Unioni civili: quanto si può ancora trattare perché sia “meglio di niente”?

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foto dal sito di Gay.it

La retorica utilizzata nel dibattito sulle unioni civili, che a partire dalla riapertura delle camere si promette rovente, è indicativa del clima culturale che si respira nel paese, rispetto alla vicenda in corso. L’anatema di Bagnasco, il silenzio di Renzi al meeting di CL, il famigerato articolo su Avvenire, il balletto delle smentite, le dichiarazioni di Cirinnà sull’eliminare i riferimenti al matrimonio e l’intervista di ieri del premier al Corriere forniscono un quadro indicativo, che non rende onore alle buone intenzioni da cui si era partiti. Dichiara la relatrice della legge: «tutti sanno che questo istituto giuridico non è il matrimonio». Una questione di forma, «la sostanza non cambia». Ma ne siamo così sicuri?

Leggi il resto su Gay.it.

Gender, unioni civili e dintorni a Radio Radicale

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Sono stato ospite della trasmissione Divorziobreve.it, su Radio Radicale. Abbiamo parlato del cosiddetto “gender”, abbiamo fatto il punto sulle unioni civili, si è pure presentato il libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile e si è data voce al pubblico da casa.

Per chi volesse ascoltare la registrazione, può cliccare qui. E buon ascolto.

P.S.: ringrazio Diego Sabatinelli, Alessandro Gerardi e Sheyla Bobba per avermi voluto in radio e per la bella chiacchierata.

Il rischio di essere assunti a scuola e a tempo indeterminato

Se-il-prof-dice-ignorante-alunno-commette-reato-di-ingiuria-372x248L’altro giorno ho scritto su Facebook il seguente stato: «bene, c’è il rischio che io venga assunto di ruolo nella scuola pubblica già da quest’anno. Le mie maledizioni non potete capirle». Scritto molto di getto, dopo un anno di tira e molla con le intenzioni del governo rispetto la cosiddetta “buona scuola” (che di buono ha solo il nome), e che è stato male interpretato da alcune persone in stato di precariato lavorativo, che hanno visto l’affermazione come snob e poco realistica.

Premesso che:

  1. sono precario anch’io, tutt’ora
  2. il mio discorso è assolutamente personale e non incide sulla tipologia di lavoro, bensì sulla situazione che si viene a creare nella mia vita
  3. ognuno deve gestire il suo privato di fronte a cambiamenti di una certa entità
  4. considero il mestiere dell’insegnante tra i più nobili ma anche tra i più mal considerati anche per scelte politiche precise (anche del governo in corso)

ho cercato di capire certe lamentele e di spiegare le ragioni per cui un evento del genere è per me occasione di crisi. E ho scritto a un mio contatto, anche lui critico, che mi rispondeva “se ti fa tanto schifo [il tempo indeterminato] so a chi regalarlo”, le testuali parole:

«Allora mettiamola così. Spendi 2500 euro di SSIS per abilitarti da insegnante e subito dopo vinci il concorso per il dottorato di ricerca. Hai il massimo in entrambe le prove (80/80 per la specializzazione, primo posto per il dottorato). Poi arriva la riforma Gelmini. Niente più carriera accademica e se vuoi insegnare non puoi farlo per ciò per cui ti sei abilitato, cioè italiano e latino ai licei, ma scuole medie. E va bene, il lavoro è lavoro, giusto?

Peccato che alle medie verrai usato di anno in anno per incarichi quali: 7 classi di geografia, 15 classi di approfondimento letterario, classi miste su più scuole tra laboratori pomeridiani e mensa e amenità similari. Pensavo di essermi specializzato in italiano, non per far capire ai bambini come tenere un cucchiaio a tavola. Ma il lavoro è lavoro, giusto?

In tutto questo provi a fare ricerca ma il tuo dirigente ti nega il permesso di andare al convegno per cui hai preparato uno studio perché “io poi a chi faccio badare ai ragazzi solo perché lei deve perdere tempo con queste cose?”. Poi trovi lavoro in una scuola (non italiana) dove le cose vanno un po’ diversamente e ti fai i tuoi calcoli: resto qui per qualche anno, poi più in là decido cosa fare anche perché se devi lavorare alle medie meglio farlo da chi ti permette di essere non un tappabuchi ma un professionista. E invece no, ennesima riforma e sei costretto a scegliere se rimanere dove sei, ma come precario, o avere il posto fisso in condizioni peggiorate da una riforma che ti rende ricattabile da dirigenza, genitori e studenti stessi. Per arrivare a tutto questo mettici laurea, master, specializzazione e dottorato. Se vuoi te lo regalo tutto questo, Andrea. Ma poi stai zitto e ti fai piacere ogni cosa ti arrivi dall’alto. Perché è questo che stai giudicando».

