Contro la reputazione

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Devenir perra, lo spettacolo di Slavina

«Il giorno in cui ho perso la reputazione sono diventata libera», lo ha detto Slavina, su Twitter Pornoflauta e performer “post-porno”. Credo sia una delle grandi verità di cui ci dovremmo appropriare e per almeno due buone ragioni.

La prima: la reputazione sta alla dignità della propria esistenza come la dizione sta alla lingua viva. Va da sé che saper dosare le e chiuse o aperte e pronunciar bene le s sorde può essere indice di eleganza, ma basta aver studiato bene linguistica all’università (o, un po’ più raramente, grammatica a scuola) per realizzare che non esiste una regola che non sia quella legata all’uso vivo del mezzo. Con i nostri comportamenti sessuali dovrebbe essere così. C’è una grammatica, l’insieme di regole che si deducono dall’uso dello strumento linguistico (e, di conseguenza, corporeo). Per cui a Firenze si dirà “la hasa” e non sarà un errore, sarà l’unico modo naturale su quella sponda d’Arno. Con la reputazione funziona allo stesso modo. Ci siamo noi, ci sono i nostri desideri, il nostro spazio vitale che si compone anche di pulsioni, di eros, di corpo. L’uso che ne facciamo dovrebbe obbedire a una regola soltanto: il rispetto di sé e delle altre persone. E ha un unico giudice che può sindacare quelle scelte stesse: il nostro io.

La reputazione è quindi un artificio, il risultato dell’occhio sociale sulla nostra condotta che obbedisce non a una grammatica di realizzazioni possibili, ma ad un “abbecedario” moralistico di imposizioni. Per essere ancor più chiari e ripercorrendo il paragone con la lingua: obbedire alle esigenze di una reputazione significa scegliere ancora oggi il pronome “egli” e pronunciarlo con la e chiusa. Autodeterminarsi, significa usare liberamente “lui”, perché è questo l’uso vivo.

Il secondo motivo è conseguente al primo e ci tocca in prima persona. Nel passato essere gay e vivere la propria sessualità era contrario alla buona reputazione. Ma questo significava due cose soltanto: o sperimentare il proprio erotismo nascondendosi (cioè, negando la propria identità) oppure castrarsi mentalmente e condannarsi all’inedia erotica. Mantenere quella reputazione – che poi è la stessa per cui una donna non doveva/poteva portare i pantaloni o la minigonna o per cui era obbligatorio arrivare vergini al matrimonio – significava in parole più semplici non vivere. Poi Stonewall, a New York nel 1969, ha dato uno schiaffo al volto dei ben pensanti, fregandosene (appunto) di quello che potessero pensare. Gay, lesbiche e soprattuto trans se ne fregarono di cosa la gente avrebbe potuto dire di loro. E perdendo l’ansia di mantenere una reputazione, divennero persone libere.

Concludo questi pensieri non potendomi non rammaricare per il “nuovo” corso che, invece, vedo nell’Italia odierna, dove domina l’estetica del selfie (per cui ci si mette in mostra) su un sottofondo di nuovo moralismo bacchettone (per cui il mostrarsi coincide con una consacrazione del sé in nome di un’approvazione collettiva). E mi fa male, personalmente, vedere che queste dinamiche che chiamerei “neovittoriane” siano molto in voga proprio tra le generazioni più giovani. Ciò dovrebbe aprire una riflessione profonda sui limiti della società per come la conosciamo, che esce dal ventennio berlusconiano (forse) improntato sulle virtù pubbliche e i vizi privati e che si sta traghettando senza nessun ripensamento critico nella nuova era renziana. Basandosi sul mantenimento di una reputazione, appunto. E abbiamo appena visto a cosa ci porta questo tipo di approccio alle cose. Questo il dramma collettivo contemporaneo, contrario alla nostra libertà. Ma ci sarà tempo per parlarne ancora.

3 thoughts on “Contro la reputazione

  1. La reputazione per me non conta nulla, anche perché io, al di fuori del gruppo ristretto dei miei amici che sono gli unici di cui mi interessa qualcosa, socialmente non sono nessuno. Non ho da difendere niente. L’unico giudice a cui rispondo è la mia coscienza.

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