Le cose da buttar via

liberta-1Forse è il segreto degli anni bisestili. Quel giorno in più, qualcosa che avanza. E questo eccesso di tempo diventa pesante. Un’appendice di eventi che sovrasta la quotidianità delle cose. In quell’eccesso non ci riconosciamo, lo reputiamo pesante, di troppo. E quella pesantezza la trasformiamo in negatività. Sfiga oggettiva a parte.

Una cosa che non ho mai fatto, anche se la tradizione lo vuole, è buttar via le cose vecchie. Liberarsi del superfluo che ci sta attorno, per essere più leggeri dentro. Il senso di questo rituale. Così, per la prima volta nella mia vita, butterò via quello che ho dentro. Per volare più alto, là fuori. Chissà che non funzioni.

E allora butto via, rigorosamente a caso:

1. il senso di inadeguatezza. Quella voce interiore che, nonostante gli sforzi, mi dice che non è abbastanza. E siccome a volte si fa meno rispetto a quanto previsto, può arrivare chi te lo fa notare. E questo diventa il trionfo del mio personale nulla. Come in una sequenza di zero e di uno, ritrovo a confrontarmi solo con la prima delle due cifre. Nessun sistema binario, solo una certezza: non essere. E non essere come dovrei.

2. il condizionamento. L’eco del dolore. Il mio demone antico. Colui che mi sussurra che non c’è più alcuna speranza. Pare che non sia così. Anche se è davvero difficile crederci. Anche se te lo dice chi ti vuole bene. Perché lui è lì, che ti guarda. E fino ad ora, a modo suo, ha sempre avuto ragione.

3. la cattiveria del mondo. Mi dicono che anche quella è lì e non ci puoi far nulla. Non è che la elimini del tutto, anzi, forse non ne sposti nemmeno un grammo. Eppure pare che si possano neutralizzarne gli effetti. Basta diventare di gomma, prima. Di roccia poi. Farsi rimbalzare addosso le cose. Per quanto possibile, ok. Però dicono che a una certa, funzioni.

4. la solitudine. È stato un anno di addii. Alcuni anche inespressi. Semplicemente, chi c’era ha deciso di non esserci più. E lo ha fatto senza nemmeno lasciare un biglietto. Ok, è così che funziona, a quanto pare. Nonostante la rabbia, bisogna accettarlo. Però ecco, quella sensazione di vuoto, che quasi sempre viene di notte o la domenica, nel pomeriggio che tace, potrei anche abbandonarla. O sarebbe il caso, insomma.

5. la fame. Di cibo, di sesso. Quel disperato bisogno di vivere. Essere famelico, come una fiera in una selva di peccati altrettanto oscuri. Come quando, cerchi l’uscita, anche a costo di attraversare l’inferno. E non c’è nessuna guida, nessuna discesa nell’abisso per tornar a riveder le stelle. Perché la paura no!, io gli inferi li guardo in faccia senza problemi. Però ecco, cazzo, a volte c’è bisogno di una mano che ti fa andare avanti. Nell’attesa, allora, mangi. E no, non va più bene.

6. l’insoddisfazione. Non riconoscersi allo specchio. Cercare un senso nelle cose che fai e, invece, trovare l’esatto opposto. La perdita di senso. Quella che ti porta a cercarti, a un certo punto, e chiederti se era davvero questo ciò a cui eri destinato.

7. la rabbia. Per le ingiustizie. Per la miseria altrui, spacciata per umanità. Per la volgarità che si eleva a sistema di pensiero. Per l’arroganza che ti accarezza come la mano di un uomo viscido che non sa andare oltre i suoi bisogni volgari. Trasformarla nel fuoco sacro che alimenta il sole. Che dà vita ai pianeti che siamo. Perché non può esserci alternativa ad essa. Perché l’alternativa ad essa è la morte. E sento che c’è ancora qualcosa da fare, prima del saluto finale. Al di là di questa coltre di frustrazione.

Per concludere.

Le parole nuove, infine. Quelle in cui trasformare le cose da buttar via. Però magari facciamo che le conservo per me. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché i buoni propositi restano sui post-it destinati a perdersi nella memoria. Un po’ perché tenersi dentro qualcosa serve a non rimanere a secco, nel momento del bisogno.

Il pigiama giallo

La vita è quella cosa che svuoti le tasche dei pantaloni o uno scatolone, e ritrovi il mondo che ci avevi dimenticato dentro vent’anni prima.

