Lezione

Sentirsi dire: «Dovresti entrare nella vita delle persone in punta di piedi», perché dire subito chi sei può essere destabilizzante. Come se non avessi vissuto fin troppo senza far rumore. E voler rispondere: «Il mio dolore è uguale al tuo, tranquillo, non voglio invadere il tuo spazio, anche se siamo costretti e condividere questo che il caso ci ha assegnato. A entrambi».

Lo so, ti dà fastidio che non ho paura ad essere ciò che sono. Penso a quella frase, di quel film “Per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno”. Non ti imporrò i miei desideri, la mia identità. Nemmeno le cose in cui credo ti porterò in dono, se non le vuoi. Meno che mai. Ma sono ciò che sono, non mi sforzo più di tanto, non dopo la fatica che ho fatto per stabilire i miei confini, per quanto mobili. E non chiederò mai scusa per questo.

Sentire tutta l’energia di cui si è capaci, del corpo che vibra, il tremare delle braccia, le mani attorcigliano il braccialetto di caucciù, i miei piedi disegnano cuori (come sempre quando muovo i piedi e nessuno se ne accorge). Sapere che è lo stesso agitarsi delle onde e del vento sul mare, quella cosa che mi suggerisce che il pianeta che sono è vivo.

Capire che il mondo ha le dimensioni del recinto che altri hanno costruito per me e che non crederci è il primo atto di ogni liberazione.

Oggi la vita mi ha insegnato tutto questo.

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Renzi dimentica i prof (ma teme lo sciopero)

Renzi manderà una lettera per invitare i/le prof a non scioperare: abbiamo paura, vedo. Butterà, in altre parole, denaro pubblico inviando un prestampato a tutti/e. Cosa che fece già a suo tempo Berlusconi, nella famigerata “lettera agli italiani”. Il che rende, se possibile, ancora più tragicamente patetico questo tentativo di demolire uno dei cardini della democrazia del nostro paese.

Dovrebbe realizzare, il nostro ennesimo amatissimo premier, che la cosiddetta riforma non piace a nessuno, se non a qualche moglie di qualche ricchissimo notaio o farmacista, che insegna per ingannare la noia insita nella sua condizione di sciura o qualche servo di partito, convinto che questo correre come un treno verso la catastrofe sia un esempio di buona politica: al grosso della base elettorale del nuovo Pd, insomma. L’Italia che lavora – quella che lavora a contatto con studenti/esse e rispettive famiglie – ha già fatto sapere che la buona scuola di buono ha solo un aggettivo qualificativo usato in modo per altro improprio.

Commentando l’ondata di scioperi che paralizzeranno le attività didattiche in un momento così cruciale come la fine del secondo quadrimestre (e grazie ancora a questo governo di incapaci per aver regalato  ulteriore incertezza didattica a chi studia), Renzi ha proferito uno dei suoi soliti proclami snob: la scuola è delle famiglie e degli allievi, non dei sindacati. Peccato che abbia dimenticato l’elemento fondamentale di tutta la macchina, che sono appunto i/le docenti. E in democrazia – chissà se i renziani conoscono il significato di questa parola – lavoratori e lavoratrici si organizzano in associazioni sindacali. Evidentemente in questa dimenticanza stanno il valore e il ruolo che il governo vuole dare alla figura dell’insegnante: l’oblio.

Ad ogni modo, ancora un minuto di silenzio per quanti/e nel Pd un tempo si facevano paladini/e della scuola – penso alle Spicola, alle Alicata e molti altri ancora – e il cui capo è riuscito a far peggio di Maria Stella Gelmini.

Vestirsi da omosessuali

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Prima vennero Dolce & Gabbana con i loro bambini sintetici. Poi in mezzo, mettici un/a qualsiasi Adinolfi, Miriano o ex comici falliti e altra voce a caso che dicono cose senza senso contro gay, lesbiche e trans. Alla fiera della boiata, infine, arriva lui: Giorgio Armani. Il quale, in un momento di evidente poca lucidità, proferisce: «Un omosessuale è un uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale».

