Di quello che ci frega degli amici gay di Alfano

Angelino Alfano ha amici gay

Che Alfano fosse un ministro sostanzialmente incapace, oltre che dannoso, era chiaro dai tempi del caso Shalabayeva. Prendere la famiglia di un dissidente politico, in asilo nel nostro paese, e consegnarla ai servizi segreti controllati dal leader da cui è fuggita, è un atto da nobel per l’imbecillità. Per non dire peggio. Eppure questo non ha impedito a Renzi di riconfermarlo agli Interni, che non è esattamente un ministero come un altro. Affidereste la stanza dei bottoni  di chi dovrebbe evitare attentati terroristici a chi non sa distinguere tra un rifugiato e un terrorista? Renzi sì. E infatti il nostro, continua a far danni.

Nonostante la laurea in giurisprudenza, la lunga attività politica, le sentenze di diversi tribunali, un pronunciamento della Corte Costituzionale e la diffida di Rete Lenford – che forse messe insieme, queste ultime tre realtà, ne sanno (ma giusto un attimo) un po’ di più di lui – Angelino Alfano ha prima cercato di far annullare le trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero, quindi, quando l’ennesimo tribunale gli ha fatto sostanzialmente capire che la legge prevede tutt’altro, rispetto alle sue disposizioni, lui ha rilanciato.

In pratica: fai qualcosa che non devi, qualcuno ti fa notare che è una boiata e tu la rilanci uguale uguale a come non dovrebbe essere. Roba da puntata standard di Sensualità a corte. Che in un contesto repubblicano andrebbe tradotta con “inettitudine a palazzo”.

Non pago della figura pietosa, il rilancio di Alfano ai suoi atti sostanzialmente omofobi passa per il solito mantra: «ho tantissimi amici omosessuali, li frequento, ci esco a cena e non ho certo pregiudizi». Me cojoni, come direbbero ai Lincei.

Adesso, personalmente nulla mi importa di chi frequenta Alfano per le sue cene. Forse gli amici gay che si ritrova hanno grossi problemi a guardarsi allo specchio, in bagno la mattina, oppure il loro dramma è che non si sono mai posti davvero il problema di guardarsi davvero negli occhi, sempre nel momento delle abluzioni, e dirsi in solitudine e nella massima franchezza: “ma io con chi cazzo vado a cena?”. Roba loro, comunque.

Appurata questa evidenza, Alfano continui pure a frequentare finocchi con uno scarso senso dell’autostima. Ma nel mondo reale, se vai a far colazione con un ebreo o se prendi un martini con un nero e poi pensi che in fin dei conti sono inferiori e che per il loro esser tali non meritano gli stessi diritti, non ci fai proprio un figurone.

Oltre tutto, al netto di tutto questo, emerge l’unica vera ovvietà: se questi amici gay non hanno problemi ad andare a cena col ministro e viceversa, di fatto le restanti migliaia di persone LGBT che non hanno il privilegio di desinare con il leader del Nuovo Centro Destra, il diritto a sposarsi lo vogliono. Tutto il resto è il solito mettere le mani avanti per non ammettere che su certi temi si è politicamente orrendi. Né più, né meno.

La sindrome di Candy Candy

Deve esserci un virus strano nell’acqua. O forse sono io che sono rassicurante. Ma vengo e mi spiego. Era la primavera di quest’anno. E venni raggiunto da lui. Bellino, molto più giovane di me – ok, ho quarantuno anni ma a ventitré anni si è largamente sopra l’età del consenso e poi nella mia famiglia ci sono casi analoghi… avrò preso dal nonno – gli occhi da cerbiatto e una malinconia che, se vuoi fregarmi, basta che la direzioni su di me e il gioco è fatto.

«Sai, penso che tu possa capirmi…» e via, se vuoi possiamo parlare del tuo male di vivere, anche se sei così giovane che dovresti avere semmai più voglia di vivere e basta, ma questi non sono affari miei, per carità. E poi tranquillo, con i problemi in facoltà, a tutto c’è un rimedio. Sì, non ho difficoltà a dirtelo, se vuoi puoi parlarne. Cioè, io ci sono.

E quindi.

