Il mio 2014, in dieci immagini

Queste sono le dieci fotografie che in certo qual modo hanno caratterizzato il mio 2014. Un anno particolare, di transizione, direi. Con alcune cose che sono irrimediabilmente finite e altre che sono cominciate, di punto in bianco. Con parti di me che ho riscoperto, con gioia e non senza stupore. E ombre che ancora ritrovo, qua e là nella mia anima. Eppure anche questo, mi suggeriscono dalla regia, fa parte del ciclo della vita. E allora…

 

1

Clotilde è la mia prima orchidea. L’ho comprata all’Ikea, all’inizio del 2013 e ancora vive. E non solo. Ha fatto pure una seconda fioritura, cosa che – per quanto mi ha detto chi se ne intende – è abbastanza rara. È il mio simbolo delle cose che si rigenerano. Dell’inatteso. Della vita che è più forte del destino.

 

2

È un caldo pomeriggio di inizio primavera. Siamo altrove, siamo gli amici e le amiche di sempre. Alcuni di noi hanno avuto i bambini, altri (come me) sono scapoli d’oro. Nonostante tutto il tempo trascorso e la diversità delle nostre vite, abbiamo ancora la voglia di stare insieme, di ritrovarci. E di farlo con gioia. Questa immagine è il simbolo della continuità, delle cose che stanno dentro te, a prescindere dal fluire della vita.

 

3

Maria aveva diciannove anni e a maggio ci avrebbe lasciati. Era una gatta buona, tenera, intelligente. Avrebbe potuto insegnare molte cose a persone che non sanno cos’è la fedeltà e la devozione, che non conoscono l’amore. Questa fotografia è l’ultima che ci siamo fatti, insieme, in quel giorno di aprile, mentre l’accarezzavo sul mio petto. È il simbolo dell’amore più puro. Il più disinteressato.

 

4

Petra, un viaggio che ho sempre desiderato fare. Un luogo magico, unico al mondo. La storia, l’agire dell’uomo, la sua operosità. L’infinitezza del tempo. Il suo scorrere ineluttabile. Quella cosa che ci rende piccoli rispetto a ciò che siamo realmente. Quest’immagine rappresenta il simbolo del fluire delle cose e della memoria, unico filo possibile dei giorni che ci sfuggono inesorabilmente.

 

5

Ho scattato questa foto a San Marino, in una fattoria dentro una riserva naturale. È un luogo particolare, dove gli animali vengono ospitati per poter vivere felici. Quest’asina era destinata al macello ed è stata portata qui, in fin di vita. Aveva timore degli uomini, era stata maltrattata. L’amore dei proprietari della tenuta l’hanno riportata in salute e a fidarsi di nuovo delle persone. La ragazza che l’ha presa in cura ci ha detto che, una volta ristabilita, non voleva uscire dalla stalla dove era stata ricoverata, per paura. Le sue compagne, però, per una misteriosa ragione, hanno “sentito” che era lì e l’hanno chiamata, ragliando. Lei è come tornata in vita e da sola le ha raggiunte. Con questa immagine, che prelude a una carezza, do corpo alla speranza e ai nuovi inizi.

 

6

Questa foto è stata scattata a Palermo, a ridosso del pride. È stata la mia prima partecipazione a un talk show. Lì ho conosciuto persone speciali, come Caterina. Quando penso a quel giorno mi piace immaginare quegli elementi che quando si incontrano, in modo un po’ casuale (ma non più di tanto a ben vedere), generano qualcosa di nuovo. E quel che mi piace di più è che il bello deve ancora arrivare…

 

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È una notte d’estate, Ale ed io andiamo in giro per Roma. Una città a volte magica, che sa coccolarti, che ti illude, che ti rigetta, che sa essere puttana. Una città che se non fosse per gli amici, potrebbe essere la più dura del mondo, nonostante la sua bellezza. Ale è una new entry di quest’anno. Un affetto puro. Un punto di riferimento. Una di quelle persone che ti danno autostima per il solo fatto di averti scelto.

 

8

Caterina, dicevo. È il giorno del mio compleanno e ti arriva un pacco regalo. Dentro ci trovi la colazione, il cappuccino, i dolci. E pure una rosa, accanto. Mi piace essere coccolato. E lei mi ha fatto questa sorpresa. Gradita, inaspettata. Insomma, una cosa bella. Come sa essere a volte la vita… E Caterina, quindi. E il suo essere speciale, dicevo.

