Cartoline parigine

Perché è così che ricorderò questi giorni. Col sapore del cioccolato e dell’uvetta. La bellezza dell’amicizia, che è l’unico sentimento capace di non farmi del male. I giochi con Kadok. Le notti passate a pensare a due occhi sbagliati. I vicoli fatti di poesia. Il cielo con le nuvole dell’oceano. I demoni che ora guardo in faccia, seppur continuano a esser vigliacchi. Le mani sulle pareti muschiate. I profumi del quartiere ebraico. I giardini nascosti e i gatti tra le piante di fragole. I silenzi e la solitudine mai colpevoli. I sepolcri dimenticati di Montmartre. I gesti quotidiani che curano le ferite. Il morbido suono del pavimento di legno.

E la consapevolezza che c’è sempre qualcosa di buono, anche se da lontano i tuoni fanno troppo rumore.

Diario ottomano

Cose buone e giuste:

Moschea Blu, ad Istanbul, e il suo senso del divino
Santa Sofia, sempre a Istanbul, dove puoi respirare tutta la storia che c’è
la Basilica della Cisterna, che sembra di stare in un fantasy
Sultanahmet, insomma
Beyoglu e la sua vita di notte
il giro del traghetto, sul Bosforo, anche se poi a un certo punto fa freddo
il Palazzo Topkapi e la sua magnificenza di garofani e maioliche
la Cappadocia e i suoi tramonti corallini
il giro in mongolfiera sui camini delle fate
le passeggiate a cavallo, tra le rocce e le rovine di miele
il narghilè al sapore di mela
la polvere di melograno, disciolta in acqua
la bellezza degli uomini turchi
il Grand Bazaar e i suoi colori di stoffe e gioielli
la fine del giorno, nell’orizzonte roccioso di Antalya

   

Anche no:

il maschilismo degli uomini turchi (e troppe donne col velo)
il succo di melograno fresco (troppo aspro e fa bocca)
il caldo porco di Antalya
il massaggiatore dell’hamam di Goreme, che mi ha fracassato una spalla
affittare il motorino, sempre a Goreme… (è fatto apposta per fregarvi i soldi)
la colazione, tutta salata, a base di cetrioli, salame e sfoglie ripiene di feta
i dolci turchi, che grondano di miele
le infezioni intestinali
i pullman di notte (se vi dicono «o vai il pullman o non puoi dire di aver visto davvero la Turchia» sappiate che vi stanno mentendo e che, con discreta probabilità, non sono vostri veri amici)
il caos di Istanbul (tre ore per uscire dalla città… tre ore fermi nel traffico!!!)
l’hotel Hadrianus, di Antalya (brutto, sporco e il titolare è un gran cafone)
i turisti italiani medi (per la serie: Maya, attaccate adesso!)

   

Le cose non viste (e per cui tornare):

i dervisci rotanti
il Bazar delle spezie
un hamam serio
le spiagge bianche in qualche regione del sud
Smirne, Pamukkale e le coste del mar Nero

Cose turche:
le corse pazze dei tassisti di Istanbul (c’è una discreta probabilità di morte, credetemi)
le agenzie di viaggio che tra una cosa e l’altra ti vendono pure l’hashish
le strade della Cappadocia, sempre ad alto tasso di morte (ma se sopravvivi a quelle…)
la cucina, che è troppa
Istanbul, sospesa tra il futuro e la sua tradizione millenaria

   

Curiosità:

si dice Istànbul, con l’accento sulla a
Istanbul è l’unica città del mondo che sta su due continenti: una parte in Asia, l’altra in Europa
la lira turca vale grosso modo la metà di un euro e tutto sembra meno caro (ma se ragionassimo in lire italiane…)
i turchi sono animalisti convinti: puoi vedere i gatti, ad esempio, passeggiare tranquillamente tra i tavoli dei ristoranti o dormire sui tappeti, al Grand Bazaar
la Valle dell’Amore, in Cappadocia, si chiama così perché le rocce lì presenti hanno la forma di cazzi giganteschi (chiamali scemi, i turchi…)

Mai più senza:

La presenza di Anna Nim che a contrattare non la batte nessuno

  

Intervallo siciliano…

spiaggia del Tellaro, Siracusa

Eloro, Siracusa: cattedrali di sabbia

mano elfica, al sole

Noto, Siracusa: chiesa di Montevergini

Noto, Siracusa: faccia al muro

Cassibile, spiaggia della Marchesa, Siracusa

…e faccia da elfo!

E siccome faccio le cose per bene, se volete la musichetta, cliccate qui.

Barcelona time

Up:
Epifania
la piccola Emma (che da grande sarà una dirigente del PP spagnolo)
Valevalium
la Barceloneta
la clara, il pimiento del padron e il chorizo di stasera
la Rambla e il suo mercato
Gracia
la nostalgia dei miei amici lontani
le musiche di cui mai saprò il nome
il Poble Espanyol
la Fontana Magica
la pace del Labirinto
i giardini dell’Universitat
i cinghiali in giro per strada
lo sguardo gentile del barista, in quel pomeriggio apparentemente bugiardo.

Down:
il caldo della metro
le barriere architettoniche
le blatte giganti
l’Aquarium (io ancora aspetto i delfini)
il mio francese al convegno
il nazionalismo catalano
il mare visto di spalle
gli angoli oscuri, a cominciare da quelli interiori.

