Il pigiama giallo

La vita è quella cosa che svuoti le tasche dei pantaloni o uno scatolone, e ritrovi il mondo che ci avevi dimenticato dentro vent’anni prima.

005Come quando rientrasti a casa e lei si era appena trasferita. E allora Epifania (la chiamavamo così, Rita), mi disse che era arrivata. Nella sua stanza. Mi affacciai, uno sguardo fugace. Una bambina, ancora. Rosa. Le guance dico. Tutto intorno c’era un pigiama giallo e una sofferenza sullo sfondo, negli occhi. Fu così che Meg entrò a far parte dei miei giorni. Per sempre. Anche se a distanza. Anche se solo con un like su Facebook. Lei c’è. Ma sto tergiversando.

La sera, la musica. Sono ancora sordo di un orecchio. Non mi piace più andare a ballare. Salvo. Rare. Eccezioni. È una questione di entusiasmo, non riconoscersi in un luogo, avere quella strana sensazione di essere fuori dal tempo. Musica a parte, che a volte è una discreta merda. E quello fa tanto. Quello è un amante occasionale che non bacia. Com’è che ti viene duro, poi? E poi, invece, il dj rovista nelle tue tasche. Liquido, Narcotic. E mica solo quello. Cherry lips, dei Garbage. Se voleva essere davvero carino, poteva anche mettere Valvonauta, dei Verbena. Ma va bene così, per carità. Perché erano i suoni di quando avevi manco venticinque anni. Quando lei, Meg, prima ancora di trasformarsi nella Crudelissima Eleazar, mi accompagnava alla fermata della circumetnea. Perché mi piaceva un tipo e ci si vedeva tutti a casa di un’amica comune, da quelle parti lì, o forse sto solo mescolando i ricordi, ma poco importa. Meg, appunto, era lì.

camminare-mano-nella-mano-previewE poi fai un salto spazio-temporale. Roba alla Star Trek, insomma (seppure io preferisca Battlestar Galactica). Prima si presenta il libro, poi vai a ballare, appunto. Veronica è stata così carina ad invitarti, vacci e non fare il vecchio stronzo. Che a volte vecchio ti ci senti non perché di anni non ne hai più ventitré, ma perché la vita ha smesso di sorprenderti da un po’. Come se fosse lì, da qualche parte, e tu non la vedi. E porca troia, insomma. Però ecco, dicevo, la musica è bella e c’è un tipo orso (sarà gay?), travestito da orso, ed ogni minuto strappa un foglio e dalla consolle lo lancia al pubblico, ed io lo amo già e c’è la musica baraccona, quella che ti piace tanto e poi niente, è come vivere. Perché niente è come vivere. È come l’acqua sulla rosa di Gerico, quando tutto diventa verde in pochi minuti. E balli. È come un bacio leggero che non ti aspetti e che arriva, di punto in bianco. Perché è stronza, la vita. E così come con le ferite, ti stupisce quando meno te lo aspetti.

La vita è quella cosa che accade quando vai in giro per la città, ritrovi una piazzetta antica, una colonna storta sull’abside della Pieve, ricordi che c’è una storia dietro quella bizzarria anche se non ricordi che storia. È la salita verso la casa di Petrarca, il torneo di spade di legno, quando ad Arezzo ci portasti una delle tue classi, e c’era una bambina – fragile come una promessa alla sua età – che ti chiamava papà per errore, in classe, perché suo padre mancava quattro settimane ogni cinque, faceva il camionista in giro per l’Europa, ed era lì che tutta la tua rabbia antica si frantumava di fronte a quella tenerezza. Fu lì che facesti il tuo primo e unico viaggio con Meg. In giro per il centro-nord. Quando vi sareste trovati davanti a Botticelli, agli Uffizi, a versare lacrime insieme perché annientati dalla bellezza. Quando rimaneste delusi proprio perché volevate vedere gli affreschi di Piero della Francesca ma eravate arrivati in ritardo. Tutto chiuso.

pagine%20al%20ventoQuando il futuro non era ancora una minaccia, ma un posto a cui affidare in custodia i nostri sogni.

