Tra arcobaleno e tempeste

Tavolozza

Quello che faccio, nell’insegnamento così come nella scrittura, è mosso da due forze, tra loro complementari: il “sentire” e il “piacere”. Lavoro in un certo modo perché sento che è giusto così e perché mi piace farlo. Entrambe le mie occupazioni hanno un soggetto esterno, a cui mi rivolgo. È un atto sociale, quindi, perché lo scopo ultimo è quello di condividere saperi, pensiero critico, narrazioni “nuove”.

Certo, sono un essere umano e posso sbagliare. Anzi, sbaglio spesso, soprattutto in quella che è la mia dimensione pubblica. Soprattutto le volte che appaio irascibile, polemico, anche duro di cuore. A mia difesa, dico: è passione. La passione non convive bene con l’intelletto e so che questo è un aspetto su cui devo ancora lavorare, e sodo. Per cui mi scuso per le asperità di cui sono capace, ma è il cuore che decide di battere più veloce del pensiero.

Tutto questo prescinde dalla fortuna che gli sforzi adottati possono ottenere. Le cose possono andar bene o meno, ma per me è al momento un dato secondario. Quando smetterò di divertirmi e di sentire che le cose vanno fatte in un certo modo, guarderò altrove. Certo, è bello arrivare a fine anno con un genitore che ti dice “la ringrazio per il lavoro svolto”, soprattutto se con quella persona hai avuto momenti difficili. Così come sorridi interiormente quando arrivano commenti positivi per l’ultimo articolo o l’ultimo libro pubblicato.

Poi, ovviamente, ci sono le ombre. Importantissime, anche quelle. Perché ti rendono più forte, perché ti aiutano a correggere il tiro. Perché attraverso esse discerni la differenza tra le critiche necessarie e la malafede di chi la produce. Arcobaleno e tempeste sono figli della stessa stella, a ben guardare. Non c’è il primo, se non dopo un cielo grigio. Ed è la luce che, frangendosi nella realtà del momento, genera i colori.

È stato un anno impegnativo, difficile. A tratti crudele. Lo potreste vedere nei segni che ancora adesso sono sul mio corpo. Però è stato un anno che mi ha fatto crescere, anche se credo di essere solo all’inizio di un percorso appena intrapreso. Il senso del viaggio è il viaggio stesso, sto imparando. Così come sto apprendendo a superare i pericoli che lestrigoni e ciclopi disseminano lungo la strada. Con un’unica risorsa a disposizione: la mia umanità. È difficile, ma non può essere altrimenti.

Intermezzo a sud

18422958_10154436267065703_1229618972308025497_oIl profumo dello scirocco, che mi trascina in un angolo a scrivere parole intrise d’amore.
Le parole di una sconosciuta, una signora ottantenne che ci racconta della sua ribellione a suo padre, che la voleva zitta perché femmina, e di quando l’anno scorso è andata a Milano per il matrimonio di due suoi amici gay.
Lo sguardo di Gaia e Giovanna, quando mi parlano di come si sono conosciute ed è come cercarsi dentro la loro stessa storia e ritrovarsi sillaba dopo sillaba, coi gesti del volto, tra le pause e i silenzi. Ed io a stento trattengo una commozione che mi ricorda che c’è ancora vita, qui dentro, da qualche parte.
Il volo delle rondini come frecce scagliate da Dio, a promessa di una felicità a venire, tutte dentro il tuo cuore.
La pietra consumata dal tempo, i bambini che ridono, la volontà dell’edera e dei gerani di far capolino dai balconi. Il saluto finale della primavera, che supera ogni sua timidezza.
Di questi giorni a Lecce, porterò queste immagini con me.

Un puntino destinato a svanire

TVset1Ogni tanto il passato bussa all’anima ed è un rimbombo silenzioso. Assomiglia a questa luce di adesso, là fuori. Timida. Lo stesso rintocco di gesti irrimediabilmente perduti. Come quando c’era tutto quel procedimento da fare, per spegnere la tv a casa della zia. Due canali soltanto, due pulsanti dietro. Smanettare con un aggeggio che stava sotto e solo allora premere off, anche se non si chiamava così. E poi di quelle immagini, in bianco e nero, non rimaneva che un puntino destinato a svanire. Ed è come se tutta la vita, in certi momenti, fosse rinchiusa lì. Tenue, come l’ultimo bagliore ad ovest.

