione a ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa. Il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia.»

Peccato che nessuno attenti alla vita di nessun altro e, semmai, si permette a nuova vita di venire alla luce. O Bergoglio preferirebbe che alcuni bambini non nascessero?

Faccio notare ancora, soprattutto a certe mie amicizie LGBT che definisco “bergogliose”, che forse è arrivato il momento dei bruschi risvegli. Il pontefice infatti, coerentemente col “chi sono io per giudicare, è scritto tutto nel catechismo” – e nel catechismo, cari gay credenti, è scritto che siete un’aberrazione – ha ribadito il suo no non solo alla fecondazione eterologa ma soprattutto alle coppie omogenitoriali. Contenti/e voi.

Il secondo aspetto, a proposito di peccato, consiste in questa considerazione: ora ditemi voi chi è quel genitore sano di mente che affiderebbe un figlio a una fede che lo vede già corrotto al momento della nascita. Questo perché il nascituro è l’innocente per antonomasia, sia ben chiaro. Solo che ha, appunto, la colpa di nascere. E milioni di persone – per lo più eterosessuali – affidano a questa filosofia la felicità futura dei loro figli e delle loro figlie. Poi però il problema sono le adozioni ai gay.

Ma ribadisco, contenti/e voi.

Barbie sentinella in piedi (e due cosette sui libretti dell’UNAR)

Il modo migliore per contrastare il grigiore di certe iniziative omofobiche sta nell’ironia, l’ho sempre detto e questa immagine vale da sola molte contro-manifestazioni al delirio delle cosiddette “Sentinelle in piedi”.

Barbie sentinella in piedi

Barbie sentinella in piedi

Riguardo a cose più gravi, faccio notare che l’Istituto Beck ha diramato un comunicato in cui spiega le ragioni che hanno portato alla creazione dei libretti dell’Unar.

In breve il comunicato rilancia sulla scientificità di quel materiale didattico destinato agli insegnanti (e non agli/lle allievi/e) e che la mission del progetto «non è la diffusione di una “teoria gender” ma la prevenzione e la lotta all’omofobia e al bullismo omofobico».

Importante il punto in cui si stabilisce:

L’American Psychological Association (2009, 2012) scrive che “l’attrazione, i sentimenti e i comportamenti sessuali e romantici verso persone dello stesso sesso sono normali e positive varianti della sessualità umana indipendentemente dall’identità di orientamento sessuale”.

Qualcuno lo dica alle Sentinelle in piedi o a Manif pour tous. Chissà che smettano di perdere tempo a leggere libri nelle piazze italiane in quel modo ridicolo, e si dedichino ad attività più produttive, come ad esempio manifestare contro gli abusi sui minori dei sacerdoti della loro fede.

Infine, l’Istituto Beck riporta quanto segue:

L’Istituto A.T. Beck ribadisce che quanto proposto negli opuscoli citati riflette le posizioni della comunità scientifica nazionale e internazionale sui temi dell’orientamento sessuale e del bullismo omofobico.

Che queste posizioni siano o non siano degne di ispirare e informare un intervento educativo nelle scuole italiane è una scelta sulla quale l’Istituto A.T. Beck non intende esprimere giudizi, riservandosi tuttavia di adire le vie legali per tutelare la propria immagine da attacchi ingiustificati.

Forse è il caso di fare uno screen di certi commenti, qui come sul Fatto Quotidiano, e lasciarli valutare al personale incaricato. Magari qualcuno/a comincerà a rendersi conto che insultare le persone non è un esercizio di libero pensiero, ma qualcosa di cui doversi vergognare.

Sul Fatto Quotidiano: “Come difendersi da chi vuole difenderci dal gender”

le Sentinelle in piedi

Ripropongo anche qui l’articolo che ieri è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano on line, dove cerco di dimostrare le reali ragioni della crociata antigay portata avanti da Bagnasco e dai movimenti cattolici integralisti.

Vi riporto uno stralcio:

Il “gender”, per come è narrato, si configura però come un’invenzione dei cattolici. Semmai esistono gli studi di genere o Gender studies, nati dalla sinergia di diverse discipline (giuridiche, sociologiche, psicologiche, linguistiche, ecc). Essi sostengono che fino ad oggi la società si è strutturata sulla prevalenza di un genere su un altro. Il maschilismo, attraverso il patriarcato, ha imposto per millenni il controllo sociale su donne e infanzia, reprimendo le diversità. Una tra tutte, l’omosessualità.

