Ferite e feritoie

Cuore-FeritoOggi ho appreso che il prezzo da pagare per non essere monadi è quello di accettare la nostra sensibilità. E che si è sensibili laddove si è feriti. Perché è in quella lacerazione che riusciamo a far entrare l’altro. Questo non significa ritornare dentro quel dolore, ma tornarci sopra, per guarirlo o per tentare di farlo.

Ho anche capito una verità forse da un po’ dimenticata: troppo spesso chiediamo agli altri il permesso di essere liberi. Succede quando teniamo in considerazione il loro giudizio. E questo ci fa perdere noi stessi.

E poi c’è quella storia dei rami secchi. Che li tagli e ci fai una piccola catasta e dai fuoco a tutto. Per non guardare l’albero della tua vita. Perché a volte è più comodo distruggere. Come è più semplice dimenticare o far finta di nulla di fronte al dolore. Ma non funziona esattamente così. La legna brucia, diventa cenere. Ma sotto, il fuoco arde ancora e può tornare in fiammate improvvise. E illumina il tuo albero, la tua esistenza, le verità dimenticate, i nuovi saperi.

Basta solo un po’ di coraggio in più. Per trovarlo, ne serve molto. Ma non è detto che sia impossibile.

Lezione

Sentirsi dire: «Dovresti entrare nella vita delle persone in punta di piedi», perché dire subito chi sei può essere destabilizzante. Come se non avessi vissuto fin troppo senza far rumore. E voler rispondere: «Il mio dolore è uguale al tuo, tranquillo, non voglio invadere il tuo spazio, anche se siamo costretti e condividere questo che il caso ci ha assegnato. A entrambi».

Lo so, ti dà fastidio che non ho paura ad essere ciò che sono. Penso a quella frase, di quel film “Per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno”. Non ti imporrò i miei desideri, la mia identità. Nemmeno le cose in cui credo ti porterò in dono, se non le vuoi. Meno che mai. Ma sono ciò che sono, non mi sforzo più di tanto, non dopo la fatica che ho fatto per stabilire i miei confini, per quanto mobili. E non chiederò mai scusa per questo.

Sentire tutta l’energia di cui si è capaci, del corpo che vibra, il tremare delle braccia, le mani attorcigliano il braccialetto di caucciù, i miei piedi disegnano cuori (come sempre quando muovo i piedi e nessuno se ne accorge). Sapere che è lo stesso agitarsi delle onde e del vento sul mare, quella cosa che mi suggerisce che il pianeta che sono è vivo.

Capire che il mondo ha le dimensioni del recinto che altri hanno costruito per me e che non crederci è il primo atto di ogni liberazione.

Oggi la vita mi ha insegnato tutto questo.

Tutto quello che avrei voluto scrivere

4118881317_9197736992Purtroppo sono fatto così, avrei voluto scrivere, fatto un po’ male. Di quelli che si feriscono facilmente o che si lasciano ferire con altrettanta leggerezza.
E avrei voluto scrivere anche che basta poco, uno sguardo rivolto altrove, un’attenzione che cala all’improvviso, parole che promettevano qualcosa e che si sono trasformate nel loro esatto opposto.
Avrei detto anche dei miei mattini senza una direzione, di quelle volte che guardo fuori dalla finestra, della mia malinconia all’unisono col grigiore delle nuvole grondanti di pioggia e di pensieri oscuri.
E di qualche abbraccio che manca all’ultimo minuto, di quei baci che prima promessi e poi finiti col finire delle musiche dell’alba e nell’incedere notturno delle onde, in riva alla scogliera dell’estate delle mie infanzie, tutte violate e popolate da orchi malvagi.
Tutto questo avrei voluto scrivere, perché quando hai l’anima malandata succede spesso di sentirsi un po’ spezzati ed è difficile mettere cerotti quando le ferite sono invisibili.

E quindi tutte queste parole, belle e poetiche, avrei scritto in omaggio al tempio del mio dolore. Solo che mi sarei anche rotto il cazzo di tutto questo spleen. E quindi non lo dirò. Impiegando il tempo in qualcosa di più costruttivo.

Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

Tutta la nobiltà del grano

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Treccia svizzera

A volte penso di mollare tutto e aprire una pasticceria o un piccolo forno. Una stanzetta raccolta, una vetrina, le signore del quartiere che vengono a parlarmi dei loro gatti, il ragazzo del palazzo di fronte del quale cerco di capire le intenzioni (e tanto lo so che o è etero, oppure strafidanzato da anni). Una vetrina su una strada di sampietrini, di quelli che quando piove è tutto così nostalgico. Una porta che quando la apri sprigiona il profumo del pane un po’ ovunque. Metterci pure dei libri, qua e là. Regalare i panini al cioccolato ai bimbi più timidi. Dare consigli alla ragazza che litiga al telefono, perché in queste cose io sono bravo. Con gli altri, sempre e comunque. Perché si è sempre saggi con le vite altrui. Preparare il dolce della domenica, “che cos’è?”, “crostata di ricotta e cannella”, “mi farà ingrassare…”, “ma la farà felice…”, impastare non solo ricette che prendi qua e là per il mondo, ma anche la tua nuova vita, senza il grigiore di qualsivoglia burocrazia, senza il sapore insulso del potere.

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Crostata di ricotta

Tutto questo farò un giorno. Alzarmi di mattina presto e chissà, magari dare un bacio a chi dorme vicino a me, un bacio leggerissimo, per non svegliarlo ma per fargli capire che ci sarò sempre, e poi scendere al mio piccolo forno, creare trecce di pane dolce, sistemare il tutto come in una gioielleria che non ammette forzieri o distanze armate e aspettare che la vita entri da quella porta, con uno scampanellio allegro, il calore della legna accesa, il sapore della cioccolata, delle noci e tutta la nobiltà del grano. A tutto questo, penso, a volte.

Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.

Defollow vari ed eventuali: istruzioni per l’uso

istruzioniEppure non è difficile da capire.

Se mi insulti, ad esempio paragonandomi a una persona detestabile.
Se metti in dubbio la mia professionalità sul lavoro, solo perché non la penso come te.
Se penso che tu sia al servizio di una causa che reputo dannosa e che non solo rende te servo di un padrone, ma che mira ad asservire anche me o la mia categoria.
Se sei omofobo oppure omofobo interiorizzato.
Se manifesti disistima nei miei confronti a qualsiasi livello.

Ecco, se fai questo – in tutto o in parte – non credo che ci sia ragione alcuna di continuare a fare un pezzo di strada insieme. Per cui non capisco la ragione di tutte le lamentele da parte di qualcuno quando decido di non seguirlo più su questo o quel social. Anche io vengo depennato e anche per molto meno, ma non sto lì a lamentarmi per così poco.

Non è mancanza di democrazia decidere di non seguire una persona che ti reputa orribile o con cui non hai (più) piacere di interagire: è una libertà individuale, semmai. Sarebbe tirannico impedire che l’altro/a possa esprimersi. Ed io non ho la volontà, il tempo, la possibilità o l’interesse di perdere la mia vita dietro persone che considero sostanzialmente non meritevoli della mia attenzione. A parti invertite posso garantirvi che ammetto lo stesso identico trattamento. Dopo di che, state sereni, fatevene una ragione (come amate dire) e andate in pace o in qualsiasi altro luogo, dicibile o meno. Purché lungi da me.

Prima o poi ci si incontra

Ultimamente scrivo meno. Molto meno. Ma il discorso non è tanto che non scrivo qui, bensì che scrivo altrove.

Mettiamoci pure che le cose hanno un loro decorso. Si nasce, si cresce e si muore. Adesso devo solo capire se questo blog sta morendo, e in tal caso – dopo dieci anni – ci starebbe pure, o se sta solo cambiando forma. Se sta tornando alle origini, se vogliamo. Quando ci mettevo solo i sentimenti e quello sguardo che faceva di no, interiormente, con la testa, di fronte alle cose che non mi andavano bene.