Fai gli esami della sessione estiva, ti liberi da tutti i gravami che affliggevano i tuoi pensieri e quello sguardo un po’ malinconico. E sparisci. Stop. Via. Adieu. «No, sai, ho avuto da fare…» mi dici in un giorno che ci incontriamo per caso, ed io ok hai avuto da fare, però a Mucca a ballare ci vai e agli aperitivi pure. Ok, non è affar mio. Ma allora mi spieghi perché dovrebbe esserlo tutto il resto? E soprattutto, se finito il periodo nero tu sparisci dalla mia vita e dal mio whatsapp, mi spieghi la ragione per cui io dovrei tenerti in considerazione? Non è per vendetta o rancore, ma già il ruolo di tappabuchi a scuola mi va un attimo strettino, figuriamoci in quello che voleva essere qualcosa di un po’ più strutturato di una semplice amicizia on line. Ecco, per dire.

Per cui, se mi incontri – per caso – e mi chiedi come mai non sono più tra i tuoi amici su Facebook, poi non farmi scenate se ti dico «perché non siamo amici», perché io agli amici non li tratto così. E vabbè, avrò la sindrome da Candy Candy, ma non sono cretino come Annie (che a dirla tutta aveva la lacrima facile e un paio di piedi orrendi, ma questa è un’altra storia). E quindi anche ciao.

Poi, vai a novembre 2014: nel film mentale che stiamo vivendo passa in sovrimpressione la scritta “alcuni mesi dopo”. Altra storia, altro giro. Un like sui social, ciao come stai, che fai nella vita, sarebbe bello averti intorno, eccetera eccetera. Al netto delle solite cose – dal “sarebbe bello dormire insieme sotto questa pioggia” al “no, tranquillo, non sarebbe per sesso” e cagationes similares – c’è da dire che a me un pochino piacevi eh. Però ok, hai fatto tutto tu. Come quando ho provato a baciarti e ti sei allontanato. E poi quando me ne sono andato da casa tua – perché io rispetto il valore simbolico, istituzionale e pedagogico del due di picche, anche quando arriva in età matura – quando ero sulla porta, dicevo, poi sei stato tu a baciarmi. Per poi cambiare idea di nuovo. E allora scusa, ma vale quanto detto sopra. Buono sì, scemo anche no. Coglione proprio. Anche perché c’è il rischio di trasformarsi in Irisa. E sappiamo tutti/e che era gradevole come pestare una merda con gli infradito. Ça va sans dire.

Allora mi spiegherai perché io rispetto il tuo desiderio di non proseguire oltre, ma se io ti dico «guarda, ci eravamo visti su altri presupposti… non credo sia il caso di vedersi» tu no, ti devi imporre. Coi messaggi, il solito whatsapp. E al solito: “ho avuto questo problema”, “ho paura che accada questo”, “non so come fare per quest’altro”.

Possiamo essere amici, mi chiedi.
Uhm… no, ti rispondo.
Perché no? Perché io agli amici non infilo la lingua in bocca. Dovrebbe essere semplice a capirsi. Eppure.

Allora, non è per cattiveria perché davvero, io posso stare anche a sentire i problemi di chiunque, ma ci sono ruoli, figure di riferimento, presupposti che devono essere chiari, ora e sempre. Almeno, se non si vuole recitare la parte di quello che gioca con le persone. Ma su una cosa vorrei essere chiaro e credo che valga per tutti/e, a prescindere dal tipo di relazione che si istaura: non si ha mai il dovere di ricoprire il ruolo di “spalla su cui piangere”. Soprattutto se finito il momento delle lacrime, o di qualsivoglia disagio equipollente, poi prendi e sparisci. Ergo, se mi contatti che sia per il piacere di star insieme. Poi si decide insieme – e sotto l’aura del vecchio adagio “patti chiari e amicizia lunga” – se per un caffè, una scopata o un matrimonio. Di troppa chiarezza non si muore. Anzi, si semplificano le cose. Sensibilmente. Ok?

Ahi serva Italia…

B2etylNIIAAgTkZ.jpg-largeL’immagine che vedete è estratta da un inserto del Corriere della Sera. Ed ecco cosa siamo diventati: il paese che ha la metà e oltre del patrimonio artistico mondiale e che fu patria del Rinascimento è divenuto un ricettacolo di cavernicoli (basta vedere come ha votato e come continua a votare il nostro elettorato, da Berlusconi ai due mattei).