E vi segnalo un paio di commenti:

«Un articolo che esordisce con “L’offensiva antigay messa in atto dalle gerarchie religiose” dimostra chiaramente che questa storia sull’omofobia è stata tirata fuori dai quelle lobby che vogliono spazzare via la religione dal mondo e sostituirla con un’altra “laica”, consumistica e che manipoli le coscienze senza se e senza ma.»

«Adesso difendiamo pure l’immoralità, il vizio e eleviamo l’immonda diversità a cultura solo perché i malati di gaysmo non si suicidano.»

«Concludo dicendo che [...] se un professore o maestro o altro cercherà di inculcare simili idiozie ai miei figli se la vedrà con me: e non vorrei essere nei suoi panni…»

Molti altri sono i commenti di questo “spessore”. Questo per chi mi dice che in Italia non c’è un problema di omofobia. Poi va bene, sono trolls. Ma sono reali. Per il resto buona lettura.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Omofobia a scuola: il marchio di infamia”

l’omofobia avanza nella scuola e il governo che fa?

Oggi sul Fatto Quotidiano parlo di omofobia a scuola. Le ragioni?

Perché è urgente intervenire tra i banchi, contro certi fenomeni.
Perché fare un certo tipo di informazione non significa omosessualizzare nessuno (solo un idiota potrebbe crederlo davvero).
Perché i movimenti integralisti cattolici stanno operando proprio per fare in modo che non si lotti contro l’omofobia scolastica.
Perché la legge Scalfarotto ha reso possibile il clima culturale che permette tutto questo.

Riporto l’incipit del mio pezzo:

L’omofobia è un atto verbale, prima di ogni altra cosa, soprattutto se assumiamo il concetto biblico – e quindi cristiano – della parola come atto di creazione. Nella Genesi, Dio costruisce prima il mondo e poi fa l’uomo a sua immagine e somiglianza. Questa eguaglianza sta proprio nel fatto che l’essere umano è, come il dio creatore, l’unica specie dotata del dono del dire. E con le parole l’uomo definisce il reale, lo domina.

Buona lettura!

La russificazione del Pd: e i gay-dem che fanno?

Fassino sceglie l'omofobia?

Fassino sceglie l’omofobia?

Riassunto delle puntate precedenti: il sottosegretario Toccafondi tuona contro la lotta all’omofobia a scuola, perché educare i ragazzi e le ragazze al rispetto della diversità lederebbe la libertà di educazione dei genitori. Toccafondi è nel governo guidato da Matteo Renzi il quale, sulla questione, ha taciuto.

Segue il turno di Alfano: sulla legge regionale siciliana di estendere i mutui alle coppie gay e lesbiche, il leader (non c’è ironia) del Ncd si dice contrario, perché occorre dare i soldi alle famiglie “normali” (cit.). Anche su questo suo ministro, Renzi tace.

Infine, ultima puntata, a Torino un consigliere di Comunione e Liberazione si è scagliato contro alcune schede didattiche scaricabili dal sito del comune. Su quei documenti era scritto che l’omofobia è alimentata anche dai pregiudizi religiosi. Fassino, veloce e obbediente, ha fatto rimuovere i documenti incriminati.

Alla luce di tutti questi fatti, gravissimi a parer mio, mi faccio alcune domande: cosa stanno facendo i gay e le lesbiche del Pd? Hanno una qualsiasi voce in capitolo dentro il loro partito? Riescono a puntare i piedi e a ottenere, se non per la comunità almeno per se stessi, un minimo di considerazione e rispetto?

Di fronte a questo scempio del senso civico, che passa per le azioni dei dirigenti piddini e delle omissioni delle più alte sfere di quella formazione, faccio mie le parole di Enzo Cucco: dove sono i cattolici democratici, i non estremisti? Non sanno questi, insieme alla componente rainbow dello stesso partito, che il silenzio è complice?

Sembra che in Italia la lotta per le minoranze debba essere condotta nella più totale indifferenza delle altre categorie, come se la democrazia fosse una questione di compartimenti stagni. Succede anche questo in un paese che si permette il lusso di avere tre destre: una personalistica (FI), una clericale (i centristi) e una inutile (Pd).

