Erdogan style

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In breve:
1. a me, che la nostra “democrazia” assomigli in atti come questi a una nascente dittatura, non piace per nulla
2. sento dire “però l’occupazione abusiva no!”, poi magari fanno spallucce se il panettiere non gli fa lo scontrino da venticinque anni a questa parte
3. stiamo parlando di persone che vengono da teatri di guerra per richiedere asilo. Magari essere un po’ più umani ci rende meno stronzi.

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I am hungry

amiciziaQuando nel lontano 1998 conobbi Lucia – all’epoca sul mio primo blog la chiamavo Chanel – entrai in contatto con una delle persone che avrebbero cambiato la mia percezione con l’esistenza e, di conseguenza, con la vita. Lucia era (ed è) lesbica, io un giovane gay che non sapeva nulla e che era infarcito di tutti i dogmi patriarcali, sessisti e misogini possibili. Non perché mi piacesse esser tale, ma perché quando vieni educato in un mondo in cui si dice ancora “auguri e figli maschi”, la forma che ti danno è quella. La conobbi all’Open Mind di Catania, un’associazione che faceva pratiche di femminismo e che mi insegnò come l’autodeterminazione – ovvero, la capacità di dare un nome alle proprie scelte e di rivendicarle – sia l’unica strada da percorrere per arrivare a ciò che conta davvero: essere pienamente se stessi. O in altre parole: la felicità.

Con Lucia, che è lesbica e femminista, ho vissuto i miei vent’anni. Considerando che non avevo vissuto la mia adolescenza – ero troppo impegnato a dover nascondere ciò che ero davvero – fu per me l’equivalente della migliore amica delle medie e del liceo, allo stesso tempo. Non che in passato non avessi avuto amici e amiche con cui divertirmi, ma non avevo mai avuto il coraggio di confessare a quelle persone chi ero davvero. La mia identità non aveva una parola possibile. E l’unica parola possibile mi era stata insegnata come un insulto. Capirete, insomma, il casino. E non aver potuto dire a sedici anni che anche a me piaceva il bello della scuola è una mancanza che mi segnerà per sempre. Con Lucia quei vuoti vennero, in un certo qual senso, colmati.

amicizia 2Con Lucia abbiamo fatto molte cose. Abbiamo cominciato accorciando le distanze, chiacchierando su un divano nelle sere di primavera e anche in quelle degli inverni a venire, abbiamo condiviso birre e sigarette, abbiamo scritto una canzone insieme e insieme abbiamo visto il nostro primo porno comprato in edicola – eravamo curioseh e fu un’esperienza lancinante, la bruttezza di quel video è ancora leggenda nella nostra memoria – ero con lei quando sua madre si ammalò ed ero a casa sua dopo che morì, perché sapevo di non poter essere altrove. Poi, il destino si è divertito ad allontanarci e unirci come fosse il suonatore di una fisarmonica e noi fossimo nelle sue mani, ma la musica composta è sempre stata bellissima: è lei che mi ha accolto le volte che non avevo casa, a Catania come nella capitale. È lei che mi diede forza per trasferirmi a Roma. Ero con lei e la sua compagna quando ha detto sì, qualche mese fa, e come sempre succede in queste occasioni non ho trattenuto le lacrime.

Nelle mie chiacchiere con lei si parlava di tutto: di politica e di questioni femministe – a proposito del porno, fu lei che mi fece notare come la pornografia, quella “lesbo”, è costrutto per maschi, perché la sessualità al femminile ha altre grammatiche – dei sussulti del cuore e di amenità, di uomini e di donne, di fallimenti e di quella cosa che è la speranza. Mai dimenticherò di quel giorno che, dopo una delusione con un ragazzo, chiedevo vendetta al cielo. Lei mi guardò a stento. Aveva un telo da mare addosso, lo tolse via, per rivestirsi – non c’era pudore tra noi – e poggiandolo sulla sedia con la stessa levità con cui Botticelli disegnava le stoffe delle sue veneri, mi disse: «Sii felice, è la migliore vendetta».

amicizia (3)Dico tutto questo perché lei mi ha insegnato molto del mondo lesbico, dal punto di vista umano. Insieme a lei molto ho appreso, dal punto di vista politico. Non riesco a concepire la mia esistenza – e con essa, come sempre, la mia vita – senza quell’esperienza che ancora è parte della mia carne. È ovvio, non posso avere la pretesa di conoscere tutto, di quel mondo, ma l’ho toccato, l’ho vissuto, è stato anche il mio seppur con tutte le differenze possibili. Differenze che ho rispettato, quando era il momento di vivere esperienze “a parte”, ma che mai mi ha escluso per il mio essere maschio, per il mio essere gay, per avere un pene tra le gambe. La mia esperienza con le lesbiche e con il femminismo è anche questa. Per tali ragioni le polemiche degli ultimi giorni – Arcilesbica vs mondo trans, per capirsi – mi lasciano basito, perché le cose che leggo e le prese di posizione che ravviso non si agganciano per nulla a quello che è il mio vissuto.

