Ballo di Natale (una fiaba gender)

C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino a cui piaceva fare un sacco di cose e che quando non riusciva a farle si metteva a piangere. «Smettila di frignare, lo fanno solo le femminucce!» gli dicevano i grandi. E lui allora cominciò a vergognarsi del proprio dolore, che era quello di un bambino, per cui piccolo e inconsistente agli occhi di un adulto. Eppure, nella sua essenza, aveva la stessa pesantezza della delusione più grande, lo stesso spessore del vuoto e riusciva ad essere gelido come le lacrime abbandonate nella pioggia.

Tra le cose che piacevano a quel bimbo, c’erano i giochi. Di tutti i tipi, dai soldatini e la pista con la macchine, alla casa di Barbie, dal piccolo chimico al dolce forno, dalle costruzioni ai trucchi della sorella. Eppure non riusciva a capire. Se costruiva la torre di un castello era addirittura bravo, ma se trasformava una bambola in una principessa, gli occhi dei grandi fino a un momento prima così orgogliosi si vestivano di imbarazzo e di vergogna.

E poi c’erano le storie che gli piaceva inventare: e quando le raccontava, soprattutto agli altri bambini e alle altre bambine, gli alberi dei giardini pubblici diventavano torri di guardia, i viali coi ciottoli erano sentieri di guerra contro le città dei malvagi, i rami spezzati divenivano spade e bacchette magiche, le ragazze potevano essere anche loro guerrieri con armature scintillanti e i maschi potevano avere gli stessi poteri delle fate. Ma quando i grandi si accorgevano di tutto questo, facevano la magia opposta e allora gli alberi tornavano ad essere vuoti palazzi di legno, i sentieri tristi e abbandonati e i maschi dovevano fare i maschi e le femmine avevano lo stesso identico destino. E la vergogna osservava ogni cosa dall’alto, sul suo cavallo di scheletro, senza falce in mano ma con quello sguardo che si voltava sempre dall’altra parte, al cospetto di ogni perché possibile.

E così il bambino divenne uomo, e crebbe al pensiero che nei castelli le dame potevano solo rimanere in una torre ad aspettare un destino che qualcuno aveva già deciso per loro, che i draghi non possono essere alleati, men che mai di donne armate di lame e sorrisi – da agitare, sia chiaro, sempre solo contro le ombre, ma questo chi lo avrebbe mai detto al mondo degli adulti? – e che ai maschi non piace ballare. Sul suo mondo fatto di folletti e di creature meravigliose scese la notte, accompagnata dall’inverno, e su tutto cadde un lungo inverno che congelò gli abitanti trasformandoli in ricordi di ghiaccio. Ogni tanto ci ripensava, infatti, ma quei pensieri lo scuotevano con un brivido e allora decise che era meglio non tornarvi con la mente e si rifugiò nella realtà di tutti i giorni. Certo, un po’ più comoda, per quanto noiosa. Eppure lo aiutava ad andare avanti, sebbene, tra una sigaretta e l’altra, c’era sempre quel battito del suo cuore che saltava a vuoto, a un certo punto della notte.

Un giorno andò al lavoro, era diventato un maestro perché gli piaceva insegnare ai più piccoli e alle più piccole la grammatica delle cose, il significato nascosto delle verità sui libri. Era un po’ come tornare bambino di nuovo, giocare con le immagini e le parole. E la sua classe con lui si divertiva, ma poteva farlo solo fino a un certo punto. Appena si andava oltre, lui si irrigidiva, perché a scuola non ci si comporta così. Era questo che dovevano imparare, durante le sue ore. Si sorride e si scherza, ma fino a un certo punto.