 

9

E siamo giunti a quota tre. Un saggio, una curatela, una raccolta di racconti. Quest’ultima, Da quando Ines è andata a vivere in città, nasce dopo anni di pudori. Dopo aver cercato per moltissimo tempo il coraggio di mettersi alla prova sul piano dei sentimenti. Perché va bene, so analizzare la realtà, di ciò sono fin troppo consapevole. Ma che spazio riesco a dare al mio cuore? Questo devo ancora impararlo, a quarantuno anni passati. E nell’attesa di scoprirlo, scrivo.

 

10

Questa foto mi è stata scattata a Napoli, a inizio dicembre. Ero a un convegno universitario. Portavo una mia relazione, dopo molto tempo. Sono felice, lo potete vedere dai miei occhi. Perché quella è la mia dimensione: produrre cultura. Non so se riuscirò mai a coronare il mio sogno. Ma so che non posso far altro che coltivarlo dentro di me. Perché anche se è un’illusione, mi rende vivo. E se c’è vita, abbiamo tutto quello che ci serve perché certe cose si realizzino. Se non come le vogliamo, almeno per quello che noi siamo.

Ed è così che lascio questo 2014, senza nessun proposito, senza auguri che non siano quelli di avere giorni pieni di stimoli, di riconquiste interiori, di presenze opportune, vecchie e nuove, di salti di gioia e della memoria dell’amore che fu e che – per chissà quale strana magia di cui non siamo del tutto consapevoli – può essere ancora.

Renzi e i cinque peccati capitali della conferenza di fine anno

il-gufo-che-rideHo ascoltato la conferenza di fine anno del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. E va bene su molte cose, tutti e tutte (credo) siamo d’accordo sul fatto che l’Italia debba farcela, che chi ruba deve essere punito/a, che chi non lavora deve essere licenziato/a, ecc. Sulle cose di buon senso c’è poco da dire: si può solo essere d’accordo. E va riconosciuto al premier il fatto che tra la battuta ad effetto e il riferimento alla contemporaneità – con termini tipo hashtag et similia – ci si attira il consenso dei soggetti più sensibili a una politica meno ingessata, “di palazzo” come si dice in gergo. Per cui bravo Renzi, sai comunicare così come sai essere sgradevole su molto altro. Ma c’è un ma. E siccome qui siamo se non gufi – e pure fieri di esserlo – almeno maestrine dalla penna rossa, è nostro compito sottolineare le cose che, a parer mio, meritano una maggiore attenzione critica.

1. La retorica renziana, innanzi tutto. Un mix tra battute ad effetto (che sostituiscono le vecchie barzellette di “silviana” memoria) e ripetizione sistematica dei soliti slogan, variamente declinati. Particolarmente efficace quella struttura a grappolo per cui si parte da un discorso, si apre una parentesi, la si lega a un concetto esterno, lo si gonfia e si ritorna al discorso di partenza dopo aver intontito chi ascolta che nel frattempo ha già dimenticato qual era l’oggetto in questione. L’argomento viene riproposto, quindi, depotenziato dalla carica critica della domanda di partenza e lo si porta laddove chi parla voleva ricondurlo. Tecnica utilizzata in un paio di occasioni, come quando Renzi ha fatto un richiamo ad “Indovina chi” per sviare le domande sulla partita del Quirinale.

2. Oscillazione tra superbia e falsa modestia. Come quando dice, ad esempio, frasi del tipo “mentre loro studiavano, noi le cose le abbiamo fatte”. I loro sarebbero quelli della vecchia guardia, incapace di affrontare i problemi reali del paese. Peccato che quella frase abbia però ridotto, più in generale, studio e intellettuali a roba inutile. O come quando parla di gufi, che non sono quelli/e che parlano male del governo – ci mancherebbe – ma coloro che pensano che l’Italia non ce la farà. E poi corregge il tiro: coloro che pensano che questo governo non ce la farà. Per cui scatta l’equivalenza Italia = governo. L’état c’est moi, in altri termini. Con la chiosa: “se ce la faremo ha vinto l’Italia, se non ce la faremo è colpa mia”. E se i termini sono sostituibili…

3. Lapsus lessicali. Come quando ha detto “oggi non si riesce a rubare”, per poi correggere subito dopo. Splendido lapsus, converrete. Splendido lapsus.

