Un paese migliore

newstricoloreMi sono allontanato dall’Italia per qualche giorno. Ero a Lisbona, per un “week-end” anomalo (da sabato a lunedì). E quindi, in viaggio vengo a sapere che:

  • ha chiuso la Croce, il giornale di Adinolfi incentrato su originali e mai sufficientemente approfonditi concetti quali “i gay vogliono distruggere la famiglia” e “Dio ci salvi dalla dittatura del gender”
  • a Roma, in autobus, una signora ha insultato con epiteti razzisti una bimba del Camerun e le persone a bordo hanno difeso la piccola, intimando alla donna di lasciare il mezzo.

Ok, mi lamento spesso del fatto che il nostro sia un paese omofobico e razzista. In questo caso ho avuto due piacevoli smentite rispetto a quanto credo. Se l’avete fatto per farmi tornare, vi rassicuro: era solo una vacanza. Ma se serve, posso chiedere un’aspettativa di un anno. Magari torno con un governo migliore, una buona legge sul matrimonio e un’altra contro l’omofobia. E chissà, Salvini spedito in gita permanente in Russia.

Basta dirlo, ecco.

Conservatorismo e disumanità

Al renziano standard non sembra vero di poter dire che la debacle di Miliband, leader del New Labour, è dovuta al suo essere troppo di sinistra. Basta girovagare per i blog dei vari gay/lesbiche di regime per averne contezza. Secondo questi ed altri politologi, la vicinanza del laburista ai sindacati e la mancata adesione alla terza via blairiana hanno portato la società inglese a scegliere un’alternativa dall’identità più certa, sebbene in senso conservatore.

Quello che il renziano standard non riesce a confessare è la sua gioia per la sconfitta della sinistra nel Regno Unito, visto che le ricette progressiste sanno troppo di Pd vecchia maniera o meglio ancora: dato che la politica di Cameron è molto più simile a quella di Renzi. D’altronde, nella mente binaria dei/lle supporter del nostro premier, se non sei come il capo sei il nemico assoluto (possibilmente grillino).

Quello che il renziano standard non dice, ancora, e probabilmente per ignoranza, è che l’età di Tony Blair (presa a modello come perfetta sinistra che fa una politica anche di destra senza dover cambiar nome al partito) ha lasciato a casa una buona metà dell’elettorato inglese, cosa che sta facendo anche Renzi in Italia. Basta vedere le percentuali di votanti alle Europee, a Roma per il sindaco e alle regionali in Emilia per rendersene conto.

La mia chiave di lettura, invece, è un’altra: il trionfo del conservatorismo ci dimostra non tanto l’inconsistenza delle idee progressiste, quanto il fatto che l’umanità sia profondamente egoista. Chi è più fortunato non vuole cedere nulla a chi non ha. E chi non ha dovrà pagarne il prezzo. Questa disumanità si sta consumando in Europa, a discapito dei più deboli, a livello intra e internazionale. La storia chiederà presto il conto presto di questa follia. Sappiamo già chi chiamare in causa per tutto questo.

Contro la reputazione

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Devenir perra, lo spettacolo di Slavina

«Il giorno in cui ho perso la reputazione sono diventata libera», lo ha detto Slavina, su Twitter Pornoflauta e performer “post-porno”. Credo sia una delle grandi verità di cui ci dovremmo appropriare e per almeno due buone ragioni.

La prima: la reputazione sta alla dignità della propria esistenza come la dizione sta alla lingua viva. Va da sé che saper dosare le e chiuse o aperte e pronunciar bene le s sorde può essere indice di eleganza, ma basta aver studiato bene linguistica all’università (o, un po’ più raramente, grammatica a scuola) per realizzare che non esiste una regola che non sia quella legata all’uso vivo del mezzo. Con i nostri comportamenti sessuali dovrebbe essere così. C’è una grammatica, l’insieme di regole che si deducono dall’uso del linguaggio linguistico (e, di conseguenza, corporeo). Per cui a Firenze si dirà “la hasa” e non sarà un errore, sarà l’unico modo naturale su quella sponda d’Arno. Con la reputazione funziona allo stesso modo. Ci siamo noi, ci sono i nostri desideri, il nostro spazio vitale che si compone anche di pulsioni, di eros, di corpo. L’uso che ne facciamo dovrebbe obbedire a una regola soltanto: il rispetto di sé e delle altre persone. E ha un unico giudice che può sindacare quelle scelte stesse: il nostro io.