Non riesco a concepire il piano della realtà senza quell’armonia e senza quel dialogo: dialogo non sempre facile, perché è vero che siamo diversi/e e che si arriva a dei punti di rottura, ma che ha avuto il privilegio di una sintesi – umana, prima di ogni altra cosa – che andava oltre l’esclusione, il separatismo fine a se stesso, la diffidenza. Non riesco a concepire la mia vita – e quindi la mia intera esistenza come luogo fisico, oltre che empirico – senza le mie amiche, a prescindere da quello che può essere il proprio orientamento sessuale e la loro identità di genere. Non riesco a vedere l’etichetta, ma la persona sulla quale qualcuno vorrebbe attaccarla. E noi sappiamo – Sense8 ce lo insegna – che le etichette impediscono la comprensione. E comprendere significa “prendere con sé”, non certo escludere. 

Una sera d'estateNon riesco a concepire, in altre parole, un mondo che ragiona per schemi, per incasellamenti e per recinzioni identitarie. Una classificazione dovrebbe servire a descrivere, non ad escludere o a discriminare. Sono gay perché mi piacciono gli uomini, non certo perché vedo nell’eterosessuale “il nemico”. Anche se l’eterosessismo, con tutto quello che comporta, è quel sistema di rapporti di potere che genera “dolore sociale” e scompensi tra generi e identità. Dolore di cui anche le stesse persone non Lgbt sono vittime e dovremmo forse cominciare a parlare anche di questo, se vogliamo creare un contesto in cui dalla guerra tra identità – e tra sessi e generi – si arrivi a un’alleanza tra diversità.

Non posso pensare a una vita senza la mia amica Lucia, femminista e lesbica. Così come non posso pensare alla mia vita senza i miei amici, maschi di tutte le identità possibili, ai miei studenti e alle mie studentesse (con cui si cresce insieme giorno dopo giorno), alla mia famiglia, alle mie famiglie, a tutta la gente che ho l’onore di conoscere quando mi invitano a un’iniziativa, per presentare un libro o per moderare un dibattito, ai miei gatti, agli estranei con cui ci si scambia qualche gentilezza gratuita e via discorrendo. Io sono affamato di tutte queste identità, mi arricchiscono, mi completano, mi aiutano a correggere le asperità del mio carattere e ad esaltarne gli aspetti più luminosi.

chagallCredo, temo, invece che dall’altra parte non si voglia rinunciare alla rabbia – per comodità politica o per incapacità di “prendere con sé”? – non si voglia fare un passaggio ulteriore per arrivare a una pratica di conoscenza vera, invece che a una dinamica di etichettatura per generi e categorie. Mi sembra, in altri termini, che non rinunci alla vendetta. E non contro il sistema patriarcale, sessista e maschilista, bensì contro coloro che lo incarnano in quanto, semplicemente, maschi. Si ha la spiacevole sensazione che non si cerchi il riscatto, ma il suo esatto opposto: il mantenimento di un rancore che è identificativo di un’identità. E dentro esso – dentro il rancore, per mia esperienza – non c’è nessuna possibilità di felicità. Che poi è l’unica “rivalsa” possibile. O così mi ha detto Lucia. La mia amica di sempre. La mia amica lesbica e femminista.

Essere al pride: per chi ancora non è libero

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“Il viso non lo mostro, sono riservato.”
“Andare al pride? Sei pazzo? Poi la gente pensa che sono gay.”
“Sei dichiarato, non possiamo uscire insieme, sono insospettabile e cerco altrettanto.”
“Ok, incontriamoci. Ma solo se sei maschile”.
Questi i discorsi in cui puoi imbatterti a Siracusa, nel 2017, in chat come nelle chiacchiere tra amici.
Nonostante i progressi fatti a livello giuridico e culturale.
Nonostante le unioni civili (che come previsto, prendono atto di un cambiamento e non spostano nulla nella coscienza collettiva).
Per queste persone che ancora non sono libere, è importante dare visibilità di noi stessi/e. Per essere da esempio. Perché il nostro coraggio sia più forte della paura.
Per questo oggi, al Siracusa Pride 2017 è importante metterci la faccia. La differenza tra esserci e non esserci è la stessa tra vivere pienamente e arrancare nell’esistenza. Ed io credo che bisogna sempre scegliere la vita nella sua pienezza. Buona fierezza, buona festa dell’orgoglio. Anche oggi.

