Ed Ines sbarca al Gay Village…

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Sabato 1 agosto 2015, alle ore 21:00, Sala Hit del Gay Village.
Presenta la sempre ottima Vladimir Luxuria.

Per info:

Se hai un social, ecco cosa fare:

step 1 – mettere “partecipo”
step 2 – condividere
step 3 – venire sabato!

Il rischio di essere assunti a scuola e a tempo indeterminato

Se-il-prof-dice-ignorante-alunno-commette-reato-di-ingiuria-372x248L’altro giorno ho scritto su Facebook il seguente stato: «bene, c’è il rischio che io venga assunto di ruolo nella scuola pubblica già da quest’anno. Le mie maledizioni non potete capirle». Scritto molto di getto, dopo un anno di tira e molla con le intenzioni del governo rispetto la cosiddetta “buona scuola” (che di buono ha solo il nome), e che è stato male interpretato da alcune persone in stato di precariato lavorativo, che hanno visto l’affermazione come snob e poco realistica.

Premesso che:

  1. sono precario anch’io, tutt’ora
  2. il mio discorso è assolutamente personale e non incide sulla tipologia di lavoro, bensì sulla situazione che si viene a creare nella mia vita
  3. ognuno deve gestire il suo privato di fronte a cambiamenti di una certa entità
  4. considero il mestiere dell’insegnante tra i più nobili ma anche tra i più mal considerati anche per scelte politiche precise (anche del governo in corso)

ho cercato di capire certe lamentele e di spiegare le ragioni per cui un evento del genere è per me occasione di crisi. E ho scritto a un mio contatto, anche lui critico, che mi rispondeva “se ti fa tanto schifo [il tempo indeterminato] so a chi regalarlo”, le testuali parole:

«Allora mettiamola così. Spendi 2500 euro di SSIS per abilitarti da insegnante e subito dopo vinci il concorso per il dottorato di ricerca. Hai il massimo in entrambe le prove (80/80 per la specializzazione, primo posto per il dottorato). Poi arriva la riforma Gelmini. Niente più carriera accademica e se vuoi insegnare non puoi farlo per ciò per cui ti sei abilitato, cioè italiano e latino ai licei, ma scuole medie. E va bene, il lavoro è lavoro, giusto?

Peccato che alle medie verrai usato di anno in anno per incarichi quali: 7 classi di geografia, 15 classi di approfondimento letterario, classi miste su più scuole tra laboratori pomeridiani e mensa e amenità similari. Pensavo di essermi specializzato in italiano, non per far capire ai bambini come tenere un cucchiaio a tavola. Ma il lavoro è lavoro, giusto?

In tutto questo provi a fare ricerca ma il tuo dirigente ti nega il permesso di andare al convegno per cui hai preparato uno studio perché “io poi a chi faccio badare ai ragazzi solo perché lei deve perdere tempo con queste cose?”. Poi trovi lavoro in una scuola (non italiana) dove le cose vanno un po’ diversamente e ti fai i tuoi calcoli: resto qui per qualche anno, poi più in là decido cosa fare anche perché se devi lavorare alle medie meglio farlo da chi ti permette di essere non un tappabuchi ma un professionista. E invece no, ennesima riforma e sei costretto a scegliere se rimanere dove sei, ma come precario, o avere il posto fisso in condizioni peggiorate da una riforma che ti rende ricattabile da dirigenza, genitori e studenti stessi. Per arrivare a tutto questo mettici laurea, master, specializzazione e dottorato. Se vuoi te lo regalo tutto questo, Andrea. Ma poi stai zitto e ti fai piacere ogni cosa ti arrivi dall’alto. Perché è questo che stai giudicando».

Se poi vogliamo entrare fino in fondo nel privato, a questo si aggiunga che dovrei cambiare casa, da qui a ottobre, e stavo anche cominciando a cercare un appartamento. Ma ho dovuto interrompere la ricerca, perché se mi assegnano a 80 km dal domicilio poi son cazzi. Solo per dirne un’altra.