Al di là del fatto che dovrebbe spiegarci come si veste un gay – di solito vado in giro così come si abbigliano i miei colleghi eterosessuali, a volte sono più elegante e a volte più sciatto – c’è da chiedersi a quale tasso di mascolinità si rifà nella valutazione su ciò che deve o non deve mettere un maschio da considerarsi tale. Anche perché, se guardiamo alcune delle sue sfilate, non ne esce certo il modello “old Sparta”.

Detto questo, direi a questo gentile signore che più che i vestiti da omosessuale eviterei quelli disegnati da persone che fanno ancora discorsi da analfabeti civili. E che cavalcando certi stereotipi ci hanno fatto i miliardi.

Mantra

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I miei mantra, in vigore dal primo gennaio di quest’anno:

1. Senza pietà alcuna.
2. Il mondo deve sapere.
3. «Non c’è spazio per le teste di cazzo» (cit. Caterina Coppola).

Da associare, variamente, al più diatopicamente connotato «Sucati ‘n prunu!» (ibidem).
E buona continuazione a tutti e a tutte.

Tutto quello che avrei voluto scrivere

4118881317_9197736992Purtroppo sono fatto così, avrei voluto scrivere, fatto un po’ male. Di quelli che si feriscono facilmente o che si lasciano ferire con altrettanta leggerezza.
E avrei voluto scrivere anche che basta poco, uno sguardo rivolto altrove, un’attenzione che cala all’improvviso, parole che promettevano qualcosa e che si sono trasformate nel loro esatto opposto.
Avrei detto anche dei miei mattini senza una direzione, di quelle volte che guardo fuori dalla finestra, della mia malinconia all’unisono col grigiore delle nuvole grondanti di pioggia e di pensieri oscuri.
E di qualche abbraccio che manca all’ultimo minuto, di quei baci che prima promessi e poi finiti col finire delle musiche dell’alba e nell’incedere notturno delle onde, in riva alla scogliera dell’estate delle mie infanzie, tutte violate e popolate da orchi malvagi.
Tutto questo avrei voluto scrivere, perché quando hai l’anima malandata succede spesso di sentirsi un po’ spezzati ed è difficile mettere cerotti quando le ferite sono invisibili.

E quindi tutte queste parole, belle e poetiche, avrei scritto in omaggio al tempio del mio dolore. Solo che mi sarei anche rotto il cazzo di tutto questo spleen. E quindi non lo dirò. Impiegando il tempo in qualcosa di più costruttivo.

A priori e a posteriori dell’omofobia italiana

no_omofobiaHo scritto un articolo, sul mio blog nel Fatto Quotidiano, sulle orrende leggi dell’Indiana, che permettono a esercenti e ristoratori di discriminare le persone LGBT non servendole nei loro locali, per questioni religiose. Rimandandovi alla lettura dell’articolo, segnalo il commento di un lettore:

Chiamala col suo nome: obiezione di coscienza.
Loro hanno la loro, voi la vostra.
Voi boicottate commercialmente chi è contro i gay, perchè non ne parliamo?
Ti tocca farci i conti, le tue ragioni le dici, le loro ragioni le dicono, entrambi sono sordi l’un l’altro.
Per farti più sereno ti regalo un gelatino portandotelo a domicilio anche s’è m’è un po’ scomodo venire in Sicilia.

Ho fatto notare a chi ha scritto queste parole che non pretendo che il fornaio sotto casa sia gay-friendly o che il titolare del supermercato dove faccio la spesa finanzi il pride. Semplicemente, non me ne curo. Dopo di che, se qualcuno fa considerazioni che vanno contro la mia dignità, ne prendo atto. È una cosa a posteriori. Questi commercianti americani, invece,  chiedono di discriminare a priori. Vogliamo farglielo fare? Benissimo. Non si lamenti poi qualche cattolico se verrà buttato fuori da qualche scuola a maggioranza protestante o da un cinema gestito da ebrei. Toccherà che ci faccia i conti, con certe inoppugnabili ragioni.

Aggiungo, come commento personale, che è sconfortante il grado di analfabetismo politico e culturale di questo paese. Anche perché sembra essere non genuino, ma di ritorno. Ennesimo lusso che la società italiana non può davvero permettersi.

P.S.: Ho infine detto al mio interlocutore che non accetto gelati da sconosciuti, sebbene ne apprezzi il pensiero. Potrà farne l’uso che reputerà più opportuno.