I prof hanno troppe vacanze e altre amenità? Provate a farlo voi, questo lavoro

scuola2La cosiddetta “buona” scuola è entrata a regime, lasciandosi dietro più gente scontenta che altro. L’opinione pubblica italiana reagisce in due modi, grosso modo analoghi: o adotta l’indifferenza tipica della nostra società rispetto a fenomeni sociali complessi, oppure giudica in nome della propria ignoranza rispetto ai fatti. A questo punto sorge una domanda: voi che pontificate su quanto è bella e buona la riforma, e quanti ingrati e cattivi i/le docenti che dovranno scontarne gli effetti, cosa sapete di insegnamento? Lavorate in una scuola pubblica italiana? Lo avete mai fatto? Qual è più in generale il vostro strumento di interpretazione e di conoscenza della realtà? E no, miei cari: l’arroganza – diretta conseguenza dell’ignoranza delle cose – non è la risposta esatta. Ma andiamo per punti.

Uno. La cosa che si contesta, tra le molte, di questa riforma è che non terrà conto della professionalità del personale assunto. Faccio un esempio concreto, così che anche le teste più dure possano essere facilitate nella comprensione della cosa: sei un insegnante di musica e lo Stato ti ha fatto abilitare per insegnare, appunto, musica. Per fare questo ti ha chiesto, nell’ordine: concorso per accedere alla specializzazione, denaro per frequentare il corso, esami in itinere ed esame di stato finale. Sarebbe dunque compito dello Stato fare in modo che i tuoi sacrifici vengano ripagati in modo conseguente. E invece no. Sarai chiamato (fasi B e C) laddove serve a far parte di un team di insegnanti che copriranno i buchi di chi si assenta o a fare lavori di altro tipo (sostegno, mensa, laboratori pomeridiani, ecc). Pazienza se la tua professionalità viene mandata a quel paese. Il tifoso standard del leader che ha permesso tutto questo ti darà del gufo e ti dirà che non ami il tuo lavoro.

Due. Questione “deportazione”. Termine forte, me ne rendo conto. Forse improprio, ma forte. Volutamente forte. Si chiama, appunto, iperbole. Se insegni lettere, a scuola, sai di che stiamo parlando. È un po’ come quando diciamo “c’è un caldo da morire”. È ovvio che dopo non muori (a meno che tu non sia anziano e con un cuore malandato). Ma nella retorica politica funziona anche così. Se poi vogliamo usare termini più corretti, possiamo parlare di trasferimento sotto ricatto di licenziamento. Non so se negli altri ambiti lavorativi funziona così. So però che se ti trasferiscono, hai degli incentivi. Dopo di che, leggo di alcune polemiche quali “vogliono il lavoro sotto casa” e cretinate simili. Sfugge, a questi campioni dell’indignazione a buon mercato – eppure fermarsi a riflettere dovrebbe essere gratis – che gli/le insegnanti sono tra le categorie a più alto grado di mobilità per trasferta lavorativa (in direzione sud-nord, per altro). Io stesso quando l’allora ministra Gelmini ha tagliato i fondi all’università prima e alla scuola poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho lavorato per cinque anni come precario. Magari poi ti fai nuove amicizie, ti devi abituare a una nuova vita (allora avevo 35 anni) e ricominciare tutto da capo, stravolgendo le regole del gioco che sempre lo Stato ti aveva imposto, un attimo ti fa incazzare. Ma giusto un po’. Perché nel frattempo forse hai comprato casa, ti sei fidanzato, ecc. Nel caso ancora tu fossi insegnante e pure gay, il problema si complica visto che non sei riconosciuto nemmeno come coppia, ma questa è un’altra storia. Tornando al discorso di partenza, perciò: o accettate l’iperbole, nella contestazione alla riforma, o quando dite di morire di caldo o di sete poi per coerenza lo fate. Morire, dico.

Tre. Le critiche del piffero poi. Per non dire proprio “del cazzo”. Ma converrete che mi rovina il climax, per cui non lo dirò. Tra le varie contestazioni, ho sentito frasi quali “hanno due mesi di ferie, di che si lamentano?”. Bene, vale quanto detto al punto uno (professionalità) e due (sacrifici). Poi magari gli stessi sono dei morti di fame e vanno in orgasmo mentale per il calciatore X comprato per dieci milioni di euro dalla loro squadra del cuore. Sempre per aver ben chiaro il nostro contesto sociale. Ad ogni modo – e ricordandovi che tra Natale, Pasqua e feste comandate i mesi di ferie arrivano a tre e se non vi va bene il problema è solo vostro – rispetto a tali contestazioni, il discorso è molto semplice. E anzi vi faccio una proposta: se vi dà così fastidio che un docente abbia tutte queste vacanze, potete provare a farla voi questa professione. Se ci riuscite, ovvio. Si tratta appunto, col vecchio sistema, di superare un concorso di ammissione, due anni di scuola di specializzazione, tirocinio per un anno in una scuola vera, studiare di notte per preparare gli esami, esame di stato finale, 2500/3000 euro di tasse, ecc. Col nuovo sistema sarà solo per concorso (ma devi essere abilitato). Ma anche lì, visto che è così facile, fatelo. Requisito: laurea attinente con massimo punteggio possibile. E poi – dopo un anno in aula con trenta ragazzini per classe, in luoghi fatiscenti, senza internet e con le sedie rotte, senza riscaldamento o climatizzatore e carta igienica in bagno e l’impossibilità di andare a pisciare perché non ci sono bidelli che ti sorvegliano i ragazzini – ne riparliamo. Ok?

