Tra pride normali, diversi e divertiti

normalitàDopo secoli di azioni di vario tipo – manifestazioni, marce, convegni, flash mob, fiaccolate, ecc –, qualcuno in data 13 giugno 2015 ore 11:59, mi ha scritto in privato le magiche parole “pride normale”. Ancora. Ora, tralasciando il fatto che in momenti come questo spero che certa gente rinasca figlio di Adinolfi, vorrei porre la questione su un piano più squisitamente linguistico.

Normale deriva da norma, ovvero da una regola imposta. Un bel giorno qualcuno si sveglia e dice cosa è giusto e cosa no. Il concetto di norma, tuttavia, è vario e molteplice: si struttura su questioni “naturali”, “numeriche”, “consuetudinarie”, ecc. Ovvero: se una cosa esiste in natura è normale, se in tanti la seguono è normale, se esiste da sempre è normale.

Tutto semplice, quindi? Basta l’evidenza? No. Si incappa, infatti, in storture di sistema. E cioè:

1. In certe specie naturali è normale che l’atto sessuale sia di tipo stuprativo. Per non parlare dell’incesto. Vogliamo allora dire che violentare qualcuno/a o sposarsi i propri genitori rientri nella normalità delle cose?
2. Per secoli neri e donne hanno vissuto in regime di subalternità rispetto al maschio bianco. Secondo il concetto di “consuetudine”, Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero una perversione rispetto alla regola standard.
3. E ancora, sempre seguendo questa falsariga: i cinesi sarebbero i più normali tra gli esseri umani. Seguirebbero i musulmani. E la vedrei molto male, invece, per gli abitanti di micro-stati come il Principato di Monaco e la Città del Vaticano.

La definizione di norma – e la classificazione di ciò che è normale – sfugge quindi all’aggancio col dato reale (e all’evidenza delle cose) e la realtà si qualifica, conseguentemente, come insieme di varianti. Ovvero, come mix di diversità le quali dovrebbero, a rigor di logica, avere tutte lo stesso status.

Diverso, a ben vedere, si configura come l’esatto contrario di normale. Ciò che non segue il “verso giusto” (la norma) lo “di-verte”, cioè lo fa deragliare. E dovrebbe essere chiaro che l’ordine precostituito se è “naturale” e si basa su usi e costumi millenari, accetta anche tutta la violenza implicita nella natura e nelle consuetudini umane. Conseguentemente se possiamo scindere tra ciò che ci piace e ciò che non riusciamo ad accettare da ciò che è “normale”, allora la costruzione della norma è un processo culturale e quindi “artificiale”.

Tutto questo per dirvi, cari fautori e care fautrici di ciò che è normale e ciò che non lo è, che siete vittime non solo della vostra ignoranza, ma anche figli di un sistema che vi fa fare ragionamenti del cazzo.

Concludo con un’altra evidenza, rigorosamente semantica. Norma ci porta al termine normalità, e abbiamo visto il delirio che si nasconde dietro questo termine. Il “non normale” è il diverso e da questo termine ne nasce un altro: “divertimento”. Per questo, tornando al discorso di partenza, ai pride ci si diverte. Per questo amiamo le baracconate, le carnevalate, i culi e le tette. Perché siamo liberi e libere. Perché al concetto di reputazione – ovvero, le etichette degli altri – abbiamo sostituito quello di autodeterminazione. Alla norma calata dall’alto (e dall’altro), la nostra facoltà di dire sì o no. Perché possiamo decidere quando è il momento di sculettare e quando è il caso di esser più seri. Voi potete dire lo stesso?

Per cui, e vi lascio con questa riflessione, quando fate certi discorsi già obsoleti ai tempi di Odoacre, pensate di essere liberi, emancipati, portatori di qualsiasi tipo di avanguardia, o state solo recitando pappagallescamente un codice di “norme” che nulla hanno da spartire con la complessità del reale?

Detto questo, vi auguro un buon week end. Io mi preparo per andare al Roma Pride.

32 thoughts on “Tra pride normali, diversi e divertiti

  1. Forse con “normale” intende un pride che sia più una manifestazione che non occasione di folclore. Visione condivisa da chi diserta i pride.

  2. Le manifestazioni non se le fila nessuno, caro Piddu, il “folclore” (come lo chiami tu) invece coinvolge chiunque. Parola di uno che dopo anni di “manifestazioni” serie s’è deciso a sperimentare il Pride e ha capito quanto si sbagliava. Sono a Roma a festeggiare orgogliosamente fuori norma. Comincia pure tu e ci dirai.

  3. no, la “Norma” equivale alla “media” dal punto di vista statistico, e non è l’indicatore più importante statisticamente, è molto più significativa la varianza (in quanto mediamente ci si discosta dalla norma appunto)..

