Una risposta che non arriva

autumn-leaves-fall-wood-fallen-leaves-dead-leaves-2560x1440Il vuoto è quello spazio bianco che hai dentro e ti fa pensare alla morte. Alla dannazione dell’anima, mentre sei ancora in vita. Quando pensi: e se finisse tutto adesso, quale sarebbe stato il senso di tutti questi giorni? Delle opinioni su quella terrazza lontana, delle notti di risate perpetue, dello scoprire la turnazione delle foglie e della speranza accesa? Lo stesso suono di una risposta che non arriva.

Il vuoto lo riempi o ti divora. E allora mangi, vivi a mille all’ora, fai troppo sesso, ti lasci dietro scarpette di lattice che nessuno reclamerà per proporsi come principe dei giorni a venire. È scivolare verso la perdita di senso, non riconoscere più le grammatiche interiori che altrimenti chiamiamo vita, quotidianità, amore. Perché se è vuoto, a un certo punto ritorna, come il buco allo stomaco e all’anima. E a dispetto di tutta la tua bulimia, alla fine si nutre di te.

È, il vuoto, quella distanza interiore che permette, per capriccio o paradosso, a qualcun altro di trovare posto. In riva a uno specchio d’acqua, mentre l’autunno fa cambiare colore alle cose, col libro in mano e la testa tra le nuvole. E quella stretta, che tanto ti somiglia, dentro il petto.

L’argine

riparare-tazzina-rottaOgni tanto ci penso. A qualche amico che hai raccolto col cucchiaino, quando stava male.
Quando magari aveva lo stomaco in frantumi, per questioni di cuore.
E allora stavi lì, prendevi il nastro adesivo, la colla e cercavi di rimetterlo insieme.
Far combaciare i pezzi, quando altri cedevano sul più bello. E no, non ti rassegnavi. Accanto a un bicchiere di vino, sotto le fronde sferzate dall’inverno, sul viale alberato. L’inverno che prima di ogni altra cosa, precipitava sull’anima. Perché era giusto anche così, esserci solo per soffiare sulla tazza fumante, al momento del tè, perché non si bruciasse ancora di più.

E quindi ogni tanto ci penso. Soprattutto ora che è il tuo turno a sentirti un po’ scheggiato e dall’altra parte le cose vanno talmente bene che, insieme al dolore, ci si è dimenticati anche di chi provava a porgli un argine.

Quando pensavo che quello fosse l’amore

rockfordQuando ero bambino c’era la pubblicità di un profumo, di cui ricordo una sola scena: una coppia passeggiava, il tempo era uggioso e da dietro – forse in un molo o in un ponte – il mare si frangeva e creava un’onda alta. Loro non si scomponevano, ma andavano avanti come se nulla fosse. Di lui ricordo che sembrava elegante, forse indossava un maglione di cachemire. Era una scena pacata, mi dava sicurezza. Nonostante la bufera e il mare arrabbiato.

Da bambino pensavo che quello fosse l’amore. Andare oltre tutto, intendo. Trovare sostegno, come quando lui se la prendeva in spalla, per giocare con la sua forza. Sono passati molti anni da quell’immagine. Una parte di me lo crede anche adesso.

(Mannaggia a me che mi sveglio nel cuore della notte con queste suggestioni anni ’80).

Un incantesimo di protezione

a-aquilibristaCi vorrebbe una pozione magica, di quelle capaci di cancellare le cicatrici di tutto il male del mondo.
Dell’incomunicabilità degli uomini.
Dei nostri tagli.
Del vuoto della notte, quando ascolti una canzone disperata per dare il giusto suono al momento.
Che scivola tra le mani e ti attraversa le viscere.

Ci vorrebbe un incantesimo di protezione, da se stessi a volte.
Anche se la tua rabbia è giusta e hai deciso che non permetterai a nessuno di dirti come deve essere.
Non smarrirsi per strada, quando torni a casa.
La tazza fumante, l’odore dell’erba.
Una spugna che assorba la tristezza.
Guardare oltre. Perché c’è sempre la vita, al di là di quel treno che ti passa sopra.  E perché c’è sempre qualcuno che riempirà il vuoto lasciato da qualcun altro, per quella legge della fisica alla quale tutti noi obbediamo.

Ci vorrebbe tutto questo, insomma. E tutto questo, per ora, non c’è.

Sul razzismo, i migranti delinquenti e su chi ha cominciato prima

5030306091_488c1c7510_oHo condiviso un articolo, sul mio profilo Facebook, riguardo l’aggressione a Catania contro i tre migranti egiziani. «Non sono riuscito a vedere il video. Piccola riflessione: se a difendere la nostra “civiltà” sono questi personaggi, forse è il caso di sostituire i nostri abitanti con persone immigrate. Abbiamo solo da guadagnarci», è stato il mio commento.

Una persona che non conosco si è sentita in dovere di commentare così: «Non li difendo ! e non giustifico ! ma per arrivare a questo mi chiedo cosa abbiano fatto gli altri ? !» (la punteggiatura non è mia). Un’altra, invece, la butta sulla reazione rispetto alla delinquenza e ai soprusi che gli immigrati fanno ai danni della nostra società.