La reputazione è quindi un artificio, il risultato dell’occhio sociale sulla nostra condotta che obbedisce non a una grammatica di realizzazioni possibili, ma ad un “abbecedario” moralistico di imposizioni. Per essere ancor più chiari e ripercorrendo il paragone con la lingua: obbedire alle esigenze di una reputazione significa scegliere ancora oggi il pronome “egli” e pronunciarlo con la e chiusa. Autodeterminarsi, significa usare liberamente “lui”, perché è questo l’uso vivo.

Il secondo motivo è conseguente al primo e ci tocca in prima persona. Nel passato essere gay e vivere la propria sessualità era contrario alla buona reputazione. Ma questo significava due cose soltanto: o sperimentare il proprio erotismo nascondendosi (cioè, negando la propria identità) oppure castrarsi mentalmente e condannarsi all’inedia erotica. Mantenere quella reputazione – che poi è la stessa per cui una donna non doveva/poteva portare i pantaloni o la minigonna o per cui era obbligatorio arrivare vergini al matrimonio – significava in parole più semplici non vivere. Poi Stonewall, a New York nel 1969, ha dato uno schiaffo al volto dei ben pensanti, fregandosene (appunto) di quello che potessero pensare. Gay, lesbiche e soprattuto trans se ne fregarono di cosa la gente avrebbe potuto dire di loro. E perdendo l’ansia di mantenere una reputazione, divennero persone libere.

Concludo questi pensieri non potendomi non rammaricare per il “nuovo” corso che, invece, vedo nell’Italia odierna, dove domina l’estetica del selfie (per cui ci si mette in mostra) su un sottofondo di nuovo moralismo bacchettone (per cui il mostrarsi coincide con una consacrazione del sé in nome di un’approvazione collettiva). E mi fa male, personalmente, vedere che queste dinamiche che chiamerei “neovittoriane” siano molto in voga proprio tra le generazioni più giovani. Ciò dovrebbe aprire una riflessione profonda sui limiti della società per come la conosciamo, che esce dal ventennio berlusconiano (forse) improntato sulle virtù pubbliche e i vizi privati e che si sta traghettando senza nessun ripensamento critico nella nuova era renziana. Basandosi sul mantenimento di una reputazione, appunto. E abbiamo appena visto a cosa ci porta questo tipo di approccio alle cose. Questo il dramma collettivo contemporaneo, contrario alla nostra libertà. Ma ci sarà tempo per parlarne ancora.

Primo maggio e altre amenità 

  

Oggi è la festa di chi lavora. Due cose soltanto: uno, ricordiamoci di chi oggi non ha nulla da festeggiare perché il lavoro non ce l’ha; due, ricordiamoci pure di chi potrebbe fare a meno di scrivere del primo maggio, tra quanti/e sostengono o hanno votato l’attuale premier consentendogli, tra jobs act e “buona” scuola, di distruggere i diritti di lavoratori e lavoratrici. Giusto per essere coerenti.

Renzi dimentica i prof (ma teme lo sciopero)

Renzi manderà una lettera per invitare i/le prof a non scioperare: abbiamo paura, vedo. Butterà, in altre parole, denaro pubblico inviando un prestampato a tutti/e. Cosa che fece già a suo tempo Berlusconi, nella famigerata “lettera agli italiani”. Il che rende, se possibile, ancora più tragicamente patetico questo tentativo di demolire uno dei cardini della democrazia del nostro paese.

Dovrebbe realizzare, il nostro ennesimo amatissimo premier, che la cosiddetta riforma non piace a nessuno, se non a qualche moglie di qualche ricchissimo notaio o farmacista, che insegna per ingannare la noia insita nella sua condizione di sciura o qualche servo di partito, convinto che questo correre come un treno verso la catastrofe sia un esempio di buona politica: al grosso della base elettorale del nuovo Pd, insomma. L’Italia che lavora – quella che lavora a contatto con studenti/esse e rispettive famiglie – ha già fatto sapere che la buona scuola di buono ha solo un aggettivo qualificativo usato in modo per altro improprio.