P.S.: tesoro, tu che hai paura ad andare al pride perché la gente poi pensa che sei gay, ti do una notizia. Sei gay. Ed è bellissimo. :)

Il livello di chi vota sì

Ho scritto un articolo sul Fatto Quotidiano sul mio no alla riforma costituzionale. Un no che è personale, un no che è tale in relazione al mio essere gay (che è ancora una categoria politica). Che non vuol dire che voglio rappresentare tutte le persone Lgbt, ma che il mio esser tale mi impone una riflessione anche su questa tematica, per come ci è stata presentata in relazione ai nostri diritti.

Faccio notare che riporto, nell’articolo in questione, un link a un sito in cui si dà lo stesso identico spazio alle ragioni del sì e del no. Mi limito, quindi, a far notare alcune storture della narrazione stessa sul referendum, a cominciare dagli apparentamenti del “tu voti come i fascisti” e cose simili.

Ebbene, riporto alcune reazioni all’articolo:

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Poi ancora, sulla stessa falsariga dell’eleganza:

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Quindi mi si dà del venduto:

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sempre sul piano del “servo del Fatto”:

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Mi si dice che non posso nemmeno esprimere il mio parere:

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Per finire con il sempre verde “voti come…”:

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I pochi che sono intervenuti sul tema, senza scadere nell’insulto, non sono andati molto lontani rispetto alla narrazione governativa del “cambiar verso”. Questo il livello di certi sostenitori del sì, che fa il paio con quei sostenitori del no da cui non di distinguono per volgarità e rozzezza culturale. Poi ognuno si faccia la propria opinione.

Merda di piccione

A FERAL PIGEON ('Columba livia') in Madrid (Spain).

Ho scritto un post su un episodio per me sessista del “trono gay”. Ognuno può pensarla come vuole, si può non concordare, ma ciò che mi ha colpito è quel rozzo tifo da stadio, insieme alle generalizzazioni dei più, poi sfociato in attacchi – anche pesanti – sulla mia persona (succede, quando non si hanno argomenti).

In un caso specifico, il più grave, un tipo che mi conosce ha usato confidenze fatte durante una cena per rilanciarle contro di me mescolandole a falsità e mistificazioni, restituendo un’immagine non proprio bellissima. Ciò che mi ha ferito di quegli attacchi non è il contenuto – se vuoi vedermi come un povero sfigato, non sarò io a tentare di convincerti del contrario – ma la volgarità che traspare in essi. 

Un po’ come quando un piccione te la fa addosso. Ovviamente non pensi di essere meritevole di quella merda per chissà quale vendetta del destino, però la nausea ti viene lo stesso.

Sul razzismo, i migranti delinquenti e su chi ha cominciato prima

5030306091_488c1c7510_oHo condiviso un articolo, sul mio profilo Facebook, riguardo l’aggressione a Catania contro i tre migranti egiziani. «Non sono riuscito a vedere il video. Piccola riflessione: se a difendere la nostra “civiltà” sono questi personaggi, forse è il caso di sostituire i nostri abitanti con persone immigrate. Abbiamo solo da guadagnarci», è stato il mio commento.

Una persona che non conosco si è sentita in dovere di commentare così: «Non li difendo ! e non giustifico ! ma per arrivare a questo mi chiedo cosa abbiano fatto gli altri ? !» (la punteggiatura non è mia). Un’altra, invece, la butta sulla reazione rispetto alla delinquenza e ai soprusi che gli immigrati fanno ai danni della nostra società.

Ebbene, vogliamo affrontare seriamente questo discorso del “ma gli altri cosa hanno fatto?”. Lo vogliamo chiedere a chi ha subito cinque secoli di colonialismo selvaggio? Vi hanno mai detto che i belgi in Congo tagliavano le mani a quei neri che non portavano a compimento il lavoro assegnato (che non era esattamente riempire moduli in un ufficio)? Vogliamo parlare di intere civiltà distrutte, nel corso dei secoli? Di cosa facevano i francesi in Algeria fino a cinquant’anni fa? Si ha memoria di come abbiamo conquistato l’Etiopia, ovvero avvelenando i pozzi? Vogliamo parlare delle logiche del neocolonialismo, dopo gli anni ’60? Di chi ha messo Saddam Hussein in Iraq, i talebani in Afghanistan e di chi arma la mano dell’Isis?