Questo non vuol dire, ovviamente, che chi trarrà giovamento da questa riforma (ammesso che ci sia giovamento: voglio vedervi a dare 6 a tutti e a dover tenervi buoni i genitori, pena trasferimento a Lampedusa) sia esecrabile. È qualcosa di personale, appunto.

Vorrei farvi riflettere, infine, sul fatto che l’idea stessa che qualcuno possa ribellarsi a questo stato di cose ingeneri fastidio. Mi sento dire, molto spesso, frasi quali “anzi, ringrazia che ce l’hai un lavoro!” e invece no, non funziona affatto così: io non ringrazio nessuno per il fatto di avere un lavoro, perché non è un regalo. Per arrivare dove sono arrivato ho fatto scelte precise dopo un percorso specifico fatto di studi e sacrifici. Per questo non ringrazio nessuno, se non la mia famiglia che mi ha permesso, anche in questo caso tra molti sacrifici, di prendere i miei titoli accademici. E stop. Semmai è la cosiddetta “buona scuola” che dovrebbe ringraziare me, insieme a molti/e altri/e, per il fatto di essere diventato un professionista. È questo che vi sfugge, mi sa. Dover dire grazie per qualcosa che dovrebbe appartenerci di diritto significa percepirsi come servi in un sistema di potere che crea eletti e subordinati. Voi da che parte state?

La libertà, signori miei e signore mie, ha un prezzo. Ed io non credo sia quello di 1300 euro al mese, sotto ricatto, con aumenti di 30 euro ogni tre anni (se arrivano), sempre se fai come ti dice il preside e col rischio di finire chissà dove solo perché, magari, pensi con la tua testa. Spero che almeno su questo si convenga tutti e tutte.

Transfobington Post

huff

Come ha già scritto la mia amica Caterina Coppola sulla pagina Facebook (poi rimossa) dell’Huffington Post: «Non azzeccarne una, tra titolo, foto e sottotitolo. Chapeau!».

Perché?, direte voi. Semplice.

1. Titolo ad effetto: riduce la transizione di genere a vezzo chirurgico e chi conosce una persona trans sa quanto doloroso sia il percorso di riassegnazione. Per cui complimenti per la delicatezza.

2. Foto a mentula canis: riproduce un pride, molto verosimilmente, in quello che è uno spezzone folkloristico. Si riduce, al solito, la questione LGBT a fenomeno da baraccone e sia ben chiaro che questa riduzione è tutta mediatica. E quindi grazie per il pressappochismo.

3. Sottotitolo con tic transfobico: quale ad esempio chiamare la persona MtoF – che fa il percorso di riassegnazione da maschio a femmina – al maschile, ovvero il trans, e quindi non rispettando la sua identità di genere. Ancora urrà per la sensibilità di una sentinella in piedi.

Ho scritto un articolo scientifico sull’inadeguatezza mediatica dei giornali on line, circa la questione LGBT, per un convegno a cui ho partecipato a Napoli, nel dicembre 2014. Ebbene, questa perla sarebbe stata da antologia, per squallore giornalistico. A noi resta, invece, la magra consolazione che essendo una testata on line, nessun albero sia stato sacrificato per la pubblicazione di orrori giornalistici come questo.

P.S.: per chi volesse saperne di più sulla storica sentenza che stabilisce il cambio di genere senza intervento chirurgico, può sempre leggere Gay.it.

Cous cous alla norma

11717489_10152881473850703_4625307803713115277_oÈ estate, hai scritto un post sul Fatto e al solito i troll prezzolati (o presunti tali) ti tediano con i loro commenti pavloviani? Fuori fa troppo caldo e non te la senti di dissolverti al sole, mentre il resto della family si crede lucertola da scoglio? Vuoi fare un figurone coi tuoi – a cui hai pure promesso che cucini per loro – e impiegare in modo creativo il tempo, senza perder tempo dietro subumani da social network e altri minus habens? Vuoi infine fare in modo che il gender entri anche in cucina, con buona pace di ogni “family day” possibile? La ricetta di oggi in cucina si chiama cous cous alla norma.