4. Il vizio di dire bugie. Come quello sulla scuola – “abbiamo fatto la riforma!” – provvedimento che deve ancora essere affrontato, in realtà. E dire che le menzogne, per un cattolico, dovrebbero esser peccato…

5. L’assenza dei diritti LGBT. In sessanta minuti di conferenza stampa, neppure una domanda da parte dei giornalisti (e su questo il movimento dovrebbe farsi domande anche laceranti e profonde sul nostro grado di incidenza sulle questioni inerenti al dibattito pubblico). Ma nemmeno il premier le ha elencate tra le cose che ha intenzione di fare e tra le urgenze del suo governo. E su questo i gay e le lesbiche renziani/e, della prima e dell’ultimissima ora, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. O in alternativa, fare accordi con Paola Binetti e scattarsi selfie con Sentinelle e Manif pour tous. E chissà che una poltrona non arrivi anche per loro.

E insomma l’Italia del 2015 sarà uguale a quella del 2014 e degli anni precedenti. Affidata a parolai che, come in una partita a Risiko, hanno come obiettivo la luna e un pianeta a scelta del sistema solare di pertinenza. Ma guai a dirlo. A fine anno la fiducia nel progresso rientra tra i doveri nazionali. Nutrire il dubbio, fosse non altro per quel sentimento di affezione all’evidenza delle cose, fa invece scattare associazioni ornitologiche. Siete avvertiti/e!

Ballo di Natale (una fiaba gender)

C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino a cui piaceva fare un sacco di cose e che quando non riusciva a farle si metteva a piangere. «Smettila di frignare, lo fanno solo le femminucce!» gli dicevano i grandi. E lui allora cominciò a vergognarsi del proprio dolore, che era quello di un bambino, per cui piccolo e inconsistente agli occhi di un adulto. Eppure, nella sua essenza, aveva la stessa pesantezza della delusione più grande, lo stesso spessore del vuoto e riusciva ad essere gelido come le lacrime abbandonate nella pioggia.

Tra le cose che piacevano a quel bimbo, c’erano i giochi. Di tutti i tipi, dai soldatini e la pista con la macchine, alla casa di Barbie, dal piccolo chimico al dolce forno, dalle costruzioni ai trucchi della sorella. Eppure non riusciva a capire. Se costruiva la torre di un castello era addirittura bravo, ma se trasformava una bambola in una principessa, gli occhi dei grandi fino a un momento prima così orgogliosi si vestivano di imbarazzo e di vergogna.

E poi c’erano le storie che gli piaceva inventare: e quando le raccontava, soprattutto agli altri bambini e alle altre bambine, gli alberi dei giardini pubblici diventavano torri di guardia, i viali coi ciottoli erano sentieri di guerra contro le città dei malvagi, i rami spezzati divenivano spade e bacchette magiche, le ragazze potevano essere anche loro guerrieri con armature scintillanti e i maschi potevano avere gli stessi poteri delle fate. Ma quando i grandi si accorgevano di tutto questo, facevano la magia opposta e allora gli alberi tornavano ad essere vuoti palazzi di legno, i sentieri tristi e abbandonati e i maschi dovevano fare i maschi e le femmine avevano lo stesso identico destino. E la vergogna osservava ogni cosa dall’alto, sul suo cavallo di scheletro, senza falce in mano ma con quello sguardo che si voltava sempre dall’altra parte, al cospetto di ogni perché possibile.

E così il bambino divenne uomo, e crebbe al pensiero che nei castelli le dame potevano solo rimanere in una torre ad aspettare un destino che qualcuno aveva già deciso per loro, che i draghi non possono essere alleati, men che mai di donne armate di lame e sorrisi – da agitare, sia chiaro, sempre solo contro le ombre, ma questo chi lo avrebbe mai detto al mondo degli adulti? – e che ai maschi non piace ballare. Sul suo mondo fatto di folletti e di creature meravigliose scese la notte, accompagnata dall’inverno, e su tutto cadde un lungo inverno che congelò gli abitanti trasformandoli in ricordi di ghiaccio. Ogni tanto ci ripensava, infatti, ma quei pensieri lo scuotevano con un brivido e allora decise che era meglio non tornarvi con la mente e si rifugiò nella realtà di tutti i giorni. Certo, un po’ più comoda, per quanto noiosa. Eppure lo aiutava ad andare avanti, sebbene, tra una sigaretta e l’altra, c’era sempre quel battito del suo cuore che saltava a vuoto, a un certo punto della notte.