Vogliamo davvero prenderlo questo discorso? Perché quello che oggi arriva nelle nostre coste, nel bene e nel male, è il frutto di tutto questo. Per cui, forse, agitare l’argomento di chi ha cominciato prima e di cosa ha fatto quell’altro, non mi sembra una scelta molto furba.

Il consorzio, le medie e la “sua” donna

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Gentile consorzio, sono laureato, ho un master e ho fatto un dottorato di ricerca. Sono stato precario per anni e mi sono sudato la mia posizione. Alla fine faccio quello per cui ho studiato, che è pure un lavoro figo, ho due mesi di ferie l’anno, il tempo indeterminato, la stima di colleghi/e e famiglie oltre al rapporto bellissimo con le mie classi. Per cui ringrazio, rifiuto l’offerta e tiro lo sciacquone.

P.S.: non vivo ancora col “mio” uomo, ma magari prima o poi arriva pure quello.

P.P.S.: la donna non è “sua”, comunque. Cavernicoli!

Referendum costituzionale: 5 motivi per votare NO

costituzione-860x450_cHo letto la riforma della Costituzione (in allegato) e credo, ancor più di prima, che sia a serio rischio la nostra democrazia per i seguenti motivi:

1. applicata all’Italicum dà tutto il potere a un partito solo, che è gestito da un uomo solo (decide le candidature, per capirsi, quindi chi andrà alla Camera a votare le leggi)

2. il Presidente della Repubblica può essere eletto da una maggioranza semplice di appartenenti allo stesso partito, a partire dal settimo scrutinio (con il 60% dei deputati presenti, di fronte al partito di maggioranza che controlla il 55% dell’intera Camera)

3. la Corte Costituzionale sarà eletta per:
• 1/3 dal presidente della Repubblica gradito al partito di governo
• 1/3 dalla Camera (sempre in mano al partito unico) e dal Senato (che potrebbe essere popolato da pregiudicati, vista la nobiltà politica delle classi dirigenti locali)
• 1/3 dai giudici.

Per cui 5 saranno eletti dal presidente voluto dal partito di maggioranza, 5 dalla magistratura, 3 dalla Camera dominata dal partito che governa e 2 dal Senato. Ammettendo che i 2 del Senato siano indipendenti, la Corte Costituzionale rischia di avere 8 giudici filogovernativi (e far passare ogni nefandezza giuridica)

4. leggete i punti precedenti e pensate se domani vincesse Salvini o Grillo, o Renzi stesso, che potranno controllare agevolmente: Parlamento, Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale

5. ora decidete se votare sì a questa evenienza OPPURE NO. E buon ponte.

P.S.: sì, ci sono dei giuristi che dicono che tutto questo non si verificherà mai. Sarebbe interessante capire che rapporti hanno con il Pd e con Renzi in persona, per capire quanto disinteressati.

P.P.S.: questa riforma piace a Verdini e a Maria Elena Boschi ed è invisa a costituzionalisti e gente che ha fatto politica senza ombre (da Zagrebelsky a Rodotà, noti “grillini”). Direi che i dubbi stanno a zero.

I vip votano Raggi. Caro Pd, due domande me le farei

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Claudio Santamaria, sosterrà il M5S a Roma

Leggo sui social un vago scandalo per le dichiarazioni di Sabrina Ferilli, Fiorella Mannoia e Claudio Santamaria , ecc, che hanno dichiarato di votare Raggi per le amministrative di Roma. «Allora meglio non votare» commentano i seguaci di Renzi. Premesso che io non voterei mai la signora in questione (così evitiamo, si spera, la patente di grillino), vi faccio notare due cose, semplici semplici:

  1. il voto di persone che si sono sempre dette a sinistra non è appannaggio della volontà o delle aspettative degli iscritti al Partito democratico
  2. fossi in tutti voi, se arrivano endorsement spontanei per la candidata del M5S dal mondo dello spettacolo, due domande me le farei…

Poi certo, ci sarebbe qualche commento da fare sulla democraticità del pensiero “o voti me o non votare”, ma stiamo parlando del Pd. Un partito che deve ancora capire cosa significa quell’aggettivo messo lì in mezzo al suo nome.