Ebbene, vogliamo affrontare seriamente questo discorso del “ma gli altri cosa hanno fatto?”. Lo vogliamo chiedere a chi ha subito cinque secoli di colonialismo selvaggio? Vi hanno mai detto che i belgi in Congo tagliavano le mani a quei neri che non portavano a compimento il lavoro assegnato (che non era esattamente riempire moduli in un ufficio)? Vogliamo parlare di intere civiltà distrutte, nel corso dei secoli? Di cosa facevano i francesi in Algeria fino a cinquant’anni fa? Si ha memoria di come abbiamo conquistato l’Etiopia, ovvero avvelenando i pozzi? Vogliamo parlare delle logiche del neocolonialismo, dopo gli anni ’60? Di chi ha messo Saddam Hussein in Iraq, i talebani in Afghanistan e di chi arma la mano dell’Isis?

Vogliamo davvero prenderlo questo discorso? Perché quello che oggi arriva nelle nostre coste, nel bene e nel male, è il frutto di tutto questo. Per cui, forse, agitare l’argomento di chi ha cominciato prima e di cosa ha fatto quell’altro, non mi sembra una scelta molto furba.

La bestia (nel cuore)

14629«Accidenti!» gridò.
Amaranta, che cominciava a mettere la roba nel baule, credette che l’avesse punta uno scorpione.
«Dov’è?» chiese spaventata.
«Cosa?»
«La bestia!» spiegò Amaranta.
Ursula si mise un dito sul cuore.
«Qui!» disse.

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine

Momento simpatia #1: il classismo

k10411276Momento simpatia del lunedì mattina: mi fa tanto ridere il classismo alla ‪#‎CiaoPovery‬ sui social da parte di chi ha il bancomat di papà o mamma come unica fonte di reddito, se tutto va bene. Al netto del fatto che per i ricchi, quelli veri, certa gente si colloca in un gradino qualsiasi del concetto di quasi indigenza. Insomma, sembrano “poracce” tanto quanto, di quelle che usano la -y finale per quel gusto dell’esotismo che fa tanto inserto di ukulele in una cover di Gigi D’Alessio.

(E inauguro con questo, la nuova rubrica del mio blog ad alto tasso di diversa amabilità).

Il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà

world-kiss-dayNel mio personale concetto di trascurabile felicità, ci metto due o tre cosette. Anzi, forse pure qualcosa di più.
Tipo un balcone con i fiori.
O camminare scalzo sul parquet, in estate, con l’aria condizionata in una giornata di sole.
Andare a prendere il caffè, di pomeriggio, da una cara amica.
Sapere che ci sono, gli amici, e te lo dimostrano sempre.
Il profumo del mare e il suo colore, in lontananza, quando le onde si colorano di schiuma.
La promessa della pioggia in estate.
Le cicale lontane.
Farsi un regalo, ogni tanto (come quando quella volta ho preso un profumo che da solo mi pagava la rata del mutuo che non ho).
Immaginare la tua casa, un giorno, con i vasi bianchi e le piante a cui dai un nome.
Sapere che un giorno avrai un cane e un gatto, che saranno amici e che saranno i tuoi figli.
Lasciare dietro l’angolo, in quella porta socchiusa che è diventato il tuo cuore, il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà.
Cucinare per le persone a cui vuoi bene.
Dare un nome alle tue emozioni.
Scrivere.
Riconoscere una canzone che lascia agitare tutti i tuoi globuli rossi.
Rileggere i libri che ti hanno fatto innamorare.
Ritrovarsi a provare tenerezza per gli sconosciuti.
Guardarti in faccia, a volte, e riconoscere di essere uno stronzo (e riprometterti che non lo farai più, anche se sai che lo rifarai e sai che per questo sei tremendamente umano).
Amarsi, incondizionatamente, anche se per qualche minuto.
Guardare in faccia i tuoi demoni e dire loro che anche no, adesso hanno decisamente rotto il cazzo.
Cantare un motivetto, sotto il sole, tenendo a bada l’angoscia e sapere che dentro di te, da qualche parte, hai la bacchetta magica per cui in un modo o nell’altro ce la farai. Perché hai deciso che non c’è alternativa a tutto questo.

Sera d’estate (e considerazioni sulla felicità)

Una sera d'estateMettiamola così: le lenzuola sono morbide e mi fanno pensare a chi, un questo mese di nomadismo, mi ospita (e mi ha ospitato) facendomi sentire a casa. E questo è un dono.
Fuori le cicale cantano, è una sera d’estate calda, placida, e c’è un silenzio tutto sommato benevolo. Tornando a casa, dal mare al tramonto, ho pure visto una fenice tra le nuvole e questo, invece, è di buon auspicio.
Ho sentito la mia famiglia, stanno bene, mi fanno sempre percepire la loro vicinanza e credo sia un altro dono da non sottovalutare.
Ho passato un weekend in compagnia delle mie amicizie più care e anche quelle più recenti, che mi hanno supportato nei miei momenti più “pubblici” e mi hanno “sopportato” nella mia biondaggine di sempre. A tutti/e loro: grazie!
Adesso sono a letto, la mia pelle è pure morbida, calda, e profuma di crema per il corpo. Non so se uscirò o starò ad ascoltare i miei pensieri, ma in momenti come questo mi affiora l’idea di avere davvero tutto ciò che mi serve per essere felice (ma non diciamolo troppo ad alta voce, che la sfiga è invidiosa).

P.S.: sì, lo so, manca l’uomo. Ma non è colpa mia se là fuori è popolato da stolti e qua dentro c’è un casino che levati.