La scuola, la carica dei centomila e lo spot di regime

la ministra Stefania Giannini

Parliamo di scuola. E soprattutto dell’ennesimo stravolgimento che si prospetta per l’istruzione italiana. Chi già lavora in questo mondo ha accolto la notizia con sgomento e sospetto. Non è la prima volta che un/a ministro/a se ne esce con proclami rivoluzionari che poi, chissà perché, vanno sempre a discapito di insegnanti, personale amministrativo, famiglie e corpo studentesco. Ma andiamo per ordine.

Diamo i numeri

La macchina della propaganda fornisce cifre precise. Centomila, forse addirittura centoventimila assunzioni a partire dal 2015. Chissà come e chissà quando, però. Per tutta una serie di ragioni.

La quota dei 100.000 prof era prevista già dal governo Prodi, sin dal 2006. Era nel vecchio piano di Fioroni: 150.000 docenti in tre anni. Lui si fermò a 50.000. Interrotta l’esperienza di governo dell’Unione, arrivò Maria Stella Gelmini che parlò di cambiamento epocale e di riforme. Ovvero, di tagli. Speriamo che la “rivoluzione” promessa da Stefania Giannini non sia solo nel sostituire un termine con un altro, per indicare la stessa procedura. 

I precari, per altro, ammontano a svariate centinaia di migliaia, per cui questa carica dei centomila non corrisponde ai due terzi dell’organico, come riportato dai media allineati

Poi ci sarebbe il problema dei pensionamenti, che dovrebbero liberare nuovi posti di lavoro. Ma al tempo stesso non ti dicono come si fa con la quota 96 introdotta dalla riforma Fornero che blocca quei pensionamenti stessi. 


Supplenti o batteri?

I/le supplenti, ancora, non li puoi “eliminare”, perché se un prof va in malattia devi sostituirlo. Ci sono poi le cattedre vuote, di anno in anno, da riempire. Prima si ricorreva alle graduatorie (GAE), adesso pare che l’andazzo sia duplice: da una parte assorbire i posti disponibili con le “assunzioni senza cattedra” (parleremo dopo di questa splendida idiozia terminologica), dall’altra aumentare il monte ore dei/lle docenti, da diciotto d’aula a ventiquattro o addirittura a trentasei. Per cui se tre insegnanti di una scuola si spartiscono le diciotto ore di una cattedra vuota – sei ora a testa – tolgono un posto di lavoro a un precario che faceva da supplente. E che per questa ragione è stato definito come “agente patogeno” da una ministra che rappresenta lo 0,8% di chissà cosa. Sarà che sono choosy, ma reputo la cosa abbastanza offensiva.

Ovviamente per chi lavora di più ci dovrebbero essere soldi in più e nella scuola è già così. Se fai supplenze oltre al tuo orario di lavoro o prendi parte e progetti, vieni già retribuito di più. Non si capisce dove sta la novità del governo Renzi.


Tappabuchi cronici

Parliamo invece dell’assunzione senza cattedra fissa: pare si voglia fare una specie di lista a parte – graduatorie speciali o altro, non è dato saperlo – in cui inserire le persone che anno dopo anno lavorano come precarie e ripartirle su più scuole secondo le esigenze delle stesse. In pratica è esattamente come è adesso! L’unica differenza è che tieni la cattedra fino a quando non viene assegnata all’avente diritto: cioè il precario o la precaria prende una cattedra annuale che diventa pluriennale (e si viene assunti, per questo) con due aspetti negativi quali l’essere smistato in più scuole ed esser spostati qua e là a seconda in una nuova batteria di cattedre sempre distribuite tra più scuole. Questo secondo quanto si può ricostruire dagli articoli apparsi sui giornali.

Per altro lavorando su più scuole, aumenta il lavoro pomeridiano: se lavori in due istituti hai doppio ricevimento, doppi collegi docenti, doppie riunioni di dipartimento, ecc. Su tre sedi, si moltiplica il tutto per tre. E così via. Il tutto a stipendio invariato, va da sé. Insomma, si passa da precari, anche storici, a tappabuchi cronici.