Vorrei far notare anche che siamo un paese in cui le “radici giudaico-cristiane” sono viste come valore culturale imprescindibile per decifrare e comprendere la nostra società tutta.

Ed è così che ci siamo ridotti: un luogo abitato da gente che interpreta il mondo per pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Siamo un popolo di ignoranti. E questo spiega il fatto che se vedi le Femen ad AnnoUno realizzi che i/le giovani presenti in studio si incazzano perché criticano il potere clericale e lanciano preservativi al pubblico (meritate Giovanardi, ve l’ho già detto?). Questo chiarisce come mai fenomeni come “Manif pour tous” e “Sentinelle in piedi” – che in qualsiasi consesso civile andrebbero bollati come raduni di balordi che hanno fatto dell’omofobia un momento di visibilità politica e una scusante esistenziale – siano ritenuti interlocutori politici. Questo spiega il Nuovo Centrodestra al governo. O le leggi del solito Pd che invece di punire l’omofobia l’avallano. Questo spiega come mai abbiamo un esecutivo popolato da “avanzi da oratorio” (cit). E tutto il resto.

La torta di Halloween

preparando gli ingredienti...

preparando gli ingredienti…

E poi succede che ti rendi conto che a casa c’è un po’ di tristezza. Perché la vita a volte fa la stronza. E siccome non sto parlando di me, ma delle persone che mi stanno accanto, non posso scendere in dettagli, per ovvie questioni di privacy. Allora, quand’è così, sai che si fa? Si prepara da mangiare. Una torta di zucca, visto che è Halloween. E siccome è Halloween ed io sono elfico, ci mettiamo in mezzo un bell’incantesimo. Come? Un passo per volta…

Torta di Halloween

Ingredienti:

  • pasta frolla (fatta in casa o comprata)
  • ricotta, 400 gr.
  • mascarpone, 400 gr.
  • zucca, 250 gr. (già mondata e pulita)
  • zucchero di canna, 200 gr.
  • quattro uova
  • vaniglia, una fialetta
  • spezie (noce moscata, zenzero, cannella), un pizzico

La zucca è un frutto magico ed il 31 ottobre è un giorno di passaggio, chiude un ciclo e ne apre un altro. Allora affinché i problemi che ci rendono tristi diventino sempre più piccoli, sbuccia e taglia la zucca a pezzi piccoli e mettili a cuocere in una casseruola, con pochissima acqua. A cottura ultimata, sgocciolarla e strizzarla per bene.

Quindi metti nel frullatore mascarpone, ricotta e zucchero di canna. Frulla per bene, quindi aggiungi la zucca, le uova e le spezie. E mentre il frullatore fa il suo dovere, pensa a come i problemi sono diventati piccolissimi, digeribili, quasi inconsistenti…

...e dal forno in tavola!

…e dal forno in tavola!

Imburrare una teglia a bordo alto, e posarvi la pasta frolla. Io preferisco farla in casa – non c’è un’unica ricetta, ognuno ha la sua e se ne trovano molte sui siti di cucina, a cui vi rimando – e quando la base sarà pronta, versare la crema che sarà venuta spumosa, leggermente rosata e molto profumata. Come la vita che volete per voi e per chi amate.

Mettete in forno preriscaldato. La cottura è variabile da forno a forno. Io ci ho messo due ore (il mio non è ventilato), ma la pasta frolla dovrà risultare dorata, e la crema ben ambrata e gonfia. Quando sarà compatta (avendo cura di controllare per non bruciare il tutto), tirate fuori dal forno e fatela raffreddare. La torta va servita ben fredda, in modo che la crema si rapprenda. Intanto la vostra casa profumerà di dolci e se vi piacerà crederlo, sarà il profumo che volete dare al nuovo corso degli eventi.

Per il resto buon appetito. E posso garantirvi che le persone che ieri erano un po’ giù, oggi sorridevano, mentre facevano colazione con una fetta di questo dolce.

P.S.: essendo una ricetta pagana, in occasione di una festa osteggiata dalla chiesa, e visto che ormai ce lo mettono un po’ ovunque, anche questa può essere spacciata per cucina “gender”. Converrete.