Un giorno andò al lavoro, era diventato un maestro perché gli piaceva insegnare ai più piccoli e alle più piccole la grammatica delle cose, il significato nascosto delle verità sui libri. Era un po’ come tornare bambino di nuovo, giocare con le immagini e le parole. E la sua classe con lui si divertiva, ma poteva farlo solo fino a un certo punto. Appena si andava oltre, lui si irrigidiva, perché a scuola non ci si comporta così. Era questo che dovevano imparare, durante le sue ore. Si sorride e si scherza, ma fino a un certo punto.

Una sera, però, mentre tornava a casa e mentre una voce interiore lo solleticava con gli spifferi dei ricordi, un uomo gli si pose di fronte, impedendogli di passare oltre. All’inizio ne fu intimorito, per altro non riusciva a fissarne i contorni del volto, c’era qualcosa che gli sfuggiva mentre cercava di guardarlo e di capire chi fosse. Ma se lui faceva un passo a destra, quell’altro gli ostruiva il passo. Se andava a sinistra, l’altro lo seguiva, come se fosse a uno specchio. Si voltò indietro, non voleva avere guai con quel barbone. Ma se lo ritrovò di fronte.
«Chi sei, cosa vuole da me?»
«Sono la persona che avresti potuto essere», rispose quello con una voce che era identica alla sua.
«Ma non diciamo sciocchezze! Adesso si sposti e mi faccia passare!»
Ma per quanto si sforzasse di andare oltre, di fuggire e di ritornare a casa, se lo ritrovava davanti. Come se fosse in uno specchio, appunto. Stanco di fuggire, e credendo di essere pazzo, si appoggiò ad un lampione mentre il cielo si era fatto dello stesso colore del marmo e tutto fu freddissimo. Una parte di sé credette che forse era arrivata la sua fine…
«No, non sei morto» gli disse l’altro «il fatto stesso che i tuoi ricordi ti diano i brividi, ti fa capire che sei vivo. Hai mai sentito di un morto che sente freddo?»
L’uomo pensò che quel discorso aveva senso e decise di ascoltare le parole dello sconosciuto.
«Voglio solo raccontarti una storia…» disse quello e si misero insieme, in quell’angolo, a conversare. E fu così che lo sconosciuto gli raccontò tutta la sua vita, di come era bello vivere in un mondo dove non c’erano costrizioni, ma assunzioni di responsabilità. Dove le bambine potevano giocare a calcio, se lo volevano. Dove chiunque poteva fare i dolci. Dove il mondo delle fate era comunque un mondo sempre reale, se lo si portava nel cuore. Tutto questo gli raccontò quello sconosciuto e il pensiero che fosse un “grande” a dirglielo gli diede coraggio. Pian piano ascoltò un po’ di più se stesso, il suono della sua stessa voce, e comprese il significato del balzo che faceva il suo battito, certe volte di notte. Poi si voltò verso di lui, per osservarlo ancora. E fu solo allora che ebbe un sussulto e si svegliò di botto. Era stato solo un sogno. Eppure era così reale… Decise di farsi un bagno caldo e si diresse al lavoro, come tutti i giorni.

A scuola alcuni bambini gli chiesero di poter avere altri cinque minuti di pausa. Lui in un altro momento avrebbe detto di no, perché i premi sono cose che vanno conquistate, però ripensò alla notte passata e decise di dire semplicemente di sì. La parola che, troppo spesso, aveva desiderato sentire pronunciata, di fronte ai suoi giochi, dal mondo degli adulti. Un bimbo, felice per quella ricompensa, esplose in una risata e cominciò ad andare per tutta l’aula come se fosse una ballerina, facendo un vistosa piroetta. Qualcosa dentro di lui lo infastidì, al momento. Ma la sua stessa voce, uguale a quella dell’uomo del suo sogno, lo trattenne come una mano invisibile avrebbe potuto fermare uno degli eroi dei miti dell’antica Grecia, che avevano letto in classe tutti e tutte insieme, qualche settimana prima.