  4. @lukemc67 quali sarebbero le altre manifestazioni “serie”? Se le altre manifestazioni non se le fila nessuno perché sono serie, allora vuol dire che proprio un problema grosso a livello di persone.
    Mai sentito di operai che disertano le manifestazioni sindacali perché non ci si diverte.

  5. In passato l’Arcigay e altre associazioni soprattutto romane organizzarono diverse manifestazioni “serie”: il fatto che tu neanche le conosca dimostra quanto ti ho detto. Siccome avevo anch’io le tue idee e i tuoi pregiudizi sul Pride, ti invito amichevolmente a fare un bel respiro e a buttarti: vedrai che ti ricrederai da solo!! Qui a Roma è bellissimo (come sempre) ed è pieno di tantissima gente comune, etero con famiglie e bambini compresi!!!

  6. ciò che è normale è in media ciò che è statisticamente frequente, ciò che è statisticamente maggioritario, e tutto questo non è per forza giusto nè per forza sbagliato, la consuetudine non è sempre oppressiva. Dipende dalle circostanze e dai casi. Essere “normali” qualunque cosa questo voglia dire non è per forza essere schiavi
    Trovo poi un po’ stancanti queste discussioni su pride normali e non normali: chi vuole andare in giacca e cravatta ci vada, chi non vuole rinunciare alle piume di struzzo è ok lo stesso, sono scelte di look legittime. Quel che conta è la battaglia per i diritti civili

  7. La parola “normale” può essere criticata in mille modi, ma è chiaro che non è il focus delle critiche al Pride. Fermarsi alla critica del concetto di normalità vuol dire liquidare con faciloneria una questione non così semplice. So che si tratta di una scelta retorica intenzionale, ma manca di concretezza e pragmaticità. Lasciamo stare quell’orrenda parola e andiamo al succo della questione.
    Partiamo dal presupposto che il Pride è una manifestazione pubblica, non privata. Ciò vuol dire che è un atto di comunicazione verso l’esterno. Non fermarsi a riflettere sulle strategie comunicative e sui messaggi recepiti è sciocco tanto quanto continuare a fingere che il Pride sia una questione “inter nos”. Ed è troppo facile dare la colpa agli altri, ai destinatari. Troppo facile dire “sono loro che non capiscono”. La domanda è: ha senso trincerarsi nel conservatorismo e nel tradizionalismo? Certe strategie comunicative andavano bene negli anni ’70 e ’80, ma ora siamo nel 2015. La società è cambiata, le questioni politiche sono cambiate, le tematiche sono cambiate, la stessa comunità LGBT è cambiata. Quel modello di Pride è ancora lo strumento migliore per rivendicare i diritti che ci spettano? E lancia un messaggio chiaro e capibile da tutti? Riesce a far cambiare idea e smuovere gli animi? Riesce a essere credibile e farsi prendere sul serio? Riesce a non cadere nella confusione e a comunicare in modo intelligente? Riesce a non confondere questioni private e questioni pubbliche? Riesce a essere al passo coi tempi e con le questioni politiche attuali (matrimonio, omogenitorialità, discriminazione etc etc…).
    E allora, tornando alla questione iniziale, io non parlerei di “Pride normale”, ma bensì di “Pride intelligente”.
    Certo, se poi chi la pensa in modo diverso viene liquidato con “nessuno ha sentito la tua mancanza” o “sei un represso” o “sei stupido gne gne”, c’è poco su cui ragionare.

  8. #Prometeus: proverò a risponderti per singola domanda.

    • Quel modello di Pride è ancora lo strumento migliore per rivendicare i diritti che ci spettano?
    Considerando che i pride italiani sono più morigerati rispetto ad altri – hai mai visto un pride berlinese o uno a Londra? – e considerando che temo tu confonda la marcia finale per tutta la manifestazione, dove si fanno dibattiti, incontri, ecc, direi che si è prodotto in Italia un pride abbastanza moderato, i cui “eccessi” sono, più che istituzionali, flokloristici. Laddove si è arrivati a matrimonio e/o unioni civili sfilano forze armate e master con slave al guinzaglio, cosa che in Italia non si è mai vista. E si è capita una cosa fondamentale: si chiede uguaglianza non perché all’altezza dei normali/normati, ma per quello che si è. Per cui direi che il modello italiano va rivisto per le eccessive prudenze che cercano di non disturbare i perbenisti, semmai. A mio modo di vedere è uno strumento ancora oggi valido e attuale, persistente laddove i diritti ci sono da anni.

    • E lancia un messaggio chiaro e capibile da tutti?
    Le piattaforme programmatiche sono scritte in italiano e chiedono sia diritti, sia un nuovo approccio al concetto di libertà dell’io. Chi vuole vederci il male, sempre e necessariamente, lo fa forse per suoi limiti oggettivi.

    • Riesce a far cambiare idea e smuovere gli animi?
    Conosco molte persone che non ci venivano perché veniva descritto, dai media, come kermesse di depravati. Poi hanno visto con i loro occhi e si sono ricredute. Forse il problema non è di chi va al pride, ma di chi lo racconta. Allora le tue critiche andrebbero rivolte al sistema dell’informazione, che in Italia è abbastanza becero.

