Renzi e i cinque peccati capitali della conferenza di fine anno

il-gufo-che-rideHo ascoltato la conferenza di fine anno del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. E va bene su molte cose, tutti e tutte (credo) siamo d’accordo sul fatto che l’Italia debba farcela, che chi ruba deve essere punito/a, che chi non lavora deve essere licenziato/a, ecc. Sulle cose di buon senso c’è poco da dire: si può solo essere d’accordo. E va riconosciuto al premier il fatto che tra la battuta ad effetto e il riferimento alla contemporaneità – con termini tipo hashtag et similia – ci si attira il consenso dei soggetti più sensibili a una politica meno ingessata, “di palazzo” come si dice in gergo. Per cui bravo Renzi, sai comunicare così come sai essere sgradevole su molto altro. Ma c’è un ma. E siccome qui siamo se non gufi – e pure fieri di esserlo – almeno maestrine dalla penna rossa, è nostro compito sottolineare le cose che, a parer mio, meritano una maggiore attenzione critica.

1. La retorica renziana, innanzi tutto. Un mix tra battute ad effetto (che sostituiscono le vecchie barzellette di “silviana” memoria) e ripetizione sistematica dei soliti slogan, variamente declinati. Particolarmente efficace quella struttura a grappolo per cui si parte da un discorso, si apre una parentesi, la si lega a un concetto esterno, lo si gonfia e si ritorna al discorso di partenza dopo aver intontito chi ascolta che nel frattempo ha già dimenticato qual era l’oggetto in questione. L’argomento viene riproposto, quindi, depotenziato dalla carica critica della domanda di partenza e lo si porta laddove chi parla voleva ricondurlo. Tecnica utilizzata in un paio di occasioni, come quando Renzi ha fatto un richiamo ad “Indovina chi” per sviare le domande sulla partita del Quirinale.

2. Oscillazione tra superbia e falsa modestia. Come quando dice, ad esempio, frasi del tipo “mentre loro studiavano, noi le cose le abbiamo fatte”. I loro sarebbero quelli della vecchia guardia, incapace di affrontare i problemi reali del paese. Peccato che quella frase abbia però ridotto, più in generale, studio e intellettuali a roba inutile. O come quando parla di gufi, che non sono quelli/e che parlano male del governo – ci mancherebbe – ma coloro che pensano che l’Italia non ce la farà. E poi corregge il tiro: coloro che pensano che questo governo non ce la farà. Per cui scatta l’equivalenza Italia = governo. L’état c’est moi, in altri termini. Con la chiosa: “se ce la faremo ha vinto l’Italia, se non ce la faremo è colpa mia”. E se i termini sono sostituibili…

3. Lapsus lessicali. Come quando ha detto “oggi non si riesce a rubare”, per poi correggere subito dopo. Splendido lapsus, converrete. Splendido lapsus.

4. Il vizio di dire bugie. Come quello sulla scuola – “abbiamo fatto la riforma!” – provvedimento che deve ancora essere affrontato, in realtà. E dire che le menzogne, per un cattolico, dovrebbero esser peccato…

5. L’assenza dei diritti LGBT. In sessanta minuti di conferenza stampa, neppure una domanda da parte dei giornalisti (e su questo il movimento dovrebbe farsi domande anche laceranti e profonde sul nostro grado di incidenza sulle questioni inerenti al dibattito pubblico). Ma nemmeno il premier le ha elencate tra le cose che ha intenzione di fare e tra le urgenze del suo governo. E su questo i gay e le lesbiche renziani/e, della prima e dell’ultimissima ora, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. O in alternativa, fare accordi con Paola Binetti e scattarsi selfie con Sentinelle e Manif pour tous. E chissà che una poltrona non arrivi anche per loro.

E insomma l’Italia del 2015 sarà uguale a quella del 2014 e degli anni precedenti. Affidata a parolai che, come in una partita a Risiko, hanno come obiettivo la luna e un pianeta a scelta del sistema solare di pertinenza. Ma guai a dirlo. A fine anno la fiducia nel progresso rientra tra i doveri nazionali. Nutrire il dubbio, fosse non altro per quel sentimento di affezione all’evidenza delle cose, fa invece scattare associazioni ornitologiche. Siete avvertiti/e!

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6 thoughts on “Renzi e i cinque peccati capitali della conferenza di fine anno

  1. 5. L’assenza dei diritti LGBT.1) Ho 56 anni, il che mi pone di buon diritto tra i vecchi, gli indesiderabili nelle discoteche e nei prides cucodores, esclusi perfino dalle foto “ricordo” di chi ai prides non ci va ma ci fantastica sopra da brava midinette sospirosa e spaventata, ma, ma so che la poca visibiltà che hanno oggi i gay italiani (rappresento solo me stesso) è dovuta alle battaglie della mia generazione e di quella precedente. Esiste un gay italiano che come elettore rivrendichi politicamente un minimo diritto civile, senza essere un fanatico o un santino portavoce? Un gay che si attenda diritti per il suo privato come chiederebbe di pagare il diritto alla salute o giuste tasse non strangolanti? Perché dovrebbe farlo un cinico ipocrita come Renzi? Il quale ha come ministro degli Interni (per mancanza di prove, direbbe Dagospia) Angelino che ha manifestato la sua esistenza fantasmatica unicamente per annullare violentemente un atto simbolico ma di valore legale nullo? O che ha nella sua maggioranza una Binetti? O, meglio ancora, nel governo uno Scalfarotto che ha proposto, in ambito LGBT, un perfetto equivalente della legge Scelba e che ha accettato un incarico di viceministro purché non fosse in quota pink, dice lui, salvo prima avere la scarsa fama che ha come avversario gay in qualche lontana primaria e chiedere i diritti speciali per la sua partnership appena eletto deputato?

