La stessa gioia delle stelle mattutine

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Confesso che da innamorato do il meglio di me. Come preparare il pranzo, in una domenica lontana, quando là fuori c’era lo stesso gelo di adesso e si raccoglieva insieme le briciole del pane tagliato per darle agli uccellini, fuori sul balcone – l’avevamo letto su un giornale o non ricordo più dove, ed era per salvarli, per cercare di sconfiggere se non la morte, almeno la sua ombra.

Come quando presi gli ingredienti di un pasto veloce, per farli danzare col profumo delle spezie al suono del frigolio dell’olio, e c’era pure la promessa del rosmarino e lui era di là, al di là del futuro che poi non ci sarebbe più stato, a fare le sue cose al computer, quando a volte si arrabbiava e mi diceva, mentre andavo dietro di lui e lo stringevo a me, di sorpresa, che sì, riuscivo a calmarlo e non sapeva nemmeno perché.

Come quando fai chilometri e chilometri nel cuore della notte, perché l’oscurità è attenuata dalla fede nella tenerezza e non c’erano uomini neri dietro gli angoli dei palazzi o premesse grigie nell’avvicendarsi del mattino, ma solo quella certezza che a un certo punto avresti acceso la tv, la sua testa sarebbe caduta sulle tue spalle, una mano tra i capelli, incastrarsi nel sonno come un puzzle di due tessere e tutto il colore di cui c’era bisogno. E il calore, quello pure.

Come quel giorno che piansi, perché la vita non ci assomigliava più e solo per un attimo mi voltai indietro, solo per vedere se c’era una speranza ed una sola. Ed anche quello fu come l’ultimo petalo della rosa che case sul mobile di ciliegio e lascia la Bestia a trasformarsi in se stessa. Eppure fino a quell’attimo avevo tutto il destino nelle mie mani. Con la stessa agilità del cucchiaio di legno nella pentola, delle dita veloci sulla tastiera a scrivere parole, delle mani sulla pelle a suggerire la stessa gioia delle stelle mattutine.

E sì, lo confesso. Proprio tutto questo.

Le cose da buttar via

liberta-1Forse è il segreto degli anni bisestili. Quel giorno in più, qualcosa che avanza. E questo eccesso di tempo diventa pesante. Un’appendice di eventi che sovrasta la quotidianità delle cose. In quell’eccesso non ci riconosciamo, lo reputiamo pesante, di troppo. E quella pesantezza la trasformiamo in negatività. Sfiga oggettiva a parte.

Una cosa che non ho mai fatto, anche se la tradizione lo vuole, è buttar via le cose vecchie. Liberarsi del superfluo che ci sta attorno, per essere più leggeri dentro. Il senso di questo rituale. Così, per la prima volta nella mia vita, butterò via quello che ho dentro. Per volare più alto, là fuori. Chissà che non funzioni.

E allora butto via, rigorosamente a caso:

1. il senso di inadeguatezza. Quella voce interiore che, nonostante gli sforzi, mi dice che non è abbastanza. E siccome a volte si fa meno rispetto a quanto previsto, può arrivare chi te lo fa notare. E questo diventa il trionfo del mio personale nulla. Come in una sequenza di zero e di uno, ritrovo a confrontarmi solo con la prima delle due cifre. Nessun sistema binario, solo una certezza: non essere. E non essere come dovrei.

2. il condizionamento. L’eco del dolore. Il mio demone antico. Colui che mi sussurra che non c’è più alcuna speranza. Pare che non sia così. Anche se è davvero difficile crederci. Anche se te lo dice chi ti vuole bene. Perché lui è lì, che ti guarda. E fino ad ora, a modo suo, ha sempre avuto ragione.

3. la cattiveria del mondo. Mi dicono che anche quella è lì e non ci puoi far nulla. Non è che la elimini del tutto, anzi, forse non ne sposti nemmeno un grammo. Eppure pare che si possano neutralizzarne gli effetti. Basta diventare di gomma, prima. Di roccia poi. Farsi rimbalzare addosso le cose. Per quanto possibile, ok. Però dicono che a una certa, funzioni.

4. la solitudine. È stato un anno di addii. Alcuni anche inespressi. Semplicemente, chi c’era ha deciso di non esserci più. E lo ha fatto senza nemmeno lasciare un biglietto. Ok, è così che funziona, a quanto pare. Nonostante la rabbia, bisogna accettarlo. Però ecco, quella sensazione di vuoto, che quasi sempre viene di notte o la domenica, nel pomeriggio che tace, potrei anche abbandonarla. O sarebbe il caso, insomma.

