Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

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