    • Riesce a essere credibile e farsi prendere sul serio?
    Rigiro la domanda: pensi che sia poco credibile e ridicolo? Perché qui rischi di insultare il lavoro di migliaia di attivisti e di attiviste sparsi in tutta Italia. Ti citerò, tuttavia, alcuni numeri. A Verona hanno sfilato in diecimila, secondo la formula tradizionale. A Roma, il 13 giugno, eravamo alcune centinaia di migliaia. Di fronte a questi numeri, pensi sia credibile e che si faccia prendere sul serio?

    • Riesce a non cadere nella confusione e a comunicare in modo intelligente?
    Premesso che a questa domanda ti ho risposto nelle questioni precedenti, ti rivolgo un’ulteriore domanda: cosa vogliamo comunicare? La comunicazione è fine a se stessa o è portatrice di contenuti specifici? Perché se vogliamo comunicare ciò che vogliono sentirsi dire gli omofobi, basterà dar loro ragione e chiudere bottega. Anche qui, quell’aggettivo “intelligente” sembra connotare di una dimensione di idiozia quanto fatto fino ad ora. E anche qui rischi di essere offensivo.

    • Riesce a non confondere questioni private e questioni pubbliche?
    Quali sarebbero le questioni private? In politica certo privato ha rilevanza pubblicistica. Chi voleva differenziare le due questioni, a suo tempo, creò gli splendidi DiCo, che non davano valore pubblicistico alle relazioni intime delle persone. È questo che vorresti per le nostre unioni?

    • Riesce a essere al passo coi tempi e con le questioni politiche attuali (matrimonio, omogenitorialità, discriminazione etc etc…)?
    Anche qui, sì, lo è. Ma temo che tu confonda il desiderio di essere accettabile e “rispettabile” con il portato politico nuovo di cui la questione LGBT è fautrice. Ovvero: noi non dobbiamo chiedere diritti perché siamo uguali agli altri, ma perché siamo come siamo. Le donne, i neri e gli ebrei non si emanciparono cercando di essere quanto più vicini al maschio bianco e cristiano, ma perché portatori e portatrici della loro specificità. Nei pride c’è chi vuole “normalizzarsi”, in senso giuridico, e chi vuole essere riconosciuto in quanto testimone di una specificità. Tu come pensi di rispondere a questa domanda di uguaglianza formale di fronte a un caleidoscopio di soggettività? Imponendo una visione unica rispetto un modello o dando riconoscimento a qualsiasi tipo di diversità?

    P.S.: «Certo, se poi chi la pensa in modo diverso viene liquidato con “nessuno ha sentito la tua mancanza” o “sei un represso” o “sei stupido gne gne”, c’è poco su cui ragionare»… scusami, ma evidentemente è un mio limite. Per uno che ancora, nel 2015, mi fa certi discorsi, non ho altro da dire che può starsene benissimo a casa sua. La libertà di essere sé stessi/e è altra cosa e non passa dal compiacimento di chi ci vorrebbe a diritti minori. Converrai.

  9. i diritti e l’emancipazione si fondano proprio sul fatto che donne, neri e ebrei con le loro specificità sono uguali ad ogni essere umano sul piano morale e intellettuale nel bene e nel male perciò devono avere gli stessi diritti
    quello della “normalizzazione” è un falso problema..Volere un certo tipo di vita non è essere “normalizzati”

  10. #Paolo: infatti, donne, neri ed ebrei hanno ottenuto uguaglianza giuridica senza rinunciare ad essere se stessi/e. Andavano, appunto, contro il concetto comune di “accettabilità”. E guarda che ai tempi le critiche, che si facevano a quelle categorie che richiedevano pari dignità, erano analoghe a chi oggi vuole negare i diritti delle persone LGBT.

  11. È tardi e devo andare a letto, per cui scriverò di getto. Mi scuso in anticipo per eventuali errori di battitura.