5. la fame. Di cibo, di sesso. Quel disperato bisogno di vivere. Essere famelico, come una fiera in una selva di peccati altrettanto oscuri. Come quando, cerchi l’uscita, anche a costo di attraversare l’inferno. E non c’è nessuna guida, nessuna discesa nell’abisso per tornar a riveder le stelle. Perché la paura no!, io gli inferi li guardo in faccia senza problemi. Però ecco, cazzo, a volte c’è bisogno di una mano che ti fa andare avanti. Nell’attesa, allora, mangi. E no, non va più bene.

6. l’insoddisfazione. Non riconoscersi allo specchio. Cercare un senso nelle cose che fai e, invece, trovare l’esatto opposto. La perdita di senso. Quella che ti porta a cercarti, a un certo punto, e chiederti se era davvero questo ciò a cui eri destinato.

7. la rabbia. Per le ingiustizie. Per la miseria altrui, spacciata per umanità. Per la volgarità che si eleva a sistema di pensiero. Per l’arroganza che ti accarezza come la mano di un uomo viscido che non sa andare oltre i suoi bisogni volgari. Trasformarla nel fuoco sacro che alimenta il sole. Che dà vita ai pianeti che siamo. Perché non può esserci alternativa ad essa. Perché l’alternativa ad essa è la morte. E sento che c’è ancora qualcosa da fare, prima del saluto finale. Al di là di questa coltre di frustrazione.

Per concludere.

Le parole nuove, infine. Quelle in cui trasformare le cose da buttar via. Però magari facciamo che le conservo per me. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché i buoni propositi restano sui post-it destinati a perdersi nella memoria. Un po’ perché tenersi dentro qualcosa serve a non rimanere a secco, nel momento del bisogno.

Il pigiama giallo

La vita è quella cosa che svuoti le tasche dei pantaloni o uno scatolone, e ritrovi il mondo che ci avevi dimenticato dentro vent’anni prima.

005Come quando rientrasti a casa e lei si era appena trasferita. E allora Epifania (la chiamavamo così, Rita), mi disse che era arrivata. Nella sua stanza. Mi affacciai, uno sguardo fugace. Una bambina, ancora. Rosa. Le guance dico. Tutto intorno c’era un pigiama giallo e una sofferenza sullo sfondo, negli occhi. Fu così che Meg entrò a far parte dei miei giorni. Per sempre. Anche se a distanza. Anche se solo con un like su Facebook. Lei c’è. Ma sto tergiversando.

La sera, la musica. Sono ancora sordo di un orecchio. Non mi piace più andare a ballare. Salvo. Rare. Eccezioni. È una questione di entusiasmo, non riconoscersi in un luogo, avere quella strana sensazione di essere fuori dal tempo. Musica a parte, che a volte è una discreta merda. E quello fa tanto. Quello è un amante occasionale che non bacia. Com’è che ti viene duro, poi? E poi, invece, il dj rovista nelle tue tasche. Liquido, Narcotic. E mica solo quello. Cherry lips, dei Garbage. Se voleva essere davvero carino, poteva anche mettere Valvonauta, dei Verbena. Ma va bene così, per carità. Perché erano i suoni di quando avevi manco venticinque anni. Quando lei, Meg, prima ancora di trasformarsi nella Crudelissima Eleazar, mi accompagnava alla fermata della circumetnea. Perché mi piaceva un tipo e ci si vedeva tutti a casa di un’amica comune, da quelle parti lì, o forse sto solo mescolando i ricordi, ma poco importa. Meg, appunto, era lì.

camminare-mano-nella-mano-previewE poi fai un salto spazio-temporale. Roba alla Star Trek, insomma (seppure io preferisca Battlestar Galactica). Prima si presenta il libro, poi vai a ballare, appunto. Veronica è stata così carina ad invitarti, vacci e non fare il vecchio stronzo. Che a volte vecchio ti ci senti non perché di anni non ne hai più ventitré, ma perché la vita ha smesso di sorprenderti da un po’. Come se fosse lì, da qualche parte, e tu non la vedi. E porca troia, insomma. Però ecco, dicevo, la musica è bella e c’è un tipo orso (sarà gay?), travestito da orso, ed ogni minuto strappa un foglio e dalla consolle lo lancia al pubblico, ed io lo amo già e c’è la musica baraccona, quella che ti piace tanto e poi niente, è come vivere. Perché niente è come vivere. È come l’acqua sulla rosa di Gerico, quando tutto diventa verde in pochi minuti. E balli. È come un bacio leggero che non ti aspetti e che arriva, di punto in bianco. Perché è stronza, la vita. E così come con le ferite, ti stupisce quando meno te lo aspetti.