Ingredienti

  • semola di cous cous
  • mezza cipolla calabrese
  • una melanzana
  • pomodorini ciliegini o datterini
  • basilico quanto basta
  • olio extravergine di oliva
  • un dado vegetale da cucina
  • ricotta salata
  • capuliato di pomodorino (facoltativo)

11053612_10152881474475703_7948454137836969643_oCome procedere

1. Preparare il cous cous secondo la ricetta prevista nella confezione. Adesso voi direte “così son bravi tutti”, e invece no, non siete bravi per niente fino a quando farete una semola appiccicaticcia e raggrumata. Il mio segreto è questo: verso un cucchiaio d’olio nel cous cous in crudo, mescolo per bene, poi faccio il brodo col dado vegetale e verso sulla semola fino a quando il tutto non sarà assorbito in modo uniforme. Quindi sgrano il cous cous con una forchetta e metto in un recipiente a parte finché non si raffredda. Poi voi fate un po’ come vi pare, ma non dite che non vi avevo avvertito.

2. Preparare le verdure in crudo. Tritare il basilico, anche in modo grossolano, dividere in quattro i pomodorini e tagliare finemente la cipolla. Salare poco, mescolare con altro olio d’oliva e mettere a riposare, affinché i sapori si sposino tra loro. E se ve lo state chiedendo, sì, è una ricetta poliamorosa. Poco indicata quindi ai soliti moralisti de noantri.

3. Preparare la dadolata di melanzane. Se non volete che risulti amara o dal saporaccio da mocio Vileda, tagliatela a fette e lasciatela riposare in acqua e sale per un’oretta almeno. Strizzate il tutto, asciugate per bene, fate a dadini e friggete. La cottura deve essere dorata, perché ricordatevi sempre – nonostante i governi che avete votato negli ultimi vent’anni e passa – che proveniamo da nobile stirpe. Gastronomia e sapori devono suggerire una superiorità culturale che pochi possono dominare del tutto (e non è un caso, appunto, che questa ricetta ve la stia proponendo io).

11698888_10152881477240703_6687159108197653495_o4. Prendete una formina e cominciate a stratificare semola, verdure in crudo e melanzane, fino ad arrivare al bordo superiore (sì, lo so, qualcuno dirà che mescolare crudo e cotto è contro natura, ma come preannunciato questa è una ricetta gender). Quindi ricoprite con la ricotta salata grattugiata e foglie di basilico fresco. Se vi è avanzata la dadolata o se siete particolarmente golosi e volete farlo lo stesso, mettete a parte, sempre sul piatto, un po’ di melanzana con un cucchiaino di capuliato sopra. Togliere la formina et voilà, la pappa l’è pront!, come direbbero a Caltanissetta.

5. Frittura a parte, il piatto è abbastanza leggero, estivo ed è l’ideale se volete fare qualcosa di scenografico, ad effetto sicuro, e che sia anche la gioia del palato. Poi, se avete un babbo come il mio, vi sentirete fare il migliore dei complimenti: «E questo dolce da dove viene fuori?». Ecco, ho detto tutto.

Il caso Tsipras e due letture illuminanti. Anche per chi vota Renzi

Tripras, il primo ministro greco

Tripras, il primo ministro greco

Leggo sui social una certa rabbia nei confronti di Tsipras, del referendum greco e della piega che la politica sta prendendo ad Atene.

Per quanto riguarda i renziani, li capisco benissimo: il primo ministro greco fa cose di sinistra, interpella il popolo per questioni di primaria importanza e ha avuto un mandato popolare, tramite elezioni democratiche. È normale che per chi è abituato a obbedire ciecamente sia fumo negli occhi.

