Il suono dei tuoi passi sul legno

11147191_10153364296710703_6172719650083121016_oCercarsi nella solitudine dei vicoli ombrosi e ritrovarsi in tutto ciò che si è smarrito, indietro.
Voltare lo sguardo, verso quei gradini notturni un tempo popolati da speranze e delusioni.
Passeggiare tra i corridoi del monastero, tra le aule studio e i giardini interni, al cadenzare del tuo incedere e tra i fantasmi di una vita passata.
Aprire gli occhi. Capire che hai lasciato quei luoghi, quegli spazi, quella stessa luce a persone che non sanno nemmeno chi sei.
Soffermarti nei loro sguardi, studiarsi a vicenda. Trovare persino qualcosa di sacrilego, in quel non riconoscersi.
E ritornare al suono dei tuoi passi sul legno del pavimento.

12719611_10153364268685703_1740087281233963920_oLa nostalgia è una bestia ammansita dopo aver divorato di tutta la vita possibile in certi momenti. Il silenzio di voci interiori. Un’eco che senti solo tu. Mentre altre esistenze, tutto intorno, accadono con le stesse identiche dinamiche. Ma non a te. Non più. Perché non è più quello il tuo posto nel mondo.

La nostalgia è una cosa che può anche guarirti. È lo sguardo di Orfeo che si rivolge indietro per capire di esser vivo e di non avere altra scelta che andare avanti. È la gratitudine per  chi ti ha lasciato, perché se non ci fosse stata quella frattura non ci sarebbe stato tutto ciò che necessitava dell’unico. È riempire i vuoti, perché per tornare ad essere come fu, dovrebbe essere proprio ciò che fu e, come dice il poeta, ciò è impossibile.

La nostalgia è un po’ l’ombra di ciò che siamo nel qui ed ora. Del sole che ci sta sempre di fronte e, con esso, delle cose non ancora occorse.

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Di Gesù, del sushi e della libertà di non credere

12513767_10153353495955703_6523537835753238717_oHo pubblicato un’immagine in cui si gioca con la parola “resushitato”, e con l’immagine di Cristo, a cui si sovrappone un gamberetto in un dipinto sulla passione. Ho ricevuto commenti perplessi e giudizi di valore, con tanto di inviti all’umiltà. E allora scusate il pippone di sabato sera, ma:
1. si chiama ironia. Capisco che la desacralizzazione del potere (e il conseguente dissacrare l’autorità) non è alla portata di tutti, ma si chiama ironia ed è una forma di libertà
2. aderire a un credo e esibirne tutta l’egemonia culturale non rientra proprio in quello che reputo un esercizio di accoglienza dell’altro da sé
3. credo, comunque, in quello che ho scritto. Poi se quanto da me pubblicato arreca offesa, c’è sempre il tasto defollow. Pratica che accetto con umiltà
4. andare di matto appena si prende in giro la fede è, mutatis mutandis, lo stesso procedimento mentale che poi, se portato alle estreme conseguenze, porta qualche esaltato a mettere bombe in aerei e stazioni metro. E poi magari vi scandalizzate e vi chiedete come si può arrivare a tanto
5. essere cattolici non vi rende depositari di alcuna verità. Basta aver studiato la storia della religione alla quale dite di aderire per vederne tutte le contraddizioni, le brutture e le miserie umane. E dubito lo abbiate mai fatto.
Detto ciò e ricordando che tra le libertà religiose c’è anche quella di non credere, buone festività. Assolutamente laiche, viziose e pienamente umane. E, proprio per questo, di certo meno noiose.

Plenilunio

luna

Scrivere di notte.
Per cercare le parole che ti somigliano di più.
Al suono di quella musica che tu solo sai.
Tu.
Solo.
Nell’anelito delle stelle boreali.
Nella promessa dell’aurora, sotto i cieli della fine del tutto.
Tenendo per mano il bambino alla porta.
Accarezzandone la rabbia.
Come Orfeo con Cerbero. E niente inferi. Solo il buio di questa parte del mondo.
Sotto il trionfo della luna guardinga.
Nel labirinto delle intenzioni.
Per rompere lo specchio con la sua immagine, che mai sarà tua.
Mai come te.