E intanto – mentre passeggi per le vie del centro – arriva un sms: «Se sei in zona, vieni a San Francesco a vedere Piero?». È Erica, la ragazza che ha presentato il libro con te. Di nuovo, qualcuno che rovista nella tasca dei pantaloni. Guardo l’orologio, ho tempo: il treno per Roma riparte tra un’ora e la chiesa è a due passi dalla stazione. Entro in basilica. Che un po’ glielo devo, a Meg. Per quella delusione di un tempo, dico. Chissà se mi emozionerò ancora. Da lontano, intanto, il Sogno di Costantino brilla con le sue tonalità di giallo e di rosa.

L’ultima carezza, al morir della sera

tramontoForse il sapore della nostalgia è quello del latte caldo, col miele, in un pomeriggio di fine inverno quando ricordi di come eri bambino. Dei pomeriggi lentissimi, a casa di tua nonna,  quando a quest’ora di trent’anni fa il cielo diventava di fuoco per pochi minuti. E poi, subito dopo, tutto si faceva buio. Troppo in fretta. Te lo ricordi perché studiavi, o facevi finta di farlo, sulla vecchia macchina da cucine di fronte alla finestra. Il cortile, al di là di essa. E tra le pareti delle case, uno scorcio che lasciava intendere il cielo. Da lì si vedeva il tramonto, e poi la notte. Tutto così in fretta. E lì, in quel tempo, si consumava la tua impotenza, quell’atavica tristezza rispetto alle cose dei grandi che stentavi a capire.

Eppure era un mondo protetto, a modo suo. Un mondo che sapeva di bucce d’arancia, il profumo per la sala da pranzo, nei giorni di festa, la tv sempre accesa e i rumori delle cose da fare, di là in cucina. Le pentole con qualcosa da mangiare, le voci degli altri, la noia e l’angoscia per il lunedì che sarebbe arrivato – inesorabile – e per i compiti ancora da fare, la prof cattivissima di italiano, che tutto sapeva di grammatica e letteratura ma non dava proprio l’idea che avesse capito qualcosa della vita, Drive In in prima serata, il buio della strada, le macchine, si torna a casa, vai a dormire che è tardi, girati sul lato destro o ti fa male al cuore. Cose così. Un rincorrersi di piccole infelicità che ti faceva sentire al sicuro. Come quelle palle di vetro, con la neve dentro. Che la giravi e tutto era bello.

E adesso che il futuro c’è stato e che le cose non cambiano più, perché tutto è già successo e non si può tornare indietro – che credete?, i greci avevano capito ogni cosa: girati indietro, esattamente come Orfeo, e rivedrai il tuo passato fuggire. Le cose che più ami scivolarti tra le dita come le ombre di ieri, subitanee dopo la bellezza del crepuscolo – adesso, dicevo, rimane quel sapore lontano, nella tua tazza coi gufi, a pensare quand’è successo che quel tempo in cui eri bambino e cercavi di vedere oltre la staccionata del tempo si è trasformato in un voltarsi alle spalle, per capire quand’è che davvero hai perso tutto questo, per cercare di ricordare quand’è stato il tempo dell’ultimo abbraccio, dell’ultima cosa detta che avesse il privilegio dell’urgenza, o di quella carezza lasciata al morir della sera. Quando fuori è tutto arancione, per pochissimo tempo, in quell’instante così piccolo da sfiorare l’eterno.

Fragile

tumblr_mmqmplffzc1sojxz6o1_500

Credo che non dovremmo mai aver paura di farci vedere fragili, perché è il momento in cui siamo veri. Autentici. Anche se c’è quel retrogusto di vergogna, dietro le lacrime. Quando ci rompiamo in tanti cocci, del fragore può rimanere la rabbia. Ma ciò che resta di noi possiamo metterlo ancora insieme, come fanno in Oriente, con stucco e polvere d’oro. E ciò che ha fatto il dolore, noi possiamo trasformarlo in bellezza. Ieri ho imparato questo.