È un suono che procede per immagini veloci.

Come lo sfrigolare delle zippole – voi le chiamate frittelle, forse, ma sono zeppole ed è una parola del sud – le sere di san Giuseppe quando la casa in cima alla strada, in quella salita verso il nostro vivere quotidiano, era popolata dal tutto.
Il rumore della macchina da cucire, con quell’incedere regolare sotto il piede e la manovella sapienti.
La luce che nella fessura del palazzo, costruito male, regalava incendi arancioni tra fine autunno e l’inizio di ogni altra stagione.
La vita che fu e che non può tornare (perché lo so, lo diceva anche Tabucchi, per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu e questo è impossibile).
Come il nostro sguardo indietro, per vedere se lei è ancora lì e capire che Ade ha vinto ancora una volta il suo gioco che divora tutto il tempo che ci è stato concesso.
I pomeriggi noiosi, di cui non hai nostalgia, tra le chiacchiere inutili e presenze ingombranti. Eppure è da lì che vieni. Da quei pomeriggi senza prospettive.
La paura dei compiti, per il giorno dopo, nelle domeniche oscure.
E il vasetto col basilico sulla finestra in alto, sulla cucina, che sembrava un saluto al sole.

La vita che fu, appunto. E che non può più tornare.

Un giorno scriverò del mio dolore e sarà come l’urlo di una strega

gerbera-1250285_960_720Il mio corpo, da qualche mese a questa parte, mi obbliga a fermarmi. Lo fa col dolore, fisico. Mi ha costretto a letto per una settimana, il mese scorso.
Mi obbliga a “star buono”, a “non correre”. Come se volesse che io andassi piano, dopo aver corso per tutta la vita dietro a ideali, persone e sentimenti. A illusioni. E lo fa rendendo fragili le mie ossa.
Mi obbliga infine a guardarmi, rendendo debole la mia pelle, sfaldandola a casaccio. Come riflesso del dolore, stavolta interno. Al di qua della pelle, appunto.

Un giorno scriverò di lui, del mio dolore. Lo scriverò tutto quanto su un foglio e sarà come l’urlo di una strega. Parlerò di quando, se fa freddo e mi sento solo, mi addormento sul divano accovacciato e coperto dal piumone bianco, per supplire a quelle braccia che non raccolgono le mie desolazioni passeggere. Scriverò di tutte le volte che non ho osato. Di chi ho lasciato andar via, perché mi sentivo immeritevole d’amore. Di chi non ho raggiunto in tempo. Delle notti senza speranza, immerso nel buio. Il mio. Della paura del tempo che passa. Delle assenze che sanguinano dentro. Di tutte le volte che manca il coraggio e delle parole che non riesco a pronunciare.

Di tutto questo scriverò, un giorno. E chissà se si spezzeranno le catene di questo incantesimo che, come nelle fiabe dei bambini, fa paura di notte, quando il silenzio amplifica ogni cosa.

Il segreto dell’immortalità

Quel giorno che ero a Napoli, al chiostro di Santa Chiara, e camminavo tra le maioliche fino a che non mi imbattei in un quartetto d’archi, in fondo al portico, e quando il suono degli strumenti pervase ogni cosa mi sedetti poco distante, e mi misi a piangere perché non potevo fare altro di fronte a tutta quella bellezza.

Le cose che rendono bella la vitaQuella notte, con Laura, a Catania. A far tardi a casa degli spagnoli, a parlare tutto il tempo, fino a quando il cielo cominciò ad arrossarsi e tornammo a casa, che ormai era giorno, ebbri di vino e di parole.

Quella Pasquetta di ventiquattro anni fa, alla villa al mare di amici di amici, che fuori pioveva come da tradizione – o era un 25 aprile? – e siamo rimasti tutto il giorno dentro casa, col profumo degli alberi e dell’erba bagnata e quella sensazione di sentirsi protetti, sotto un tetto, come se quel temporale non avrebbe mai potuto scalfire tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, da lì in poi.