Una sera, però, mentre tornava a casa e mentre una voce interiore lo solleticava con gli spifferi dei ricordi, un uomo gli si pose di fronte, impedendogli di passare oltre. All’inizio ne fu intimorito, per altro non riusciva a fissarne i contorni del volto, c’era qualcosa che gli sfuggiva mentre cercava di guardarlo e di capire chi fosse. Ma se lui faceva un passo a destra, quell’altro gli ostruiva il passo. Se andava a sinistra, l’altro lo seguiva, come se fosse a uno specchio. Si voltò indietro, non voleva avere guai con quel barbone. Ma se lo ritrovò di fronte.
«Chi sei, cosa vuole da me?»
«Sono la persona che avresti potuto essere», rispose quello con una voce che era identica alla sua.
«Ma non diciamo sciocchezze! Adesso si sposti e mi faccia passare!»
Ma per quanto si sforzasse di andare oltre, di fuggire e di ritornare a casa, se lo ritrovava davanti. Come se fosse in uno specchio, appunto. Stanco di fuggire, e credendo di essere pazzo, si appoggiò ad un lampione mentre il cielo si era fatto dello stesso colore del marmo e tutto fu freddissimo. Una parte di sé credette che forse era arrivata la sua fine…
«No, non sei morto» gli disse l’altro «il fatto stesso che i tuoi ricordi ti diano i brividi, ti fa capire che sei vivo. Hai mai sentito di un morto che sente freddo?»
L’uomo pensò che quel discorso aveva senso e decise di ascoltare le parole dello sconosciuto.
«Voglio solo raccontarti una storia…» disse quello e si misero insieme, in quell’angolo, a conversare. E fu così che lo sconosciuto gli raccontò tutta la sua vita, di come era bello vivere in un mondo dove non c’erano costrizioni, ma assunzioni di responsabilità. Dove le bambine potevano giocare a calcio, se lo volevano. Dove chiunque poteva fare i dolci. Dove il mondo delle fate era comunque un mondo sempre reale, se lo si portava nel cuore. Tutto questo gli raccontò quello sconosciuto e il pensiero che fosse un “grande” a dirglielo gli diede coraggio. Pian piano ascoltò un po’ di più se stesso, il suono della sua stessa voce, e comprese il significato del balzo che faceva il suo battito, certe volte di notte. Poi si voltò verso di lui, per osservarlo ancora. E fu solo allora che ebbe un sussulto e si svegliò di botto. Era stato solo un sogno. Eppure era così reale… Decise di farsi un bagno caldo e si diresse al lavoro, come tutti i giorni.

A scuola alcuni bambini gli chiesero di poter avere altri cinque minuti di pausa. Lui in un altro momento avrebbe detto di no, perché i premi sono cose che vanno conquistate, però ripensò alla notte passata e decise di dire semplicemente di sì. La parola che, troppo spesso, aveva desiderato sentire pronunciata, di fronte ai suoi giochi, dal mondo degli adulti. Un bimbo, felice per quella ricompensa, esplose in una risata e cominciò ad andare per tutta l’aula come se fosse una ballerina, facendo un vistosa piroetta. Qualcosa dentro di lui lo infastidì, al momento. Ma la sua stessa voce, uguale a quella dell’uomo del suo sogno, lo trattenne come una mano invisibile avrebbe potuto fermare uno degli eroi dei miti dell’antica Grecia, che avevano letto in classe tutti e tutte insieme, qualche settimana prima.

E quindi le cose andarono avanti, nelle settimane a venire, fino a quando non fu Natale. La scuola si preparava a fare una grande festa, con un concerto e una recita al teatro.
«Potremmo fare una festa, qui, prima di andare allo spettacolo», propose una bambina.
«Io porto la torta!»
«Io il latte caldo!»
Sapeva, il maestro, che non avrebbe potuto dire di no. E neanche voleva, a ben pensarci… E così organizzarono ogni cosa. Il giorno arrivò veloce e tutto era pronto. C’era il profumo dei dolci, la luce delle decorazioni colorate. La stessa bimba che aveva avuto l’idea della festa tirò fuori un cd, chiedendo di poterlo suonare. Erano canzoni carine, l’atmosfera fu subito più allegra.
«Aspettate, questa non si balla certo così…» disse a un certo punto il maestro, mentre la sua classe cercava di capire come muoversi sotto l’incedere di quelle note. E quindi si mise al centro dell’aula e cominciò a muovere le gambe dondolandole a destra e a sinistra. Poi le sue mani volarono in alto, come a disegnare una grande V. Quindi le chiuse sulla sua testa e si mise pure a cantare. Tutti e tutte, dapprima, lo guardarono con fare stupefatto. Poi si misero a ridere e infine imitarono i suoi passi. Solo alcuni giorni dopo si rese conto – quell’uomo che era un bambino felice, un tempo – di due cose.

La prima: non aveva mai creduto alle parole che i grandi gli avevano sempre detto, per fare in modo che lui si comportasse come era stato insegnato loro. Solo che aveva smesso di ricordarlo, impegnato com’era nelle occupazioni di tutti i giorni.
E la seconda: che il volto dell’uomo che aveva sognato era lo stesso di lui, quando aveva la stessa età dei bambini e delle bambine a cui insegnava la grammatica e le favole antiche.

Da quel momento, non vietò mai a nessuno di ballare durante la ricreazione o di ridere a un tono più alto rispetto a quello considerato “normale”. E pure lui, tornando a casa, ripensando alle cose che erano successe da quella notte, riuscì a tornare alla sua infanzia e ai suoi ricordi, senza sentire quei brividi che stavano solo nel volto della vergogna. Di una cosa non si accorse mai. C’era un uomo che lo guardava da lontano, mentre se ne tornava a casa fischiettando allegro. Era lo stesso uomo del suo sogno. Sorrideva bonario. Si allontanò da lui, girando l’angolo ed entrando in uno spazio dimensionale che nelle fiabe può essere lo stesso che porta a Narnia. Lo sconosciuto avrebbe raggiunto il mondo popolato dalle creature fantastiche di un tempo, dove finalmente aveva smesso di nevicare. Dove folletti e fate luminose lo attendevano per festeggiare la nuova primavera a ritmo di ballo. Portando le mani in alto, formando una grande V.