Quattro. Come dite? Un insegnante è una figura chiave e deve essere il top? Concordo al 100%. Allora mi direte perché vi piace una riforma che ci porta a fare da tappabuchi e a frustrare la volontà e le capacità di chi vuol fare davvero (ricordate l’esempio al punto uno). Poi io sono dell’idea che se uno lavora male, vada licenziato. E no, con la cosiddetta “buona” scuola non accadrà. L’insegnante svogliato e poco professionale verrà solo trasferito da una parte all’altra. Per cui invece di far danno da una parte sola, andrà a rovinare intere classi un po’ ovunque. Anche questa è una geniale idea di colui che incensate come il meglio che l’Italia possa avere. Complimenti vivissimi. Ah, ultima cosa, a proposito della mancata professionalità: la gente che non lavora esiste un po’ in tutte le categorie. Anche tra quei politici che magari votate tutti contenti.

Ah, dulcis in fundo, giusto per essere sgradevoli fino in fondo: in Finlandia l’insegnante è considerato come seconda categoria sociale dopo i medici. In Svizzera viene pagato qualcosa come 4000-6000 euro al mese. In Giappone è l’unica categoria che non si inchina di fronte l’imperatore. Adesso qui nessuno pretende che Mattarella venga in visita a Torre Angela a Roma o a San Cristoforo a Catania e si prostri ai piedi di chi lavora in contesti così difficili, ma davvero, dover rispondere a commenti sostanzialmente idioti o anche solo la prospettiva di prenderli in considerazione è un fardello che nessun/a insegnante del mondo occidentale e civile dovrebbe portare addosso. L’ignoranza, chi insegna, prova a combatterla. Non le dà corda. Spero che almeno su questo si sia tutti/e d’accordo.

6 thoughts on “I prof hanno troppe vacanze e altre amenità? Provate a farlo voi, questo lavoro

  1. Caro Accolla hai ragione, il problema è che a volte gli insegnati si lamentano come se fossero gli unici martiri del lavoro in Italia, quanto invece rispetto ad altre categorie godono di condizioni ben migliori.

  2. caro Paolo, conosco categorie professionali che hanno condizioni migliori degli insegnanti, per trattamento economico e considerazione sociale. E protestare per discorsi in cui entrare nel merito non è lamentarsi. È chiedere un giusto riconoscimento.

  3. Non solo, tutti puntano il dito contro gli statali perché fannulloni. Gli insegnanti sono gli unici che non lasciano il posto di lavoro e nemmeno possono lasciarlo dato che lavorano con ragazzi. Gli insegnanti hanno avuto lo stipendio bloccato per diversi anni, nessun riconoscimento e nemmeno arretrati. Tutti soldi che hanno contribuito a colmare le lacune di una crisi… Non vi risulta?

  4. Se pensi che gli insegnanti sono mal considerati o peggio maltrattati…prova a cambiare lavoro e vedi se le altre categorie sono trattate come voi insegnanti….ci sono laureati,che hanno pagato tasse e fatti i vostri stessi sacrifici e per tenersi il proprio posto devono lavorare anche 12-14 ore al giorno…. io ti parlo da mamma di bambini che frequentano le elementari….troppe insegnanti 5-6 per classe e i bambini non imparano quasi niente e se provi ad evidenziare le lacune ,ti senti dire ” porti pazienza impareranno più avanti”…son dovuta subentrare io come genitore per recuperare le lacune delle maestre….Ti sembra giusto???

  5. Io ho due figli di 15 e 13 anni, ma nessuno dei due alle elementari ha mai avuto 5-6 insegnanti in classe e non mi sono mai permessa di subentrare a colmare le lacune delle maestre. Forse qualcuna era di sostegno? Forse una era di inglese? Forse erano un po’ meno? Forse era il paese dei balocchi?
    Poi sono anche una insegnante e guadagno 1430 euro al mese circa (con figli minori a carico) e sul mio cedolino c’è scritto che il prossimo scatto lo avrò nel 2021.
    A parte ciò, io vorrei andare a scuola, e trovare una scrivania dove appoggiarmi nelle ore buche per provare a fare qualcosa (invece di perdere tempo nell’attesa della successiva ora di lezione), magari fornita di pc, stampante, fogli, penne, … un po’ come hanno tutti i lavoratori. Invece queste cose ce le ho solo a casa mia, pagate col mio grasso stipendio, e se voglio un caffè me lo prendo fuori orario di cattedra e se devo andare in bagno ci vado quando non ho lezione e se devo passare in segreteria non lo posso fare certo quando sono in classe con i ragazzi.
    Inoltre nel terzo mondo i bambini muoiono di fame (purtroppo) ma nessuno si scandalizza con coloro che vanno al ristorante e si lamentano perchè il cibo non è di loro gradimento (eppure dovrebbero gioire per il fatto di avere di che nutrirsi!). Se gli insegnanti fanno notare situazioni anomale e di forte disagio sono degli incontentabili fannulloni. Mi pare che ci sia un po’ di incoerenza.