Quella volta, a letto con lui. Quando lo tenevo abbracciato e gli chiedevo, toccandolo qua e là sul suo corpo «e questo di chi è?» e lui mi rispondeva «è tuo, è tuo», per prendermi in giro. E poi quando gli dissi «ma visto che anche questo è mio, non è che posso prendermi anche tutto il resto?» e lui mi guardò, abbassando ogni difesa e facendo di sì con la testa. E fu mio, tutto il resto. Per il resto del tempo che ci era stato concesso.

gay_mano_nella_manoCome quando stai sulla scogliera, d’estate di notte, e guardi la profondità dello spazio e tutte le stelle che vedi e pensi a tutte quelle che esistono e ti senti così piccolo che anche i tuoi guai perdono consistenza. E ti chiedi se tutta questa immensità ha un perché e qual è il tuo ruolo in mezzo a tutta quella grandezza, a quello splendore.

Tutte le volte che sei stato bene, attorno a un tavolo, a ridere di gusto, a sentirti a casa, a sentirti parte di qualcosa. A sentirti eterno, proprio in quei momenti così transitori e fragili. Eppure così autentici. Con tutto il sapore del vino, la gratitudine per il vento che sfiorava le cime dei pini lontani e per il volo delle rondini, nel cielo di aprile e di maggio, che ti offrivano l’estate a venire come un’adeguata ricompensa.

Quando hai scoperto che l’amore sta anche nel muso di un gattino che mai, mai, ti tradirà. E lì capisci il significato del termine “incondizionato”.

Quando hai avuto paura di perdere tutto e la vita, in un certo qual modo, ti ha stupito ancora.

Il resto del cieloFare a gara col vento con la mano fuori dal finestrino della macchina, quando il sole si nasconde dietro le montagne.
Lasciare i tuoi sogni all’universo, mentre speri di vivere ancora e ancora di più.
Quel giorno d’agosto, al mare fino a tardi, per festeggiare un compleanno allegro e mettere insieme più pezzi della tua vita.
E quell’altro, sempre al mare, quando sei tornato a casa di notte in autostop.
O come quando hai trovato in un libro la frase che ha dato un senso alle cose.
Piangere di gioia, anche se l’ho già detto.
Ritrovare le parole per cominciare a parlare con tuo padre, dopo anni di silenzio. (Incomprensibile, col senno di poi.)
La prima festa a sorpresa della tua vita, che guariva (quasi) tutte le parole cattive dette fino a quel momento.
Ritrovarsi con gli amici e le amiche di sempre, al solito caffè, al solito bar, quando il tempo non è stato invitato.
Sapere di avere un luogo, in una casa di ogni famiglia che hai.
Sapere che potresti continuare per ore e ore a scrivere di tutto questo. E credere che forse sta qui il segreto dell’immortalità.

E poi c’è questa cosa del dolore…

E poi c’è questa cosa del dolore. Quasi un marchio distintivo, sin da quando nasciamo.
Vieni al mondo e si capisce se sei vivo dall’angoscia del pianto.
Più di un autore ci ha speso il suo tempo, sul dolore e il suo significato.
Pare che la nostra stessa felicità sia una condizione fuori norma: il nostro corpo non è in grado di contenerla a lungo. E allora immette nel sangue delle sostanze che agiscono in senso opposto.
Succede lo stesso anche con la depressione, la tristezza e tutte quelle cose lì, ok. Ma fa strano pensare che il dolore è l’altra parte della medaglia della nostra esistenza. Come l’ombra proiettata dal corpo.
Se esisti, generi il buio da qualche parte. Ed è così che deve essere.

Il segreto per farmi sorridere

1-maggio-bis.jpgSembra che io stia vivendo un destino onomastico di compensazione. Mi spiego: da bambino erano più gli insulti – immaginate quali – che i nomignoli affettuosi o dettati da simpatia. E immaginate anche come doveva essere un mondo costruito con parole cattive. Adesso, invece, da qualche tempo a questa parte provengono termini nuovi, diretti dall’affetto di chi li pronuncia.