Nessun luogo è lontano

L’intasamento delle graduatorie è dato dal fatto che in alcuni posti non c’è lavoro. Nelle province siciliane vengono assunti pochi docenti ogni anno. A Roma la graduatoria scorre molto più fluida. Come prevede il governo di esaurire, in pochi anni come dice di voler fare, le graduatorie in questione? Prenderà forse i precari da Enna e li sposterà a Vicenza o in Friuli? Non vorremmo che il concetto di “esaurimento” coincidesse con quello di deportazione. Anche perché se non accetti il ruolo, perdi tutto. Ok, ci sta. Ma come fa la madre che “tiene famiglia”, rispetto a marito e figli (e questi al governo sarebbero pure per la coppia tradizionale)? O chi non può spostarsi per un genitore malato e altre questioni di tipo personale? Attendiamo novità anche su questo fronte.


Concludendo

Pare di trovarsi di fronte al solito mega spot governativo per cui provvedimenti già presi altrove e ritardati da scelte governative dissennate poi vengono riproposti dalla fanfara di regime come provvedimento dell’esecutivo in carica. Per capirci: era già nell’aria da diversi anni che si dovessero assumere diverse migliaia di precari, anche perché l’Italia rischia di pagare una sanzione all’UE per questo motivo. E far passare un obbligo e una programmazione pregressa come vittoria del renzismo al potere è un atto che avremmo duramente contestato a provvedimenti berlusconiani di portata più blanda. 

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4 thoughts on “La scuola, la carica dei centomila e lo spot di regime

  1. Essendo figlio di padre ex-insegnante e ex-preside (quando i presidi si chiamavano così e facevano quel difficile mestiere!) e avendo oggi amici insegnanti (rigorosamente precari) non posso che condividere parola per parola. Ma mi concentro su un punto: come mai provvedimenti di tenore berlusconiano o peggio sono oggi tollerati, accettati, addirittura condivisi persino con entusiasmo da chi fino a ieri li criticava o addirittura scendeva in piazza gridando all’attentato alla democrazia!??

  2. Pingback: La scuola, la carica dei centomila e lo spot di regime | Parti di lui

  3. stai tranquillo. già gli opinionisti in tv hanno cominciato a dire che assumere 100 mila non si può fare, che costano troppo e via discorrendo. non sono certamente io che devo interpretare o giustificare i progetti del governo. quello che so è che il concetto di gae non mi piace affatto. non tollero che ci sia una lista di gente di dubbia preparazione (una minoranza, certo, però esistono… e chi controlla?) che è messa lì ad aspettare. è segno di uno stato poco serio che non può permettersi il lusso di pretendere serietà, un po’ come quei genitori assenti che poi non hanno la forza di pretendere disciplina dai figli e che preferiscono comprarne l’affetto con regali e vestiti.
    queste gae devono scomparire. vanno assunti tutti in blocco e non se ne parli più. per il futuro, però, l’unica soluzione seria è il concorso a cattedre ogni anno o al massimo ogni due anni.
    le supplenze sono da dare solo a gente abilitata, senza terze fasce d’istituto o che so io. lo sai che a lettere classiche non si fa uno scritto di latino né tantomeno di greco? gente laureata che potrebbe anche non saper tradurre (credimi, non sa tradurre) che viene messa a fare supplenze nei licei.
    essere seri, però, significa anche garantire che ci saranno copiose abilitazioni ogni anno… stendiamo un velo pietoso…
    lo stato ha il diritto di pretendere da me anche che io conosca il decamerone a memoria. bene. se, però, io lo imparo a memoria, pretendo il posto. serietà significa patti chiari, amicizia lunga.
    bisogna finirla con questa guerra tra poveri in cui chi ci guadagna sono solo gli avvocati e i sindacati. io nel mio piccolo ho superato i quiz di abilitazione a 43, 50, 51 e 52. ho studiato per un anno e mezzo per prepararmi a questi quiz e c’è gente che non li ha passati che sta facendo ricorso per essere ammessa lo stesso.
    altri sbraitano perché lo stato non dovrebbe abilitare nuovi ragazzi. (geniali!)

  4. Caro Fabrizio, parole sante anche le tue: se Renzi & Giannini volessero davvero fare la rivoluzione nella Pubblica Istruzione dovrebbero rilanciare sic et simpliciter il metodo concorsuale come unico sistema di reclutamento del personale docente. Depurandolo però delle distorsioni derivanti dai “carrierifici”, rivedendo il criterio dell’anzianità e con Commissioni ogni volta differenti rigorosamente formate da commissari di diversissima provenienza geografica e di indubbio curriculum pedagogico-scientifico (declinato alle singole materie di concorso). Ma forse sarebbe troppo semplice, poco spettacolare e rischierebbe di rilanciare sul serio una scuola pubblica che in realtà si vuol far morire.

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