    *No, conosco bene l’organizzazione dei Pride e so bene che nella settimana del Pride vengono svolti vari eventi. Peccato che, per la mia esperienza, siano fatti malissimo, poco pubblicizzati e poco ragionati, a tal punto che la stessa organizzazione preferisce puntare l’attenzione soprattutto sulla parata.
    Il fatto che a Londra, Berlino e via discorrendo sia meno “morigerato” è irrilevante rispetto alle questione ho posto. O forse, siccome loro lo fanno in quel modo, allora è automaticamente giusto? È una sorta di argomentazione per autoritas molto confusa? Che poi si sia arrivati al matrimonio in certi paesi non è detto sia un dato causale e non casuale.
    Inoltre, io non ho mai parlato di “essere all’altezza dei normali/normodotati”, è un’idea che non mi appartiene. Io aborro il concetto di normalità. Semplicemente dico che non vanno confuse le questioni private con quelle pubbliche e che ogni battaglia prevede degli strumenti diversi.
    A ciò aggiungo che in realtà i perbenisti li si disturba in altri modi. Quante volte si sente dire “a letto puoi fare quello che vuoi, MA…”? Ma la tua non è una famiglia, ma non parlare di matrimonio, ma lascia stare i bambini? Quante volte anche le persone “gay-friendly” argomentano con “ognuno a letto può fare quello che vuole”? Il problema è il riconoscimento sociale, non la questione sessuale. Le Sentinelle in Piedi sono nate quando si è iniziato a parlare di matrimonio e adozioni, è quello che li disturba. Poi magari possono schifarsi e fare i bigotti per i master/slave, ma non è questo a mobilitarli politicamente. E soprattutto, non si vedo il senso di trasformare il privato in pubblico. E lo dice uno che è favorevolissimo alla legalizzazione della prostituzione e che lotta continuamente contro lo slut-shaming. Ma si tratta di altre questioni che meritano altri strumenti. Non ha senso mischiare tutto in un unico calderone, perché il messaggio che arriva all’esterno è molto confuso. E di fronte alla confusione a rimanere impresso è ciò che colpisce di più in superficie, ossia l’estetica della parata. Ecco, per com’è organizzata oggi, credo che la parata del Pride sia un’arma potentissima contro il matrimonio egualitario, contro l’omogenitorialità e a favore dell’omofobia. E non per una questione di “anormalità” (che brutta parola…), di provocazione esagerata o di estetica trash, bensì per una questione di organizzazione e quindi di comunicazione. Che non vuol dire omologarsi, vuol dire avere l’intelligenza di capire che ogni battaglia richiedere strumenti adatti e che per ogni cosa c’è un luogo e un tempo adatto. Il Pride attualmente è fuori luogo e fuori tempo.
    Ovviamente, parlo della mia esperienza personale, ossia del Pride di Catania (a cui ho partecipato per tre anni). Spero che in altre città la situazione sia diversa, ma non credo possa esserlo più di tanto perché le idee di base sono sempre quelle. E io, semplicemente, quelle idee le considero dannose. Ma forse non lo sono per chi ha certi interessi economici tra discoteche, saune e locali di cruising, chissà.

    *Ripeto: è troppo facile dare sempre la colpa agli altri. Sa tanto del “sono stato frainteso” di berlusconiana memoria. Specie quando “il male” ce lo vedono in tanti anche tra gli omosessuali. Forse il problema sta più nell’oggetto che nel soggetto, ma capisco che è più facile pensare che chi non sottostà a certi dogmi sia un represso o uno che non capisce nulla.

    *Be’, sai, quando ogni volta che critichi il Pride ti becchi insulti di ogni tipo anche da dirigenti di associazioni LGBT, la pazienza un po’ la perdi. Specie considerando che io non solo ci metto la faccia, ma combatto ogni giorno in famiglia e nella società. Non mi omologo, non ho paura, non rinuncio a essere me stesso, quindi che mi si chiami represso non lo tollero. Ma capisco che chi pensa con la propria testa sia scomodo.

    *Idem come sopra. Il sistema dell’informazione fa schifo, sicuramente. Ma anche la macchina comunicativa del Pride fa acqua da tutte le parti. E comunque, io al Pride ci sono andato e l’ho trovato masochistico. Certo, non è come lo descrivono i media, su questo siamo d’accordo.
    Inoltre non ha senso criticare le scelte dei singoli partecipanti: sta all’intelligenza e alla lungimiranza di ognuno capire come manifestare. Va detto però che molti vanno lì solo per rimorchiare e ballare e guardare i cubisti mezzi nudi, fregandosene totalmente delle rivendicazioni politiche. Forse perché è l’organizzazione in primis a dare questa idea? Io non me la prendo coi singoli, ma con l’organizzazione. Forse certe cose andrebbero pubblicizzate meglio, forse certi messaggi andrebbero comunicati meglio, forse certe scelte per la parata non andrebbero fatte. Ad esempio, riguardo all’ultimo punto, mettere i cubisti e la musica tamarra-trash da discoteca non è un idea geniale, se vuoi essere credibile nel parlare di diritti. E ripeto: non è un questione di “normalità” o di “trasgressione”, ma semplicemente di luoghi e scopi adatti.

    *Hai totalmente frainteso la questione pubblico/privato. Chi vuole tenere separate le due cose, vuole il matrimonio egualitario E delle unioni civili per tutti e diverse dal matrimonio E il riconoscimento dell’omogenitorialità. Non certo quella porcata dei DiCo. Il riconoscimento sociale è una questione pubblica tanto quanto il riconoscimento giuridico. Ma è una questione diversa rispetto alla libertà di ognuno di fare ciò che vuole col proprio corpo. Anche questa è una battaglia nobilissima che condivido e che ritengo vada combattuta, ma che richiede strumenti diversi.

