Onda Pride? Restiamo umani (e non solo)

human prideLeggo qua e là commenti negativi sulla nuova campagna per l’Onda Pride. A questo proposito, alcuni di essi mi sembrano poco fruttuosi. Osservando il video e le immagini, non ho avuto la percezione di una rinuncia alla nostra specificità di gay, lesbiche, trans, ecc (secondo i critici). Inoltre, e credo sia ancora più grave, temo che la società “là fuori” non si accorgerà della presunta crisi identitaria di cui la campagna si sarebbe macchiata. Nel senso che penso che è un problema tutto nostro, di comunità e di militanza. Di uno scollamento tra vertici e base del movimento.

Allo stesso tempo, comprendo le ragioni di chi dice che l’arretramento sulla sigla “LGBT”, sostituita dalla formula human pride, possa essere vista o vissuta come un cedere terreno a un’indeterminazione semantica, un vuoto di “significato”. Processo non nuovo nella politica italiana: basti vedere cosa è successo alla sinistra, negli ultimi trent’anni e alla scomparsa dei suoi valori che si è intrecciata a un mutamento onomastico a volte non poco doloroso. E il nostro nome è il segno (linguistico, ma non solo) di ciò che noi siamo. Su quel mutamento si sono consumati trasformismi che sono adesso evidenti, agli occhi di chiunque. In altre parole è, a mio giudizio, un timore legittimo ma, forse, sovrastimato nel caso in questione.

Personalmente, penso che nell’immediato dovremmo lavorare tutti e tutte per la piena riuscita di quest’Onda Pride, non risparmiando nessuna delle nostre forze. Perché il “nemico” le piazze le usa. E noi dobbiamo dimostrare ciò che è sempre stato: loro avranno occupato cento piazze, ma con quattro gatti. Noi ne abbiamo quindici con centinaia di migliaia di persone, non solo rainbow, ma anche eterosessuali, che sono dalla nostra parte.

Dopo di che, dovremmo incontrarci e discutere delle ragioni di questa ennesima crisi interna. Vedo, altresì, un rischio: ovvero una lacerazione nel movimento LGBT tra “vecchi” e “nuovi”, speculare alla crisi sociale attuale. Se anche noi ci dividiamo tra rottamatori e “rottami”, se qualcuno pensa di poter fare a meno di chi ci ha preceduto e altri di non ascoltare le istanze che vengono da chi ci sostituirà prima o poi, ebbene non siamo migliori di chi ancora adesso pensa di poterci concedere leggi di serie B. Perché sta lì il corto circuito: fare delle nostre diversità motivo di discrimine.

Insomma, dovremmo parlare di tutto ciò. Per capirci, ritrovarci. E ricomporci. E dovremmo farlo al più presto.

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One thought on “Onda Pride? Restiamo umani (e non solo)

  1. In una situazione in cui da anni i nostri problemi nascono TUTTI a Roma (Parlamento e Governo da un lato, Vaticano dallo stesso lato, divisioni del “movimento” dall’altro), non ho mai condiviso la scelta dell’Onda Pride, secondo me inutile dispersione di energie con relativo offuscamento mediatico. Fascisti e cattointegralisti vari vanno combattuti a suon di flash-mob e di controiniziative costruttive piazza per piazza, ma il Pride Nazionale deve essere uno, fracassone (soprattutto mediaticamente) e fatto A ROMA, possibilmente davanti o comunque vicino alle sedi istituzionali interessate.
    La rinuncia alla sigla LGBT, se da un lato sottolinea l’universalità dei diritti che noi rivendichiamo e forse può essere efficace a livello sociale e comunicativo, dall’altro è una vittoria di tutta quella parte (maggioritaria?) del Paese che rifiuta e irride alle diversità identitarie e di orientamento sessuale; in tal senso costituisce un pericolo nel senso che tu dici: senza una nostra identità collettiva forte, non potremo mai rivendicare con efficacia alcunché. Oppure potrebbe essere una via originale e peculiare eminentemente italiana per ottenere ciò che altrove è stato conquistato con tutt’altra strategia: è pur vero che il nostro è un Paese molto diverso dal resto dell’Unione, abbiamo specificità che altrove non esistono (a cominciare dall’ingombrantissima presenza papalin-ecclesiale). Purtroppo solo l’esperienza ci dirà se avranno ragione i pessimisti o gli ottimisti.
    L’importante, comunque, è che non si perda mai di vista l’obiettivo finale: l’assoluta uguaglianza giuridica tra cittadin* etero e cittadin* omo e transessuali con relativa mutazione culturale nella percezione individuale e sociale dell’omotransessualità. I mezzi si possono sempre discutere e soprattutto provare sul campo.
    Quanto alla divisione generazionale, no comment: abbiamo visto cosa hanno saputo fare concretamente i rottamatori di ogni ordine e grado… repetita NON juvant, direi!

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