Il primo tiro

o-130916A volte mi chiedo qual è l’esatto momento in cui capisci che la tua anima si sta perdendo.

Per sempre.

E sempre in quell’istante, se farai in tempo ad evitare di cadere nel baratro. In quel precipizio interiore.

È forse questo il sapore dell’infelicità?
Lo stesso, se ci fai caso, del primo tiro di ogni sigaretta.

Una risposta che non arriva

autumn-leaves-fall-wood-fallen-leaves-dead-leaves-2560x1440Il vuoto è quello spazio bianco che hai dentro e ti fa pensare alla morte. Alla dannazione dell’anima, mentre sei ancora in vita. Quando pensi: e se finisse tutto adesso, quale sarebbe stato il senso di tutti questi giorni? Delle opinioni su quella terrazza lontana, delle notti di risate perpetue, dello scoprire la turnazione delle foglie e della speranza accesa? Lo stesso suono di una risposta che non arriva.

Il vuoto lo riempi o ti divora. E allora mangi, vivi a mille all’ora, fai troppo sesso, ti lasci dietro scarpette di lattice che nessuno reclamerà per proporsi come principe dei giorni a venire. È scivolare verso la perdita di senso, non riconoscere più le grammatiche interiori che altrimenti chiamiamo vita, quotidianità, amore. Perché se è vuoto, a un certo punto ritorna, come il buco allo stomaco e all’anima. E a dispetto di tutta la tua bulimia, alla fine si nutre di te.

È, il vuoto, quella distanza interiore che permette, per capriccio o paradosso, a qualcun altro di trovare posto. In riva a uno specchio d’acqua, mentre l’autunno fa cambiare colore alle cose, col libro in mano e la testa tra le nuvole. E quella stretta, che tanto ti somiglia, dentro il petto.

L’argine

riparare-tazzina-rottaOgni tanto ci penso. A qualche amico che hai raccolto col cucchiaino, quando stava male.
Quando magari aveva lo stomaco in frantumi, per questioni di cuore.
E allora stavi lì, prendevi il nastro adesivo, la colla e cercavi di rimetterlo insieme.
Far combaciare i pezzi, quando altri cedevano sul più bello. E no, non ti rassegnavi. Accanto a un bicchiere di vino, sotto le fronde sferzate dall’inverno, sul viale alberato. L’inverno che prima di ogni altra cosa, precipitava sull’anima. Perché era giusto anche così, esserci solo per soffiare sulla tazza fumante, al momento del tè, perché non si bruciasse ancora di più.

E quindi ogni tanto ci penso. Soprattutto ora che è il tuo turno a sentirti un po’ scheggiato e dall’altra parte le cose vanno talmente bene che, insieme al dolore, ci si è dimenticati anche di chi provava a porgli un argine.

Quando pensavo che quello fosse l’amore

rockfordQuando ero bambino c’era la pubblicità di un profumo, di cui ricordo una sola scena: una coppia passeggiava, il tempo era uggioso e da dietro – forse in un molo o in un ponte – il mare si frangeva e creava un’onda alta. Loro non si scomponevano, ma andavano avanti come se nulla fosse. Di lui ricordo che sembrava elegante, forse indossava un maglione di cachemire. Era una scena pacata, mi dava sicurezza. Nonostante la bufera e il mare arrabbiato.

Da bambino pensavo che quello fosse l’amore. Andare oltre tutto, intendo. Trovare sostegno, come quando lui se la prendeva in spalla, per giocare con la sua forza. Sono passati molti anni da quell’immagine. Una parte di me lo crede anche adesso.

(Mannaggia a me che mi sveglio nel cuore della notte con queste suggestioni anni ’80).

Un incantesimo di protezione

a-aquilibristaCi vorrebbe una pozione magica, di quelle capaci di cancellare le cicatrici di tutto il male del mondo.
Dell’incomunicabilità degli uomini.
Dei nostri tagli.
Del vuoto della notte, quando ascolti una canzone disperata per dare il giusto suono al momento.
Che scivola tra le mani e ti attraversa le viscere.

