Orfeo al contrario

Cuore-Spezzato-fine-amoreQuando un cuore si spezza, il suo rumore si confonde con quello della quotidianità. Per questo è invisibile.

Per questa stessa ragione riusciamo a percepirlo solo noi, quando ci accade. Ed è sempre per lo stesso motivo che quando è accanto a noi, esterno eppur diretto al nostro sentire, ne siamo infastiditi, imbarazzati.

Rimettere insieme i ventricoli in cui il sangue pompa globuli rossi e desiderio, l’infinitezza interrotta e il tempo smarrito, richiede coraggio. E tutto questo si consuma in solitudine. Perché non c’è alternativa.

***

L’evoluzione dell’uomo, poi. È una cosa complessa. Difficile da spiegare. Figuriamoci, poi, a crederci. L’evoluzione è peggiore dell’idea di Dio. Perché non dà speranza. È più semplice credere a un padre benevolo, severo o ingiusto che decide per noi con l’illusione del libero arbitrio. L’evoluzione no. C’è il caso. L’accidente. Il novero delle nostre scelte. E nessuno dalla barba bianca a cui dare la colpa. Decisamente, questo non aiuta. Eppure.

***

L’evoluzione può spiegare l’amore. Perché spiega l’uomo. In estrema sintesi, la storia amorosa dell’umanità è un filo rosso – sangue – che lega la clava al mouse.
E nella preistoria, a ben vedere, l’amore era più semplice. Un colpo di legno in testa, e vissero tutti contusi e contenti.
Oggi invece.
Planet Romeo, Gaydar, Hornet, Bearwww, HappySexo, Grindr, Wapo… e qualsiasi eden da perdere, mangiando il frutto del pene e del male e colpire l’oggetto del nostro amore con l’unica clava che ci rimane.

***

Ma dicevo della solitudine. E dicevo che non c’è alternativa. Non solo perché tutto si consuma dentro, ma anche perché il fulmine che gli dèi usarono per tagliare le gambe alle balene e frantumare i dinosauri in lucertole, ci taglia di nuovo in due e il nuovo ombelico che si forma per ricordarci la pena che scontiamo per esser stati ignoranti (e ignorati) di cose d’amore sta proprio dietro lo sterno. E tiene insieme atrii e ventricoli. La pienezza dei ricordi e la desolazione del presente. Le lacrime e il sangue.

***

Per tutto questo ci vuole coraggio. Quando siamo noi, a soffrire, siamo costretti a trovarlo. Da soli, appunto. E quando siamo noi a far soffrire, ce ne allontaniamo. Perché sappiamo il rumore di quella frattura. Perché conosciamo ogni anfratto del sapore della disperazione. Per questo siamo vigliacchi. Per non morire ancora una volta, senza essere diventati, nel frattempo, immortali.

***

Quando lui mi lasciò non mi disse che non mi sarei mai voltato indietro. Io, un Orfeo al contrario. Non mi disse che quella notte sarebbe stata l’ultima. Avrei fatto caso alle cose della sua stanza con uno sguardo più benevolo. Per rassicurare il suo caos che no, almeno quello, io non lo avrei abbandonato. Mai. Nonostante tutto. Tutto dentro di me. Tutto.

Quando ho detto all’altro, al “ragazzino” che non ci saremmo rivisti, non mi ha creduto. Ha pensato alle mie solite esagerazioni. Non ha creduto che fosse solo sesso. Ma erano questi i patti. Solo sesso. E ha fatto l’errore di innamorarsi. Per questo l’ho buttato via. Senza mai voltarmi indietro. E quando ho sentito il rumore del suo dolore, ho fatto finta di niente. Perché ne avevo vergogna.

E poi ci sono tutti gli altri. Connessione. Benvenuto in chat. Ciao. Attivo o passivo? Centimetri. Zona. Ospiti o ti sposti. Che ti piace a letto. Ok, vieni da me. E tutto il resto. La grammatica dell’amore pornografico. Preservativi usati. La scarpetta di lattice di cui nessuno cercherà il proprietario smarrito.

Lui.  E il “ragazzino”. E tutti gli altri.
L’amore. Il sesso. La pornografia.
Il mio personale uno, nessuno e centomila.

***

Ed è per questo che alla fine ti convinci che è così che deve andare. Per non sentire quel rumore invisibile. Perché quando non senti niente, non sei più umano. E quando questo succede, non puoi morire due volte.

Aspetto che gli deì mi taglino ancora, di andare in giro con una gamba ed un occhio solo. Condannato a ritrovare quella parte di me che ho perso in mezzo a troppo dolore, a troppe parole fuori posto, a troppi inutili orgasmi.

Sarò la faccia nera della luna. Con l’infinitezza del cielo alle spalle, per proiettare il buio sul regno dei viventi, sgomenti di fronte all’eclisse della gioia.

Per questo se non so accogliere il calore dei tuoi occhi, adesso, tu non me ne vorrai. Perché fai già male. E perché non sento niente. E se fai male, potrei tornare a vivere. Ed io sono un Orfeo al contrario. Che non si volta mai indietro.

***

Epilogo (per sdrammatizzare)

L’evoluzione non è solo orizzontale. A volte funziona a balzi. Come per gli X-men. A volte funziona come un ascensore.

In quest’ultimo caso subentra quella che, in para-anatomia, si chiama legge delle tre C.

I chakra di  cui abbiamo bisogno sono solo tre.

Il cazzo.
Il cuore.
Il cervello.

Quando l’ascensore si ferma alla prima C, siamo bastardi.
Quando sale fino all’ultimo piano, siamo cinici.

Non è un caso, a ben vedere, che l’ultima C stia proprio in mezzo.

Per equilibrare le intemperanze di ciò che in noi è più terreno e addolcire le asperità di ciò che ci rende contorti.

(Pubblicato in AA.VV., Diario pubblico dell’orgoglio, pubblicazione indipendente a cura di “Ossidi di Ferro”, Barcellona Pozzo di Gotto, 2011, pp. 46-51)

*****

P.S.: diverse opere hanno permesso che queste parole scaturissero. Come Verrai a trovarmi in inverno, di Cristiana Alicata (anche se non lo avreste mai detto), Hedwig – La diva con qualcosa in più di John Cameron Mitchell, e tutte le puntate di Grey’s Anatomy viste sino alla data della pubblicazione del racconto.

E ringrazio il mio amico Alessandro Motta, per averci creduto.

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