E quindi le cose andarono avanti, nelle settimane a venire, fino a quando non fu Natale. La scuola si preparava a fare una grande festa, con un concerto e una recita al teatro.
«Potremmo fare una festa, qui, prima di andare allo spettacolo», propose una bambina.
«Io porto la torta!»
«Io il latte caldo!»
Sapeva, il maestro, che non avrebbe potuto dire di no. E neanche voleva, a ben pensarci… E così organizzarono ogni cosa. Il giorno arrivò veloce e tutto era pronto. C’era il profumo dei dolci, la luce delle decorazioni colorate. La stessa bimba che aveva avuto l’idea della festa tirò fuori un cd, chiedendo di poterlo suonare. Erano canzoni carine, l’atmosfera fu subito più allegra.
«Aspettate, questa non si balla certo così…» disse a un certo punto il maestro, mentre la sua classe cercava di capire come muoversi sotto l’incedere di quelle note. E quindi si mise al centro dell’aula e cominciò a muovere le gambe dondolandole a destra e a sinistra. Poi le sue mani volarono in alto, come a disegnare una grande V. Quindi le chiuse sulla sua testa e si mise pure a cantare. Tutti e tutte, dapprima, lo guardarono con fare stupefatto. Poi si misero a ridere e infine imitarono i suoi passi. Solo alcuni giorni dopo si rese conto – quell’uomo che era un bambino felice, un tempo – di due cose.

La prima: non aveva mai creduto alle parole che i grandi gli avevano sempre detto, per fare in modo che lui si comportasse come era stato insegnato loro. Solo che aveva smesso di ricordarlo, impegnato com’era nelle occupazioni di tutti i giorni.
E la seconda: che il volto dell’uomo che aveva sognato era lo stesso di lui, quando aveva la stessa età dei bambini e delle bambine a cui insegnava la grammatica e le favole antiche.

Da quel momento, non vietò mai a nessuno di ballare durante la ricreazione o di ridere a un tono più alto rispetto a quello considerato “normale”. E pure lui, tornando a casa, ripensando alle cose che erano successe da quella notte, riuscì a tornare alla sua infanzia e ai suoi ricordi, senza sentire quei brividi che stavano solo nel volto della vergogna. Di una cosa non si accorse mai. C’era un uomo che lo guardava da lontano, mentre se ne tornava a casa fischiettando allegro. Era lo stesso uomo del suo sogno. Sorrideva bonario. Si allontanò da lui, girando l’angolo ed entrando in uno spazio dimensionale che nelle fiabe può essere lo stesso che porta a Narnia. Lo sconosciuto avrebbe raggiunto il mondo popolato dalle creature fantastiche di un tempo, dove finalmente aveva smesso di nevicare. Dove folletti e fate luminose lo attendevano per festeggiare la nuova primavera a ritmo di ballo. Portando le mani in alto, formando una grande V.

Le cose da rimettere in ordine

È solo una questione di ordine. E di tempo. Rimettere le cose a posto e trovare il tempo per farlo. Non sprecarne più di tanto. Perché non è infinito, quello che ci è concesso. Perché non abbiamo il contachilometri, non c’è la spia della benzina che ci avverte quando sta per finire. Succede e basta. Puoi averne una sensazione, un preavviso repentino. Ma quando accade, ti accorgi che tutto si risolve in un niente. E allora è meglio non essere colti impreparati e lasciare le cose in ordine, per quanto assurdo è questo stesso concetto in un universo dominato dall’entropia.

E allora ecco il mio caos da rimettere a posto.

