La stessa gioia delle stelle mattutine

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Confesso che da innamorato do il meglio di me. Come preparare il pranzo, in una domenica lontana, quando là fuori c’era lo stesso gelo di adesso e si raccoglieva insieme le briciole del pane tagliato per darle agli uccellini, fuori sul balcone – l’avevamo letto su un giornale o non ricordo più dove, ed era per salvarli, per cercare di sconfiggere se non la morte, almeno la sua ombra.

Come quando presi gli ingredienti di un pasto veloce, per farli danzare col profumo delle spezie al suono del frigolio dell’olio, e c’era pure la promessa del rosmarino e lui era di là, al di là del futuro che poi non ci sarebbe più stato, a fare le sue cose al computer, quando a volte si arrabbiava e mi diceva, mentre andavo dietro di lui e lo stringevo a me, di sorpresa, che sì, riuscivo a calmarlo e non sapeva nemmeno perché.

Come quando fai chilometri e chilometri nel cuore della notte, perché l’oscurità è attenuata dalla fede nella tenerezza e non c’erano uomini neri dietro gli angoli dei palazzi o premesse grigie nell’avvicendarsi del mattino, ma solo quella certezza che a un certo punto avresti acceso la tv, la sua testa sarebbe caduta sulle tue spalle, una mano tra i capelli, incastrarsi nel sonno come un puzzle di due tessere e tutto il colore di cui c’era bisogno. E il calore, quello pure.

Come quel giorno che piansi, perché la vita non ci assomigliava più e solo per un attimo mi voltai indietro, solo per vedere se c’era una speranza ed una sola. Ed anche quello fu come l’ultimo petalo della rosa che case sul mobile di ciliegio e lascia la Bestia a trasformarsi in se stessa. Eppure fino a quell’attimo avevo tutto il destino nelle mie mani. Con la stessa agilità del cucchiaio di legno nella pentola, delle dita veloci sulla tastiera a scrivere parole, delle mani sulla pelle a suggerire la stessa gioia delle stelle mattutine.

E sì, lo confesso. Proprio tutto questo.

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