Capisco un po’ meno coloro che hanno un contratto precario da 500 euro al mese o campano di lavoro dipendente. Non sarò io a dirvi che per il potere che tanto difendete siete niente di più che morti di fame – e invece dovrebbe prevalere un’etica in cui gli esseri umani sono individui prima di forza lavoro a beneficio d’altri – ma dovrebbe essere chiaro che tifare per l’alta finanza non vi tutelerà dal disastro quando quei poteri stessi imporranno in Italia ciò che hanno già fatto sulle sponde dell’Egeo.

Di fronte a questi atti di “greggismo” di fronte ai nuovi dogmi finanziari imposti da un’Europa che è giusto che ci sia, ma che non deve ridursi a insieme di divieti su cosa mangiare o meno a tavola e a scusa per far fare alle banche il bello e cattivo tempo a danno della democrazia, vi consiglio due letture.

La prima, di Franco Buffoni, tratta dal suo volumetto O Germania. E penso che potrete averne solo beneficio.

La seconda di Marco Travaglio, soprattutto quando dice:

ciò che più sfugge ai nostri trincia-giudizi in casa d’altri è la serietà, la dignità dei nuovi politici di Atene. Che magari sbagliano ricetta economica (ma vai a sapere qual è quella giusta: hanno fallito tutte, ma proprio tutte), però hanno il sacrosanto diritto di essere messi alla prova: perché, nel disastro greco, non hanno alcuna colpa, non avendo mai governato prima. Chi dà loro lezioni da Bruxelles o da Berlino ha colpe molto più grandi di loro, visto che l’austerità ha peggiorato la vita e l’economia della Grecia, esattamente come quella di quasi tutto il resto dell’Eurozona.

Per il resto, un po’ meno isteria politica e un po’ più di solidarietà democratica. E se si recuperasse anche un minimo di dignità, non sarebbe un male. Ecco.

Il dovere di ferirti

13612970_9948_y1p1m506oac06apost8rymoeo8_H224626_LA volte devi prendere atto che quella che pareva un’amicizia forse altro non era che tempo passato insieme. Bello, per carità. Ma il tempo prima o poi finisce.

Le cose che restano sono altre. Come chi ti osserva in lontananza, per quindici anni. Poi incontri di nuovo quella persona ed è come se il tempo non esistesse. Sarà che i giorni qui in Sicilia, in questo frammento d’estate, passano lenti, ma vedi le cose da una prospettiva diversa.
Ti fermi a pensare.
Ti fermi, soprattutto.
E tutto gira, con te al centro delle cose. Un punto d’osservazione privilegiato.

Accade – ormai a cadenza ciclica – che certe persone a cui vuoi bene si sentano in dovere, a un certo punto, di ferirti in modo automatico. Quasi fosse naturale. Tanto tu sei quello che fa spallucce. Tanto c’è sempre tempo per cambiare idea, chiedere scusa, ti prego parliamone, ti prego gestiscilo tu questo mio senso di colpa. Perché è normale, con ogni evidenza, riprendersi il perdono e lasciare il dolore. Quello alla fine, chi lo porta via? Come se fosse nell’ordinaria gestione delle cose venire e mettere tutto in disordine e poi chiederti di riportare indietro le lancette del tempo insieme. Come se quel casino, gli insulti e le accuse le avessi sparpagliate tu stesso, qua e là nell’anima.

Hai mai provato a riattaccare un petalo a un fiore? Se lo stacchi è un atto irreversibile. Da un po’ di tempo funziono così. Forse sbaglio, forse no. Ho un’unica certezza: funziono così.

Forse a volte si dovrebbe sparire dalla vita delle persone e basta. Le ferite e il male gratuito andrebbero ripagati col silenzio, a parer mio. Senza recuperare nulla. Senza nessuna seconda chance. Perché solo così si può capire se a quella persona ci tenevi davvero. Quando ti rimane il suo vuoto e nient’altro.

Scalfarotto e il suo sciopero della fame. Ma perché?