Commentando l’ondata di scioperi che paralizzeranno le attività didattiche in un momento così cruciale come la fine del secondo quadrimestre (e grazie ancora a questo governo di incapaci per aver regalato  ulteriore incertezza didattica a chi studia), Renzi ha proferito uno dei suoi soliti proclami snob: la scuola è delle famiglie e degli allievi, non dei sindacati. Peccato che abbia dimenticato l’elemento fondamentale di tutta la macchina, che sono appunto i/le docenti. E in democrazia – chissà se i renziani conoscono il significato di questa parola – lavoratori e lavoratrici si organizzano in associazioni sindacali. Evidentemente in questa dimenticanza stanno il valore e il ruolo che il governo vuole dare alla figura dell’insegnante: l’oblio.

Ad ogni modo, ancora un minuto di silenzio per quanti/e nel Pd un tempo si facevano paladini/e della scuola – penso alle Spicola, alle Alicata e molti altri ancora – e il cui capo è riuscito a far peggio di Maria Stella Gelmini.

Vestirsi da omosessuali

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Prima vennero Dolce & Gabbana con i loro bambini sintetici. Poi in mezzo, mettici un/a qualsiasi Adinolfi, Miriano o ex comici falliti e altra voce a caso che dicono cose senza senso contro gay, lesbiche e trans. Alla fiera della boiata, infine, arriva lui: Giorgio Armani. Il quale, in un momento di evidente poca lucidità, proferisce: «Un omosessuale è un uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale».

Al di là del fatto che dovrebbe spiegarci come si veste un gay – di solito vado in giro così come si abbigliano i miei colleghi eterosessuali, a volte sono più elegante e a volte più sciatto – c’è da chiedersi a quale tasso di mascolinità si rifà nella valutazione su ciò che deve o non deve mettere un maschio da considerarsi tale. Anche perché, se guardiamo alcune delle sue sfilate, non ne esce certo il modello “old Sparta”.

Detto questo, direi a questo gentile signore che più che i vestiti da omosessuale eviterei quelli disegnati da persone che fanno ancora discorsi da analfabeti civili. E che cavalcando certi stereotipi ci hanno fatto i miliardi.

A priori e a posteriori dell’omofobia italiana

no_omofobiaHo scritto un articolo, sul mio blog nel Fatto Quotidiano, sulle orrende leggi dell’Indiana, che permettono a esercenti e ristoratori di discriminare le persone LGBT non servendole nei loro locali, per questioni religiose. Rimandandovi alla lettura dell’articolo, segnalo il commento di un lettore:

Chiamala col suo nome: obiezione di coscienza.
Loro hanno la loro, voi la vostra.
Voi boicottate commercialmente chi è contro i gay, perchè non ne parliamo?
Ti tocca farci i conti, le tue ragioni le dici, le loro ragioni le dicono, entrambi sono sordi l’un l’altro.
Per farti più sereno ti regalo un gelatino portandotelo a domicilio anche s’è m’è un po’ scomodo venire in Sicilia.

Ho fatto notare a chi ha scritto queste parole che non pretendo che il fornaio sotto casa sia gay-friendly o che il titolare del supermercato dove faccio la spesa finanzi il pride. Semplicemente, non me ne curo. Dopo di che, se qualcuno fa considerazioni che vanno contro la mia dignità, ne prendo atto. È una cosa a posteriori. Questi commercianti americani, invece,  chiedono di discriminare a priori. Vogliamo farglielo fare? Benissimo. Non si lamenti poi qualche cattolico se verrà buttato fuori da qualche scuola a maggioranza protestante o da un cinema gestito da ebrei. Toccherà che ci faccia i conti, con certe inoppugnabili ragioni.

Aggiungo, come commento personale, che è sconfortante il grado di analfabetismo politico e culturale di questo paese. Anche perché sembra essere non genuino, ma di ritorno. Ennesimo lusso che la società italiana non può davvero permettersi.

