Recuperare tutto l’amore possibile (sul 17 maggio)

rainbowflagOggi è la giornata mondiale contro l’omofobia. Che poi è la celebrazione delle nostre resilienze. Di come quando da ragazzo, a una certa, senti fuori dalla tua finestra un coretto di adolescenti cretini che ti gridano che sei frocio, cantilenando. Allora ti affacci, perché quando è troppo è troppo, e scopri che non c’è nessuno. Solo un’allucinazione dettata dalla paura e l’abitudine al disprezzo.

Quindi misuri la distanza dal quinto piano a terra e pensi che è solo un salto. Farà male per poco, poi la pace. Fino a quando qualcosa da dentro ti sussurra di no. Non è quello il tuo destino, non è l’abisso. C’è il sole dopo la pioggia, il sapore del cioccolato, la forma delle nuvole a cui dare significato, le carezze del tuo gatto. Parole nuove, da dire ancora. Recuperare tutto l’amore possibile. E capire, da quel momento, che quelle grida malevole devono andar via. Dentro e fuori di te. Ma soprattutto dentro. Per lasciare spazio al sussurro della vita.

Ecco, questo io celebro oggi.

Morire a 18 anni, dopo il coming out in famiglia

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Prima di finire sotto quel treno ad alta velocità, le ultime parole sono state per quel fidanzato con cui, secondo l’insegnante che era diventata la sua confidente, viveva un rapporto sereno. Il primo è delle 23.15, Paolo scrive a Giulio: “amore”. Poi alle 23.26: “Cucciolo Ti amo Perdonami Ti amo”. Giulio risponde: “Ti amooo” e poi chiede scusa “per cosa?”. Ma prima della risposta arriva il Freccia che travolge Paolo. (Fonte Gaypost.it)

Il resto è una storia di violenze in famiglia e di indifferenza a scuola.

Dov’è stata la società degli adulti, quando Paolo ha chiesto aiuto contro omofobia familiare e bullismo scolastico? Quella che doveva vigilare per il bene dei figli, di tutti i figli?

Siamo sicuri di meritarci Mario Mieli?

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Mario Mieli

Nell’anniversario della morte di Mario Mieli, Gaypost.it – la nuova avventura in cui ci siamo imbarcati io e un gruppetto di coraggioseh, sì con la h finale, persone che han voglia di fare buona informazione Lgbt – ha pubblicato un video, con una sua testimonianza.

Vi lascio all’articolo, per sapere chi era il padre del movimento Lgbt italiano ai suoi tempi e cosa rappresenta ancora oggi, per tutti e tutte noi. Anche a livello mondiale.

Una cosa, però, ve la dico: se oggi egli fosse in vita o se ci fosse un giovane Mieli, avrebbe come nemico giurato quella parte della comunità Lgbt italiana troppo impegnata a rendersi accettabile agli occhi di chi la disprezza.
Quella comunità che dice “meglio poco e tardi che tutto e subito”.
Quella che dice “i pride sono una carnevalata” (ancora adesso, nel 2016).
Quella che “tu in piazza con la foglia di fico non puoi andarci perché non sta bene”.

Mieli ci insegna la libertà, l’essere noi stessi/e e a testa alta. Questa la sua eredità. A noi, il compito di esserne degni. E per esserne degni, dovremmo meritarcela, prima di ogni altra cosa, la libertà. E non sono sicuro che molti riuscirebbero a sostenere il peso di tale impresa.

Dante gay-friendly

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Gustave Doré, Dante incontra Brunetto Latini

«Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde».
(Inferno: XV, 121-124)

Perché ogni tanto rileggi Dante e comprendi che lui, già al suo tempo, aveva già capito che l’omosessualità non è un vulnus del valore di un uomo. Sono le parole dedicate al maestro, il “sodomita” Brunetto Latini. Il quale, dopo aver parlato con lui, nell’inferno, torna alla sua schiera con tutta la sua dignità. Colui che, come se stesse concorrendo al palio del drappo verde di Verona, sembra colui che vince, non “colui che perde”. Dante sa che se è diventato quello che è, lo deve a lui. E anche se tra i dannati, non può che onorarlo.

