Un giorno scriverò del mio dolore e sarà come l’urlo di una strega

gerbera-1250285_960_720Il mio corpo, da qualche mese a questa parte, mi obbliga a fermarmi. Lo fa col dolore, fisico. Mi ha costretto a letto per una settimana, il mese scorso.
Mi obbliga a “star buono”, a “non correre”. Come se volesse che io andassi piano, dopo aver corso per tutta la vita dietro a ideali, persone e sentimenti. A illusioni. E lo fa rendendo fragili le mie ossa.
Mi obbliga infine a guardarmi, rendendo debole la mia pelle, sfaldandola a casaccio. Come riflesso del dolore, stavolta interno. Al di qua della pelle, appunto.

Un giorno scriverò di lui, del mio dolore. Lo scriverò tutto quanto su un foglio e sarà come l’urlo di una strega. Parlerò di quando, se fa freddo e mi sento solo, mi addormento sul divano accovacciato e coperto dal piumone bianco, per supplire a quelle braccia che non raccolgono le mie desolazioni passeggere. Scriverò di tutte le volte che non ho osato. Di chi ho lasciato andar via, perché mi sentivo immeritevole d’amore. Di chi non ho raggiunto in tempo. Delle notti senza speranza, immerso nel buio. Il mio. Della paura del tempo che passa. Delle assenze che sanguinano dentro. Di tutte le volte che manca il coraggio e delle parole che non riesco a pronunciare.

Di tutto questo scriverò, un giorno. E chissà se si spezzeranno le catene di questo incantesimo che, come nelle fiabe dei bambini, fa paura di notte, quando il silenzio amplifica ogni cosa.

Grindr e la colonia batterica

coltNoi gheis abbiamo gli ultimi ritrovati della tecnologia, quali Grindr, Romeo, ecc, che dovrebbero servire a metterci in contatto per farci conoscere, innamorare, scopare. Il tutto separatamente o insieme. Or bene, quando torno al natio borgo selvaggio gli oriundi mi deliziano con comportamenti quali:

1. irrompere in modo anonimo nella mia vita – magari con immagine di presentazione equivalente a sfondo grigio – pretendendo di sapere tutto di te, ma lesinando informazioni su chi sono, che faccia hanno o come si chiamano, sia mai che mamma con cui vivono alla veneranda età di 35-40 anni possa sapere che sono gheis a loro volta

2. annunciarsi senza nemmeno dir ciao, ma mostrando i generosi doni che la natura ha dato loro e che il più delle volte coincidono non solo con le gonadi ma anche con il centro propulsore del loro intelletto

3. pretendere che tu sia al loro servizio, per qualsiasi capriccio passi loro per la mente – dalla fellatio al classico caffè al bar – per altro offendendosi se hai altro da fare, visto che torni giù una volta ogni quattro mesi. Che si sa: tu stai sui social per riempire il vuoto degli altri, a guisa di novella “madre Teresa dei phrochee”.

Poi ci lamentiamo delle “epidemie da solitudine gay”, del fatto che sui diritti siamo indietro anni luce rispetto al pianeta delle scimmie e sulla mancanza di empatia umana che sta alla base di ogni identità condivisa. E per forza, mi viene da aggiungere: quando il tuo interlocutore mostra di avere lo spessore intellettuale di un protozoo, più che a quello di “gay community” possiamo aspirare al rango di colonia batterica. E credo che il vero problema del nostro non essere comunità trovi in questi fenomeni una delle cause più urgenti da affrontare.

Il segreto dell’immortalità

Quel giorno che ero a Napoli, al chiostro di Santa Chiara, e camminavo tra le maioliche fino a che non mi imbattei in un quartetto d’archi, in fondo al portico, e quando il suono degli strumenti pervase ogni cosa mi sedetti poco distante, e mi misi a piangere perché non potevo fare altro di fronte a tutta quella bellezza.

Le cose che rendono bella la vitaQuella notte, con Laura, a Catania. A far tardi a casa degli spagnoli, a parlare tutto il tempo, fino a quando il cielo cominciò ad arrossarsi e tornammo a casa, che ormai era giorno, ebbri di vino e di parole.

Quella Pasquetta di ventiquattro anni fa, alla villa al mare di amici di amici, che fuori pioveva come da tradizione – o era un 25 aprile? – e siamo rimasti tutto il giorno dentro casa, col profumo degli alberi e dell’erba bagnata e quella sensazione di sentirsi protetti, sotto un tetto, come se quel temporale non avrebbe mai potuto scalfire tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, da lì in poi.

Quella volta, a letto con lui. Quando lo tenevo abbracciato e gli chiedevo, toccandolo qua e là sul suo corpo «e questo di chi è?» e lui mi rispondeva «è tuo, è tuo», per prendermi in giro. E poi quando gli dissi «ma visto che anche questo è mio, non è che posso prendermi anche tutto il resto?» e lui mi guardò, abbassando ogni difesa e facendo di sì con la testa. E fu mio, tutto il resto. Per il resto del tempo che ci era stato concesso.

gay_mano_nella_manoCome quando stai sulla scogliera, d’estate di notte, e guardi la profondità dello spazio e tutte le stelle che vedi e pensi a tutte quelle che esistono e ti senti così piccolo che anche i tuoi guai perdono consistenza. E ti chiedi se tutta questa immensità ha un perché e qual è il tuo ruolo in mezzo a tutta quella grandezza, a quello splendore.