Troppe nuvole in cielo, che raffreddano i colori delle mie orchidee e i palpiti all’unisono col respiro.
Il rumore della lavatrice che gira su se stessa, come a volte la storia di tutti i giorni.
Un messaggio che non arriva.
Lenzuola rosse e piumone verde, una camera da letto esposta a sud est e l’idea di fare un po’ più di selezione all’ingresso.
La musica che rimbalza dentro e non risparmia niente, neppure un globulo rosso.
Il profumo dei biscotti che le persone a cui vuoi bene hanno mangiato senza riguardo nemmeno per le briciole.
Tutto l’amore che c’è, che si agita dentro come una pantera affamata di vita.
Il pensiero dei bimbi che cantano, in un teatro di fine anno. Il calore di una lacrima furtiva che nessuno ha visto. Forse.
La paura di aver sbagliato ogni cosa. E quella della solitudine.
Il fantasma del Natale ipotetico.
Tutte le parole che avrei voluto dire. In più occasioni, a più persone.
Tutte le parole e le cose che mi sono ritrovato, qui da qualche parte, per te. A dispetto dell’oscuro signore bianco, delle distanze di sicurezza, fossero grandi quanto un oceano intero.
Tutta la vita che rimane, da risistemare nei cassetti, da toglierle la polvere negli angoli nascosti e i grumi delle azioni sprecate.

Tutto questo, come se ci fosse tutta la vita davanti. E non sapere da quale punto cominciare.

Fellatio e dintorni: il pensiero fisso degli omofobi

Il mio precedente articolo su Bergoglio ha fatto arrabbiare qualcuno. Nell’ordine:

1. papa boys in incognito, gente che si dichiara “critica” nei confronti della chiesa, salvo poi sostenere la necessità che essa esista e che ad essa ci si debba “sottomettere” in un modo o nell’altro, o quanto meno alla sua autorità morale. Come se prendere ordini, benedizioni e il permesso di vivere da chi considera i gay né più e né meno alla stregua di “peccatori” sia in linea col concetto di dignità. Ma contenti loro…

2. sentinelle travestite. Ovvero gentaglia che sotto il mantra di “anch’io ho amici gay” e “rispetto assoluto per tutti” poi usa la Bibbia come arma da fuoco contro diritti delle persone LGBT. Peccato per loro che nei paesi civili la vita politica e quotidiana di una società complessa come quella del presente non dipenda certo dai dettami sostanzialmente cretini (ad oggi) di un fantasy di serie B

3. poveri illusi, che continuano a credere che attraverso l’avallo della chiesa cattolica si avranno diritti, considerando appunto Bergoglio – insieme alla sua organizzazione omofoba – un interlocutore e non un nemico della dignità di milioni di persone. Vale quanto detto sopra sul “contenti loro”. Un po’ meno, invece, noi.

Gran parte dei loro commenti sono stati cancellati e non per una disaffezione del sentimento della democrazia – mi direte poi cosa c’è democratico nel sentirsi dire “meriti l’inferno perché così è scritto nella Bibbia” – ma più semplicemente perché non si può dare la stessa dignità del pensiero critico a chi sostiene che certe vite e certi sentimenti siano sbagliati solo perché così è scritto in un libro per il quale il Sole gira attorno alla Terra e dove si invitano le donne a sottomettersi agli uomini. No, signori e signore mie, in questo blog razzismo, omofobia e ignoranza non possono far parte delle argomentazioni da controbattere a un discorso più nobile, culturalmente valido e in una parola soltanto: laico.

Faccio notare, ancora, che i rosiconi continuano a ripubblicare la solita solfa, non solo nel più rigoroso anonimato, ma anche cambiando di volta in volta le mail di riferimento: complimenti per l’onestà intellettuale e soprattutto per avere il coraggio di sostenere con identità certa le proprie argomentazioni.

Sarà un caso che tali identità siano supportate da fenomeni quali:

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chissà perché, mi chiedo, quando si parla di diritti di cittadinanza gli omofobi pensano sempre a pratiche sessuali maschili, fellatio in primis (non è l’unico commento che si presta a questo tipo di creazioni “letterarie”). Freud o chi per lui avrebbe tanto da insegnarci, in merito.

Avere figli gay? Per il simpatico Bergoglio è una sfortuna

Bergoglio, papa di Roma

Ho sempre pensato che Bergoglio fosse un grande bluff, un’operazione di cosmesi rispetto alla consueta omofobia d’oltre Tevere. Il suo “chi sono io per giudicare” circa i gay (lesbiche e trans non erano ancora pervenute alla sua santa attenzione) era corredato da una chiosa: è già scritto tutto nel catechismo. È nel catechismo c’è scritto che essere gay è peccato mortale. Mi arrabbiai moltissimo con chi salutò con favore questo ribadire una condizione di minorità delle persone LGBT.