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16 thoughts on “Ballo di Natale (una fiaba gender)

  1. credo che oggi 2014 nessuno rimproveri duramente un bambino che piange.
    quel che i preoccupa sono gli adulti (di ambo i sessi) che piangono come bambini

  2. #Paolo: l’infanzia è ancora oggi piuttosto vessata dal mondo degli adulti, in varie forme. E gli adulti che piangono sono persone che danno spazio alla loro umanità. Non comprendere queste cose ci allontana dalla realtà quotidiana. Ci rende disumani, appunto.

  3. certo che anche un adulto può piangere ma l’umanità e la sensibilità (e il dare loro spazio) non sono legate alla frequenza dei pianti o alla quantità di lacrime

  4. #Paolo: premettendo che se un adulto ha bisogno di piangere – anche quotidianamente e tanto – non fa altro che dar cittadinanza alla sua umanità, vorrei capire in quale manuale sta scritta la misura di accettabilità della giusta frequenza dell’esternazione del dolore.

    E soprattutto, magari, ci spieghi cosa c’entra tutto questo con l’argomento in questione, visto che si parla di tutt’altro.

  5. “Piangere come un bambino” ha un’accezione negativa che non ha alcuna ragione di esistere se non quella di volere frustrare l’emotività altrui. Piangere, come ridere, arrabbiarsi ecc. sono espressioni di un’umanità che se imparassimo a liberare renderebbe migliore l’esistenza. A tutte le età.

  6. un adulto che scambia l’infantilismo con la sensibilità non è positivo.
    Comunque non sto dicendo che un adulto non può piangere, ma contesto l’equazione piango tanto = sono pieno di umanità e sensibilità, non funziona così.
    però dato che non riesco a spiegarmi meglio e sono pure off topic chiudiamola qui.

  7. #Paolo: nessuno scambia l’infantilismo per sensibilità. Tranne te, temo. Sarà che la parola “gender” nel titolo ha mandato in tilt la capacità di comprensione del testo. Chissà. Intanto non hai chiarito cosa c’entra tutto questo discorso col post. Siamo in grado di dirlo? Così, giusto per non far credere che si risponde per il semplice gusto di polemizzare.

  8. polemizzare mi piace. E non è infantile la fiaba (che è anzi molto carina e sulla cui morale “tutti/e possono fare dolci o giocare a calcio se vogliono” sono d’accordo) ma è discutibile credere che l’esprimere sensibilità e umanità dipenda da quanto si piange.
    E ripeto: certo che anche un adulto può commuoversi e piangere, è legittimo

  9. Mi è piaciuta molto soprattutto perché è una fiaba per adulti. Se avessi evitato le parti “didascaliche” sarebbe stata perfetta anche stilisticamente: lascia che sia chi legge a intuire/capire il significato, non ti premurare di suggerirlo o, peggio, di spiegarlo (addirittura per punti)! Ti consiglio la lettura (se non l’hai già fatta) dell’ottima traduzione dal danese di tutte le fiabe e storie per adulti di Andersen edite da Donzelli: capirai in modo lampante cosa voglio dire.
    …e un suggerimento sottovoce: quando nel blog rispondi a coloro che ancora “hanno il battito del cuore che salta a vuoto, a un certo punto della notte” e non hanno incontrato il barbone che si para loro davanti per parlargli, pensa al tuo maestro e alla sua sofferenza di bambino che ha dimenticato… ;)
    [Gli “spifferi dei ricordi” sono una trovata sublime, questa metonimia mi ha profondamente emozionato].

  10. Quella del pianto è una questione di lana caprina, perchè tutti sappiamo benissimo che in realtà il livore e il disprezzo lo si dimostra nei confronti di chi non sa piangere, in quelle situazioni in cui ce lo si aspetterebbe da lui.

  11. perchè qui si parla di maschi ma quel che ho scritto (e non ho negato a nessuno il diritto di piangere, commuoversi ecc) vale pure per le femmine adulte.
    Per me piangere facilmente e spesso non è necessariamente indice di maggiore sensibilità e umanità, dopodiche tutti possiamo in dati momenti piangere, stare male, soffrire e dobbiamo essere rispettati a prescindere dalla quantità di lacrime che versiamo.
    Sul fulcro del raconto non ho particolari osservazioni da fare perchè nella sostanza lo condivido

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