Message from Padua

La prossima volta che sentirò un settentrionale magnificare la grande organizzazione del nord giuro che gli cago in faccia. I treni arrivano in ritardo esattamente come al sud. Sono ugualmente sporchi (quel giallino che decora il grigio dei sedili mi fa sentire a mio agio come in una batteria di polli) e le Ferrovie dello Stato ti fregano esattamente come a Roma, Napoli o Catania.

Tutto questo per dire che abbiamo preso l’alta velocità per andar presto a Padova, ma siccome prima avevamo una coincidenza col treno regionale e sui regionali non esiste possibilità di rimborso in caso di ritardo, siamo ugualmente arrivati un’ora dopo rispetto alla tabella di marcia pagando più di venti euro a biglietto. Che siate maledetti, ça va sans dire.

Simpatica l’usanza locale, anche in stazione, di parlare dei fattacci propri col venditore di biglietti magari mentre sta per partire il treno che serve a te. Certo, poi ci siam scapicollati manco fossimo inseguiti da una ronda locale a caccia di clandestini, ma in compenso siamo stati edotti sulle vicende catarrali della signora che ci ha venduto i titoli di viaggio.

Signori del nord, è inutile che vi sparate le pose, come dicono a Napoli. Avete tutti i brutti vizi di Roma ladrona e della Sicilia mafiosa. Mettici pure un accento di merda e un umanesimo da Sud Africa pre-mandeliano, e la catastrofe è completa.

A Padova abbiamo visto la Cappella Scrovegni. Del tipo che Giotto era un grande. Prende tutta l’arte sacra a lui precedente, calorosa come un’acconciatura della Moratti in collisione con l’accento di Ratzinger quando parla di froci, e la trasforma in una “comedia” umana. I corpi assumono rotondità e passione, la natura viene sussurrata e c’è un timido accenno a quello che nel quattrocento verrà chiamato col nome di prospettiva. Praticamente un genio.

Messer Scrovegni, il committente, era anche lui un gran simpaticone. Usuraio, come il padre già sputtanato da Dante nell’Inferno, decise di farsi perdonare il suo peccato erigendo una cappella da donare alla chiesa che, facendosi restituire il maltolto (ad altri…), lo perdonò per anni e anni di strozzinaggio. Certe cose non cambiano mai, non c’è che dire.

Per il resto, avrei voluto vedere Padova, ma gli orari erano stretti e pioveva. Sarà per la prossima volta. Chissà quando, ok. E per consolarci di treni in ritardo, tracotanza padana e clima inclemente, ci siamo presi la cioccolata con le noccioline dentro e i biscotti al cacao e pepe nero. Là fuori, intanto, al ritorno, pioveva, in mezzo alle insalubri brume. Himelda ed io, nel frattempo, in treno, dimenticavamo le brutture della vita al pensiero del cielo stellato dipinto da Giotto sulla volta e il miracolo che, attraverso la pittura (e il cioccolato), l’uomo sa regalare a chi è destinato a venir dopo.

Message from Venezia (e dintorni)

Da domenica sono in Veneto, per trovare Himelda che adesso vive qui. Ieri perciò scendo dall’aereo, vedo un tipo che aspetta agli arrivi e penso “poveraccio, è il sosia di Brunetta”. Ecco, per la cronaca: non era il sosia.

Che culo!

Dove mi trovo adesso è un paesino di poche anime. Tutti tremendamente gentili, per carità. Peccato che votino Lega con punte bulgare.

Qui i veneti sono curiosi come scimmie: hanno bisogno di sapere chi sei, da dove provieni e cosa fai qui. Appena capiscono che non vuoi far loro del male (perché basta vedermi in faccia per capire che ho sordidi legami con Al Qaeda, ne converrete) si rasserenano e ti guardano per sempre con un sorrisino da Joker.

Mia sorella ha già fatto le prime vittime. Un ragazzino le ha chiesto: “prof, ma perché lei è così cattiva?”, smentito subito dopo da una sua compagnetta che ha controbattuto: “non è vero, non è cattiva. E’ cattivissima!”.

(Perché Himelda, fondamentalmente, è Maaadre).

Per il resto, oggi siamo stati a Venezia tutto il giorno, a mangiare kebab e strudel di mele, a vedere la laguna in un clima autunnale e piovoso che me l’ha resa molto più gradevole di qualche anno fa. Venezia è fondamentalmente malinconica e vederla sotto un sole mediterraneo e allegro, con orde di turisti quasi più perniciosi dei ben famigerati piccioni locali, è puro sacrilegio. Domani vedremo Padova e la cappella Scrovegni. Ecco, se magari evitasse di piovere a piscio di canarino come pare d’abitudine da queste parti sarebbe cosa gradita.

Nell’attesa di questo momento non posso non inorridire di fronte a una tv accesa che trasmette immagini di giovani senza speranza che distruggono il concetto stesso di dignità al Grande Fratello. Ed io che ero tanto fiero del fatto che quest’anno non ne avevo visto nemmeno una puntata. Qualcuno poi mi spiegherà perché non ci sono più i tamarri di una volta, perché tutti piangono come fossero i figli di Grecia Colmenares nel sequel di Topazio e come mai il concorrente catanese ha deciso di assumere le fattezze di Has Fidanken.