  6. Premetto doverosamente che il mio è un giudizio di parte, venendo da una famiglia in cui mio padre è stato insegnante prima e preside poi, fino all’anno in cui è andato in pensione (1995); premetto anche che parlo di epoche diverse (anni ’50/’60/’70/’80 e inizi ’90 del secolo scorso), dunque le cose sono senz’altro cambiate in peggio.
    Che il bel popolo italico non abbia mai avuto in simpatia gli insegnanti è storia vecchia: quando mio padre cominciò ad insegnare (1955) l’allora Preside dell’Istituto Tecnico Commerciale nel quale fu mandato a svolgere il suo lavoro gli affidò la “classe peggiore” perché “giovane e non ancora di ruolo” (leggi: precario). Sappiate che quella classe bloccava l’accesso agli insegnanti che riteneva “non bravi” e quelli più “ammanicati” mandavano i propri genitori “in vista” a “parlare” col Preside!!! Vi ricorda niente? Strani parallelismi con quanto prevede la (cosiddetta) “Buona Scuola”, non trovate? Mio padre se la cavò molto bene, visto che in breve venne (a ragione!) considerato uno dei prof più temuti della scuola e, in breve, del circondario…
    Ma ricordo distintamente che il suo lavoro non si limitava alle ore di scuola (compresi il tempo dedicato al ricevimento di studenti e genitori), bensì proseguiva a casa talora fino a tardi per correzione e preparazione di compiti e lezioni; ricordo che riceveva regolarmente a casa tutti gli aggiornamenti librari delle sue materie (Ragioneria e Tecnica Bancaria) che altrettanto regolarmente studiava, intimando un silenzio religioso in casa a noi, suoi figli piccoli; ricordo le trasferte per i Corsi di aggiornamento; ricordo il periodo tra l’ultima metà di Giugno e la prima di Luglio passati a centinaia di kilometri di distanza a seguito dei sorteggi per la composizione delle Commissioni esterne d’Esame per il Diploma. E poi ricordo le riunioni degli Organi Collegiali, nei quali mio padre credette molto prima di ripudiarli lamentandosi da un lato della cronica assenza dei genitori (pronti, però, a criticare subito l’insegnante per ogni mancanza dei propri figli perfetti: vi ricorda nulla anche questo?) e dall’altro di una soffocante presenza sindacale che spesso paralizzava tutto. E ricordo che si lamentava soprattutto della politicizzazione di alcuni suoi colleghi che usavano per trarne benefìci sugli altri colleghi…
    Quando andò in pensione, tra il rammarico di Presidi e Provveditori (allora si chiamavano così, non so oggi), dei suoi colleghi e dei suoi ex-alunni che lo adoravano nonostante li avesse fatti letteralmente piangere a lezione (non c’era classe di diplomati che non organizzasse a cadenza annuale delle cene in cui lo pretendevano presente: un orgoglio per lui e oggi per me come figlio; questa cosa è andata avanti fino alla sua tarda età!!), ricordo tutta la sua tristezza e il suo disincanto. Ammetto che lo odiai per questo: come poteva essere infelice di fronte a tanti riconoscimenti e quindi a una brillante carriera? Solo una volta si lasciò scappar detto: “Sta andando tutto allo sfascio, distruggeranno la scuola; molta responsabilità sarà degli insegnanti, ma la colpa maggiore sarà dei genitori e dei politici che noi votiamo”. Ci ho messo molti anni per capire l’amarezza profonda di mio padre; l’ho compresa in pieno quando ho fatto per quasi quindici anni l’attivista LGBT e in particolare quando sono riuscito a rientrare nelle Scuole Superiori in quella veste: a fronte di qualche insegnante disperatamente attaccato alla sua passione e professionalità, ho visto una massa di prof con lo sguardo spento di mio padre, ben attenti a non rendersi “scomodi” agli occhi del Dirigente Scolastico e una massa di studenti in cerca disperata di punti di riferimento, ignari di cosa fosse persino la nozione-base di “cultura”. Eccezion fatta per quelli “inquadrati” in qualche gruppo religioso: gli unici ad avere una qualche preparazione di base (e di parte), con l’atteggiamento altezzoso di chi sa di stare rigorosamente un gradino sopra agli altri. E lo scoramento è venuto pure a me, pur essendomi risparmiato la sorpresa di quel che sta accadendo oggi.
    Triste consolazione.

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