Le risposte a queste domande verranno da sole. Ma io scrivo lo stesso. Un po’ qui, un po’ sul Fatto o su Gay.it e un po’ su Italialaica. Cioè, io sto un po’ in giro. Ecco. Prima o poi ci si incontra comunque.

Il mio 2014, in dieci immagini

Queste sono le dieci fotografie che in certo qual modo hanno caratterizzato il mio 2014. Un anno particolare, di transizione, direi. Con alcune cose che sono irrimediabilmente finite e altre che sono cominciate, di punto in bianco. Con parti di me che ho riscoperto, con gioia e non senza stupore. E ombre che ancora ritrovo, qua e là nella mia anima. Eppure anche questo, mi suggeriscono dalla regia, fa parte del ciclo della vita. E allora…

 

1

Clotilde è la mia prima orchidea. L’ho comprata all’Ikea, all’inizio del 2013 e ancora vive. E non solo. Ha fatto pure una seconda fioritura, cosa che – per quanto mi ha detto chi se ne intende – è abbastanza rara. È il mio simbolo delle cose che si rigenerano. Dell’inatteso. Della vita che è più forte del destino.

 

2

È un caldo pomeriggio di inizio primavera. Siamo altrove, siamo gli amici e le amiche di sempre. Alcuni di noi hanno avuto i bambini, altri (come me) sono scapoli d’oro. Nonostante tutto il tempo trascorso e la diversità delle nostre vite, abbiamo ancora la voglia di stare insieme, di ritrovarci. E di farlo con gioia. Questa immagine è il simbolo della continuità, delle cose che stanno dentro te, a prescindere dal fluire della vita.

 

3

Maria aveva diciannove anni e a maggio ci avrebbe lasciati. Era una gatta buona, tenera, intelligente. Avrebbe potuto insegnare molte cose a persone che non sanno cos’è la fedeltà e la devozione, che non conoscono l’amore. Questa fotografia è l’ultima che ci siamo fatti, insieme, in quel giorno di aprile, mentre l’accarezzavo sul mio petto. È il simbolo dell’amore più puro. Il più disinteressato.

 

4

Petra, un viaggio che ho sempre desiderato fare. Un luogo magico, unico al mondo. La storia, l’agire dell’uomo, la sua operosità. L’infinitezza del tempo. Il suo scorrere ineluttabile. Quella cosa che ci rende piccoli rispetto a ciò che siamo realmente. Quest’immagine rappresenta il simbolo del fluire delle cose e della memoria, unico filo possibile dei giorni che ci sfuggono inesorabilmente.

 

5

Ho scattato questa foto a San Marino, in una fattoria dentro una riserva naturale. È un luogo particolare, dove gli animali vengono ospitati per poter vivere felici. Quest’asina era destinata al macello ed è stata portata qui, in fin di vita. Aveva timore degli uomini, era stata maltrattata. L’amore dei proprietari della tenuta l’hanno riportata in salute e a fidarsi di nuovo delle persone. La ragazza che l’ha presa in cura ci ha detto che, una volta ristabilita, non voleva uscire dalla stalla dove era stata ricoverata, per paura. Le sue compagne, però, per una misteriosa ragione, hanno “sentito” che era lì e l’hanno chiamata, ragliando. Lei è come tornata in vita e da sola le ha raggiunte. Con questa immagine, che prelude a una carezza, do corpo alla speranza e ai nuovi inizi.

 

6

Questa foto è stata scattata a Palermo, a ridosso del pride. È stata la mia prima partecipazione a un talk show. Lì ho conosciuto persone speciali, come Caterina. Quando penso a quel giorno mi piace immaginare quegli elementi che quando si incontrano, in modo un po’ casuale (ma non più di tanto a ben vedere), generano qualcosa di nuovo. E quel che mi piace di più è che il bello deve ancora arrivare…

 

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È una notte d’estate, Ale ed io andiamo in giro per Roma. Una città a volte magica, che sa coccolarti, che ti illude, che ti rigetta, che sa essere puttana. Una città che se non fosse per gli amici, potrebbe essere la più dura del mondo, nonostante la sua bellezza. Ale è una new entry di quest’anno. Un affetto puro. Un punto di riferimento. Una di quelle persone che ti danno autostima per il solo fatto di averti scelto.