La vita è quella cosa che accade quando vai in giro per la città, ritrovi una piazzetta antica, una colonna storta sull’abside della Pieve, ricordi che c’è una storia dietro quella bizzarria anche se non ricordi che storia. È la salita verso la casa di Petrarca, il torneo di spade di legno, quando ad Arezzo ci portasti una delle tue classi, e c’era una bambina – fragile come una promessa alla sua età – che ti chiamava papà per errore, in classe, perché suo padre mancava quattro settimane ogni cinque, faceva il camionista in giro per l’Europa, ed era lì che tutta la tua rabbia antica si frantumava di fronte a quella tenerezza. Fu lì che facesti il tuo primo e unico viaggio con Meg. In giro per il centro-nord. Quando vi sareste trovati davanti a Botticelli, agli Uffizi, a versare lacrime insieme perché annientati dalla bellezza. Quando rimaneste delusi proprio perché volevate vedere gli affreschi di Piero della Francesca ma eravate arrivati in ritardo. Tutto chiuso.

pagine%20al%20ventoQuando il futuro non era ancora una minaccia, ma un posto a cui affidare in custodia i nostri sogni.

E intanto – mentre passeggi per le vie del centro – arriva un sms: «Se sei in zona, vieni a San Francesco a vedere Piero?». È Erica, la ragazza che ha presentato il libro con te. Di nuovo, qualcuno che rovista nella tasca dei pantaloni. Guardo l’orologio, ho tempo: il treno per Roma riparte tra un’ora e la chiesa è a due passi dalla stazione. Entro in basilica. Che un po’ glielo devo, a Meg. Per quella delusione di un tempo, dico. Chissà se mi emozionerò ancora. Da lontano, intanto, il Sogno di Costantino brilla con le sue tonalità di giallo e di rosa.

L’ultima carezza, al morir della sera

tramontoForse il sapore della nostalgia è quello del latte caldo, col miele, in un pomeriggio di fine inverno quando ricordi di come eri bambino. Dei pomeriggi lentissimi, a casa di tua nonna,  quando a quest’ora di trent’anni fa il cielo diventava di fuoco per pochi minuti. E poi, subito dopo, tutto si faceva buio. Troppo in fretta. Te lo ricordi perché studiavi, o facevi finta di farlo, sulla vecchia macchina da cucine di fronte alla finestra. Il cortile, al di là di essa. E tra le pareti delle case, uno scorcio che lasciava intendere il cielo. Da lì si vedeva il tramonto, e poi la notte. Tutto così in fretta. E lì, in quel tempo, si consumava la tua impotenza, quell’atavica tristezza rispetto alle cose dei grandi che stentavi a capire.

Eppure era un mondo protetto, a modo suo. Un mondo che sapeva di bucce d’arancia, il profumo per la sala da pranzo, nei giorni di festa, la tv sempre accesa e i rumori delle cose da fare, di là in cucina. Le pentole con qualcosa da mangiare, le voci degli altri, la noia e l’angoscia per il lunedì che sarebbe arrivato – inesorabile – e per i compiti ancora da fare, la prof cattivissima di italiano, che tutto sapeva di grammatica e letteratura ma non dava proprio l’idea che avesse capito qualcosa della vita, Drive In in prima serata, il buio della strada, le macchine, si torna a casa, vai a dormire che è tardi, girati sul lato destro o ti fa male al cuore. Cose così. Un rincorrersi di piccole infelicità che ti faceva sentire al sicuro. Come quelle palle di vetro, con la neve dentro. Che la giravi e tutto era bello.

E adesso che il futuro c’è stato e che le cose non cambiano più, perché tutto è già successo e non si può tornare indietro – che credete?, i greci avevano capito ogni cosa: girati indietro, esattamente come Orfeo, e rivedrai il tuo passato fuggire. Le cose che più ami scivolarti tra le dita come le ombre di ieri, subitanee dopo la bellezza del crepuscolo – adesso, dicevo, rimane quel sapore lontano, nella tua tazza coi gufi, a pensare quand’è successo che quel tempo in cui eri bambino e cercavi di vedere oltre la staccionata del tempo si è trasformato in un voltarsi alle spalle, per capire quand’è che davvero hai perso tutto questo, per cercare di ricordare quand’è stato il tempo dell’ultimo abbraccio, dell’ultima cosa detta che avesse il privilegio dell’urgenza, o di quella carezza lasciata al morir della sera. Quando fuori è tutto arancione, per pochissimo tempo, in quell’instante così piccolo da sfiorare l’eterno.