Se poi vogliamo entrare fino in fondo nel privato, a questo si aggiunga che dovrei cambiare casa, da qui a ottobre, e stavo anche cominciando a cercare un appartamento. Ma ho dovuto interrompere la ricerca, perché se mi assegnano a 80 km dal domicilio poi son cazzi. Solo per dirne un’altra.

Questo non vuol dire, ovviamente, che chi trarrà giovamento da questa riforma (ammesso che ci sia giovamento: voglio vedervi a dare 6 a tutti e a dover tenervi buoni i genitori, pena trasferimento a Lampedusa) sia esecrabile. È qualcosa di personale, appunto.

Vorrei farvi riflettere, infine, sul fatto che l’idea stessa che qualcuno possa ribellarsi a questo stato di cose ingeneri fastidio. Mi sento dire, molto spesso, frasi quali “anzi, ringrazia che ce l’hai un lavoro!” e invece no, non funziona affatto così: io non ringrazio nessuno per il fatto di avere un lavoro, perché non è un regalo. Per arrivare dove sono arrivato ho fatto scelte precise dopo un percorso specifico fatto di studi e sacrifici. Per questo non ringrazio nessuno, se non la mia famiglia che mi ha permesso, anche in questo caso tra molti sacrifici, di prendere i miei titoli accademici. E stop. Semmai è la cosiddetta “buona scuola” che dovrebbe ringraziare me, insieme a molti/e altri/e, per il fatto di essere diventato un professionista. È questo che vi sfugge, mi sa. Dover dire grazie per qualcosa che dovrebbe appartenerci di diritto significa percepirsi come servi in un sistema di potere che crea eletti e subordinati. Voi da che parte state?

La libertà, signori miei e signore mie, ha un prezzo. Ed io non credo sia quello di 1300 euro al mese, sotto ricatto, con aumenti di 30 euro ogni tre anni (se arrivano), sempre se fai come ti dice il preside e col rischio di finire chissà dove solo perché, magari, pensi con la tua testa. Spero che almeno su questo si convenga tutti e tutte.

Il caso Tsipras e due letture illuminanti. Anche per chi vota Renzi

Tripras, il primo ministro greco

Tripras, il primo ministro greco

Leggo sui social una certa rabbia nei confronti di Tsipras, del referendum greco e della piega che la politica sta prendendo ad Atene.

Per quanto riguarda i renziani, li capisco benissimo: il primo ministro greco fa cose di sinistra, interpella il popolo per questioni di primaria importanza e ha avuto un mandato popolare, tramite elezioni democratiche. È normale che per chi è abituato a obbedire ciecamente sia fumo negli occhi.

Capisco un po’ meno coloro che hanno un contratto precario da 500 euro al mese o campano di lavoro dipendente. Non sarò io a dirvi che per il potere che tanto difendete siete niente di più che morti di fame – e invece dovrebbe prevalere un’etica in cui gli esseri umani sono individui prima di forza lavoro a beneficio d’altri – ma dovrebbe essere chiaro che tifare per l’alta finanza non vi tutelerà dal disastro quando quei poteri stessi imporranno in Italia ciò che hanno già fatto sulle sponde dell’Egeo.

Di fronte a questi atti di “greggismo” di fronte ai nuovi dogmi finanziari imposti da un’Europa che è giusto che ci sia, ma che non deve ridursi a insieme di divieti su cosa mangiare o meno a tavola e a scusa per far fare alle banche il bello e cattivo tempo a danno della democrazia, vi consiglio due letture.

La prima, di Franco Buffoni, tratta dal suo volumetto O Germania. E penso che potrete averne solo beneficio.

La seconda di Marco Travaglio, soprattutto quando dice:

ciò che più sfugge ai nostri trincia-giudizi in casa d’altri è la serietà, la dignità dei nuovi politici di Atene. Che magari sbagliano ricetta economica (ma vai a sapere qual è quella giusta: hanno fallito tutte, ma proprio tutte), però hanno il sacrosanto diritto di essere messi alla prova: perché, nel disastro greco, non hanno alcuna colpa, non avendo mai governato prima. Chi dà loro lezioni da Bruxelles o da Berlino ha colpe molto più grandi di loro, visto che l’austerità ha peggiorato la vita e l’economia della Grecia, esattamente come quella di quasi tutto il resto dell’Eurozona.

Per il resto, un po’ meno isteria politica e un po’ più di solidarietà democratica. E se si recuperasse anche un minimo di dignità, non sarebbe un male. Ecco.