 

8

Caterina, dicevo. È il giorno del mio compleanno e ti arriva un pacco regalo. Dentro ci trovi la colazione, il cappuccino, i dolci. E pure una rosa, accanto. Mi piace essere coccolato. E lei mi ha fatto questa sorpresa. Gradita, inaspettata. Insomma, una cosa bella. Come sa essere a volte la vita… E Caterina, quindi. E il suo essere speciale, dicevo.

 

9

E siamo giunti a quota tre. Un saggio, una curatela, una raccolta di racconti. Quest’ultima, Da quando Ines è andata a vivere in città, nasce dopo anni di pudori. Dopo aver cercato per moltissimo tempo il coraggio di mettersi alla prova sul piano dei sentimenti. Perché va bene, so analizzare la realtà, di ciò sono fin troppo consapevole. Ma che spazio riesco a dare al mio cuore? Questo devo ancora impararlo, a quarantuno anni passati. E nell’attesa di scoprirlo, scrivo.

 

10

Questa foto mi è stata scattata a Napoli, a inizio dicembre. Ero a un convegno universitario. Portavo una mia relazione, dopo molto tempo. Sono felice, lo potete vedere dai miei occhi. Perché quella è la mia dimensione: produrre cultura. Non so se riuscirò mai a coronare il mio sogno. Ma so che non posso far altro che coltivarlo dentro di me. Perché anche se è un’illusione, mi rende vivo. E se c’è vita, abbiamo tutto quello che ci serve perché certe cose si realizzino. Se non come le vogliamo, almeno per quello che noi siamo.

Ed è così che lascio questo 2014, senza nessun proposito, senza auguri che non siano quelli di avere giorni pieni di stimoli, di riconquiste interiori, di presenze opportune, vecchie e nuove, di salti di gioia e della memoria dell’amore che fu e che – per chissà quale strana magia di cui non siamo del tutto consapevoli – può essere ancora.

Ballo di Natale (una fiaba gender)

C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino a cui piaceva fare un sacco di cose e che quando non riusciva a farle si metteva a piangere. «Smettila di frignare, lo fanno solo le femminucce!» gli dicevano i grandi. E lui allora cominciò a vergognarsi del proprio dolore, che era quello di un bambino, per cui piccolo e inconsistente agli occhi di un adulto. Eppure, nella sua essenza, aveva la stessa pesantezza della delusione più grande, lo stesso spessore del vuoto e riusciva ad essere gelido come le lacrime abbandonate nella pioggia.

Tra le cose che piacevano a quel bimbo, c’erano i giochi. Di tutti i tipi, dai soldatini e la pista con la macchine, alla casa di Barbie, dal piccolo chimico al dolce forno, dalle costruzioni ai trucchi della sorella. Eppure non riusciva a capire. Se costruiva la torre di un castello era addirittura bravo, ma se trasformava una bambola in una principessa, gli occhi dei grandi fino a un momento prima così orgogliosi si vestivano di imbarazzo e di vergogna.

E poi c’erano le storie che gli piaceva inventare: e quando le raccontava, soprattutto agli altri bambini e alle altre bambine, gli alberi dei giardini pubblici diventavano torri di guardia, i viali coi ciottoli erano sentieri di guerra contro le città dei malvagi, i rami spezzati divenivano spade e bacchette magiche, le ragazze potevano essere anche loro guerrieri con armature scintillanti e i maschi potevano avere gli stessi poteri delle fate. Ma quando i grandi si accorgevano di tutto questo, facevano la magia opposta e allora gli alberi tornavano ad essere vuoti palazzi di legno, i sentieri tristi e abbandonati e i maschi dovevano fare i maschi e le femmine avevano lo stesso identico destino. E la vergogna osservava ogni cosa dall’alto, sul suo cavallo di scheletro, senza falce in mano ma con quello sguardo che si voltava sempre dall’altra parte, al cospetto di ogni perché possibile.

