Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

insegnanti o migranti?

insegnanti o migranti?

Il piano di Renzi di assumere già da settembre centocinquantamila insegnanti fa molto discutere, lascia diverse perplessità e, ça va sans dire, è già spacciato dalla stampa di regime come la panacea di tutti i mali che hanno afflitto in questi anni il sistema della pubblica istruzione.

A tal proposito, si è già scomodato Twitter e l’hashtag  è diventato il nuovo mantra quotidiano. 

Adesso, va da sé che l’idea di assumere tutti i lavoratori e le lavoratrici che da anni vengono sballottati/e da un istituto all’altro – in condizioni di precariato economico ed esistenziale – è una misura più che auspicabile, così come trovare la cura definitiva per il cancro, arrivare alla pace nel mondo, alla tutela dell’infanzia fino a raggiungere le più alte vette dell’amore universale. 

Il dilemma è: come si farà questa “rivoluzione”? Concretamente, intendo. Magari senza tirar fuori risposte come questa:

Problema numero uno: c’è la copertura finanziaria? A leggere i giornali, anche quelli che si sono trasformati nell’ufficio stampa del presidente del Consiglio, occorre capire quanti sono i soldi effettivi e dove vanno presi. Problema non da poco, visto che assumere un/a insegnante significa pagare stipendi, eventuali malattie, maternità, congedi, ferie, contributi, ecc.

Problema numero due: i costi sociali. Il Fatto Quotidiano denuncia prospettive piuttosto preoccupanti, soprattutto quando si leggono, nell’articolo di Marina Boscaino, parole quali:

I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

insomma, se questo fosse vero c’è il rischio che la prof Luisa Rossi di Perugia venga sballottata in un paesino della provincia udinese – le piaccia o meno – e sia costretta a lasciare a casa (magari appena comprata e con mutuo da pagare) marito e figli/e. Tale procedimento nel vocabolario della lingua italiana avrebbe una parentela semantica con il concetto di “deportazione”. Da ricordare la prossima volta che sentiremo l’intellighenzia piddina riempirsi la bocca di parole come “famiglia”. 

Problema numero tre: l’apertura ai privati. Può un sistema pubblico consegnato all’arbitrio dei privati garantire quella pluralità che dovrebbe essere alla base del sistema scolastico pubblico? Cosa sarebbe di problematiche come la laicità dello Stato, la libertà religiosa, l’autodeterminazione dell’individuo, i temi etici, la questione LGBT, ecc, in un contesto che viene controllato ad esempio da cooperative religiose di un certo tipo? Quali garanzie di rispetto di tutte le differenze verranno date rispetto a questa prospettiva? Al momento non è dato saperlo.

Dulcis in fundo: lo strapotere dei/lle dirigenti. Poiché non viviamo in un paese scandinavo ma in una nazione che basa la sua vita democratica sull’inciucio, il nepotismo, il privilegio e il mantenimento di forti squilibri socio-culturali, c’è il rischio tutt’altro che scongiurabile che le presidenze diventino piccoli centri di potere basati sui favoritismi. Una norma siffatta dovrebbe prevedere l’impossibilità di assumere parenti e personale legato alla dirigenza da rapporti personali di vario tipo. Perché a pensar male si fa peccato, ma l’Italia – forse anche per le sue matrici cristiane – del peccato sembra esser patria, in tutte le sue declinazioni possibili: mazzette, soprusi, mobbing, omofobia e via discorrendo.

Tralascio altri aspetti, sia per non mettere troppa carne al fuoco, sia perché non ne ho competenza (scatti salariali, meritocrazia, ecc). Non sono contrario pregiudizialmente al fatto che i/le docenti vengano valutati/e – e, possibilmente, non “giudicati” come ha detto il premier, visto che non stiamo parlando di delinquenti ma di professionisti/e – e che lo stipendio venga calcolato sulle competenze effettive di chi lavora. Ho visto insegnanti che meritavano di essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano il lavoro di due-tre persone per far funzionare tutto. Ben venga quindi un sistema più equo. Ma troppe sono le questioni in sospeso e il sospetto che si tratti dell’ennesimo annuncio cui seguirà il solito niente o un più originale “peggio di prima” è più che giustificato. Vedremo cosa accadrà.

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10 thoughts on “Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

  1. Mi dica professore, ai sui studenti che non usano pedissequamente le forme “gender correctly” (“che i/le docenti vengano valutati/e /e”, “essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano” ecc…, da cinque o in quel caso si arrende all’italiano, usa anche nelle dispense in classe tali obbri linguistici?