Messaggio al gregge, dal treno che porta al futuro

schiff_7_optLeggendo qua è là sui social, mi imbatto in frasi come:  “Il giorno dell’approvazione del matrimonio gay in USA ci sono stati tre attentati e voi lì a festeggiare lo stesso”. Detto da chi, magari, se ne fotte tutto l’anno dei problemi del mondo e continua a ruttare birra di fronte a una partita di calcio. Ma va bene così.

E poi ti imbatti anche nel solito “ci sono cose più importanti a cui pensare”, talmente importanti e urgenti che chissà perché chi sta lì al potere da vent’anni e passa non ci ha ancora pensato (e di conseguenza, non ha risolto il problema dell’urgenza). Però poi magari questa gente continua a votare sempre allo stesso modo.

E ancora: “Gli arcobaleni su Facebook? Roba da pecoroni”. Quando poi chi ti fa questi discorsi è gente unita da una fede che chiama “gregge” la propria comunità. La coerenza prima di ogni altra cosa, giusto?

Insomma, cari (catto)omofobi, mi pare che l’abbiate presa bene questa storia dei diritti per le persone LGBT. Ve lo dico io, qui comodamente seduto sul treno che ci porta – tutti e tutte, anche voi – verso il futuro. Si chiama’evoluzione. E questo non mi impedisce, ovviamente, di vedere le disgrazie di questo pianeta e tutte le sue tragedie.

Mi chiedo semmai, voi che avete le chiavi in tasca per la soluzione dei problemi del cosmo, come mai non le abbiate ancora cacciate fuori e risolto le questioni che vi premono così tanto. Non vorrei che a furia di digrignare i denti contro “froci” et similia, abbiate perso di vista l’obiettivo.

Bloccati da Lorella

E dopo bloccati da Gasparri:

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perché per quelli di “giù le mani dai bambini”, il rispetto delle opinioni altrui vale solo se la pensi come loro. E poi dicono agli altri…

Ad ogni modo, gentile signora Cuccarini, ribadisco quel che ho scritto: i bambini e le bambine hanno diritto ad avere genitori meno ignoranti, soprattutto in certe questioni. Pensi a cosa accadrebbe se un giorno uno dei suoi figli scoprisse di essere gay. Si troverebbe una madre che ha dato ragione a quelli del Family Day. Tutto qui.

Omofobi e LGBT? Ecco le differenze

differenzaGli omofobi hanno bisogno di dire bugie per far valere le loro ragioni, noi persone LGBT ci limitiamo ai fatti oggettivi.

Loro hanno bisogno di odiare le diversità, noi siamo portatori di un messaggio per cui tutte le differenze hanno pari dignità.

Loro si inventano il fantasma del gender per attaccare le leggi contro l’omofobia o le unioni civili, noi facciamo i percorsi di educazione alle differenze a scuola.

Loro organizzano il Family Day attaccando la gay community.
La gay community, intanto, si organizza per aiutare le persone migranti bisognose alla stazione Tiburtina.

Il CCO Mario Mieli, infatti, e si fa promotore di una raccolta di beni di prima necessità presso la sua sede (Via Efeso 2A). Potete portare il vostro contributo da lunedì 22 a venerdì 26 giugno dalle 9:00 alle 18:00.

Il resto lo potete leggere qui. E questa è la differenza tra noi e loro.

Tra pride normali, diversi e divertiti

normalitàDopo secoli di azioni di vario tipo – manifestazioni, marce, convegni, flash mob, fiaccolate, ecc –, qualcuno in data 13 giugno 2015 ore 11:59, mi ha scritto in privato le magiche parole “pride normale”. Ancora. Ora, tralasciando il fatto che in momenti come questo spero che certa gente rinasca figlio di Adinolfi, vorrei porre la questione su un piano più squisitamente linguistico.

Normale deriva da norma, ovvero da una regola imposta. Un bel giorno qualcuno si sveglia e dice cosa è giusto e cosa no. Il concetto di norma, tuttavia, è vario e molteplice: si struttura su questioni “naturali”, “numeriche”, “consuetudinarie”, ecc. Ovvero: se una cosa esiste in natura è normale, se in tanti la seguono è normale, se esiste da sempre è normale.

Tutto semplice, quindi? Basta l’evidenza? No. Si incappa, infatti, in storture di sistema. E cioè:

1. In certe specie naturali è normale che l’atto sessuale sia di tipo stuprativo. Per non parlare dell’incesto. Vogliamo allora dire che violentare qualcuno/a o sposarsi i propri genitori rientri nella normalità delle cose?
2. Per secoli neri e donne hanno vissuto in regime di subalternità rispetto al maschio bianco. Secondo il concetto di “consuetudine”, Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero una perversione rispetto alla regola standard.
3. E ancora, sempre seguendo questa falsariga: i cinesi sarebbero i più normali tra gli esseri umani. Seguirebbero i musulmani. E la vedrei molto male, invece, per gli abitanti di micro-stati come il Principato di Monaco e la Città del Vaticano.

