Perché è importante dire chi siamo

decalcomaniaE poi ti arriva questo commento, in privato. Una piccola recensione, involontaria, eppure poderosa nella sua verità.

E tutta la giornata, improvvisamente, assume un senso. Grazie M.A.M., per le tue parole e per avermi permesso di condividerle.

Ciao Dario, mi permetto di scriverle perché ho letto il suo libro Il gender: la stesura definitiva, acquistato in occasione della presentazione a Lecce, e volevo farle i miei complimenti. Oltre ad aver trovato il libro divertente nella prima parte e molto argomentato e colto complessivamente, in maniera dettagliata quale quella di un paper scientifico, mi sono metaforicamente incendiata positivamente leggendo alcune sue parole sull’importanza della visibilità anche, diciamo così, decisa durante i pride.

Io ho sempre pensato che i pride siano importantissimi, e a volte mi sono scontrata verbalmente anche con gay e lesbiche stesse che non amavano l'”ostentazione” pittoresca della manifestazione. Io invece ho sempre creduto fermamente fin da quando ero piccola che finché nel nostro paese saremo discriminati e oggetto di disparità di trattamento legale, allora forza con l’ostentazione: è necessaria! A me non è mai piaciuta la frase che molti eterosessuali dicono palesando la loro posizione non-discriminatoria nei nostri riguardi: «A me non interessa sapere cosa faccia una persona nella propria camera da letto».

Ecco, io penso che invece ancora oggi sia importante DIRE chi siamo e che facciamo dentro (e anche fuori) dalle nostre camere da letto, anche se il contesto apparentemente non è pertinente, perché nominarci, dire che siamo lesbiche e gay ci fa esistere. Il giorno che avremo gli stessi diritti e non saremo più derisi discriminati additati allora potremo dire: «A me non interessa con chi vanno a letto le persone tanto per me sono tutte uguali».

Complimenti ancora per il libro, mi ha fatto convincere ancora di più di quanto sia importante per me, giovane donna lesbica professionista (sono una veterinaria), diventare più attiva nella comunità Lgbtqi. Buona serata.

M.A.M.

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Intermezzo a sud

18422958_10154436267065703_1229618972308025497_oIl profumo dello scirocco, che mi trascina in un angolo a scrivere parole intrise d’amore.
Le parole di una sconosciuta, una signora ottantenne che ci racconta della sua ribellione a suo padre, che la voleva zitta perché femmina, e di quando l’anno scorso è andata a Milano per il matrimonio di due suoi amici gay.
Lo sguardo di Gaia e Giovanna, quando mi parlano di come si sono conosciute ed è come cercarsi dentro la loro stessa storia e ritrovarsi sillaba dopo sillaba, coi gesti del volto, tra le pause e i silenzi. Ed io a stento trattengo una commozione che mi ricorda che c’è ancora vita, qui dentro, da qualche parte.
Il volo delle rondini come frecce scagliate da Dio, a promessa di una felicità a venire, tutte dentro il tuo cuore.
La pietra consumata dal tempo, i bambini che ridono, la volontà dell’edera e dei gerani di far capolino dai balconi. Il saluto finale della primavera, che supera ogni sua timidezza.
Di questi giorni a Lecce, porterò queste immagini con me.

Momento simpatia #7: le femministe della differenza

samaraMi interrogo molto sulle cosiddette “femministe della differenza”. Mi interrogo sul loro essere così arraggiate* coi maschi gay e con le donne che esercitano le loro libere scelte (leggi Gpa), nello specifico. Mi chiedo se a monte di certo astio a tanto al chilo ci sia quella sindrome da “vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie”, già isolata da De Andrè, o se sia una conseguenza del fatto che certe signore non sono mai diventate famose quando era il tempo per farlo.

In questo secondo caso, è comprensibile il tentativo di agitare le manine per rimediare un invito in un salotto televisivo qualsiasi delle tre del pomeriggio, in qualche rete sotto-ammiraglia, ma temo che sia anche abbastanza inutile. La carta dell’omosessuale socialmente pericoloso per i destini ultimi del concetto di “normalità” è già stata giocata da ben noti leader omofobi, con libri annessi e palinsesti occupati al seguito.

Per cui, care femministe della differenza, se non volete essere declassate a “club delle poracce” delle due l’una: o superate a destra la De Mari con qualche novità assoluta, tipo piattole carnivore che si prendono solo i gheis (sì, scritto così) e roba simile, oppure magari cominciate a capire che un sereno pensionamento è opzione più che dignitosa. Di certo, più dello scadere nell’universo argomentativo di una sentinella qualsiasi, già difficile da riproporre al family day di Caltabellotta o alla festa della famiglia naturale di Cinisello Balsamo. Per dire, eh. Poi fate voi.

* = termine siciliano traducibile con “arrabbiate”, deriva da “raggia” e indica quella condizione perpetua di rosicamento a prescindere. Una sorta di Lord Voldemort, per simpatia, in collisione con Alessandra Mussolini per la compostezza dei toni. Mixate il tutto e avrete una diapositiva del fenomeno in questione.

Un puntino destinato a svanire

TVset1Ogni tanto il passato bussa all’anima ed è un rimbombo silenzioso. Assomiglia a questa luce di adesso, là fuori. Timida. Lo stesso rintocco di gesti irrimediabilmente perduti. Come quando c’era tutto quel procedimento da fare, per spegnere la tv a casa della zia. Due canali soltanto, due pulsanti dietro. Smanettare con un aggeggio che stava sotto e solo allora premere off, anche se non si chiamava così. E poi di quelle immagini, in bianco e nero, non rimaneva che un puntino destinato a svanire. Ed è come se tutta la vita, in certi momenti, fosse rinchiusa lì. Tenue, come l’ultimo bagliore ad ovest.

È un suono che procede per immagini veloci.

Come lo sfrigolare delle zippole – voi le chiamate frittelle, forse, ma sono zeppole ed è una parola del sud – le sere di san Giuseppe quando la casa in cima alla strada, in quella salita verso il nostro vivere quotidiano, era popolata dal tutto.
Il rumore della macchina da cucire, con quell’incedere regolare sotto il piede e la manovella sapienti.
La luce che nella fessura del palazzo, costruito male, regalava incendi arancioni tra fine autunno e l’inizio di ogni altra stagione.
La vita che fu e che non può tornare (perché lo so, lo diceva anche Tabucchi, per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu e questo è impossibile).
Come il nostro sguardo indietro, per vedere se lei è ancora lì e capire che Ade ha vinto ancora una volta il suo gioco che divora tutto il tempo che ci è stato concesso.
I pomeriggi noiosi, di cui non hai nostalgia, tra le chiacchiere inutili e presenze ingombranti. Eppure è da lì che vieni. Da quei pomeriggi senza prospettive.
La paura dei compiti, per il giorno dopo, nelle domeniche oscure.
E il vasetto col basilico sulla finestra in alto, sulla cucina, che sembrava un saluto al sole.

La vita che fu, appunto. E che non può più tornare.