Fa bene vedere che l’umanità è capace di queste forme di profonda solidarietà. E ti rende un po’ orgoglioso constatare che è nella letteratura che puoi trovarne traccia. Perché è un po’ come se le parole, che in altre occasioni ti hanno ferito, in questo caso ti guariscono. Con il tocco della poesia.

Come il colore della…

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I paesi in blu hanno il matrimonio egualitario, come l’orizzonte dei mari.
I paesi in azzurro le unioni civili, come il colore del cielo.
A breve anche l’Italia avrà la sua legge, grazie a Renzi e al Pd. E così, finalmente, potrà essere colorata di marrone.

 

Siate pronti a dire addio alle stepchild adoption

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Renzi, all’assemblea del Pd, ha appena detto che è probabile un accordo di governo con Alfano sulle unioni civili. Con tanto di fiducia. Sapete che cosa significa, vero? Che i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno saranno esclusi dalla protezione che lo Stato deve loro. Un brillante risultato del Pd che obbedirà fino in fondo agli ordini dei cattodem e del M5S che ha fornito un formidabile pretesto affinché ciò avvenisse. Complimenti vivissimi alle rispettive militanze. Deve essere confortante far parte di un partito di traditori, omofobi e cialtroni.

E non venite a dirmi che non c’erano altre strade. Renzi da settimane parla di “successo di governo”, se si approva la legge con il Nuovo Centro-destra. I grillini hanno solo facilitato ciò che era evidente: l’incapacità e la mancanza di volontà politica del Pd di volere una legge seria che tuteli i nostri diritti, i nostri bambini e le nostre bambine e la nostra dignità. Fossi stato nel premier, avrei obbligato i cattodem a ritirare gli emendamenti e avrei imposto la disciplina di partito: come ha già fatto in altre occasioni. Invece mi pare che la parola d’ordine sia stata: “libero sfogo alla vostra omofobia”. Sotto il plauso adorante dei gay e delle lesbiche di partito.

Adesso bisogna far sentire la propria rabbia alla manifestazione del 5 marzo. A tal proposito, spero vivamente di non vedere bandiere di partito e personaggi compromessi con il renzismo. Certa gente farebbe bene a nascondersi, quel giorno.

Genitori gay? Per il Pd meno degni dei mafiosi

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Partiamo da un’evidenza: il Pd, con le unioni civili, vorrebbe ricucire a sinistra. Poi però in quel progetto di legge spunta un emendamento che, nell’ordine:

  • congela la genitorialità di gay e lesbiche per due anni
  • in un secondo momento, se il giudice vuole, si accede alla stepchild.

Per il Pd, dunque, se sei omosessuale devi dimostrare più degli altri di essere un buon genitore. Di contro non chiede le stesse garanzie a mafiosi, assassini, “coppie dell’acido”, ecc.

Ritorniamo a quanto detto all’inizio: con le unioni civili, il Pd vorrebbe ricucire a sinistra. Magari con lo scopo di ottenere il voto (anche LGBT) per le amministrative. Io penso che subito dopo l’approvazione di questa legge-apartheid (che siamo pure costretti a difendere), sempre se verrà mai approvata, dovrebbe partire una campagna delle associazioni per indicare quali partiti non votare alle prossime comunali. Il Pd dovrebbe essere sul podio degli invotabili. Per l’intrinseca omofobia che anima anche quei provvedimenti che, nell’ignoranza del simpatizzante renziano medio, vorrebbero essere friendly.

In tutto questo la manovalanza gay del partito piagnucola, auspicando pazienza e comprensione – il tenore è: meglio questo che niente, d’altronde siamo “froci” cosa possiamo pretendere di più? – o raglia, accusando di solito gufismo chi, giustamente, si indigna. Del senso della propria dignità, invece, nemmeno l’ombra.

Omofobia in Italia, ecco i colpevoli

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Domanda retorica: è una mia impressione oppure in questo paese si respira omofobia in ogni dove?

E a questo aggiungo: l’elevato livello di omofobia nel nostro paese è dovuto a diversi fattori. Per me, i seguenti:
1. il sostanziale analfabetismo culturale della società in cui viviamo (e qui il movimento LGBT dovrebbe farsi due domande due)
2. la complicità dei media, che cavalcano il processo di disinformazione (e grazie ancora a La Repubblica, che con i suoi esempi più recenti sembra voler percorrere un processo di trasformazione della propria natura editoriale passando per “carta per il pesce” fino a raggiungere le vette inusitate di “spreco di alberi”… un bel risultato, insomma)
3. l’ignavia della politica, che invece di proteggere le minoranze esposte a discriminazioni e violenze, tentenna e riduce tutto al laissez faire.