Tra questi mi piace ricordare Dadò, nella variante francese Dadeau e in quella non tronca Dado, per geminazione fonetica della mia iniziale (roba da linguisti, me ne rendo conto: significa che la D è ripetuta due volte). Poi c’è chi mi chiama col mio nickname Elfo, nella sua variante abbreviata o con i vezzeggiativi alla Elfino et similia.

Quindi abbiamo i nomignoli amicali, quali Sweetie – anche se non ci crederete, io sono dolcissimo; capito bastardi? – Topocuore (che adoro), Biondah (anche se un tempo ero Fenice), Patato, ecc. Ad essi posso ascrivere gli usi idiolettici (altra parolaccia da linguista: vuol dire “uso personale della lingua”) di Sorella, Lontra, StellaZoccoletta, e sfere semantiche attigue.

A questi si accompagnano, infine, i più tradizionali (anche dialettali) Darietto, Dariuzzu e Cicciuzzu e i passe-partout Tesoro, Cucciolo, Amore, per non parlare di Wonderful clove of bitter almond (sì, dialettale anche questo anche se non sembra).

Ognuno di questi appellativi mi fa sorridere. Interiormente, prima di ogni altra cosa. Perché è un nuovo modo di definire non tanto me stesso, quanto il mondo che adesso mi descrive e mi contiene. Che mi abbraccia. Quindi, se volete farmi sorridere, adesso sapete come fare.

L’ironia di Dio

gesu'_simpaticoDio con me è molto ironico, in questo periodo.
Attraverso il mio corpo e le sue sofferenze – problemi alla pelle, problemi articolari, ecc – sta cercando di mandarmi un messaggio. Forse sul significato del “dolore”, secondo alcuni.
Quindi sta facendo in modo che gente detestabile si avvicini alle periferie della mia vita, privata e pubblica.

In entrambi i casi, premesso che gradirei un più discreto messaggio su telefono, vale lo stesso discorso per i testimoni di Geova e altre fedi invasive: lascia tutto pure nella cassetta della pubblicità, oh Signore. Poi se ho tempo, ci guardo.

La stessa gioia delle stelle mattutine

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Confesso che da innamorato do il meglio di me. Come preparare il pranzo, in una domenica lontana, quando là fuori c’era lo stesso gelo di adesso e si raccoglieva insieme le briciole del pane tagliato per darle agli uccellini, fuori sul balcone – l’avevamo letto su un giornale o non ricordo più dove, ed era per salvarli, per cercare di sconfiggere se non la morte, almeno la sua ombra.

Come quando presi gli ingredienti di un pasto veloce, per farli danzare col profumo delle spezie al suono del frigolio dell’olio, e c’era pure la promessa del rosmarino e lui era di là, al di là del futuro che poi non ci sarebbe più stato, a fare le sue cose al computer, quando a volte si arrabbiava e mi diceva, mentre andavo dietro di lui e lo stringevo a me, di sorpresa, che sì, riuscivo a calmarlo e non sapeva nemmeno perché.

Come quando fai chilometri e chilometri nel cuore della notte, perché l’oscurità è attenuata dalla fede nella tenerezza e non c’erano uomini neri dietro gli angoli dei palazzi o premesse grigie nell’avvicendarsi del mattino, ma solo quella certezza che a un certo punto avresti acceso la tv, la sua testa sarebbe caduta sulle tue spalle, una mano tra i capelli, incastrarsi nel sonno come un puzzle di due tessere e tutto il colore di cui c’era bisogno. E il calore, quello pure.

Come quel giorno che piansi, perché la vita non ci assomigliava più e solo per un attimo mi voltai indietro, solo per vedere se c’era una speranza ed una sola. Ed anche quello fu come l’ultimo petalo della rosa che case sul mobile di ciliegio e lascia la Bestia a trasformarsi in se stessa. Eppure fino a quell’attimo avevo tutto il destino nelle mie mani. Con la stessa agilità del cucchiaio di legno nella pentola, delle dita veloci sulla tastiera a scrivere parole, delle mani sulla pelle a suggerire la stessa gioia delle stelle mattutine.

E sì, lo confesso. Proprio tutto questo.