Questa voglia di vivere

voglia-di-vivere-68c468ce-b3d1-4d65-b372-8da87cc09bdf.jpgE poi c’è questa voglia di vivere.
Che fa tutt’uno col dolore. Che lo riconosce, lo ringrazia. Ok, sei la cartina al tornasole del mio sangue nelle vene. Però adesso, ecco, va bene così.
Perché c’è la rabbia, e il vento. E c’è il sole. Le sue scaglie sulle onde. C’è la primavera dallo stesso sapore delle mandorle verdi.
C’è la tempesta, le parole che si affollano sulle dita, quelle che popolano i pensieri.
C’è la voglia di gridare, di ridere, di piangere. La voglia di abbracciarli tutti e tutte, per dire loro che sì, sono qui, anche se a volte sembro distante, come i miei occhi innamorati.
C’è la paura. E fare sì, con un leggero movimento del capo. Con la necessità di andare avanti, qualsiasi cosa accada. Perché non c’è alternativa a tutto questo.

C’è questo. La vita, appunto. Con la sua luce e le sue ombre. Tanto più dense quanto è più forte la prima. Il calore e il rifugio. Gli abbracci e le pause. Ci sono io, ed è già un buon inizio.

Siamo sicuri di meritarci Mario Mieli?

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Mario Mieli

Nell’anniversario della morte di Mario Mieli, Gaypost.it – la nuova avventura in cui ci siamo imbarcati io e un gruppetto di coraggioseh, sì con la h finale, persone che han voglia di fare buona informazione Lgbt – ha pubblicato un video, con una sua testimonianza.

Vi lascio all’articolo, per sapere chi era il padre del movimento Lgbt italiano ai suoi tempi e cosa rappresenta ancora oggi, per tutti e tutte noi. Anche a livello mondiale.

Una cosa, però, ve la dico: se oggi egli fosse in vita o se ci fosse un giovane Mieli, avrebbe come nemico giurato quella parte della comunità Lgbt italiana troppo impegnata a rendersi accettabile agli occhi di chi la disprezza.
Quella comunità che dice “meglio poco e tardi che tutto e subito”.
Quella che dice “i pride sono una carnevalata” (ancora adesso, nel 2016).
Quella che “tu in piazza con la foglia di fico non puoi andarci perché non sta bene”.

Mieli ci insegna la libertà, l’essere noi stessi/e e a testa alta. Questa la sua eredità. A noi, il compito di esserne degni. E per esserne degni, dovremmo meritarcela, prima di ogni altra cosa, la libertà. E non sono sicuro che molti riuscirebbero a sostenere il peso di tale impresa.

Dante gay-friendly

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Gustave Doré, Dante incontra Brunetto Latini

«Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde».
(Inferno: XV, 121-124)

Perché ogni tanto rileggi Dante e comprendi che lui, già al suo tempo, aveva già capito che l’omosessualità non è un vulnus del valore di un uomo. Sono le parole dedicate al maestro, il “sodomita” Brunetto Latini. Il quale, dopo aver parlato con lui, nell’inferno, torna alla sua schiera con tutta la sua dignità. Colui che, come se stesse concorrendo al palio del drappo verde di Verona, sembra colui che vince, non “colui che perde”. Dante sa che se è diventato quello che è, lo deve a lui. E anche se tra i dannati, non può che onorarlo.

Fa bene vedere che l’umanità è capace di queste forme di profonda solidarietà. E ti rende un po’ orgoglioso constatare che è nella letteratura che puoi trovarne traccia. Perché è un po’ come se le parole, che in altre occasioni ti hanno ferito, in questo caso ti guariscono. Con il tocco della poesia.