Abbiamo i “colpevoli”, insomma. Ora sta a noi trovare le soluzioni. Prima tra tutte: evitare gli sbagli di sempre.

Al di là della strada

passi.svelti.5Diciotto anni fa, più o meno a quest’ora. Era lì di fronte a me. Una porta in metallo leggero e pannelli di plastica, trasparente. Io dall’altra parte della strada.  Avevo ventiquattro anni e una paura fottuta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Potevo vedere la gente dall’altra parte, anche se non pareva ci fosse nessuno. La luce era accesa. E c’ero io, da questa parte della strada. E di là, proprio davanti, il mio destino.

Credo di aver deglutito un paio di volte. Sapevo cosa fare, ma non riuscivo ancora a muovermi. Avevo cercato l’indirizzo sull’elenco telefonico. Non ricordo se in un bar o in una tabaccheria. A casa non avevo il telefono, e allora ero dovuto andar fuori a cercarlo. Via Gargano 33, Catania. Una strada piccola, nascosta dietro piazze e viali più importanti. Manco a farlo apposta, proprio lì accanto c’era una sede dell’ufficio dove lavoravano i miei genitori. Ci ero andato in autobus, avevo strappato una pagina del Tuttocittà per potermi orientare in quel dedalo di traversine. Poi ero arrivato, dopo un viaggio lunghissimo.

Un viaggio che durava da ventiquattro anni.
Un viaggio fatto di solitudine e di parole malvagie.
Di preghiere notturne, per tornare “normale”.
Di parole che non riuscivo a riconoscere.
Di tutte le volte che avevo guardato il balcone di camera mia, pensando «deve essere solo un attimo. Un salto ed è un attimo. E tutto questo schifo finisce una volta per sempre».
Di film assoluti, da cui apprendere il coraggio di vivere, per recitarne in segreto le battute o trascriverle sul diario, pensando tra me e me «chissà se riuscirò mai a dire anch’io una cosa del genere».
Un viaggio in cui poi qualche sorriso mi ha preso per mano, senza avere la pretesa di sapere chi fossi davvero (ma sapendo davvero chi fossi e aspettando di essere pronto per dirlo a me stesso).
Un viaggio in cui il giro di boa fu rappresentato da quel no!, prima solitario, poi destinato a essere urlato al mondo intero. Quel no, nella prigione che avete pensato per me non sarò io a marcire (semicit.).
In cui poi, come la marea, qualcosa dentro mi aveva suggerito che sì, chi se ne frega. «Sei gay, accettalo e sii felice».
Un viaggio che finiva lì, di fronte a quella porta.

Poi ho respirato (o forse ho sospirato, ma converrete che non c’è poi tanta differenza, arrivato a quel punto) e ho cominciato a camminare. Un piede davanti l’altro. Un passo e uno ancora. Una strada di pochi metri, ma grande quanto tutta la vita di cui ero stato capace fino a quel momento. Una volta raggiunto l’altro marciapiede, niente sarebbe stato uguale. Lo sapevo benissimo. Ero lì per quella ragione. Non aveva senso indugiare ancora. Mi scoprii capace di tutto il coraggio che c’è. E attraversai quella stradina. Piccola, sporca. Forse uno dei giorni più importanti della mia vita.

Ricordo ancora l’ingresso dell’Open Mind. È stata la prima associazione LGBT nella quale ho militato. Lì ho conosciuto persone che ancora oggi fanno parte di me, della mia esistenza o solo dei ricordi. Che fanno parte di una delle mie famiglie, sparse qua e là. A quella strada, a quell’attraversarla, a tutto quello che è successo dopo, devo tutto. Nel bene e nel male. Non credo che ci siano sufficienti parole o che esistano termini adeguati per esprimere il senso di questa gratitudine. Ma stanno qui, le sento. Tra queste dita tremanti e la mia anima che trabocca di riconoscenza. E credo che non ci sia altro da dire. Se non grazie, naturalmente. A tutti e a tutte, indistintamente. Perché altrimenti non sarei quello che sono. Non sarei vivo.