    *Ti ho risposto nel punto precedente: io non voglio una soluzione unica. Piuttosto, mi sembra che l’organizzazione del Pride voglia indicare non tanto una soluzione unica, ma una privilegiata e derivata da un certo pensiero filosofico (che si può condividere o meno). Paradossalmente, se si vuole rispettare la diversità, bisogna dare un’impostazione più neutra.
    Inoltre, bisogna anche capire cosa si intende per “normalizzarsi”. Tu prima hai fatto l’esempio dei master e degli slave, ma io mi domando: a lavoro vanno con le tute in latex? E se un master vuole andare a una manifestazione sindacale, come ci va? E se questo master è anche un immigrato e vuole andare a una manifestazione contro il razzismo? E al master i diritti vengono negati in quanto master o in quanto omosessuale? In quanto persona che in camera da letto fa certe cose o in quanto persona che vorrebbe sposarsi o unirsi civilmente e/o avere dei figli assieme a qualcuno del suo stesso sesso?

    P.S. la libertà di essere se stessi coinvolge anche gli asessuali, a cui però non fa comodo l’iper-sessualizzazione della società. Ma al di là di ciò, la libertà di essere se stessi coinvolge tutto, ogni aspetto della vita. Però non bisogna confondere le questioni private con quelle pubbliche. E non bisogna confondere la battaglia X con quella Y. Io credo fermamente che, se si lotta per i diritti civili, bisogna lottare per quelli di tutti, non solo per quelli che coinvolgono in prima persona. Però la lotta contro il razzismo richiede strumenti diversi rispetto a quella per i diritti delle persone trans, che a sua volta richiede strumenti rispetto a quella per i diritti delle persone omosessuali e bisessuali, che a sua volta richiede strumenti diversi rispetto a quella per l’eutanasia e il testamento biologico. Ha più senso fare tante manifestazioni diverse, ciascuna con le strategie comunicative adatte, e partecipare attivamente a tutte, anziché fare un unico calderone in cui si dice caldo e anche freddo. Il mondo è complesso, non lo si può negare, ma ciò non deve essere una scusa per renderlo ancora più confuso. Specialmente quando si vuole ottenere diritti e far cambiare idea alla gente.

  12. #Prometheus: un pippone di millemila battute solo per dire che non ti piace il pride di Catania e che ti stanno antipatici i suoi organizzatori. In tutto questo ti contraddici, prima dicendo che non sei per la “normalizzazione” ma poi auspicando che si rassicuri una rappresentazione perbenista che neghi le diversità di chi è percepito come fuori norma.

    Se a me una festa non piace, non ci vado. Se mi piace, sì. Semplice. Il 4 luglio hai due scelte: o resti a casa o vieni. Dal 5 luglio ne hai una in più: partecipi attivamente a rendere il pride più simile alla tua idea. Il resto è pregiudizio. E scusami, ma non mi appassiona discutere con chi difende, forse in modo inconsapevole, i suoi stessi carnefici. Stammi bene.

  13. “Auspicando che si rassicuri una rappresentazione perbenista che neghi le diversità di chi è percepito come fuori norma”: è falso e lo sai benissimo. Non ho affatto sostenuto questa tesi. Mi rendo conto di aver scritto in fretta, quindi se il concetto non è chiaro sono disponibile a spiegarlo con più calma.
    Inoltre, le mie tesi non hanno nulla a che fare con i concetti di “norma” e “normalità”. Capisco che sia utile alla tua retorica agganciarti a questi termini, ma questa mancanza di flessibilità ti porta in un’area (semantica e concettuale) che c’entra come i cavoli a merenda. Allo stesso modo per cui è molto forzato tirare in ballo una presunta antipatia verso certe persone: ciò che ho detto non aveva nulla a che fare con l’antipatia. Piuttosto, mi domando il perché di questa tua attenzione per questioni secondarie.

    Riguardo al Pride, io non ho detto che non mi piace, ho detto che lo reputo dannoso. Sono due tesi molto diverse tra di loro, non necessariamente legate. Da ciò che ne sai tu, a livello puramente edonistico potrebbe anche piacermi.
    Ad ogni modo, io credo che a difendere i miei/tuoi/nostri carnefici sia proprio il Pride com’è stato fino ad ora organizzato. Consapevolmente o inconsapevolmente non saprei. Ma capisco che per molti equivalga a un dogma.

    E poi scusami, ma purtroppo studio tecniche narrative e quindi sono abituato a non parlare di ciò che non conosco. So che nell’epoca degli opinionisti è una forma mentis poco comune, ma… shit happens.

