Obbrobri maschilisti

Schermata-06-2456447-alle-20.25.29Un occasionale ma (a modo suo) solerte lettore mi pone alcune questioni circa il mio articolo su Renzi e il suo tentativo di immettere in ruolo tutto il corpo docente. Riporto fedelmente e integralmente il commento in questione:

Mi dica professore, ai sui studenti che non usano pedissequamente le forme “gender correctly” (“che i/le docenti vengano valutati/e /e”, “essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano” ecc…, da cinque o in quel caso si arrende all’italiano, usa anche nelle dispense in classe tali obbri linguistici?

Nell’ordine, notiamo:

  1. “ai sui studenti” invece di “ai suoi”
  2. la parentesi aperta dopo “gender correctly” non viene poi chiusa
  3. la forma “valutati/e /e” ha una e in più che nell’articolo originale non c’è
  4. da cinque” invece di “dà cinque”
  5. uso creativo (per usare un eufemismo) della punteggiatura ed evidenti problemi con il corretto uso del punto interrogativo
  6. “tali obbri linguistici” in luogo di “tali obbrobri”

A tutto questo faccio notare che il mio articolo non era sull’uso “gender correctly” della lingua italiana – alla quale il nostro lettore è così affezionato da preferire l’inglese per indicare il tipo di ansia linguistica che lo anima – ma riguardava questioni di politica scolastica. Per cui ne risente anche l’interpretazione del testo, visto che l’intervento del nostro è largamente fuori tema. 

Il problema, tuttavia, sembra essere il tentativo da parte mia di dare uguale rappresentanza – quando è possibile – sia al genere maschile sia al genere femminile, per una questione di equità sociale. Piaccia o meno, i cambiamenti linguistici avvengono proprio rimodulando il linguaggio. Non capisco, d’altronde, perché questa mia preoccupazione per l’uso linguistico debba portare a dubitare della mia professionalità. Che ci sia della cattiva fede?

Ho comunque risposto così al mio gentile amico: 

se nel suo disastrato commento mi sta per caso domandando se io mi lasci influenzare dalle mie idee politiche nella valutazione dei miei allievi e delle mie allieve, la risposta è no. A scuola si valuta il/la discente in base a criteri rigorosi, secondo un programma di studi definito.

Aggiungo, a questa riflessione, un’altra: piuttosto che preoccuparsi degli “obbrobri” linguistici degli altri, forse per questioni legate alla disaffezione del concetto di parità tra i generi, fossi in lui mi dedicherei a migliorare il mio idioma. Giusto per non ricorrere ad “obbri” sostanzialmente ignoranti oltre che dal vago sapore maschilista.

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