A priori e a posteriori dell’omofobia italiana

no_omofobiaHo scritto un articolo, sul mio blog nel Fatto Quotidiano, sulle orrende leggi dell’Indiana, che permettono a esercenti e ristoratori di discriminare le persone LGBT non servendole nei loro locali, per questioni religiose. Rimandandovi alla lettura dell’articolo, segnalo il commento di un lettore:

Chiamala col suo nome: obiezione di coscienza.
Loro hanno la loro, voi la vostra.
Voi boicottate commercialmente chi è contro i gay, perchè non ne parliamo?
Ti tocca farci i conti, le tue ragioni le dici, le loro ragioni le dicono, entrambi sono sordi l’un l’altro.
Per farti più sereno ti regalo un gelatino portandotelo a domicilio anche s’è m’è un po’ scomodo venire in Sicilia.

Ho fatto notare a chi ha scritto queste parole che non pretendo che il fornaio sotto casa sia gay-friendly o che il titolare del supermercato dove faccio la spesa finanzi il pride. Semplicemente, non me ne curo. Dopo di che, se qualcuno fa considerazioni che vanno contro la mia dignità, ne prendo atto. È una cosa a posteriori. Questi commercianti americani, invece,  chiedono di discriminare a priori. Vogliamo farglielo fare? Benissimo. Non si lamenti poi qualche cattolico se verrà buttato fuori da qualche scuola a maggioranza protestante o da un cinema gestito da ebrei. Toccherà che ci faccia i conti, con certe inoppugnabili ragioni.

Aggiungo, come commento personale, che è sconfortante il grado di analfabetismo politico e culturale di questo paese. Anche perché sembra essere non genuino, ma di ritorno. Ennesimo lusso che la società italiana non può davvero permettersi.

P.S.: Ho infine detto al mio interlocutore che non accetto gelati da sconosciuti, sebbene ne apprezzi il pensiero. Potrà farne l’uso che reputerà più opportuno.

Io non mi accontento ed è un mio diritto

Ogni tanto succede. Scazzo qua e là su questioni di principio, ti mando a quel paese e per me l’argomento è chiuso. E se sei particolarmente odioso, mentre questo succede, per me è chiuso anche il canale di interazione. Per questa ragione vengo accusato spesso di essere antidemocratico, incapace di sostenere il confronto, tirannico, ecc. Quando la verità è che non defollowo mai perché non tollero l’altrui pensiero. Per me puoi credere ciò che più ti piace, è un tuo problema semmai. Più semplicemente, a quarantuno anni non ho più tempo da perdere con gente che reputo indegna, stupida o con cui è inutile parlare. Credo sia un mio diritto. E, soprattutto, accetto lo stesso trattamento.

Dopo di che, credo che in democrazia valga la regola del massimo consenso attorno alla proposta. Per cui – ed è questo che mi preme spiegare – se, come vedo, c’è anche dentro a certi settori del movimento e della comunità una certa voglia di adagiarsi sul riconoscimento pubblico offerto dalla politica, attraverso le civil partnership, è giusto che la comunità LGBT ottenga un certo tipo di legge e nonostante i dubbi enormi su fatti fondamentali, quali la reversibilità della pensione e la stepchild adoption. Insomma, se alla maggioranza piace essere trattata da specie da discriminare, con il pretesto di proteggerla, se insomma è la riserva indiana il massimo che questo paese può offrire a gay e lesbiche e se la maggioranza di loro si accontenta in nome del “meglio poco che nulla”, è giusto che quelle persone siano trattate di conseguenza.

Ora però, poiché si è in democrazia – o almeno finché dura – è opzione della minoranza fare quanto segue: sostenere che ciò che si profila come un vero e proprio apartheid non ci piace (si legga il comunicato di Rete Lenford, in merito) e prendere tutte le distanze (fisiche, filosofiche, interattive) con chi ha portato il paese e lo stato di diritto a questo livello.

Per cui se ti senti autorizzato a dirmi che mi devo accontentare del fatto che la classe politica sta preparando l’ennesima legge che va contro la mia dignità, sono altrettanto libero di dirti che a me la tua arrendevolezza fa orrore o mi offende e decidere, quindi, di non proseguire oltre. Non ho molto da dire a chi mi suggerisce di accontentarmi di vivere in un ghetto o a chi pensa sia civile prendere l’equivalente giuridico di un autobus per “negri”. Per me il dibattito finisce qui. Non ti piace? Come si dice in certi ambienti filo-governativi: sta sereno, me ne farò una ragione.

Dopo di che, consiglio una lettura di Gilioli: un post che parla di lavoro e del fatto che le nuove generazioni si fanno piacere di tutto, in nome di quella arrendevolezza di cui sopra. Credo si possa estendere alle altre forme di diritti che, in questo paese, si profilano sempre più a svantaggio di chi dovrebbe beneficiarne.