  14. #Prometheus: scusa se te lo faccio notare, ma ho un master in comunicazione e se vuoi fare questo giochino a chi ha più titoli e competenze, possiamo serenamente metterci a giocare, ma non so quanto ti convenga. Il mio discorso non è dogmatico, sei tu, molto semplicemente, che non capisci che il tuo perbenismo è talmente radicato da divenire un automatismo concettuale (ti consiglio, a questo proposito, la lettura di “Parole tossiche” di Priulla).

    Non dimostri quello che sostieni – il pride è dannoso – ma ne fai una legge assoluta, una verità data a priori e incontrovertibile dando per scontato, ma senza però dimostrarlo, che allontani dal raggiungimento dei diritti. E questo dovresti dimostrarlo.

    Al di là degli aspetti argomentativi carenti delle tue elucubrazioni, le ragioni per cui i pride sarebbero dannosi stanno nella nudità esibita e nel grado di lontananza rispetto alla “normalità” del quotidiano di detrattori (e non). E questo è un ragionamento moralista, a supporto del tuo assunto di base: il pride è dannoso perché ci sono i ballerini nudi. Come esso impedisca il raggiungimento dei diritti, tuttavia, non lo dimostri.

    Ti consiglio di leggere anche questo articolo:

    http://www.gay.it/news/Frocio-Perbenista-Gay-Pride-come-riconoscerlo

    e di considerare, in seconda analisi, quanto sia distante il tuo pensiero da quello di un Gasparri che fa il tuo stesso tipo di analisi del pride (solo che lui è intellettualmente più onesto).

    Detto questo, rinnovo il mio invito: se ti va vieni, se non ti piace puoi startene serenamente a casa. Anche nel tuo caso non credo che qualcuno si accorgerà della tua assenza. Detto questo, rinnovo i miei saluti.

  15. Non mi risulta di aver giocato a chi ha più competenze. Ho citato il mio studiare le tecniche narrative per un preciso scopo, ma non era quello che hai capito tu. Anche perché, per quanto Booth identifichi la narrativa con la retorica delle dissimulazione, è chiaro che si tratta di un altro ambito comunicativo. Ma anche in questo caso capisco che valga come appiglio per spostare l’attenzione su questioni secondarie.

    Mi dispiace deluderti, ma il discorso è tutto fuorché perbenista. Anzi, paradossalmente, è il tuo discorso a essere perbenista. Ripeto: per le questioni private nessun omofobo si mobilita. A molti danno fastidio, ma si tratta di un bias culturale che va necessariamente estirpato, sì, ma in altri modi. Non ha a che fare con le questioni pubbliche, che sono quelle che attirano gli insulti dei politicanti e le proteste dei sentinelloidi.
    a d’altra parte è quella la strategia, no? Non discutere nel merito e accusare chi la pensa diversamente di perbenismo o di essere represso. Non è forse un atteggiamento simile a quello di alcuni fondamentalisti religiosi? Ecco perché mi sembra ragioniate per dogmi. O forse siete talmente convinti di essere nel giusto da non avere alcuna capacità di autocritica. Ed è ironico che tu mi accusi di trasformare le mie idee in leggi assolute.

    Ripeto per l’ennesima volta che non ho parlato di questioni inerenti la normalità, la nudità o altro. Le ragioni di altri non sono le mie ragioni (né quelle di tantissimi altri). Io ho parlato di differenza tra privato e pubblico e di come non abbia senso mischiali né tanto mischiare questioni diverse che necessitano di strumenti diversi. Ma l’ammettere ciò non vuol dire il considerare certe questioni come minori. Si tratta di questioni importanti e che io stesso mi impegno a combattere, ma con altre modalità. Altrimenti si genera confusione, ed è quello che moltissimo percepiscono nel Pride. Poi possiamo sempre scaricare il barile ai media brutti a cattivi, all’ottusità della gente e via discorrendo.

    “Gasparri che fa il tuo stesso tipo di analisi del pride”: se non fosse che la mia analisi non ha NULLA a che fare con quella del Gasparri di turno. Ma proprio zero. Evidentemente sei talmente abituato a sentire certe critiche da assimilarle tutte a uno stesso modello. Ebbene, ti rivelo un segreto: le critiche che molti fanno al Pride non le condivido neppure per scherzo. Il mio pensiero è decisamente diverso. Ed è anche molto comune all’interno della comunità omosessuale, non solo tra “repressi” e “perbenisti”. Capisco che sia facile liquidare ogni critica con accuse di perbenismo et similia, ma chi semina vento raccoglie tempesta. Alla faccia del rispetto delle idee altrui, eh!
    Ad ogni modo, so bene che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, quindi puoi continuare tranquillamente a nuotare nel tuo “robotico” tradizionalismo: lungi da me tentare di scalfire le tue tanto granitiche convinzioni. Mi dispiace solo che, indirettamente, danneggiano anche me. Ma, nel mio piccolo, lotto per mettere una pezza ai vostri danni. E non ho intenzione di smettere.