Tutte le volte che sei stato bene, attorno a un tavolo, a ridere di gusto, a sentirti a casa, a sentirti parte di qualcosa. A sentirti eterno, proprio in quei momenti così transitori e fragili. Eppure così autentici. Con tutto il sapore del vino, la gratitudine per il vento che sfiorava le cime dei pini lontani e per il volo delle rondini, nel cielo di aprile e di maggio, che ti offrivano l’estate a venire come un’adeguata ricompensa.

Quando hai scoperto che l’amore sta anche nel muso di un gattino che mai, mai, ti tradirà. E lì capisci il significato del termine “incondizionato”.

Quando hai avuto paura di perdere tutto e la vita, in un certo qual modo, ti ha stupito ancora.

Il resto del cieloFare a gara col vento con la mano fuori dal finestrino della macchina, quando il sole si nasconde dietro le montagne.
Lasciare i tuoi sogni all’universo, mentre speri di vivere ancora e ancora di più.
Quel giorno d’agosto, al mare fino a tardi, per festeggiare un compleanno allegro e mettere insieme più pezzi della tua vita.
E quell’altro, sempre al mare, quando sei tornato a casa di notte in autostop.
O come quando hai trovato in un libro la frase che ha dato un senso alle cose.
Piangere di gioia, anche se l’ho già detto.
Ritrovare le parole per cominciare a parlare con tuo padre, dopo anni di silenzio. (Incomprensibile, col senno di poi.)
La prima festa a sorpresa della tua vita, che guariva (quasi) tutte le parole cattive dette fino a quel momento.
Ritrovarsi con gli amici e le amiche di sempre, al solito caffè, al solito bar, quando il tempo non è stato invitato.
Sapere di avere un luogo, in una casa di ogni famiglia che hai.
Sapere che potresti continuare per ore e ore a scrivere di tutto questo. E credere che forse sta qui il segreto dell’immortalità.

Momento simpatia #4: la maldicenza

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Momento simpatia del dì di festa: capisco che attaccare il lavoro degli altri, o l’onorabilità di chi a modo suo ci prova, riempie vuoti esistenziali enormi. Lo capisco perfettamente. Tuttavia, quando vi avventurate nelle selve della maldicenza – in assenza di argomenti, anche risibili – abbiate almeno l’accortezza di avere un seguito credibile o quella reazione che oscilla dal facile scandalo alla stizzita indignazione, avrà il valore di un peto lanciato nel profondo delle galassie: non lo sentirà nessuno. Nemmeno la puzza, dico.

E poi c’è questa cosa del dolore…

E poi c’è questa cosa del dolore. Quasi un marchio distintivo, sin da quando nasciamo.
Vieni al mondo e si capisce se sei vivo dall’angoscia del pianto.
Più di un autore ci ha speso il suo tempo, sul dolore e il suo significato.
Pare che la nostra stessa felicità sia una condizione fuori norma: il nostro corpo non è in grado di contenerla a lungo. E allora immette nel sangue delle sostanze che agiscono in senso opposto.
Succede lo stesso anche con la depressione, la tristezza e tutte quelle cose lì, ok. Ma fa strano pensare che il dolore è l’altra parte della medaglia della nostra esistenza. Come l’ombra proiettata dal corpo.
Se esisti, generi il buio da qualche parte. Ed è così che deve essere.

Il segreto per farmi sorridere

1-maggio-bis.jpgSembra che io stia vivendo un destino onomastico di compensazione. Mi spiego: da bambino erano più gli insulti – immaginate quali – che i nomignoli affettuosi o dettati da simpatia. E immaginate anche come doveva essere un mondo costruito con parole cattive. Adesso, invece, da qualche tempo a questa parte provengono termini nuovi, diretti dall’affetto di chi li pronuncia.

Tra questi mi piace ricordare Dadò, nella variante francese Dadeau e in quella non tronca Dado, per geminazione fonetica della mia iniziale (roba da linguisti, me ne rendo conto: significa che la D è ripetuta due volte). Poi c’è chi mi chiama col mio nickname Elfo, nella sua variante abbreviata o con i vezzeggiativi alla Elfino et similia.

Quindi abbiamo i nomignoli amicali, quali Sweetie – anche se non ci crederete, io sono dolcissimo; capito bastardi? – Topocuore (che adoro), Biondah (anche se un tempo ero Fenice), Patato, ecc. Ad essi posso ascrivere gli usi idiolettici (altra parolaccia da linguista: vuol dire “uso personale della lingua”) di Sorella, Lontra, StellaZoccoletta, e sfere semantiche attigue.

A questi si accompagnano, infine, i più tradizionali (anche dialettali) Darietto, Dariuzzu e Cicciuzzu e i passe-partout Tesoro, Cucciolo, Amore, per non parlare di Wonderful clove of bitter almond (sì, dialettale anche questo anche se non sembra).

Ognuno di questi appellativi mi fa sorridere. Interiormente, prima di ogni altra cosa. Perché è un nuovo modo di definire non tanto me stesso, quanto il mondo che adesso mi descrive e mi contiene. Che mi abbraccia. Quindi, se volete farmi sorridere, adesso sapete come fare.