La sensibilità dei cattolici

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…che coincide, almeno dalle mie parti, con il concetto di istigazione alla violenza.

Nulla di nuovo, per carità! Millenni di storia del cristianesimo ci hanno insegnato che certe fedi hanno bisogno di sangue e vittime per poter prosperare. Gli epigoni del Cristo in croce non fanno differenza. Ma almeno gettassero la maschera. A partire da quella la cui guancia viene utilizzata per “sopportare” la reiterazione dell’offesa.

Mi aspetto inoltre che le orde dei giovani gay sensibili alla sensibilità dei cattolici reagiscano con la stessa determinazione, possibilmente al netto della solita stupidità dimostrata per il caso del Cassero, nel condannare questo tipo di abusi. Che avallare l’omofobia e violenze annesse dovrebbe esser cosa contraria alla sensibilità dell’essere umano.

Fonte: Angelerrimo, su Twitter.

Per Padoan con 80 euro ci paghi il mutuo

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il ministro Padoan

Post estemporaneo, guardando Ballarò.

Il ministro Padoan ha detto che con gli 80 euro elargiti dal governo Renzi i cittadini possono pagarci il mutuo. Qualcuno ricordi a questo gentile e distinto signore che non siamo tutti e tutte in rapporti di amicizia con questo o quel politico, ergo non riusciamo a comprare case – magari al centro storico di Roma – per pochi spiccioli. Svariate decine di milioni di abitanti (circa sei) di questo paese vive in un’altra situazione economica. Così, per esser chiari fino in fondo.

Sempre guardando lo stesso programma, mi sono ritrovato a dar ragione a D’Alema: prima potevamo votare per le province e per il Senato, adesso con la riforma costituzionale del governo si registra una preoccupante limitazione della democrazia nel nostro paese. Io che do ragione a Baffetto. Per merito di Renzi. Capite perché lo odio?

Taccio invece sul ministro Martina, che ha redarguito un interlocutore intimandogli «lei non si può permettere di dire che…» o sarei costretto ad affermare che quel grigio figuro assomiglia all’idea che ho di un fascista in giacca e cravatta. Per fortuna l’interlocutore in questione, che poi è Mauro Corona, gli ha ricordato che lui si permette eccome! Ah, questo vizio che si ha per la democrazia, così sconosciuto dentro il Partito democratico…

Ad ogni modo, questa è la situazione. Siamo in mano a questa gente. Che culo, converrete.

Quanto je rode ai catto-omofobi se parli di donne…

Il mio articolo sull’otto marzo, pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano, ha fatto svalvolare i troll catto-omofobi. Bene così. È divertente insultarli. Fosse non altro perché è sufficiente anche solo coniugare bene i verbi.

Uno di loro mi chiede cosa c’entri la “festa della donna” con le tematiche LGBT. La festa della donna, nulla – gli ho risposto. La Giornata internazionale della Donna vi rientra nella misura in cui le lotte comuni tra rivendicazioni femminili e LGBT sono omogenee, in relazione alla demolizione del potere patriarcale che, guarda caso, è misogino e omofobico. Parole al vento, lo so. Ma uno ce prova.

Per il resto, riporto un’allegra carrellata di luoghi comuni e di livore.

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Giusto per allietare anche la vostra giornata.

Del “servire” e altri mali contemporanei

renzismo: svolta buona o asservimento?

Non riesco a non pensare quanto questo capitalismo sia profondamente sbagliato. Non crea felicità, se non per pochi. E la massa degli/lle uguali è costretta a lavorare per mantenere se stessa in una sorta di asservimento al sistema, appena ammantata dall’illusione di essere liberi di scegliere per se stessi. Quando poi basta leggere un contratto di lavoro di un operaio metalmeccanico per capire che – se per mantenere il tuo posto in fabbrica sei costretto a turni alienanti e non hai nemmeno la possibilità di mangiare un panino e di andare in bagno – tutto questo è l’esatto opposto del concetto di felicità.

Credo, altresì, che una società che non fa nulla per eliminare le cause che rendono l’individuo afflitto e succube, meriti il sistema di sfruttamento che la conduce alla sudditanza (economica, culturale). Per tale ragione, aderire entusiasticamente alle scelte di questo o quel governo – traducendo: essere consustanziali al renzismo oggi, così come si era berlusconiani ieri – mi sembra la forma peggiore di “collaborazionismo” che un essere umano possa fare contro se stesso.