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Scalfarotto ospite di Manif pour tous

Caterina Coppola ed io ci poniamo un paio di questioni, su Gay.it. A cominciare dalla credibilità di tutta questa operazione e di chi ci sta dietro.

Aggiungo che deve essere consolante, per il sottosegretario, dar prova di tutta la sua irrilevanza politica dentro un governo e in un partito in cui la presenza LGBT è fondamentale – a sentir lui – per portare avanti certe tematiche.

Per il resto, buona lettura.

Messaggio al gregge, dal treno che porta al futuro

schiff_7_optLeggendo qua è là sui social, mi imbatto in frasi come:  “Il giorno dell’approvazione del matrimonio gay in USA ci sono stati tre attentati e voi lì a festeggiare lo stesso”. Detto da chi, magari, se ne fotte tutto l’anno dei problemi del mondo e continua a ruttare birra di fronte a una partita di calcio. Ma va bene così.

E poi ti imbatti anche nel solito “ci sono cose più importanti a cui pensare”, talmente importanti e urgenti che chissà perché chi sta lì al potere da vent’anni e passa non ci ha ancora pensato (e di conseguenza, non ha risolto il problema dell’urgenza). Però poi magari questa gente continua a votare sempre allo stesso modo.

E ancora: “Gli arcobaleni su Facebook? Roba da pecoroni”. Quando poi chi ti fa questi discorsi è gente unita da una fede che chiama “gregge” la propria comunità. La coerenza prima di ogni altra cosa, giusto?

Insomma, cari (catto)omofobi, mi pare che l’abbiate presa bene questa storia dei diritti per le persone LGBT. Ve lo dico io, qui comodamente seduto sul treno che ci porta – tutti e tutte, anche voi – verso il futuro. Si chiama’evoluzione. E questo non mi impedisce, ovviamente, di vedere le disgrazie di questo pianeta e tutte le sue tragedie.

Mi chiedo semmai, voi che avete le chiavi in tasca per la soluzione dei problemi del cosmo, come mai non le abbiate ancora cacciate fuori e risolto le questioni che vi premono così tanto. Non vorrei che a furia di digrignare i denti contro “froci” et similia, abbiate perso di vista l’obiettivo.

E Renzi non sa dire “Love wins”

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Giusto per fare il punto della situazione.

Venerdì 26 giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha reso legale il matrimonio egualitario in tutti e cinquanta gli stati.

Sabato 27 giugno centinaia di migliaia di persone ha manifestato nelle sei piazze dell’Onda Pride che hanno attraversato il nostro paese dalle regioni del nord, passando per Perugia, fino alla Sardegna.

Al momento in cui scrivo (ore 1:23 del 29 giugno) il nostro presidente del Consiglio non ha rilasciato una sola dichiarazione in merito a tutto questo. Ha twittato su Expo e volontariato, sulla libertà religiosa e perfino sulla Dinamo Sassari, campione d’Italia di basket. Ma sulla volontà popolare di dare alle persone LGBT i diritti minimi e su un’importante prova di democrazia di piazza come il pride, non ha sprecato nemmeno un commento di centoquaranta caratteri.

Strano, a dire il vero. Matteo Renzi dice tutto in inglese, da “jobs act” a “civil patrnership”… tutto. Ma “Love wins”, ancora, non è stato in grado di dirlo. Chissà perché.

Bloccati da Lorella

E dopo bloccati da Gasparri:

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perché per quelli di “giù le mani dai bambini”, il rispetto delle opinioni altrui vale solo se la pensi come loro. E poi dicono agli altri…

Ad ogni modo, gentile signora Cuccarini, ribadisco quel che ho scritto: i bambini e le bambine hanno diritto ad avere genitori meno ignoranti, soprattutto in certe questioni. Pensi a cosa accadrebbe se un giorno uno dei suoi figli scoprisse di essere gay. Si troverebbe una madre che ha dato ragione a quelli del Family Day. Tutto qui.