Buona scuola: in risposta a Renzi e alla sua lettera agli/lle insegnanti

Roma, 11 novembre 2015

Gentile Presidente del Consiglio dei ministri,

Le scrivo in risposta alla lettera da Lei recentemente inviata ai miei colleghi e alle mie colleghe della scuola italiana. Penso infatti che non abbia ben chiaro il mondo a cui si è rivolto e vorrei, inoltre, soffermarmi su alcuni aspetti relativi alla Sua riforma, fortemente voluta e ribattezzata, forse con eccesso di ottimismo, come “buona scuola”.

Mi lasci dire, per cominciare, che tale scelta linguistica appare, di per sé, impropria se non offensiva. La scuola italiana pre-riforma non era certo meno buona, anche grazie al lavoro di centinaia di migliaia di insegnanti che hanno dato il loro sapere e il loro tempo – molto spesso anche al di fuori dell’orario di lavoro – per far funzionare le cose che lo Stato ha reso (e rende) molto difficili per l’intera categoria. A cominciare dall’eccesso di burocratizzazione della professione, la sua mancata considerazione sociale, anche in termini di retribuzione, e il suo conseguente svilimento (il precariato è forse l’ultimo dei problemi di un mondo in cui l’insegnante è narrato/a come privilegiato, fannullone, e via discorrendo).

Non credo che la Sua riforma cambierà questo stato di cose: il trattamento salariale è e rimane tra i più bassi d’Europa, Lei stesso ha reso l’intera categoria succube delle decisioni di un dirigente che potrà cacciare in qualsiasi momento i/le docenti e gli stessi criteri di scelta del contingente sono stati fatti sballottando di qua e di là migliaia di persone, che per accettare il posto di lavoro hanno dovuto lasciar casa, famiglia e doversi trasferire anche a centinaia di chilometri da casa. Per cui quando leggo, nella Sua lettera, che reputa odioso «essere considerati pacchi postali da spedire in varie zone della provincia e attendere le convocazioni di fine agosto come un rito umiliante e angoscioso» temo che non abbia cognizione del fatto che la riforma non ha escluso tale eventualità, ma l’ha istituzionalizzata definitivamente. Magari adesso non si attenderà più la convocazione annuale, ma si potrà essere trasferiti per l’arbitrio di un preside o perché un computer così ha deciso, come per altro è già accaduto con le passate immissioni in ruolo. E potremmo anche parlare di una riforma, la Sua, che obbliga migliaia di docenti a essere trattati come pacchi postali da una scuola all’altra, per coprire il personale assente anche per tutto l’anno scolastico, in barba al senso di soddisfazione dell’insegnante che non potrà assicurare, nemmeno adesso, la continuità educativa di cui lei tanto parla.

Temo, ancora, che Lei abbia una conoscenza non approfondita della scuola italiana quando scrive che è frustrante «ricevere la lettera di licenziamento alla fine dell’anno scolastico anziché gli auguri di buone vacanze»: perché vede Presidente, ho lavorato per sei anni per la scuola statale e posso garantirLe che mai si è vista traccia di tali lettere. Poi per carità, un errore lo si perdona a tutti, ma almeno eviti di dire che “conosce bene” tale situazione.

Leggo, poi, che con la cosiddetta “buona scuola” avete «innanzitutto messo più soldi nell’educazione, più soldi per i professori, più professori per i nostri figli contro l’insopportabile filosofia delle classi pollaio» e che avete «anche messo la parola fine al modo scandaloso con cui vi hanno trattato in questi anni». Sarà per questo motivo – per fare un solo esempio – che l’intero mondo scolastico si è rivoltato contro un provvedimento che svilisce ulteriormente la professionalità del docente, esponendolo al giudizio di famiglie e studenti stessi, rendendolo quindi ricattabile solo perché, magari, ha messo un cattivo voto all’allievo/a che verrà scelto/a nella valutazione della sua professionalità.

Lei parla, inoltre, di più soldi agli/lle insegnanti e di classi meno affollate. Vedremo se questo corrisponderà alla realtà delle cose (magari armonizzando la retribuzione in linea con quella dell’Europa). Da quello che so, il tenore di vita dei miei colleghi e delle mie colleghe continua ad essere lo stesso: 500 euro a parte, che a ben vedere corrispondono a 41 euro di maggiorazione su scala mensile e quindi un aumento del potere d’acquisto di 1,38 euro al giorno in libri, CD, concerti e altro ancora (poi pazienza se si acquista il corso di inglese on line o si spende tutto in cinepanettoni).

Le dirò, inoltre, che mente quando scrive che il Suo governo non era costretto ad assumere e che non c’è nessuna sentenza che vi obbligava a sanare il precariato, perché questo non corrisponde a verità. Ma che lei non abbia mai brillato in tal senso lo dicono i fatti (a cominciare da tutte le volte che ha promesso le ormai famigerate unioni civili, che vengono rimandate di volta in volta).

Per tutte queste ragioni – e trovandomi nella fortuna di poter scegliere altrimenti – già nei mesi scorsi, nonostante la nomina in ruolo come insegnante di Italiano, ho reputato più vantaggioso per me optare per un altro contratto, rispetto a quello offerto dallo Stato: vivo costantemente a stretto rapporto con un’utenza che mi valuta (ma che non decide delle mie sorti lavorative) e devo giustamente rispondere ai miei superiori rispetto a quanto faccio nel mio ambito lavorativo. Ma sono trattato da professionista del settore e non da numero da destinare a “reti di scuole” dove fare il tappabuchi di colleghi/e assenti o da esporre agli umori del preside (e ritornando al discorso sulle unioni civili, magari pure omofobo e ossessionato dal “gender”, e credo che lei capirà perfettamente a cosa mi sto riferendo).

Perché ciò che fa di un individuo un lavoratore realizzato è la possibilità di mettere pienamente a frutto il suo sistema di conoscenze per il mestiere che ha scelto di seguire, ottenendo la stima del contesto sociale di riferimento – e anche Lei, insieme ai suoi seguaci, non fa un favore alla categoria quando usa il termine “professorone” come insulto per i suoi avversari – e, possibilmente, un compenso adeguato per il un progetto di vita che, nel caso dell’insegnante che ci crede davvero, è di totale adesione al fine per cui lavora: costruire la società del domani.

Per cui mi perdonerà se reputo le Sue parole come un ennesimo esercizio retorico da politicante e non il messaggio che ci si aspetterebbe da chi ci governa.

Cordialmente,

Dario Accolla

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