005Come quando rientrasti a casa e lei si era appena trasferita. E allora Epifania (la chiamavamo così, Rita), mi disse che era arrivata. Nella sua stanza. Mi affacciai, uno sguardo fugace. Una bambina, ancora. Rosa. Le guance dico. Tutto intorno c’era un pigiama giallo e una sofferenza sullo sfondo, negli occhi. Fu così che Meg entrò a far parte dei miei giorni. Per sempre. Anche se a distanza. Anche se solo con un like su Facebook. Lei c’è. Ma sto tergiversando.

La sera, la musica. Sono ancora sordo di un orecchio. Non mi piace più andare a ballare. Salvo. Rare. Eccezioni. È una questione di entusiasmo, non riconoscersi in un luogo, avere quella strana sensazione di essere fuori dal tempo. Musica a parte, che a volte è una discreta merda. E quello fa tanto. Quello è un amante occasionale che non bacia. Com’è che ti viene duro, poi? E poi, invece, il dj rovista nelle tue tasche. Liquido, Narcotic. E mica solo quello. Cherry lips, dei Garbage. Se voleva essere davvero carino, poteva anche mettere Valvonauta, dei Verbena. Ma va bene così, per carità. Perché erano i suoni di quando avevi manco venticinque anni. Quando lei, Meg, prima ancora di trasformarsi nella Crudelissima Eleazar, mi accompagnava alla fermata della circumetnea. Perché mi piaceva un tipo e ci si vedeva tutti a casa di un’amica comune, da quelle parti lì, o forse sto solo mescolando i ricordi, ma poco importa. Meg, appunto, era lì.

camminare-mano-nella-mano-previewE poi fai un salto spazio-temporale. Roba alla Star Trek, insomma (seppure io preferisca Battlestar Galactica). Prima si presenta il libro, poi vai a ballare, appunto. Veronica è stata così carina ad invitarti, vacci e non fare il vecchio stronzo. Che a volte vecchio ti ci senti non perché di anni non ne hai più ventitré, ma perché la vita ha smesso di sorprenderti da un po’. Come se fosse lì, da qualche parte, e tu non la vedi. E porca troia, insomma. Però ecco, dicevo, la musica è bella e c’è un tipo orso (sarà gay?), travestito da orso, ed ogni minuto strappa un foglio e dalla consolle lo lancia al pubblico, ed io lo amo già e c’è la musica baraccona, quella che ti piace tanto e poi niente, è come vivere. Perché niente è come vivere. È come l’acqua sulla rosa di Gerico, quando tutto diventa verde in pochi minuti. E balli. È come un bacio leggero che non ti aspetti e che arriva, di punto in bianco. Perché è stronza, la vita. E così come con le ferite, ti stupisce quando meno te lo aspetti.

La vita è quella cosa che accade quando vai in giro per la città, ritrovi una piazzetta antica, una colonna storta sull’abside della Pieve, ricordi che c’è una storia dietro quella bizzarria anche se non ricordi che storia. È la salita verso la casa di Petrarca, il torneo di spade di legno, quando ad Arezzo ci portasti una delle tue classi, e c’era una bambina – fragile come una promessa alla sua età – che ti chiamava papà per errore, in classe, perché suo padre mancava quattro settimane ogni cinque, faceva il camionista in giro per l’Europa, ed era lì che tutta la tua rabbia antica si frantumava di fronte a quella tenerezza. Fu lì che facesti il tuo primo e unico viaggio con Meg. In giro per il centro-nord. Quando vi sareste trovati davanti a Botticelli, agli Uffizi, a versare lacrime insieme perché annientati dalla bellezza. Quando rimaneste delusi proprio perché volevate vedere gli affreschi di Piero della Francesca ma eravate arrivati in ritardo. Tutto chiuso.

pagine%20al%20ventoQuando il futuro non era ancora una minaccia, ma un posto a cui affidare in custodia i nostri sogni.

E intanto – mentre passeggi per le vie del centro – arriva un sms: «Se sei in zona, vieni a San Francesco a vedere Piero?». È Erica, la ragazza che ha presentato il libro con te. Di nuovo, qualcuno che rovista nella tasca dei pantaloni. Guardo l’orologio, ho tempo: il treno per Roma riparte tra un’ora e la chiesa è a due passi dalla stazione. Entro in basilica. Che un po’ glielo devo, a Meg. Per quella delusione di un tempo, dico. Chissà se mi emozionerò ancora. Da lontano, intanto, il Sogno di Costantino brilla con le sue tonalità di giallo e di rosa.