Il segreto per farmi sorridere

1-maggio-bis.jpgSembra che io stia vivendo un destino onomastico di compensazione. Mi spiego: da bambino erano più gli insulti – immaginate quali – che i nomignoli affettuosi o dettati da simpatia. E immaginate anche come doveva essere un mondo costruito con parole cattive. Adesso, invece, da qualche tempo a questa parte provengono termini nuovi, diretti dall’affetto di chi li pronuncia.

Tra questi mi piace ricordare Dadò, nella variante francese Dadeau e in quella non tronca Dado, per geminazione fonetica della mia iniziale (roba da linguisti, me ne rendo conto: significa che la D è ripetuta due volte). Poi c’è chi mi chiama col mio nickname Elfo, nella sua variante abbreviata o con i vezzeggiativi alla Elfino et similia.

Quindi abbiamo i nomignoli amicali, quali Sweetie – anche se non ci crederete, io sono dolcissimo; capito bastardi? – Topocuore (che adoro), Biondah (anche se un tempo ero Fenice), Patato, ecc. Ad essi posso ascrivere gli usi idiolettici (altra parolaccia da linguista: vuol dire “uso personale della lingua”) di Sorella, Lontra, StellaZoccoletta, e sfere semantiche attigue.

A questi si accompagnano, infine, i più tradizionali (anche dialettali) Darietto, Dariuzzu e Cicciuzzu e i passe-partout Tesoro, Cucciolo, Amore, per non parlare di Wonderful clove of bitter almond (sì, dialettale anche questo anche se non sembra).

Ognuno di questi appellativi mi fa sorridere. Interiormente, prima di ogni altra cosa. Perché è un nuovo modo di definire non tanto me stesso, quanto il mondo che adesso mi descrive e mi contiene. Che mi abbraccia. Quindi, se volete farmi sorridere, adesso sapete come fare.

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