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  2. MrVektriol: dipende cosa intendi per “fanatico” e per “santino”. E credo, inoltre, che certi diritti non siano attinenti al privato, ma alla sfera pubblica dell’individuo, così come le tasse che non sono per niente un aspetto personale della vita di una persona, ma investono la comunità in quanto tale. Tant’è che su quelle i governi ci perdono o ci vincono le elezioni.

    Detto questo, conosco molti gay, molte lesbiche e persone trans che rivendicano, in qualità di elettori e elettrici, diritti civili.

  3. @mr vektriol. Presente! io rivendico il rivendicabile. Solo che non sono né giornalista né politica ‘affermata’ (fanatico e santino non capisco quindi lascio stare).

  4. Caro Vektriol, io di anni ne ho 47 e sono alquanto disilluso e deluso dalla cosiddetta “comunità LGBT” tuttavia non condivido affatto la tua etichetta di fanatici. Intendi fanatici dei diritti? Beh, allora lo sono anch’io, senza se e senza ma. Intendi fanatici del farsi vedere per quel che si è? Allora ti dico che non lo sono abbastanza neanch’io che sono pure scoperto nella più profonda e discriminatoria provincia italiana. Intendi fanatici del manifestare? Anche qui ti dico: troppo poco! Altrove hanno manifestato sempre, compatti e in numero ben superiore, e hanno ottenuto chi il minimo sindacale, chi tutto di tutto.
    E ti invito a riflettere su quel che ti ha risposto Dario: i diritti sono sì cosa individuale ma hanno una valenza sociale imprescindibile; questo hanno capito altrove, e non in Italia. Purtroppo tu ne sei un esempio. Anche per questo atteggiamento non abbiamo ottenuto mai niente: ci siamo chiusi nel ghetto del privato col consenso compiaciuto della società che ci circonda, felicissima di vederci incatenare da soli. È ora di uscire, magari dopo essersi svegliati (possibilmente da soli, ché se lo farà qualcun altro saranno senz’altro dolori!).

  5. Ringrazio elfobruno Dario, Georgeliot e Luca Perilli che mi hanno risposto. Mi scuso per un paio di refusi che mi sono sfuggiti nella veemenza della replica e che in un caso mi fanno dire il contrario di quello che penso.
    Con “santino” intendo una politica come Paola Concia che nella scorsa legislatura è stata nei superflui media italiani IL movimento GLBT* tout court, partecipando a ogni possibile deprimente passerella TV, dicendo la sua, come “movimento GLBT* tout court”, su ogni possibile media e su ogni possibile argomento, dal fatto che ormai nevica ad aprile alla grande novità del papa Francesco. In realtà me, come gay, non mi rappresentava minimamente. Non più di quanto mi rappresenti Bersani. Ma quella era comunque la mia voce “unica” ufficiale. Un altro santino, che mi piace ancora meno, è Vladimir Luxuria; impossibile distinguere in lei il tornaconto economico dalla sua fievole e ipermediatica istanza politica. I “fanatici”, per me sono quelli che, per dire, vedono un atto di omofobia nel pensionato amareggiato e bilioso che cerca di scavalcarli nella coda al supermercato, pensano che il papa Francesco esprima al meglio le loro richieste e, quanto più tuonano a parole, tanto più sono irrilevanti politicamente. Un’ultima precisazione: io non relego i nostri diritti a un ambito privatistico. Semmai, avendo vissuto gli ultimi fuochi del “privato è politico” e perfino dei campeggi gay come militanza, al “privato” do un’enorme importanza politica. Ma non vedo né un movimento spontaneo che rivendichi i diritti individali come quelli pubblici, né una struttura organizzata che eserciti una pressione costante a nostra tutela come negli Stati Uniti, né tanto meno una classe politica che in qualche modo ci rappresenti. Anzi, spero di non attirarmi ulteriore biasimo, ma a uno Scalfarotto preferisco di gran lunga una Binetti.

  6. Grazie a te Vektriol, ora che hai precisato devo dire che purtroppo condivido tutto quel che dici. Anzi, vado oltre: dopo aver letto il post di Dario sull’Expo, direi che aveva ragione mio nonno quando, vedendo gli abusi che si perpetravano in nome della “libertà” (senza responsabilità), esclamava: “Ci vuole il santo manganello!”. Devo dargli ragione: forse un vero movimento LGBT alla anglosassone ci sarà quando ci manganelleranno di brutto; in Inghilterra il movimento non acquistò incredibile forza proprio sotto la manganellatrice Margareth Thatcher? Negli States non si sono ribellati dopo Stonewall? Qua nessuno reagisce perché c’è la “dittatura della (falsa) dolcezza”: volemose bene, basta che stiamo ai nostri posti. E la maggioranza di noi c’è cascata in pieno. Peccato che il tempo passa per tutt* e quando non si è più “fèscion” e si cerca un rapporto serio e un posto nella società, si scopre di stare davvero ai margini. Allora comincia l’italico piagnisteo. Posso gridare che mi sono ampiamente rotto i co****ni!??

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