La definizione di norma – e la classificazione di ciò che è normale – sfugge quindi all’aggancio col dato reale (e all’evidenza delle cose) e la realtà si qualifica, conseguentemente, come insieme di varianti. Ovvero, come mix di diversità le quali dovrebbero, a rigor di logica, avere tutte lo stesso status.

Diverso, a ben vedere, si configura come l’esatto contrario di normale. Ciò che non segue il “verso giusto” (la norma) lo “di-verte”, cioè lo fa deragliare. E dovrebbe essere chiaro che l’ordine precostituito se è “naturale” e si basa su usi e costumi millenari, accetta anche tutta la violenza implicita nella natura e nelle consuetudini umane. Conseguentemente se possiamo scindere tra ciò che ci piace e ciò che non riusciamo ad accettare da ciò che è “normale”, allora la costruzione della norma è un processo culturale e quindi “artificiale”.

Tutto questo per dirvi, cari fautori e care fautrici di ciò che è normale e ciò che non lo è, che siete vittime non solo della vostra ignoranza, ma anche figli di un sistema che vi fa fare ragionamenti del cazzo.

Concludo con un’altra evidenza, rigorosamente semantica. Norma ci porta al termine normalità, e abbiamo visto il delirio che si nasconde dietro questo termine. Il “non normale” è il diverso e da questo termine ne nasce un altro: “divertimento”. Per questo, tornando al discorso di partenza, ai pride ci si diverte. Per questo amiamo le baracconate, le carnevalate, i culi e le tette. Perché siamo liberi e libere. Perché al concetto di reputazione – ovvero, le etichette degli altri – abbiamo sostituito quello di autodeterminazione. Alla norma calata dall’alto (e dall’altro), la nostra facoltà di dire sì o no. Perché possiamo decidere quando è il momento di sculettare e quando è il caso di esser più seri. Voi potete dire lo stesso?

Per cui, e vi lascio con questa riflessione, quando fate certi discorsi già obsoleti ai tempi di Odoacre, pensate di essere liberi, emancipati, portatori di qualsiasi tipo di avanguardia, o state solo recitando pappagallescamente un codice di “norme” che nulla hanno da spartire con la complessità del reale?

Detto questo, vi auguro un buon week end. Io mi preparo per andare al Roma Pride.

Bullismo e omofobia a scuola: il dibattito

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Il logo del Roma Pride

Direttamente dal sito del Pride Park di Roma:

Dibattito sul tema “Bullismo, sessualità e omofobia nel mondo della scuola”, con il Prof. Federico Batini, autore del libro Identità sessuale: un’assenza ingiustificata. Ricerca, strumenti e informazioni per la prevenzione del bullismo omofobico a scuola (Loescher, 2014), Dario Accolla, docente e autore del libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile (Villaggio Maori, 2015). All’evento interverrà la Rete degli Studenti medi del Lazio. Modera Andrea Pini, docente ed ex presidente del C.C.O. Mario Mieli.

E sarà importante esserci.
Per capire come è fatto il “mostro” del bullismo.
Per vedere come si innesca.
Per evitare che chiunque, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, sia vittima di discriminazioni e vessazioni.

  • Dove: Eutropia, Città dell’altra economia – Largo Dino Frisullo, Roma
  • Quando: Martedì 9 giugno 2015, ore 18:00

Un paese migliore

newstricoloreMi sono allontanato dall’Italia per qualche giorno. Ero a Lisbona, per un “week-end” anomalo (da sabato a lunedì). E quindi, in viaggio vengo a sapere che:

  • ha chiuso la Croce, il giornale di Adinolfi incentrato su originali e mai sufficientemente approfonditi concetti quali “i gay vogliono distruggere la famiglia” e “Dio ci salvi dalla dittatura del gender”
  • a Roma, in autobus, una signora ha insultato con epiteti razzisti una bimba del Camerun e le persone a bordo hanno difeso la piccola, intimando alla donna di lasciare il mezzo.

Ok, mi lamento spesso del fatto che il nostro sia un paese omofobico e razzista. In questo caso ho avuto due piacevoli smentite rispetto a quanto credo. Se l’avete fatto per farmi tornare, vi rassicuro: era solo una vacanza. Ma se serve, posso chiedere un’aspettativa di un anno. Magari torno con un governo migliore, una buona legge sul matrimonio e un’altra contro l’omofobia. E chissà, Salvini spedito in gita permanente in Russia.

Basta dirlo, ecco.