Ma proprio di fronte a questa follia collettiva, il silenzio di coloro che si dichiarano amici e sodali della causa LGBT, per non parlare dell’inutilità della componente gay-dem, questo è davvero troppo in un partito che ha preso il nome dall’omologo americano ma pare guardare alla Russia nelle sue politiche sociali.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Quel ‘ma’ di Alfano che…”

Alfano tuona contro le persone LGBT

Ho scritto di Alfano e della sua fissa per le persone LGBT.

Ne ho parlato sul blog del Fatto. Si è scatenato un putiferio di commenti, molti contro il nostro ex vicepremier. Alcuni, invece, pro-omofobia. Il mondo è bello perché è vario e, nei casi in questione, anche avariato.

Per invogliarvi alla lettura, vi riporto l’incipit:

Che Alfano e il suo partito ne siano ossessionati non è un mistero. Già in passato il leader del Nuovo Centrodestra ha dichiarato: «Sui matrimoni gay e adozioni gay siamo pronti a uscire dal governo» perché «non si può pensare alle unioni civili senza pensare prima alle famiglie». E ancora, su Twitter, dopo un’apparizione a Che tempo che fa: «L’Italia non diventerà né una grande sala parto per immigrati né un grande locale Arcigay».

Buon blogging!

Dieci anni di Elfo Bruno

io, qualche anno fa...

io, qualche anno fa…

Tutto cominciò il 23 marzo del 2004. Avevo trent’anni, un cuore straziato e scrivevo del mio inutile amore.

Poi si aprì la breccia della passione politica e quello che doveva essere un diario su un due di picche è divenuto un blog che mi ha dato la possibilità di conoscere tantissime persone, di confrontarmi, di crescere umanamente e intellettualmente.

Adesso ho dieci anni di più, 3.033 post pubblicati, due libri sullo scaffale e oltre due milioni e mezzo di click, sia su questa piattaforma, sia sul Cannocchiale, dove tutto è nato.

E siccome mi piace cambiare, da qui a poco ci saranno altre novità per quanto riguarda questo blog e il suo formato. I contenuti, invece, rimarranno sempre quelli: diritti, varie umanità, lotta all’omo-transfobia, fregnacce, ricette e tutto quanto ha a che fare con il lato fucsia della forza.

Omofobia a scuola: quando si tocca il fondo

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il sottosegretario Toccafondi

La notizia è tanto fresca quanto odiosa: il sottosegretario alla Pubblica Istruzione Toccafondi ha esternato contro la lotta all’omofobia nelle scuole.

Per questo esponente del Nuovo Centrodestra, un partito-farsa destinato a sparire nel nulla ma capace con la sua inutilità di condizionare l’azione del governo Renzi di cui è parte integrante, insegnare che le persone non vanno discriminate perché omosessuali o transessuali lede la libertà dei genitori di istigare, magari, ai loro figli a gridare parole come “brutto frocio” o “lesbica di merda” ai/lle compagni/e.

Chissà se per questo triste figuro varrebbe lo stesso principio in caso di razzismo o antisemitismo. Sarebbe interessante chiederglielo.

Secondo poi: ho chiesto su Twitter a due renziani di ferro – Scalfarotto e Alicata – cosa ne pensano a proposito. Al momento (ore 23:56 del 23 marzo 2014) dal creatore della legge sull’omofobia non arrivano risposte. Da Cristiana invece arrivano un post sul suo blog (e ciò è meritorio) e la dichiarazione che col progetto “Le cose cambiano” parlerà nelle scuole romane di lotta alle discriminazioni. Mi chiedo (e le chiedo) a questo punto a nome di quale Pd, perché mi pare che il suo partito non abbia problemi a permettere che iniziative di un singolo vadano in una direzione e le dichiarazioni degli esponenti del governo in quella diametralmente opposta. E mi spiace per Alicata, ma fanno più rumore le parole di Toccafondi, e temo anche più danni a quelle giovani generazioni che si dice di voler difendere. Al momento, ore 23:57 del 23 marzo 2014, nessuna risposta nemmeno da lei.

Per quanti/e cercano di giustificare l’alleanza Pd-Ncd in nome del peggio da evitare (ma i berlusconiani di Alfano sono peggiori tanto quanto quelli ortodossi), riporto le parole del mio amico Franco Buffoni: non è il prezzo che il Pd paga al governo, «quando poté scegliersi il ministro dell’Istruzione, scelse l’omofobo Fioroni».