Il renzismo, erede edulcorato – e quindi ben peggiore – della menzogna politica del Cavaliere, ci obbliga ad accettare condizioni umilianti. Per capire cosa intendo, è illuminante ritornare sul lapsus che ieri, a Ballarò, il ministro Poletti ha proferito di fronte a milioni di elettori ed elettrici: parlando del jobs act lo ha definito con la perifrasi “contratti di tre anni a tempo indeterminato”. E certi errori dell’inconscio, si sa, nascondono le verità più recondite: in altre parole, si può essere precari per sempre. Ti assumono, ma con la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. E il gioco riparte sempre uguale. Ciò ci rende ricattabili. Il ricatto. Questa è la felicità imposta dal sindaco di Firenze: un posto di lavoro a condizioni ai limiti della dignità umana, pochi spiccioli di stipendio e, come se non bastasse, l’obbligo di esser grati per tutto questo. Pena l’accostamento con qualche rapace notturno.

La sintesi mirabile di questa sudditanza culturale sta nella frase: «ringrazia che hai un lavoro». Il lavoro è un diritto, lo dice la nostra Costituzione. Un diritto a cui si accede in condizioni particolari, è ovvio: non posso fare il medico o l’avvocato se non ho le competenze. E in quanto diritto, si porta con sé doveri specifici, legati appunto al dovere di svolgerlo. È come se ogni volta che andassimo a votare, il presidente del seggio pretendesse riconoscenza per il nostro diritto alla democrazia. Giusto per capire l’imbecillità dell’enunciato. Su tale idiozia si basa l’intera narrazione renziana.

In tal senso, vedere orde di ventenni e di trentenni che fanno spallucce di fronte allo status quo che si sta profilando, mi indigna profondamente. Nessuno dovrebbe ringraziare chicchessia in nome della propria dignità. La dignità è un qualcosa che si deve pretendere, che gli altri hanno il dovere di rispettare a priori. Anni di battaglie, anche in quanto attivista LGBT, me lo hanno insegnato. Prestare il fianco a dichiarazioni quali «eh, ma c’è la crisi, cosa si può fare di più di quello che stanno facendo» e empietà similari, significa essere al servizio di una causa che arricchirà sempre i soliti (ig)noti al prezzo della nostra vita e del nostro lavoro. È il peggiore benaltrismo: quello che va contro i nostri sogni e il nostro futuro.

Non ringrazierò mai nessuno per il lavoro che faccio nel luogo in cui svolgo la mia professione. Per essere arrivato fin lì, ho studiato, mi sono specializzato, ho superato concorsi, esami, colloqui di lavoro. Per tutto questo posso solo prendere atto della mia professionalità. Ed è cosa ben diversa. E se qualcuno si stesse chiedendo se parlo dall’alto di qualche privilegio, ricordo che lavoro nel privato, posso essere mandato a casa in qualsiasi momento e sono un precario. Giusto per capire chi sta scrivendo queste parole.

Essere al servizio di chi ci vuole funzionali a un sistema sociale che fa vivere bene il potente e, a costi umani elevatissimi, consola il cittadino con elemosine eventuali – una per tutte: gli 80 euro – significa, appunto, servire una causa che ci rende infelici, non liberi/e. Una causa che abbassa i cittadini e le cittadine al rango di sudditi. E una persona siffatta, contenta di esser tale o non disposta a mettere in discussione lo stato delle cose, rientra nella categoria di coloro che io chiamo “servi”. Per cui, se poi vi chiamo così, non dovete arrabbiarvi. Siete voi che, non indignandovi, vi collocate automaticamente sotto tale etichetta.

Credo che un mondo migliore sia quello di una società civile – e non di un ceto di popolani – che esige il rispetto di leggi fondamentali: le stesse che ci vogliono uguali a prescindere da quello che siamo e destinati/e a un senso di dignità profonda per quello che può e deve essere il nostro ruolo dentro la collettività, lavoro incluso. Fuori da questi binari si è, appunto, indegni/e. Perché si serve una causa che non ci riguarda, ma che ci sfrutta. Questo, semplicemente, io penso. Poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

La Slovacchia dice no alle leggi antigay

Poi ti svegli e trovi notizie che ti regalano un sorriso. Come quella del referendum slovacco, quello che voleva essere in chiave antigay. Voleva, appunto. Organizzato dalla chiesa locale, avallato da Bergoglio in persona – quello del «chi sono io per giudicare» i froci pervertiti, e voi ancora ad applaudirlo (bravissimi eh!) – era composto da tre quesiti che volevano limitare i diritti delle persone LGBT e definire la famiglia solo come unione di uomo e donna.

Ebbene, otto slovacchi/e su dieci hanno disertato le urne. Il quorum non è stato raggiunto e i sentinelloidi locali sono rimasti a bocca asciutta.