Fragile

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Credo che non dovremmo mai aver paura di farci vedere fragili, perché è il momento in cui siamo veri. Autentici. Anche se c’è quel retrogusto di vergogna, dietro le lacrime. Quando ci rompiamo in tanti cocci, del fragore può rimanere la rabbia. Ma ciò che resta di noi possiamo metterlo ancora insieme, come fanno in Oriente, con stucco e polvere d’oro. E ciò che ha fatto il dolore, noi possiamo trasformarlo in bellezza. Ieri ho imparato questo.

Il primo tiro

o-130916A volte mi chiedo qual è l’esatto momento in cui capisci che la tua anima si sta perdendo.

Per sempre.

E sempre in quell’istante, se farai in tempo ad evitare di cadere nel baratro. In quel precipizio interiore.

È forse questo il sapore dell’infelicità?
Lo stesso, se ci fai caso, del primo tiro di ogni sigaretta.

Una risposta che non arriva

autumn-leaves-fall-wood-fallen-leaves-dead-leaves-2560x1440Il vuoto è quello spazio bianco che hai dentro e ti fa pensare alla morte. Alla dannazione dell’anima, mentre sei ancora in vita. Quando pensi: e se finisse tutto adesso, quale sarebbe stato il senso di tutti questi giorni? Delle opinioni su quella terrazza lontana, delle notti di risate perpetue, dello scoprire la turnazione delle foglie e della speranza accesa? Lo stesso suono di una risposta che non arriva.

Il vuoto lo riempi o ti divora. E allora mangi, vivi a mille all’ora, fai troppo sesso, ti lasci dietro scarpette di lattice che nessuno reclamerà per proporsi come principe dei giorni a venire. È scivolare verso la perdita di senso, non riconoscere più le grammatiche interiori che altrimenti chiamiamo vita, quotidianità, amore. Perché se è vuoto, a un certo punto ritorna, come il buco allo stomaco e all’anima. E a dispetto di tutta la tua bulimia, alla fine si nutre di te.

È, il vuoto, quella distanza interiore che permette, per capriccio o paradosso, a qualcun altro di trovare posto. In riva a uno specchio d’acqua, mentre l’autunno fa cambiare colore alle cose, col libro in mano e la testa tra le nuvole. E quella stretta, che tanto ti somiglia, dentro il petto.

L’argine

riparare-tazzina-rottaOgni tanto ci penso. A qualche amico che hai raccolto col cucchiaino, quando stava male.
Quando magari aveva lo stomaco in frantumi, per questioni di cuore.
E allora stavi lì, prendevi il nastro adesivo, la colla e cercavi di rimetterlo insieme.
Far combaciare i pezzi, quando altri cedevano sul più bello. E no, non ti rassegnavi. Accanto a un bicchiere di vino, sotto le fronde sferzate dall’inverno, sul viale alberato. L’inverno che prima di ogni altra cosa, precipitava sull’anima. Perché era giusto anche così, esserci solo per soffiare sulla tazza fumante, al momento del tè, perché non si bruciasse ancora di più.

E quindi ogni tanto ci penso. Soprattutto ora che è il tuo turno a sentirti un po’ scheggiato e dall’altra parte le cose vanno talmente bene che, insieme al dolore, ci si è dimenticati anche di chi provava a porgli un argine.

Quando pensavo che quello fosse l’amore

rockfordQuando ero bambino c’era la pubblicità di un profumo, di cui ricordo una sola scena: una coppia passeggiava, il tempo era uggioso e da dietro – forse in un molo o in un ponte – il mare si frangeva e creava un’onda alta. Loro non si scomponevano, ma andavano avanti come se nulla fosse. Di lui ricordo che sembrava elegante, forse indossava un maglione di cachemire. Era una scena pacata, mi dava sicurezza. Nonostante la bufera e il mare arrabbiato.

Da bambino pensavo che quello fosse l’amore. Andare oltre tutto, intendo. Trovare sostegno, come quando lui se la prendeva in spalla, per giocare con la sua forza. Sono passati molti anni da quell’immagine. Una parte di me lo crede anche adesso.

(Mannaggia a me che mi sveglio nel cuore della notte con queste suggestioni anni ’80).