  2. Caro pif, il vero scandalo è che la scuola “laica” italiana fa entrare pure l’insegnamento religioso (cioè, più correttamente, l’indottrinamento cattolico, essendo le eccezioni fin troppo tali) tra le materie che fanno media con “professori” (ddeché!?!) pagati dallo Stato ma nominati e revocati dai vescovadi. Per tacere ovviamente dei sempre più cospicui trasferimenti di fondi pubblici alle scuole private, leggi cattoliche… Facile fare i cristiani con l’appoggio di Cesare e di Pilato messi insieme, no? Una sana educazione laica di genere costerebbe molto meno e rischierebbe di costruire cittadine e cittadini ben migliori di quelli partoriti dalla attuale costosissima diseducazione cattolica: ben vengano dunque gli eventuali cinque di tanti professori come Dario!

  3. #Pif: se nel suo disastrato commento mi sta per caso domandando se io mi lasci influenzare dalle mie idee politiche nella valutazione dei miei allievi e delle mie allieve, la risposta è no. A scuola si valuta il/la discente in base a criteri rigorosi, secondo un programma di studi definito.

    Poiché non credo di aver ben compreso il senso del suo intervento, tuttavia, le chiedo per l’ennesima volta di tradurlo in un italiano più accettabile (a cominciare dall’uso della punteggiatura e dei segni diacritici) in modo che la comunicazione sia efficace. Grazie.

  4. Ai sui studenti che non usano pedissequamente le forme “gender correctly” (“che i/le docenti vengano valutati/e /e”, “essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano” ecc…, da un bel cinque nei temi o si arrende allevidenza che in l’italiano il maschile plurale include anche le donne, quando si riferisce a un collettivo misto?
    Inoltre, anche nelle nelle dispense, che eventualmente produce per la sua classe, usa le forme che ha usato in questo post e che usa pure negli articoli pubblicato sul Fatto quotidiano?

  5. Il cosiddetto maschile è in realtà ( e Accolla lo sa, visto che è il suo campo) un supergenere. Storicamente (almeno nell’indoeuropeo, da cui poi deriva il latino e quindi le parlate romanze) il femminile nasce dall’unione di un suffisso apposito (-ja) (il neutro merita un discorso a parte che qui non occorre e che sintetizzo nell’opposizione animato/non animato) alla forma base. Quindi, a mio modo di vedere, è proprio l’uso di una forma specifica a essere discrimante, dato che introduce un sema in più[+femminile], non uno che prenda il posto del sema [+maschile]. Le parole, infatti, non nascono maschili, anzi è la nascita di una forma apposita per il femminile ad essere spia di una visione maschilista del mondo. Non a caso c’è stato in passato un uso dispregiativo di nomi di professioni o ruoli in -essa. Non ci vedo quindi una spia di fallocrazia nel dire “il ministro Giannini” . Fatti salvi quei nomi, come maestro e maestra, in cui la forma femminile è codificata dalla notte dei tempi, non capisco questa polemica nel voler femminilizzare tutti i nomi delle cariche o delle professioni. Poi, per carità, se si afferma quest’uso mi adeguo. Non è che io mi opponga o faccia resistenza, ma davvero non capisco chi spinge in questo senso
    Chiusa la parentesi, a me sembra che se Renzi realizzerà la sua riforma ad Elfobruno toccherà ammettere che il fonzie piddino, a differenza di altri, ha garantito il ruolo ai precari delle G.a.E, anche se lui non ama il suddetto leader.
    Ah, a me la riforma non piace comunque, per vari motivi. Uno su tutti: l’assunzione di TUTTI gli idonei del concorso del 2012 non mi pare corretta. Non avrei avuto niente da ridire se si fosse parlato solo di idonei in posizione utile fino a GM di altro concorso.

  6. #Pif: non è ricopiando la domanda espressa male che si rende più efficace la comunicazione. E comunque ho già risposto alla sua domanda.

    #Alberto: garantire il ruolo a un precario sradicandolo dal suo contesto e trasferirlo a svariati chilometri di distanza, magari dal sud al nord, significa risolvere il problema oppure significa affrontare una questione occupazionale solo con soluzioni di tipo aritmetico?

  7. Elfo, aiutami a capire (sul serio, senza ironia): da una lettura fugace (perché la lettura integrale mi faceva stare male) avevo capito che a essere sdradicati sarebbero stati i vincitori di concorso, costretti ad essere assunti da una G.a.E (molti sissini hanno partecipato al concorso) scelta non di rado in altra regione. Mi stai dicendo che anche chi si trova in G.a.E a Palermo può essere trasferito a Padova? Se è così, concordo con l’espressione che hai usato: “deportazione”.

  8. #Alberto: stiamo parlando di supposizioni, in base a quanto ha dichiarato la stampa (e ho riportato nomi e link, nel mio articolo). Il nodo è il seguente:

    «I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.»

    E si parla, per altro, di Graduatorie ad esaurimento, per cui dei vincitori delle SSIS. C’è il rischio, in pratica, se ciò fosse confermato, che io che ho già cambiato città da Catania a Roma poi venga nuovamente spostato o in regione o addirittura fuori regione. Il mio articolo lascia aperta un certo spiraglio di dubbio. Per il resto restiamo a guardare.

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