Ci vorrebbe un incantesimo di protezione, da se stessi a volte.
Anche se la tua rabbia è giusta e hai deciso che non permetterai a nessuno di dirti come deve essere.
Non smarrirsi per strada, quando torni a casa.
La tazza fumante, l’odore dell’erba.
Una spugna che assorba la tristezza.
Guardare oltre. Perché c’è sempre la vita, al di là di quel treno che ti passa sopra.  E perché c’è sempre qualcuno che riempirà il vuoto lasciato da qualcun altro, per quella legge della fisica alla quale tutti noi obbediamo.

Ci vorrebbe tutto questo, insomma. E tutto questo, per ora, non c’è.

Il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà

world-kiss-dayNel mio personale concetto di trascurabile felicità, ci metto due o tre cosette. Anzi, forse pure qualcosa di più.
Tipo un balcone con i fiori.
O camminare scalzo sul parquet, in estate, con l’aria condizionata in una giornata di sole.
Andare a prendere il caffè, di pomeriggio, da una cara amica.
Sapere che ci sono, gli amici, e te lo dimostrano sempre.
Il profumo del mare e il suo colore, in lontananza, quando le onde si colorano di schiuma.
La promessa della pioggia in estate.
Le cicale lontane.
Farsi un regalo, ogni tanto (come quando quella volta ho preso un profumo che da solo mi pagava la rata del mutuo che non ho).
Immaginare la tua casa, un giorno, con i vasi bianchi e le piante a cui dai un nome.
Sapere che un giorno avrai un cane e un gatto, che saranno amici e che saranno i tuoi figli.
Lasciare dietro l’angolo, in quella porta socchiusa che è diventato il tuo cuore, il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà.
Cucinare per le persone a cui vuoi bene.
Dare un nome alle tue emozioni.
Scrivere.
Riconoscere una canzone che lascia agitare tutti i tuoi globuli rossi.
Rileggere i libri che ti hanno fatto innamorare.
Ritrovarsi a provare tenerezza per gli sconosciuti.
Guardarti in faccia, a volte, e riconoscere di essere uno stronzo (e riprometterti che non lo farai più, anche se sai che lo rifarai e sai che per questo sei tremendamente umano).
Amarsi, incondizionatamente, anche se per qualche minuto.
Guardare in faccia i tuoi demoni e dire loro che anche no, adesso hanno decisamente rotto il cazzo.
Cantare un motivetto, sotto il sole, tenendo a bada l’angoscia e sapere che dentro di te, da qualche parte, hai la bacchetta magica per cui in un modo o nell’altro ce la farai. Perché hai deciso che non c’è alternativa a tutto questo.

Sera d’estate (e considerazioni sulla felicità)

Una sera d'estateMettiamola così: le lenzuola sono morbide e mi fanno pensare a chi, un questo mese di nomadismo, mi ospita (e mi ha ospitato) facendomi sentire a casa. E questo è un dono.
Fuori le cicale cantano, è una sera d’estate calda, placida, e c’è un silenzio tutto sommato benevolo. Tornando a casa, dal mare al tramonto, ho pure visto una fenice tra le nuvole e questo, invece, è di buon auspicio.
Ho sentito la mia famiglia, stanno bene, mi fanno sempre percepire la loro vicinanza e credo sia un altro dono da non sottovalutare.
Ho passato un weekend in compagnia delle mie amicizie più care e anche quelle più recenti, che mi hanno supportato nei miei momenti più “pubblici” e mi hanno “sopportato” nella mia biondaggine di sempre. A tutti/e loro: grazie!
Adesso sono a letto, la mia pelle è pure morbida, calda, e profuma di crema per il corpo. Non so se uscirò o starò ad ascoltare i miei pensieri, ma in momenti come questo mi affiora l’idea di avere davvero tutto ciò che mi serve per essere felice (ma non diciamolo troppo ad alta voce, che la sfiga è invidiosa).

P.S.: sì, lo so, manca l’uomo. Ma non è colpa mia se là fuori è popolato da stolti e qua dentro c’è un casino che levati.