  16. Va be’, tra sonno e fretta, ho fatto degli errori di battitura. Me ne scuso. E con questo, ho chiuso. Non credo abbia senso star qui a ripeterci fino alla fine dei tempi.
    Goodbye!

  17. #Prometheus: le tue si chiamano variazioni sul tema. Mi fa sorridere il fatto che tu non riesca rispondere a una domanda molto semplice: affermi che il pride è dannoso per le sue nudità esposte – lo hai alluso tu, rileggi i tuoi lunghissimi commenti – ma riesci a dimostrare come? Poi, chissà perché, scappi. Ma appunto, la fuga di fronte a questioni contingenti è l’ultimo rifugio dei vili o di chi non ha argomenti. Stammi bene.

  18. No, si tratta di fuga di fronte alle perdite di tempo e di energia. Non vedo perché dovrei discutere con qualcuno talmente chiuso nei propri pregiudizi e nel proprio tradizionalismo da non riuscire a mettere in dubbio la propria “fede laica”, da arrivare a manipolare e snaturare a proprio piacimento le tesi avversarie e da lanciare meccanicamente accuse di “perbenismo”. Preferisco dirigere il mio tempo e le mie energie a scopi propositivi, anziché al discutere coi muri o al giocare a scacchi con i piccioni. È lo stesso motivo per cui non discuto coi fascisti: li ignoro e basta. Il mio tempo è prezioso, non so il tuo. E chiudo dicendo che di vede del male nelle mie parole è solo in malafede, giusto per seguire il tuo esempio.

  19. #Prometheus: sarà, ma continui a dedicarmi sempre più parole e attenzioni senza dimostrare, per altro, il tuo assunto di base. Sarà sicuramente un caso. Notte e stammi bene.

  20. Elfo, il pride è dannoso per le nudità esposte perchè al momento svia l’attenzione dal reale problema. Negli anni ’70, quandi si doveva fare finta che l’omosessualità non esistesse, andava bene ballare e svestirsi e fare casino e bla e bla e bla, perchè semplicemente si voleva attirare l’attenzione, si voleva dire “sappiate che esistiamo, e non potete farci niente”. Oggi chiaramente non è più così. Io voglio un Pride che spinga le persone NON omosessuali a pensare “ok, forse queste persone, questi cittadini, hanno davvero il bisogno di essere ascoltate”. Non un pride che sia solo un’occasione per fare baldoria e andare a ballare. Perchè c’è la necessità di porre la questione della famiglia omosessuale da un punto di vista etico. Il pride che incarna solo l’idea di una festa fallisce clamorosamente su questo punto. E questo perchè a molti omosessuali non frega un accidente dell’aspetto politico, perchè in fondo li appaga fare parte di una minoranza, li fa sentire in qualche modo funzionali a qualcosa. Dunque, un giorno all’anno si esce di casa vestiti come dei saltimbanco a sbattere al mondo reale il culo in faccia, per sentirsi potenti, per nascondersi dietro la “comunità”. Ma quella non è comunità, non è essere un’entità, è solo avere una scusa per organizzare le feste post-pride. Parlavi poi dell’Inghilterra, ma mi chiedo cosa c’entri. In inghilterra i diritti ci sono, non certo grazie al pride, ma al liberismo di cui le politiche sociali di un paese come l’Inghilterra sono (o sono state) imbevute. Quindi gli omosessuali inglesi festeggino pure, ma in Italia non c’è proprio nulla da festeggiare. Noi abbiamo bisogno di organizzazione, leader culturali carismatici e politiche informative, non di Britney Spears, costumi ridicoli e feste post-pride in discoteca. Finchè non si capirà questo, in Italia avrà sempre la meglio Giovanardi. Poi ognuno si adegui al pensiero che più si adatta a lui, ma questo atteggiamento non ha portato a grandi risultati, pare.

  21. #Denny: anche a te, rispondo per punti:

    • «Elfo, il pride è dannoso per le nudità esposte perchè al momento svia l’attenzione dal reale problema.»
    E anche a te chiedo: me lo dimostri? Perché i pride per te dannosi hanno sensibilizzato l’opinione pubblica. E in luoghi come Catania e Roma – per fare due esempi recenti – l’azione delle associazioni, anche grazie al pride, ha portato al registro delle unioni civili.

    • «Il pride che incarna solo l’idea di una festa fallisce clamorosamente su questo punto.»
    Infatti il pride è un solo aspetto di un processo lungo un anno. E quel processo, pur tra mille difficoltà e passi falsi, comunque dei risultati li ha prodotti. Vedi il commento di sopra.

    • «In inghilterra i diritti ci sono, non certo grazie al pride, ma al liberismo di cui le politiche sociali di un paese come l’Inghilterra sono (o sono state) imbevute.»
    Benvenuta ignoranza. Se non ci fosse stata l’azione di visibilità che i pride hanno portato, nel Regno Unito non si sarebbe al punto in cui si è oggi. Nudità comprese. Ma per chi ha il terrore di non essere come i ben pensanti lo vogliono, capisco che ammettere di dire scempiaggini è un problema bello grosso.