E così il bambino divenne uomo, e crebbe al pensiero che nei castelli le dame potevano solo rimanere in una torre ad aspettare un destino che qualcuno aveva già deciso per loro, che i draghi non possono essere alleati, men che mai di donne armate di lame e sorrisi – da agitare, sia chiaro, sempre solo contro le ombre, ma questo chi lo avrebbe mai detto al mondo degli adulti? – e che ai maschi non piace ballare. Sul suo mondo fatto di folletti e di creature meravigliose scese la notte, accompagnata dall’inverno, e su tutto cadde un lungo inverno che congelò gli abitanti trasformandoli in ricordi di ghiaccio. Ogni tanto ci ripensava, infatti, ma quei pensieri lo scuotevano con un brivido e allora decise che era meglio non tornarvi con la mente e si rifugiò nella realtà di tutti i giorni. Certo, un po’ più comoda, per quanto noiosa. Eppure lo aiutava ad andare avanti, sebbene, tra una sigaretta e l’altra, c’era sempre quel battito del suo cuore che saltava a vuoto, a un certo punto della notte.

Un giorno andò al lavoro, era diventato un maestro perché gli piaceva insegnare ai più piccoli e alle più piccole la grammatica delle cose, il significato nascosto delle verità sui libri. Era un po’ come tornare bambino di nuovo, giocare con le immagini e le parole. E la sua classe con lui si divertiva, ma poteva farlo solo fino a un certo punto. Appena si andava oltre, lui si irrigidiva, perché a scuola non ci si comporta così. Era questo che dovevano imparare, durante le sue ore. Si sorride e si scherza, ma fino a un certo punto.

Una sera, però, mentre tornava a casa e mentre una voce interiore lo solleticava con gli spifferi dei ricordi, un uomo gli si pose di fronte, impedendogli di passare oltre. All’inizio ne fu intimorito, per altro non riusciva a fissarne i contorni del volto, c’era qualcosa che gli sfuggiva mentre cercava di guardarlo e di capire chi fosse. Ma se lui faceva un passo a destra, quell’altro gli ostruiva il passo. Se andava a sinistra, l’altro lo seguiva, come se fosse a uno specchio. Si voltò indietro, non voleva avere guai con quel barbone. Ma se lo ritrovò di fronte.
«Chi sei, cosa vuole da me?»
«Sono la persona che avresti potuto essere», rispose quello con una voce che era identica alla sua.
«Ma non diciamo sciocchezze! Adesso si sposti e mi faccia passare!»
Ma per quanto si sforzasse di andare oltre, di fuggire e di ritornare a casa, se lo ritrovava davanti. Come se fosse in uno specchio, appunto. Stanco di fuggire, e credendo di essere pazzo, si appoggiò ad un lampione mentre il cielo si era fatto dello stesso colore del marmo e tutto fu freddissimo. Una parte di sé credette che forse era arrivata la sua fine…
«No, non sei morto» gli disse l’altro «il fatto stesso che i tuoi ricordi ti diano i brividi, ti fa capire che sei vivo. Hai mai sentito di un morto che sente freddo?»
L’uomo pensò che quel discorso aveva senso e decise di ascoltare le parole dello sconosciuto.
«Voglio solo raccontarti una storia…» disse quello e si misero insieme, in quell’angolo, a conversare. E fu così che lo sconosciuto gli raccontò tutta la sua vita, di come era bello vivere in un mondo dove non c’erano costrizioni, ma assunzioni di responsabilità. Dove le bambine potevano giocare a calcio, se lo volevano. Dove chiunque poteva fare i dolci. Dove il mondo delle fate era comunque un mondo sempre reale, se lo si portava nel cuore. Tutto questo gli raccontò quello sconosciuto e il pensiero che fosse un “grande” a dirglielo gli diede coraggio. Pian piano ascoltò un po’ di più se stesso, il suono della sua stessa voce, e comprese il significato del balzo che faceva il suo battito, certe volte di notte. Poi si voltò verso di lui, per osservarlo ancora. E fu solo allora che ebbe un sussulto e si svegliò di botto. Era stato solo un sogno. Eppure era così reale… Decise di farsi un bagno caldo e si diresse al lavoro, come tutti i giorni.