Se volessimo cavalcare gli usi linguistici dei nostri Adinolfi e delle nostre Miriano, dovremmo dire che papa Francesco è una schiappa. Ma non siamo come solo e perciò non lo faremo. Certo, l’idea che qualche sposa sottomessa e qualche pokerista incallito stiano rosicando, non fa che rendere migliore questa giornata. Ah, a questo proposito: fuori c’è il sole. E buona “santa” domenica a tutti e tutte voi!

Convegno di Milano: il video dell’intolleranza omofoba

Ma Sentinelle in piedi, Manif pour tous, Mario Adinolfi, la sposa (mai del tutto) sottomessa Costanza Miriano, non erano per la libera espressione e libertà di opinione di tutti e contro ogni forma di omofobia?

lo studente viene preso per un braccio

lo studente viene preso per un braccio

Perché a guardare un video pubblicato nel sito di Repubblica sul convegno omofobo organizzato a Milano con il patrocinio della Regione Lombardia – e abusivamente associato al logo dell’Expo 2015 col placet di Maroni – in cui un ragazzo chiede coraggiosamente alla platea se sanno qual è il reale orientamento sessuale dei figli dei/delle partecipanti, io sento solo parolacce contro di lui, fischi e tanta violenza verbale.

Da notare la “serenità” degli astanti, a cominciare dal “moderatore” del convegno che lo apostrofa pesantemente, con frasi «sei venuto a rompere le balle» e «ma va a cagare!».

lo studente viene allontanato dal microfono

lo studente viene trascinato via dalla sicurezza

Mi chiedo e vi chiedo, cari amici e care amiche eterosessuali: vi sentite al sicuro sapendo che è questa gente che vuole difendere le vostre famiglie? Cosa accadrebbe se costoro, arrivati al potere, pensassero che le vostre decisioni non sono affini alle loro idee (ad esempio in materia di interruzione di gravidanza, divorzio, fine vita, educazione della prole, ecc)? Perché di fronte a tutto questo, mi viene in mente una parola e una soltanto: fascismo.

Siamo sicuri che questa gente voglia davvero tutelare le vostre famiglie o forse, visti i toni e le reazioni rispetto a una semplice domanda, sono loro la minaccia da cui occorre difendersi?

E in tutto questo, ricordiamolo: la Lega Nord, il partito di Matteo Salvini, sta dalla parte di queste belle persone. Lo chiedo per l’ennesima volta: tutto questo vi fa davvero sentire al sicuro?

Care sentinelle, Charlie Hebdo vi tratta come terroristi qualsiasi

B6wfEWeIAAMGWwxTutto è cominciato con una vignetta su Charlie Hebdo, pubblicata perché non mi piace vedere come Lega, fascisti e omofobi vari stiano utilizzando la strage di Parigi per i loro orrendi scopi ideologici e razzisti. La vignetta è dedicata a Marine Le Pen, alla quale il settimanale francese ricorda qual è il suo candidato ideale: una montagna di merda.

Si inserisce nella discussione la solita sentinella – brutta cosa non avere niente da fare il venerdì sera, ma quando si è spose, mamme e sottomesse questa è la fine che fai – che mi accusa di “difendere l’islam”. Adesso io capisco pure che educata e cresciuta a dividere il mondo in buoni e cattivi, pensare di essere dalla parte dei primi e finire più o meno inconsapevolmente nella schiera del “chittesencula” non rientra tra le prime cento cose che nutrono bene la tua autostima e ti porta a ulteriori semplificazioni che non giocano a favore della verità, ma qui nessuno difende l’islam, ammesso che questa frase abbia poi un senso. Perché da laico, non difendo alcuna religione (semmai difendo le persone che devono avere la libertà di credere o meno in ciò che vogliono), e perché – dato che per certa gente islam = terrorismo – non posso stare dalla parte di chi uccide, men che mai per chi uccide chi difende la laicità.

Insomma, la signora in questione apre un flame a cui si agganciano le solite squadracce da social network. Decido di non seguirli nei loro soliti deliri (sono come le piattole: te ne becchi una, si moltiplicano a ripetizione e il fastidio è doppio) e li saluto così:

twitter antisentinelle

questa la loro pacata reazione:

germanobastardi

altre sentinelle

annarosa e altro

credo che ognuno possa farsi un’idea, al riguardo.

Andando a vedere i profili di certa gente, anche per capire in quale contesto culturale nascono certe reazioni, credo che sia abbastanza evidente cosa significhi il fondamentalismo religioso, quello di casa nostra. La dinamica è sempre quella: appoggiarsi all’idea di un dio, uno qualsiasi, per fomentare e giustificare il proprio razzismo, l’omofobia, il dileggio, la violenza (fosse anche solo verbale). Non è un caso, a ben vedere, che i fumettisti di Charlie Hebdo trattassero certi estremismi  allo stesso modo in cui trattano il terrorismo islamico. Non è affatto un caso.