Concludo questa pagina nerissima che cade per intero sul Pd di Renzi e sulla sua scarsa credibilità in fatto di questione LGBT, con una constatazione: la legge di Scalfarotto sull’omofobia apriva alle dichiarazioni omofobiche nelle scuole come atto di libertà di pensiero. Pensiamo al l’emendamento Gitti, a proposito. Quella legge giace ancora in Senato e pare destinata a rimanerci. Ma la cultura cattolica e reazionaria del nostro paese ne sta già raccogliendo i frutti. Ricordiamo ancora il veto a Luxuria al liceo Muratori di Modena. E oggi questa boutade a favore delle discriminazioni, sempre nell’ambiente scolastico.

Forse qualcuno dovrebbe farsi un paio di domande, darsi l’unica risposta possibile (avete sdoganato l’omofobia come forma di libertà di pensiero, cari i miei renziani) e possibilmente chiedere scusa. Ma sappiamo che per fare questo ci vuole umiltà e la capacità di ammettere di aver sbagliato. E qui mi fermo.

Luxuria a scuola: i cattolici umiliano la democrazia e il sapere

Vladimir Luxuria

Il caso: Vladimir Luxuria era stata invitata al liceo Muratori di Modena per confrontarsi con gli studenti e le studentesse di quella scuola sul tema della transessualità. L’incontro era stato voluto dagli/lle alunni/e dopo una votazione democratica che aveva sancito l’evento. Alcune famiglie, tuttavia, si sono messe di traverso, minacciando che non avrebbero rinnovato l’iscrizione per l’anno successivo dei/lle loro figli/e. L’appuntamento è quindi saltato.

A colorare di grottesco una vicenda di per sé gravissima – perché non solo crea un precedente pericoloso, ovvero impedire che si tenga un’assemblea e tradendo così uno dei momenti di democrazia in un istituto scolastico, ma anche perché segna l’intromissione dei genitori nell’autonomia della scuola – ci pensa Giovanardi, con uno dei suoi soliti deliri: la scuola non è luogo di indottrinamento. I rappresentati cattolici protagonisti della vicenda, si sono trincerati dietro al fatto che mancava un contraddittorio.

Non so cosa avrebbe detto Vladimir Luxuria in quel contesto, ma inviterei tutti e tutte a riflettere sul fatto che si trattava di un’assemblea non finalizzata a convertire gli studenti alla transessualità, ma per parlare delle problematiche di un gruppo sociale. Niente di indottrinante – contrariamente allo studio della religione cattolica, nei nostri istituti – ma, semmai, qualcosa che avrebbe portato conoscenza di un fenomeno.

Magari si sarebbe scoperto, ad esempio, che “transessualità” non è sinonimo di “prostituzione”. E magari si capirebbe perché essa viene scelta da alcune persone transessuali. Forse si sarebbe parlato dei problemi che si incontrano a maturare il percorso di appropriazione della propria identità di genere. Non credo che serva contraddittorio per un processo di conoscenza, anche perché ciò che contraddice il sapere è, appunto, l’ignoranza.

O forse il problema è la transessualità in sé, ma questa sarebbe discriminazione. Forse Giovanardi e i genitori (presumibilmente cattolici), che hanno ferito la democrazia di questo paese, confondono l’omo-transfobia con la libertà di pensiero, forse anche grazie al nuovo clima culturale introdotto dalla legge di riferimento, votata nei mesi scorsi alla Camera, che permetterebbe di esprimere opinioni non costruttive (se non veri e propri insulti) contro le persone LGBT, proprio nelle scuole.

Dovrebbero chiedersi, infine, tutte le persone di buona volontà, se quando si tratta di altri argomenti, sempre per prenderne conoscenza, si debba chiedere, ad esempio, l’intervento di un antisemita per il tema della persecuzioni del popolo ebraico, la presenza di un razzista se si discute di integrazione e immigrazione, o l’opinione di un uxoricida se si deve parlare di femminicidio. A Vladimir Luxuria è stato chiesto di parlare di sé a condizione che ci fosse qualcuno che parlasse contro la sua vita. Mi chiedo quanti cattolici sarebbero disposti a farlo, nei confronti della loro fede. Eppure, il loro “diritto” di essere contrari a qualcosa per cui nutrono un pregiudizio – l’essere trans, nello specifico – ha coinciso con il fatto che si è impedito a una libera cittadina della Repubblica Italiana il diritto (senza virgolette) di esercitare la sua libertà di pensiero.

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.