A scuola alcuni bambini gli chiesero di poter avere altri cinque minuti di pausa. Lui in un altro momento avrebbe detto di no, perché i premi sono cose che vanno conquistate, però ripensò alla notte passata e decise di dire semplicemente di sì. La parola che, troppo spesso, aveva desiderato sentire pronunciata, di fronte ai suoi giochi, dal mondo degli adulti. Un bimbo, felice per quella ricompensa, esplose in una risata e cominciò ad andare per tutta l’aula come se fosse una ballerina, facendo un vistosa piroetta. Qualcosa dentro di lui lo infastidì, al momento. Ma la sua stessa voce, uguale a quella dell’uomo del suo sogno, lo trattenne come una mano invisibile avrebbe potuto fermare uno degli eroi dei miti dell’antica Grecia, che avevano letto in classe tutti e tutte insieme, qualche settimana prima.

E quindi le cose andarono avanti, nelle settimane a venire, fino a quando non fu Natale. La scuola si preparava a fare una grande festa, con un concerto e una recita al teatro.
«Potremmo fare una festa, qui, prima di andare allo spettacolo», propose una bambina.
«Io porto la torta!»
«Io il latte caldo!»
Sapeva, il maestro, che non avrebbe potuto dire di no. E neanche voleva, a ben pensarci… E così organizzarono ogni cosa. Il giorno arrivò veloce e tutto era pronto. C’era il profumo dei dolci, la luce delle decorazioni colorate. La stessa bimba che aveva avuto l’idea della festa tirò fuori un cd, chiedendo di poterlo suonare. Erano canzoni carine, l’atmosfera fu subito più allegra.
«Aspettate, questa non si balla certo così…» disse a un certo punto il maestro, mentre la sua classe cercava di capire come muoversi sotto l’incedere di quelle note. E quindi si mise al centro dell’aula e cominciò a muovere le gambe dondolandole a destra e a sinistra. Poi le sue mani volarono in alto, come a disegnare una grande V. Quindi le chiuse sulla sua testa e si mise pure a cantare. Tutti e tutte, dapprima, lo guardarono con fare stupefatto. Poi si misero a ridere e infine imitarono i suoi passi. Solo alcuni giorni dopo si rese conto – quell’uomo che era un bambino felice, un tempo – di due cose.

La prima: non aveva mai creduto alle parole che i grandi gli avevano sempre detto, per fare in modo che lui si comportasse come era stato insegnato loro. Solo che aveva smesso di ricordarlo, impegnato com’era nelle occupazioni di tutti i giorni.
E la seconda: che il volto dell’uomo che aveva sognato era lo stesso di lui, quando aveva la stessa età dei bambini e delle bambine a cui insegnava la grammatica e le favole antiche.

Da quel momento, non vietò mai a nessuno di ballare durante la ricreazione o di ridere a un tono più alto rispetto a quello considerato “normale”. E pure lui, tornando a casa, ripensando alle cose che erano successe da quella notte, riuscì a tornare alla sua infanzia e ai suoi ricordi, senza sentire quei brividi che stavano solo nel volto della vergogna. Di una cosa non si accorse mai. C’era un uomo che lo guardava da lontano, mentre se ne tornava a casa fischiettando allegro. Era lo stesso uomo del suo sogno. Sorrideva bonario. Si allontanò da lui, girando l’angolo ed entrando in uno spazio dimensionale che nelle fiabe può essere lo stesso che porta a Narnia. Lo sconosciuto avrebbe raggiunto il mondo popolato dalle creature fantastiche di un tempo, dove finalmente aveva smesso di nevicare. Dove folletti e fate luminose lo attendevano per festeggiare la nuova primavera a ritmo di ballo. Portando le mani in alto, formando una grande V.