Adesso il nostro, anzi, il vostro simpatico pontefice torna alla carica con la sua solita omofobia travestita da buoni propositi. La notizia la riporta il Quotidiano.net, il cui titolo è già evocativo: «Papa. “Sì ai divorziati come padrini e aiuto a chi ha figli gay”», come se fosse un handicap o una disgrazia. Adesso questa è una semplificazione del titolista, ma se andiamo a scavare nel testo e riprendiamo le dirette parole del pontefice, non andiamo molto lontano da questa impostazione:

nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po’ inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali…

Si notino almeno tre aspetti:

1. si ribadisce il no all’allargamento della sfera dei diritti. Nessuno ha parlato di matrimonio. Si mantiene la prospettiva del permanere di una discriminazione

2. la situazione di eccezionalità dell’avere un gay o una lesbica in famiglia. Bergoglio non dice – e non può dirlo, per evidenti limiti culturali di tipo omofobico, caratteristici della fede di cui è capo indiscusso – che avere prole LGBT può essere una cosa come un’altra, per quanto minoritaria (un po’ come avere figli mancini o bimbe coi capelli rossi, per capirci fino in fondo), ma lo pone sotto l’ottica dello scarto rispetto alla norma. Il richiamo al confessionale, inoltre, lo ammanta di quell’aura di peccato che tanta fortuna ha nei soliti ambienti cattolici

3. avere un/a figlia omosessuale rientra nell’ottica di uno svantaggio, per cui la famiglia “colpita” da questa situazione “un po’ inedita” ha bisogno d’aiuto.

Insomma, per Bergoglio avere figli omosessuali (le lesbiche ancora non sono pervenute, le trans meno che mai) è e rimane una sfortuna. L’unica cosa che non ha detto è che bisognerebbe intervenire sugli attori principali di diffusione di omofobia e odio sociale contro le persone LGBT: partiti cattolici, omelie nelle chiese, gruppuscoli antigay nelle piazze… tutti soggetti che operano per rendere un inferno la vita della gay community in Italia. Chissà perché contro queste persone sua simpatia, pardon, sua santità non dice niente.

Le parole ulteriori

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E poi c’è la regola del fuoco: mai, e sottolineo, mai sprecare parole ulteriori con chi non ha il tempo che tu hai utilizzato per proferirle in passato.

Nel senso che va marchiata nel cuore, come se fosse ferro rovente. Perché ha la stessa sacralità di un rito di iniziazione.
E tutto il resto delle cose da dire è inutile, a partire da questo momento.

On air: The Muse, The time is ranning out (per caso, lo giuro)

Rom e romani

gli italiani un popolo razzista

gli italiani un popolo razzista

Due pensieri estemporanei su quello che sta succedendo qui nella capitale:

1. praticamente, cari “italiani” dimmerda, vi hanno trasformato in razzisti per potersi arricchire a vostre spese e sulla pelle di rom e immigrati. Questo insegna lo scandalo romano di questi giorni. Ma voi prendetevela solo con quei poveri disgraziati di Tor Sapienza, mi raccomando

2. non è che se vi dite a favore dei diritti dei gay e poi vorreste mandare ai forni rom o altra categoria a scelta siete dei gran fighi, eh! Il principio è sempre quello che fa rima con fascismo.

Fa tutto parte di quel “buon senso” popolare che discriminazioni sulle categorie percepite come estranee, raccontate come pericolose e trattate come criminali. È la stessa dinamica che ha già coinvolto gli ebrei. E che oggi è usata contro i soggetti fuori norma, dalle persone migranti a quelle LGBT. Vi piaccia o meno, fate parte di questa subcultura del disprezzo.

Così, per dire.

“Pride” e la voglia di crederci ancora

titolo: Pride – anno: 2014 – regia: Matthew Warchus – durata: 120 minuti

L’ho scritta per il sito del Mario Mieli. E la ripubblico qui. Perché Pride va visto. E ogni altro commento è inutile. Eccezion fatta per la mia recensione, va da sé! :)

***

Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta.  Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.