  22. A me sembra che si sottovaluti un aspetto fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di una minoranza e di ogni componente di quella minoranza. Per di più, dato che parliamo di una minoranza che è tale per il proprio orientamento sessuale e per la propria identità di genere, la rivendicazione della propria fisicità, la visibilità del proprio corpo e la scelta di mostrarlo anche in modo “sfacciato” (se mi si passa l’aggettivo) ha una valenza politica tanto quanto tutto il resto. E che ognuno lo faccia come crede: in jeans e maglietta o in perizoma, con le piume o con un perfetto taglio da collegiale. È, appunto, una questione di libertà. E la libertà di essere se stessi non danneggia nessuno. Anzi, limitare la libertà è intrinsecamente un danno, prima di tutto per chi la applica a sé.
    Detto questo, chi vuole a tutti i costi impedire il riconoscimento dei diritti delle persone lgbt troverà sempre e comunque un argomento per opporsi. Lo dimostra l’uso di scatti presi da pride di altri paesi (dove, per altro, i diritti sono stati riconosciuti, in tutto o in parte) pubblicati per screditare i cortei di Verona prima e di Roma poi. Inseguire i detrattori su questo terreno è un errore e lo dimostrano i successi dei movimenti dei paesi che ci circondano.

  23. Pingback: Gli amici gay delle sentinelle? Forse esistono davvero | Il lato fucsia della forza

  24. “iper-sessualizzazione della società” ma quando? ma dove? Semmai in occidente c’è per fortuna un po’ più di libertà sessuale e quindi una maggior rappresentazione del sesso rispetto ad altre zone del mondo. Chi parla di “iper-sessualizzazione” deve accettare il fatto che il sesso piace quasi a tutti/e a chi più e a chi meno, perciò è ancora represso in tante parti del mondo

  25. Discutere con Accolta è come discutere con la Mariano: due opposti oltranzisti.
    Caro Accolta dimostrami che il matrimonio gay e gli altri diritti sono stati ottenuti per quattro ballerini sculettanti sui carri, tra bear da una parte e fashion victim dall’altra, e non piuttosto per un processo di lenta normalizzazione dell’omosessualità, iniziato con la sua depatologizzazione e poi con lo smantellamento degli degli stereotipi (stereotipi che invece il pride enfatizza e radicalizza) attraverso i media, ovviamente negli altri paesi dove tali diritti sono stati ottenuti, non certo in Italia dove gay = pride.

  26. #piddu: l’accusa di essere dannoso l’avete addotta voi e chi accusa deve dimostrare quanto dice. Io sostengo che i pride in buona sostanza

    1. non sono dannosi, al punto che laddove sono anche più estremi di quelli italiani – e lo sono, basta non dico aver viaggiato, ma saper usare bene la ricerca per immagini di Google – i diritti sono comunque arrivati

    2. sono un momento di visibilità che ha portato la gente, anche attraverso l’eccesso (e ovviamente non solo quello), a riflettere sull’esistenza delle differenze

    3. sono un momento dell’attività politica delle associazioni, che continua per altri 364 giorni in un anno in cui c’è un contatto continuo con le istituzioni. Centinaia di migliaia di persone a Roma hanno marciato quest’anno (come l’anno scorso) e dal dialogo con Marino si è arrivati all’approvazione del registro delle unioni civili. La stessa cosa è accaduta a Catania, con il sindaco Bianco. Entrambi i sindaci hanno presenziato alle manifestazioni, dando loro legittimità istituzionale.

    Adesso, di fronte ai fatti che ti ho portato, dimostrami per favore dove il pride ha prodotto una cultura contraria all’ottenimento dei diritti. Sempre che tu riesca a farlo, va da sé.

  27. ma anche ammesso che al Pride ci sia gente che ci va “per rimorchiare” o anche per quello..bè questo succedeva anche nei movimenti politici di sinistra nel ’68 e degli anni ’70 e forse succede ancora oggi. Questo non diminuisce il valore di quei movimenti.

  28. Cari #piddu e °Prometheus, ho la sgradevole sensazione che la vostra proposta sia quella di sostituire al Pride i “buoni costumi”, ovvero il “si fa ma non si dice e soprattutto non si fa vedere”. Vi informo che questo atteggiamento non ha nulla di rivoluzionario in quanto vecchio come il mondo: si chiama ipocrisia o anche perbenismo. Pensate che un Tizio circa 2000 anni fa ci fu pure messo in croce per aver osato sfidare entrambi!
    Un consiglio da pentito: abbandonate la tastiera e andate a un Pride, anche se provate tutta la repulsione del mondo. Poi fatevi un’idea in prima persona. E ditelo anche a tutti gli schifiltosi che conoscete: fatevi un’idea in prima persona dopo aver sperimentato in prima persona!

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