P.S.: Ho infine detto al mio interlocutore che non accetto gelati da sconosciuti, sebbene ne apprezzi il pensiero. Potrà farne l’uso che reputerà più opportuno.

Io non mi accontento ed è un mio diritto

Ogni tanto succede. Scazzo qua e là su questioni di principio, ti mando a quel paese e per me l’argomento è chiuso. E se sei particolarmente odioso, mentre questo succede, per me è chiuso anche il canale di interazione. Per questa ragione vengo accusato spesso di essere antidemocratico, incapace di sostenere il confronto, tirannico, ecc. Quando la verità è che non defollowo mai perché non tollero l’altrui pensiero. Per me puoi credere ciò che più ti piace, è un tuo problema semmai. Più semplicemente, a quarantuno anni non ho più tempo da perdere con gente che reputo indegna, stupida o con cui è inutile parlare. Credo sia un mio diritto. E, soprattutto, accetto lo stesso trattamento.

Dopo di che, credo che in democrazia valga la regola del massimo consenso attorno alla proposta. Per cui – ed è questo che mi preme spiegare – se, come vedo, c’è anche dentro a certi settori del movimento e della comunità una certa voglia di adagiarsi sul riconoscimento pubblico offerto dalla politica, attraverso le civil partnership, è giusto che la comunità LGBT ottenga un certo tipo di legge e nonostante i dubbi enormi su fatti fondamentali, quali la reversibilità della pensione e la stepchild adoption. Insomma, se alla maggioranza piace essere trattata da specie da discriminare, con il pretesto di proteggerla, se insomma è la riserva indiana il massimo che questo paese può offrire a gay e lesbiche e se la maggioranza di loro si accontenta in nome del “meglio poco che nulla”, è giusto che quelle persone siano trattate di conseguenza.

Ora però, poiché si è in democrazia – o almeno finché dura – è opzione della minoranza fare quanto segue: sostenere che ciò che si profila come un vero e proprio apartheid non ci piace (si legga il comunicato di Rete Lenford, in merito) e prendere tutte le distanze (fisiche, filosofiche, interattive) con chi ha portato il paese e lo stato di diritto a questo livello.

Per cui se ti senti autorizzato a dirmi che mi devo accontentare del fatto che la classe politica sta preparando l’ennesima legge che va contro la mia dignità, sono altrettanto libero di dirti che a me la tua arrendevolezza fa orrore o mi offende e decidere, quindi, di non proseguire oltre. Non ho molto da dire a chi mi suggerisce di accontentarmi di vivere in un ghetto o a chi pensa sia civile prendere l’equivalente giuridico di un autobus per “negri”. Per me il dibattito finisce qui. Non ti piace? Come si dice in certi ambienti filo-governativi: sta sereno, me ne farò una ragione.

Dopo di che, consiglio una lettura di Gilioli: un post che parla di lavoro e del fatto che le nuove generazioni si fanno piacere di tutto, in nome di quella arrendevolezza di cui sopra. Credo si possa estendere alle altre forme di diritti che, in questo paese, si profilano sempre più a svantaggio di chi dovrebbe beneficiarne.

La sensibilità dei cattolici

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…che coincide, almeno dalle mie parti, con il concetto di istigazione alla violenza.

Nulla di nuovo, per carità! Millenni di storia del cristianesimo ci hanno insegnato che certe fedi hanno bisogno di sangue e vittime per poter prosperare. Gli epigoni del Cristo in croce non fanno differenza. Ma almeno gettassero la maschera. A partire da quella la cui guancia viene utilizzata per “sopportare” la reiterazione dell’offesa.

Mi aspetto inoltre che le orde dei giovani gay sensibili alla sensibilità dei cattolici reagiscano con la stessa determinazione, possibilmente al netto della solita stupidità dimostrata per il caso del Cassero, nel condannare questo tipo di abusi. Che avallare l’omofobia e violenze annesse dovrebbe esser cosa contraria alla sensibilità dell’essere umano.

Fonte: Angelerrimo, su Twitter.