Le cose da buttar via

liberta-1Forse è il segreto degli anni bisestili. Quel giorno in più, qualcosa che avanza. E questo eccesso di tempo diventa pesante. Un’appendice di eventi che sovrasta la quotidianità delle cose. In quell’eccesso non ci riconosciamo, lo reputiamo pesante, di troppo. E quella pesantezza la trasformiamo in negatività. Sfiga oggettiva a parte.

Una cosa che non ho mai fatto, anche se la tradizione lo vuole, è buttar via le cose vecchie. Liberarsi del superfluo che ci sta attorno, per essere più leggeri dentro. Il senso di questo rituale. Così, per la prima volta nella mia vita, butterò via quello che ho dentro. Per volare più alto, là fuori. Chissà che non funzioni.

E allora butto via, rigorosamente a caso:

1. il senso di inadeguatezza. Quella voce interiore che, nonostante gli sforzi, mi dice che non è abbastanza. E siccome a volte si fa meno rispetto a quanto previsto, può arrivare chi te lo fa notare. E questo diventa il trionfo del mio personale nulla. Come in una sequenza di zero e di uno, ritrovo a confrontarmi solo con la prima delle due cifre. Nessun sistema binario, solo una certezza: non essere. E non essere come dovrei.

2. il condizionamento. L’eco del dolore. Il mio demone antico. Colui che mi sussurra che non c’è più alcuna speranza. Pare che non sia così. Anche se è davvero difficile crederci. Anche se te lo dice chi ti vuole bene. Perché lui è lì, che ti guarda. E fino ad ora, a modo suo, ha sempre avuto ragione.

3. la cattiveria del mondo. Mi dicono che anche quella è lì e non ci puoi far nulla. Non è che la elimini del tutto, anzi, forse non ne sposti nemmeno un grammo. Eppure pare che si possano neutralizzarne gli effetti. Basta diventare di gomma, prima. Di roccia poi. Farsi rimbalzare addosso le cose. Per quanto possibile, ok. Però dicono che a una certa, funzioni.

4. la solitudine. È stato un anno di addii. Alcuni anche inespressi. Semplicemente, chi c’era ha deciso di non esserci più. E lo ha fatto senza nemmeno lasciare un biglietto. Ok, è così che funziona, a quanto pare. Nonostante la rabbia, bisogna accettarlo. Però ecco, quella sensazione di vuoto, che quasi sempre viene di notte o la domenica, nel pomeriggio che tace, potrei anche abbandonarla. O sarebbe il caso, insomma.

5. la fame. Di cibo, di sesso. Quel disperato bisogno di vivere. Essere famelico, come una fiera in una selva di peccati altrettanto oscuri. Come quando, cerchi l’uscita, anche a costo di attraversare l’inferno. E non c’è nessuna guida, nessuna discesa nell’abisso per tornar a riveder le stelle. Perché la paura no!, io gli inferi li guardo in faccia senza problemi. Però ecco, cazzo, a volte c’è bisogno di una mano che ti fa andare avanti. Nell’attesa, allora, mangi. E no, non va più bene.

6. l’insoddisfazione. Non riconoscersi allo specchio. Cercare un senso nelle cose che fai e, invece, trovare l’esatto opposto. La perdita di senso. Quella che ti porta a cercarti, a un certo punto, e chiederti se era davvero questo ciò a cui eri destinato.

7. la rabbia. Per le ingiustizie. Per la miseria altrui, spacciata per umanità. Per la volgarità che si eleva a sistema di pensiero. Per l’arroganza che ti accarezza come la mano di un uomo viscido che non sa andare oltre i suoi bisogni volgari. Trasformarla nel fuoco sacro che alimenta il sole. Che dà vita ai pianeti che siamo. Perché non può esserci alternativa ad essa. Perché l’alternativa ad essa è la morte. E sento che c’è ancora qualcosa da fare, prima del saluto finale. Al di là di questa coltre di frustrazione.

Per concludere.

Le parole nuove, infine. Quelle in cui trasformare le cose da buttar via. Però magari facciamo che le conservo per me. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché i buoni propositi restano sui post-it destinati a perdersi nella memoria. Un po’ perché tenersi dentro qualcosa serve a non rimanere a secco, nel momento del bisogno.